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Le stelle


I primi giorni furono un vuoto nel petto. Ogni respiro non riusciva ad andare a fondo senza che sentissi i miei occhi riempirsi di lacrime. Era come se nonostante cercassi di andare avanti, perché solo avanti potevo andare, mi trascinassi dietro un enorme peso che mi affaticava le spalle e ogni volta, ogni sguardo che davo al passato, le stesse domande mi attraversavano la mente. Cosa sarebbe successo se avessi ucciso quella donna? Cosa sarebbe successo se la creatura, quella terribile e magnifica creatura, fosse rimasta con me? Dove sarei stata adesso?

A volte la mia mente vagava nell'immaginazione, mi immaginavo lunghi viaggi e lunghe nottate piene delle sue parole, le meraviglie del mondo viste con gli occhi che amavo. Immaginavo di poter arrivare ovunque con quella creatura al fianco; a volte regina, a volte qualcosa di ancora più un alto, altre volte la mia immaginazione era più dolce e meno avara e semplicemente immaginavo un caldo pomeriggio estivo passato a riposarmi con la creatura al mio fianco.

Ma le mie fantasie non duravano mai troppo, in parte perché avevo bisogno di lavorare per mantenermi e in parte perché, nonostante la mia mente, specie nel primo periodo, fosse sempre rivolta a lui, quelle fantasie irraggiungibili, quei sogni lontani e ormai irrealizzabili propri di un mondo che non era il mio, semplicemente, facevano troppo male. Così, con le fatiche che adesso caratterizzavano i miei giorni, la stanchezza del corpo divenne ben presto un'amica la cui compagnia era spesso gradita in quanto aveva, su di me, il benefico effetto di trascinarmi in un sonno profondo senza sogni ne incubi.

Se mi chiedeste di descrivere nei minimi dettagli cos'è un cambiamento non potrei avere esempio migliore della mia vita. Se quando vivevo nella magione non avevo desideri o aspirazioni per il mio futuro almeno avevo un luogo da poter chiamare casa, un luogo in cui sarei stata nutrita e curata fino a che avessi fatto la brava e se, quando ero scappata via con la creatura, non mi era importato di vederla in fumo, a malincuore mi trovo ad ammettere che quello fu il primo luogo a cui feci ritorno poiché, seppur odiato e sterile di qualunque sogno, era l'unico luogo che conoscessi. Devo poi ammettere, per essere sincera, che nel momento più buio di quella giornata, quello in cui conobbi la disperazione, di aver pianto come mai avessi fatto prima sopra le ceneri di un passato che non avrei ma pensato di poter rimpiangere.

La mia disperazione fu profonda ma forte più di ogni altra cosa, seppur frutto di una mera illusione, era la speranza che un giorno il cammino mio e di quella creatura si sarebbe incrociato di nuovo. Così, forte di quella illusione alimentai la testardaggine e la determinazione che la natura mi aveva donato e mi avviai in cerca di un qualsiasi modo per sopravvivere.

A nulla servì cercare tra le ceneri del mio passato. Quadri o opere di valore erano state bruciate dalle fiamme e ciò che il fuoco non aveva distrutto era stato depredato dai bracconieri. La verità della mia situazione mi colpì con una violenza tale da togliermi il fiato, prima che potessi rendermene conto il mio corpo, contro ogni forma di volontà, stava tremando, le mie gambe si erano fatte molli e affondavano nella nera cenere con tutto il povero vestito di tela che la donna mi aveva dato.

Nella mia vita passata, prima di questo grande cambiamento che aveva e avrebbe per sempre caratterizzato la mia vita, non avrei mai immaginato di trovarmi nelle condizioni necessarie di dovermi cercare un lavoro. La sola idea mi repugnava più di ogni altra cosa, il dovermi rapportare con altri esseri della mia medesima specie, altri uomini e donne privi qualunque attrattiva che mi avrebbero pagato le ore per dei pochi spiccioli, era un qualcosa che non avrei mai voluto contemplare.

Invece, dopo aver venduto i miei vestiti di raso rosa malamente lavati e in parte ancora incrostati dal fango, non ebbi altra scelta se non quella di chiedere alla donna, che per pochi spicci aveva preso i miei averi, con voce tremante di vergogna se avesse o conoscesse qualcuno che avesse qualche applicazione lavorativa retribuita per una come me.

La donna o meglio, un donnone enorme che difficilmente dalle mie parti avrebbero definito donna, mi squadrò con sguardo scettico ed io, incoraggiata dal dubbio nei suoi piccoli occhi neri le elencai le mie competenze nella storia, la mia capacità di leggere e scrivere e persino quella di poter gestire qualche calcolo, ero sicura che, seppur durante le lezioni con il mio maestro avessi sempre mostrato uno scarso interesse, avessi le competenze per poter gestire un piccolo libro contabile. Ad ogni modo quella persona mi interruppe nel bel mezzo dell'elenco delle mie competenze in letteratura e mi chiese se sapessi tenere in mano un sapone.

In quel momento, mentre il mio capo cadeva sul petto e le spalle mi si incurvavano sconfitte e umiliate, mentre con un filo di voce pronunciavo che si, ero in grado di tenere in mano un sapone, mi sembrò di sentire alle mie spalle l'eco di quelle risate e mai, il ricordo delle sue parole, fu più doloroso ed umiliante.

Credi che la gente abbia il tempo e soprattutto la voglia di investire nella tua persona per un tornaconto che non sia soprattutto il loro? Credi che non abbiano già abbastanza da fare nel concentrarsi nella loro egoistica personale missione di ascesa sociale per aiutare il prossimo? Andiamo bella trovatella, mi auguro ci sia un cervello dietro quegli occhi azzurri che funzioni abbastanza bene da seguire questi discorsi. La gente furba illude gli sciocchi con dolci parole, li lusinga e li esalta ponendoli davanti ad un futuro così radioso da essere pari solo al più grande e selvaggio dei loro sogni solo per poi liberarsene quando non avranno più nulla da offrire. A volte li riempiono di così tante illusioni senza fondo al punto che saranno loro stessi, ebbri di meraviglia, a pagare e pregare di essere usati. Non gli interessa di te, non gli interessa dei tuoi sogni, non gli interessa dei tuoi talenti. L'importante è quanto possa rendere e come lo puoi rendere che sia fama che sia pecunia che sia in natura. Qui è evidente, disperati e patetici come sono, che stiano scommettendo su di te per tutti e tre.

I primi effetti di un sapone scadente e della temperatura dell'acqua, scaldata fino all'ebollizione perché durasse fino alla fine della giornata, includendo il continui strofinare di panni di garza e tela furono, non solo la costante stanchezza, influenzata dal fatto che nella mia vita non avessi mai mosso un dito ma che le mie mani, prima piccole e bianche, morbide e tanto decantate dalla mia governate, si riempirono ben presto di calli e vesciche e a nulla servì l'orrore con il quale le guardai e i pianti per quella parte della mia bellezza che pian piano andava a svanire.

Non ebbi molta fortuna in quella parte della mia vita. I turni di lavoro erano lunghi e mal pagati ed inoltre, non essendo quello un lavoro stabile, vivevo con la costante paura che una mattina sarei arrivata, avvolta nel povero mantello di tela e nell'umidità della mattina, solo per essere rispedita nel luogo dove passavo le mie notti.

Parlo di luogo e non di casa perché nessuna persona con un minimo di amor proprio e orgoglio rivendicherebbe la catapecchia in cui mi ero intrufolata come una propria proprietà privata. Era ciò che rimaneva di una stalla, fieno ed erba secca facevano da letto e in un vecchio abbeveratoio poco distante, poiché non avevo alcuna intenzione di rinunciare a l'unico amore che mi fosse rimasto, ovvero quello per la mia medesima persona, mi lavavo quando potevo, con la gelida acqua che vi usciva dal tubo incrostato e arrugginito e le croste del sapone che a fine turno riuscivo a nascondermi sotto la veste.

Quando la mia salute, fragile come la creatura stessa aveva predetto che fosse, non era il principale problema allora lo era la fame. I soldi che guadagnavo a discapito della mia salute e della cura estrema della mia persona alla quale una volta ero abituata, non bastavano sia per il poco cibo che per un pezzo di stoffa e anche se avessi potuto permettermi un sacco di farina per impastarne del pane e coprirmi con la iuta la realtà della mia situazione era e sarebbe rimasta che non avevo le competenze neppure per accendere un piccolo fuoco.

Più di una volta avevo contemplato il pensiero di finirla cercando di convincermi follemente che, se avessi sparso il mio sangue, allora quella creatura sarebbe tornata ma, la parte ancora razionale di me, quella che rimembrava a menadito tutti i discorsi di quella creatura, ricordava il disprezzo che quell'essere serbava verso i suicidi.

Non impiegherò un secondo del mio infinito tempo per parlare di coloro che decidono di troncare la propria vita senza prima averla vissuta. Chi non ne riconosce il valore è primo di valore egli stesso.

Il tono stesso della sua voce, solitamente pieno di velenoso disprezzo, era invece piano e inanimato di qualunque emozione come se, forme di vita da lui giudicate così inferiori, non fossero degne di neppur la minima considerazione. I suoi insofferenti occhi, che guardavano un punto lontano della cella, tornarono celeri alla mia figura e un ampio sorriso si aprì sul suo volto quando, in seguito alla mia domanda di perché uccidesse se la vita aveva un così alto valore, egli rispose: Forse un giorno risponderò a questa domanda.

Se mai avessi avuto anche una remota possibilità di udir mai quella risposta certo, cancellando me stessa, ne avrei conseguentemente eliminato ogni speranza. Ad ogni modo, seppur sopravvivessi ai miei giorni, il mio più grande nemico stava diventando l'inverno poiché con il vento e le nevi, certamente, sarebbe sopraggiunta anche la mia morte.

La mia prima possibilità di fuga da quella autolesionistica realtà venne una mattina alla lavanderia, vestita di un completo elegante e con borse che gravavano del peso della carta stampata. Era una persona loquace, caratterizzata di una certa curiosità e parlantina con la quale non aveva pudore di esprimersi, tutte caratteristiche che il mio tutore e soprattutto la mia governante si erano ben guardati da incoraggiare. "Non serve che tu parli se non interpellata, tu studia, se a lui piacciono stupide ridi alle sue battute, se vuole una conversazione non devi dire mai più di quello che sa lui. Tu devi essere perfetta Grace, devi adattarti ad ogni uomo" parole simili e obiettivi così infimi avrebbero ucciso la curiosità di qualunque essere senziente.

Ad ogni modo, stando alle parole di quel loquace essere, egli era di passaggio per dirigersi nella casa del defunto maestro per poter continuare gli studi che la malattia, e qui si dilungò sulla crudeltà della lotta dell'uomo nello svelare il divino sapere, aveva stroncato. Di tutte quelle eroiche descrizioni e dichiarazioni l'unica cosa che mi interessasse davvero era che avesse una casa e che vivesse da solo. Il tutto, nel complesso, formava un'allettante opportunità per sopravvivere all'inverno.

Pestai il piede a qualunque rassegnata o interessata collega per assicurarmi il completo elegante che il giovane uomo aveva lasciato in carico per pochi spiccioli alla nostra squallida lavanderia, lo lavai nel miglior modo possibile, strofinandolo con forza e dedizione come se, da quella giacca elegante di commerciale stoffa, ne dipendesse la mia stessa vita. Poiché così era. Contrariamente alla norma quando il vestito fu lavato e asciutto mi premurai io stessa di consegnare la merce e, una volta posta sul bancone, quando le sue mani guantate -oh quanto desideravo dei guanti- si posarono sui vestiti per ritirarli mi premurai di incrociare le nostre dita e, sperando non notasse i calli delle vesciche sulle mie mani raggrinzite dall'acqua, con la maggior dolcezza possibile pronuncia queste stesse parole:

"Signore" e qui il suo sguardo stupito passò dalle nostre mani incrociate ai miei capelli pieni di nodi e, pregai dio lo fossero, privi di paglia o sapone "Ho sentito i suoi discorsi e non posso fare a meno di ammirare la sua missione, vorrei esserle di aiuto in qualunque modo possibile"

Avevo fatto del mio meglio per emulare le parole e il tono di quella creatura quando, con quelle sole poche parole ricche di menzogna e ricoperte di malizia, ci aveva aperto la porta che ci avrebbe riparato dalla pioggia. Il ricordo vago di quel primo bacio, troppo veloce e improvviso perché il ricordo insoddisfatto non trovasse altra scelta che ricamarvici sopra con la fantasia, mi tornò alla mente e, davanti alla perplessità del giovane, con la voce incrinata dalla tristezza e il dolore di quella memoria, aggiunsi.

"Perdonatemi se non sono stata chiara ma avventata. Contrariamente alla situazione nella quale mi vedete adesso io sono istruita, so leggere e scrivere, potrei organizzare i documenti che le servono o, semplicemente, occuparmi di voi così che non dobbiate né pulire né cucinare e dedicare voi stesso alla continuità degli studi del vostro maestro"

Per quanto fossi disperata ad ogni modo non lo ero ancora abbastanza da calcare quel "qualunque" nel modo in cui la creatura fece. Per me era un'esperienza troppo personale che rientrava in quella sfera dell'intimità che mi permetteva di mantenere ancora un minimo di orgoglio e dignità, ai miei occhi troppo preziosa per essere svenduta in quella maniera come una mendicante morta di fame o una volgare prostituta di strada.

Il giovane ad ogni modo arrossì e seppure ne ignorassi, o forse ne avessi voluto ignorare, il motivo, con un'ultima bassa risposta mi premurai di chiarire qualunque dubbio gli impedisse di portarmi via con lui seduta stante.

"Sono sola, non ho parenti che possano piangere la mia partenza né fratelli che ne contesterebbero la scelta, qui il lavoro va alla giornata, un'altra ragazza domani sarà ben contenta del posto libero e il mio datore di lavoro, già con l'avvenire del nuovo giorno, non ricorderà neppure il mio volto. Sono sola e non ho molto nella mia vita ma se potessi aiutarla nella sua ricerca sono sicura che certamente gli donereste un significato"

Nonostante la mia voce fosse ferma il mio cuore non la smetteva di battere e il mio corpo, rigido come non mai, sembrava il più grande ostacolo che mai avessi avuto contro, interiormente l'agitazione e l'ansia erano tali da rendere la mia stessa voce estranea alle mie medesime orecchie. È quindi possibile immaginare l'intenso sollievo che quasi mi fece cedere le ginocchia quando, scompigliandosi i capelli sotto al cappello, il giovane disse che in quel caso mi avrebbe aspettata fuori.

Nella mia vita non avevo mai dovuto pregare nessuno né mi avevano mai insegnato a ringraziare ma in quel momento fermare le lacrime che si erano addensate davanti ai miei occhi o i "grazie" che fluivano fuori dalla mia bocca mi era pressappoco impossibile. Con le mani tremanti raccolsi tutte le poche cose che mi appartenevo e che mi portavo sempre dietro e, senza degnare di uno sguardo quelle anime vuote o quel luogo senza futuro uscii, questa volta con gioia, nell'imminente fredda notte invernale.

Non mi importava quanto grande fosse stata quella casa, non mi importava se avessi avuto un letto o avessi dovuto dormire sul pavimento. Dopo tutto quel tempo, alla fine, dopo aver perso tutto, mi sembrava di comprendere finalmente a pieno tutti i discorsi della creatura. Di come l'uomo dovrebbe riconoscere il valore di ciò che ha, di come ciò che abbiamo è precario e infimo davanti allo scorrere impietoso del tempo e di come, anche se prese con leggerezza, le nostre scelte graveranno sempre sulla nostra vita.

Durante il tragitto, mentre mi coprivo stretta nell'unico e povero mantello che possedevo, la mia mente iniziò a vagare e, come era solita fare, si diresse con il pensiero a quella creatura. Saremmo stati così se non ci fossimo mai separati? Seduti su di un carretto a viaggiare nella notte magari stretti l'uno all'altra per proteggersi dal freddo? Davanti a quella surreale immane, di noi due vicini come amanti, un accenno di risata mi scappò dalle labbra.

Lui non sarebbe mai stato così, non si sarebbe mai adattato a quei modelli di ideali umani nei quali, così almeno sembrava, provava tanto gusto a giudicare. Seppur a volte quella creatura mi fosse parsa in parte umana costantemente avvertivo un velo che mi separava da lui impedendomi, ogni volta, di avvicinarmi troppo.

Cosa avrebbe detto se avesse visto e ascoltato le mie disperazioni e le mie bugie? Mentre la mia mente vagava nel ricordo dei suoi interminabili discorsi i miei occhi, pesanti delle lacrime e del sonno, iniziavano a chiudersi sul paesaggio notturno e due luci, gialle e intense, mi parvero gli occhi di quella creatura che mi fissavano dal buio della sua cella.

Le persone si lamentano dei topi che rosicchiano le loro case, dei tarli che mangiano i legni dei loro mobili e degli animali che depredano il gregge. Ma puoi davvero biasimarli? Puoi biasimarli se ogni giorno fanno del loro meglio per andare avanti? Ladri, poveri e morti di fame, uomini permanentemente immersi nella miseria che si impegnano ogni giorno con ogni mezzo per elevarsi solo per trovarsi, il giorno seguente, di nuovo nel fango. Io adoro quando lottano. Quando disperatamente e strenuamente calciano, corrono e strillano. È così bello vederli lottare con ogni mezzo per una vita tanto misera e al contempo tanto cara, l'uomo ha l'innato talento di illudersi, per un futuro ideale e irrealistico è disposto a dare tutto sé stesso. Non puoi immaginare la mia euforia, la mia gioia! Quando realizzano che tutto quello che hanno è solo il presente e mere illusioni...

La casa era piccola ma non angusta. Isolata da tutto sembrava a tratti una biblioteca e un laboratorio con una stanza in particolare piena di erbe medicinali. I libri che affollavano quella casa vertevano in gran numero sulla medicina, argomento consono agli studi del defunto maestro e l'allievo ma, a salvare le mie apparenze, fu sicuramente un piccolo libro di cucina e il fatto che il giovane uomo mangiasse poco e studiasse tanto. Non era molto attento, era sempre concentrato su altro così, se uno scaffale era pieno di polvere o se gli angoli della stanza rimanevano sporchi, non vi faceva molto caso. Credo, col senno di poi, che lo scarso interesse che mostrò nei miei confronti al confronto con i suoi studi fu determinato dal fatto che ospitare un essere nel gentil sesso lo mettesse a disagio tanto che, dopo essersi presentato una volta con fare pomposo ma senza mai incrociare lo sguardo con il mio, le nostre conversazioni si limitarono ai convenevoli di una serena convivenza. Inutile dire che dimenticai presto il suo nome e così, spinta dalla necessità di dovermici riferire in qualche modo, presi a chiamarlo Rosso a causa dell'inusuale colore che aveva la sua corta barba sul mento. Per contro, quanto egli mi chiese il nome, una luce di rimpianto oscurò il mio volto ricordando il modo, canzonatorio e malevolo, con il quale la creatura era solito pronunciarlo così, non volendo altri che alterassero il suono di quel ricordo, gli risposi che mia madre, sperando in un maschio, mi aveva chiamata Erik.

Nonostante il mio triste tentativo di portare con me una parte di quella creatura il mio nuovo nome fu tristemente ridotto ad Eri, più femminile come ad una sì dolce creatura di addice, disse il Rosso con sguardo scostante e da quel momento in poi, per un lungo periodo invernale, ebbi un tetto e del cibo con cui sfamarmi.

Fui molto contenta in quel periodo, in particolar modo nei primi giorni ringraziai per ogni singola cosa mi venisse donata senza più darla per scontato. Ringraziavo il garzone che dalla fattoria vicina ci portava le uova, ringraziavo i mercanti porta a porta e i ragazzi di strada che per due spiccioli, di ovvia proprietà del Rosso perché io non avevo niente, spalavano la neve dal viale. In cuor mio ringraziavo anche quando non vi era nessuno da ringraziare, come quando finalmente mi lavavo in acqua calda in una povera tinozza di stagno con del sapone che non fosse per i panni.

Quella vita non aveva nulla a che vedere con la vita che conducevo una volta alla magione. I cibi che preparavo erano spesso insapore o troppo dolci o troppo saltati, in particolar modo all'inizio alcuni erano anche bruciati eppure, il loro sapore, era mille volte più intenso e buono di tutti quei piatti allineati lungo la tavolata della sala da pranzo. Non vi era nessuno a spazzolarmi i capelli, nessuno a prepararmi gli oli per curare la mia pelle ma, quando il Rosso mi diede dei soldi per comprarmi un semplice vestito, la gioia e la commozione nei miei occhi filtrarono la mia realtà in modo tale da renderla magnifica.

Ero una bambina, in tutto e per tutto, per tutta la mia vita fino a quel momento non credo di aver mai avuto tanta meraviglia per il mondo da rendere persino l'inverno più duro, la più piacevole delle stagioni.

A rimanere buie e solitarie erano invece le notti. Spesso mi svegliavo, memore delle mie abitudini passate, per poter parlare con quella creatura ma, la delusione al risveglio, era così amara da far storcere la bocca e chiudere lo stomaco, così fredda, da concorrere con lo spietato vento che ululava fuori dalla mia finestra. Allora ascoltavo, da sola e rannicchiata nel silenzio della mia stanza, i rumori della notte, cercando parole sospinte dal vento, un linguaggio segreto tra l'ululare dei lupi e il bubolare del gufo, immaginando che fossero in grado di portarmi notizie di quella misteriosa creatura. A volte, dopo un'intensa bufera o un vento particolarmente ostinato e gelido durante la giornata, le notti venivano rischiate da una pallida luce di luna che, insieme alla compagnia di quelle fedeli stelle, riverberava nella morbida neve che ricopriva ogni cosa. Non ricordo inverni che non mi apparvero così solitari e cari, così belli e dolorosi, non ricordo altro momento precedente a quello, mentre sedevo sul materasso di paglia con la testa reclina sulle braccia e le gambe al petto, di aver pensato che la vita, prima così minimamente considerata, mi fosse invece così dolce e cara. Così, a volte, mi addormentavo, guardando fuori dalla mia piccola finestra dalle imposte di legno socchiuse così da intravedere la luce di quelle stelle pallide come la speranza che avevo e ridurre al minimo il freddo abbraccio del vento che mi ricordava della mia stessa solitudine.

Così come il giorno e la notte, malinconia e rimpianto si alternavano a gioia e meraviglia ma costante, in cuor mio, rimaneva la gratitudine e la speranza che, un giorno, quella creatura sarebbe tornata da me.

Non comprendo, in nessun modo possibile o immaginabile, il motivo per cui l'uomo si soffermi su esperienze passate e possibilità future ignorando completamente il fatto che egli esiste, ora e adesso, ed è qui e in quel frangente e sfuggevole istante di tempo che è il presente che deve agire. È un comportamento davvero infantile, a volte persino frustrante, osservare come quella piccola creatura che è l'uomo faccia di tutto per non prendere atto degli eventi presenti, è sempre pronto a procrastinare, ad aumentare il peso che grava sulla sua schiena con avvenimenti che da tempo avrebbe potuto lasciarsi alle spalle solo per poter dire "Guardate! Io ho un peso, la mia vita è stata dura" Come se la vita non fosse uguale per tutti, come se un uomo nascesse potenzialmente più capace di un altro e ciò che davvero, non comprendo e non condivido al punto da infastidirmi più di ogni altra cosa, è il loro guardare a quelle difficoltà con pietà e disgusto anelando ad una vita vuota, piana e facile. Gioisci stupido uomo! Gioisci perché hai avuto un peso e sei andato oltre, gioisci perché hai avuto un ostacolo e lo hai superato! Gioisci e fallo di cuore perché potrebbe arrivare un giorno in cui non potrai più farlo. Un giorno in cui io sarò il tuo ostacolo più grande, un giorno in cui non potrai fare altro che perire davanti alla mia immensa potenza! Ma no, l'uomo è stupido, si ricopre di un disgustoso vittimismo universale sortendo l'efficace effetto di sollecitare la mia già facilmente irritabile ira. E se non comprendo questo oltre modo fastidioso comportamento verso il passato, per me che vivo in un eterno presente, la sua tendenza a vedere solo un fumoso futuro mi è ancor meno comprensibile. Come pretende l'uomo, dall'alto della sua interminabile saggezza, costruire un sì sperato futuro senza l'ombra di un fondamento? Un castello di carte che, seppur magnifico nel suo aspetto, è pronto a crollare al minimo accenno del più misero sospiro, un futuro così tangibile nel presente da essere meno consistente della più fine nebbia mattutina, così leggera e impotente davanti alla luce del giorno, alla luce del presente, da non essere neppure percepibile sulla pelle come una leggera frescura. Come pretende l'uomo di crearsi una vita, di viverla, se si trascina un passato lontano e ignorando e trascorrendo passivamente il presente si limita a sognare un futuro migliore? Sogni che, se da lontano paiono così dolci, più vi si avvicina più mutano in orridi incubi. L'uomo e la sua incredibile capacità di vedere solo quello che vuole vedere... ecco perché l'umanità sarà sempre una triste e irritante delusione.

Per quanto credessi di comprendere i discorsi di quella creatura e mi concentrassi sull'agire nel momento presente, quella creatura stessa, con i suoi discorsi, i suoi modi e tutto il suo essere, rimanevano il mio più pesante rimpianto e la mia più forte speranza. Ero genuinamente grata della mia nuova vita così come la creatura voleva che l'uomo fosse ma intrinseca com'era in me l'umana natura non potevo scostarmi definitivamente dal ricordo dei miei fallimenti e la speranza di un futuro migliore così, quando il Rosso mi chiamò nello studio pieno di libri in un prematuro giorno di primavera, io che della vita ero diventata un'attenta e perspicace osservatrice, ebbi l'impressione che qualcosa di importante stesse per avvenire, che un importante scelta dovesse essere presa.

Dovete sapere che egli, come avevo presto imparato, chiuso nella sua riservatezza, non si scostava mai dalle sue abitudini. Ciò non mi aveva mai dato fastidio perché aveva reso il mio adattamento estremamente semplice così, quando invece di trovarlo reclino sui suoi libri con dell'inchiostro a portata di mano, lo trovai a guadare solenne e stoico furori dalla finestra, capii subito che la primavera non sarebbe stata l'unica novità del giorno.

"Eri, Erik" iniziò solennemente. Non pronunciava mai il mio nuovo nome per intero, posai il cesto di frutta su un tavolo e mi pulii le mani sul grembiule. "E' passata un intera stagione invernale fredda e terribile nella quale le nostre anime, così provvidenzialmente incontrate, si sono scaldate e curate a vicenda..." Fu un discorso molto lungo e stoico, comprendente la lotta dell'uomo verso le sfide della natura, la solitudine di questa lotta per l'uomo la cui anima veniva addolcita dalla presenza della donna e il nobile ruolo della donna, "sì gentilmente concesso da un sì misterioso e potente e divino Signore" di "nutrire le schiere degli uomini contro le asprezze della vita". Tutto questo, di cui non ricordo assolutamente le astruse parole e i fini e arzigogolati abbellimenti, per chiedermi di sposarlo e prendere atto di tutto quello che a quella scelta ne consegue.

Durante quel lungo discorso feci del mio meglio per sembrare attenta, per lui che verso di me era stato davvero di gran cuore, e non sembrare scortese nel ricordagli del pranzo sul fuoco che dovevo andare a controllare e, a fine discorso, mentre il Rosso attendeva da me una risposta, si gonfiava il petto e probabilmente, non guardava i miei occhi ma la mia fronte, io, facendo appello a tutte le mie capacità di instaurare una risposta convincente gli risposi, in breve, che non potevo accettare.

Il suo sguardo si oscurò e il tono si fece basso mentre ricordava a menadito tutto quello che avevo e che da lui mi era stato dato e così, in breve tempo, una proposta di nozze di tramutò in un elenco di pegni da retribuire.

Credi che la carità sia gratuita? Nella mia lunga esistenza non ho mai incontrato qualcuno che dette per non avere. Gli uomini di chiesa per la vita eterna, gli usurai per gli interessi, gli amanti per l'amore e a volte per realizzazione personale del proprio ego. Non dico che sia sbagliato né che sia giusto, sono il primo tra tutti che dà per avere e non vedo peccato o onore nelle mie azioni. Dico solo che è stupito ed infantile credere in concetti assoluti e perfetti che si parli di carità, bene o male o di che si voglia. Assoluto, puro e perfetto, sono aggettivi che non si applicano a concetti di questo mondo.

Fui risparmiata grazie al pranzo che bruciava sul fuoco ma, prima ancora che gli avessi voltato le spalle per cambiare stanza, avevo già preso la mia decisione. Come la creatura stessa diceva era inutile non prendere atto del presente, quella casa non era più il mio posto. L'inverno era passato e in una stagione avevo imparato più di quello che il mio povero maestro avesse tentato di insegnarmi per anni e, grazie alla creatura e all'inverno, mi reputavo ora in grado, se non con sicurezza almeno con convinzione, di poter affrontare quel mondo esterno della quale ero stata precedentemente in balia.

Me ne andai nel cuore della notte, con un sacco pieno di quegli averi che potevo portare con me e lasciando un biglietto per il Rosso così che la mattina potesse trovarlo. Sapevo di non poter andare molto lontano a piedi e così presi l'unico cavallo che il giovane uomo aveva ma, non volendo rubare nulla a quel cuore che mi aveva già dato tanto gli comunicai che lo avrei lasciato ad una stazione di posta non molto lontana dopo la quale, e questo non lo scrissi, mi sarei diretta verso sud-ovest verso paesi rurali nei quali volevo vivere evitando i trambusti della città. Anche i soldi che portai con me mi appartenevo, ovviamente i lavori che svolgevo in casa non erano retribuiti ma ogni volta che il Rosso mi dava dei soldi per farmi un regalo e lasciare che comprassi qualcosa che mi piacesse, una buona parte di essi finiva nei miei risparmi.

Il viaggio fu lungo ma meno terribile e spaventoso delle mie prime esperienze del mondo esterno, durante l'inverno avevo impiegato bene il mio tempo poiché, tra la cucina e le faccende domestiche per le quali non ero portata, avevo impiegato il mio tempo libero nello studio e nell'apprendimento di qualunque cosa potessi imparare e, non senza orgoglio e soddisfazione, mi scoprii estremamente portata. Sempre care mi rimarranno nei miei ricordi le serate quando, vuoi per la notte o per il freddo, non vi era più altro da fare che passare il tempo a leggere e studiare libri davanti al fuoco. Come precedentemente detto non presi nulla che non mi appartenesse da quella casa anche se, a malincuore, vi lasciai tante care letture ma nulla, mi consolai con forza, che non potessi ricomprare od ottenere di nuovo.

Il mio peregrinare aveva una meta e vi giunsi in una delle prime sere primaverili. Il sole morente nel cielo terso di sangue sembrava fare da monito agli omicidi che si erano svolti in quella casa, la porta era chiusa, le imposte serrate, nessuno sembrava abitare in quella casa, luogo di una terribile disgrazia. Se qualcuno l'avesse rivendicata allora avrei continuato il mio viaggio ma, dal momento che così non fu, decisi di stabilirmici e appropriarmene.

La casa era polverosa al suo interno, nessuno aveva toccato nulla ma la stanza da letto, luogo della morte dei precedenti coinquilini, era pulita e in ordine. I ricordi si ammassarono nella mia mente; l'odio verso la donna, la consapevolezza che non l'avrei uccisa e il dolore, sia fisico che sentimentale, del mio ultimo reale incontro con la mia amata creatura.

Ad ogni modo diedi ai ricordi il tempo che gli spettava, mi asciugai le lacrime e consolai la mia tristezza per poi iniziare a pulire quella che sarebbe diventata, almeno per il momeneto e speravo per sempre, la mia casa.

La terra dell'orto era fredda e dura per l'inverno trascorso e dovetti versare una buona parte dei miei soldi per convincere i miei nuovi vicini ad aiutarmi a zappare il piccolo terreno. La diffidenza non era mai abbastanza in quel villaggio, oltre al fatto di essere un volto nuovo tra conosciuti vi era anche il fatto che avevo preso ad abitare nella casa dell'omicidio che era avvenuto, a sentir loro, "per opera del demonio". Sorrisi al pensiero della reazione che quella creatura avrebbe potuto avere a quel nomignolo, poi mi rimboccai le maniche e presi a piantare tutto quello di cui avevo bisogno, tra piante medicinali e ortaggi, che quella terra avrebbe potuto darmi.

I primi tempi furono difficili, le persone non si fidavano ma prendevano i miei soldi, i quali stavo ben attenta a non mettere troppo in mostra, quando li offrivo. Poi arrivarono i primi malanni di stagione e lì, dove fui ben contenta di aiutare con le mie competenze, la gente iniziò a fidarsi.

Fu un periodo della mia vita relativamente sereno, tutto quello che avevo era frutto dei miei sforzi, dall'orto rigoglioso ai continui doni che le persone mi portavano in cambio delle mie cure. Ciò che producevo e non consumavo lo vendevo e quello che non potevo produrre lo compravo. Alcuni dei miei primi acquisti guidati dalla frivolezza di un tempo furono un paio di guanti in pelle marrone e un paio di scarpe per la domenica. Non credevo in un Dio o per meglio dire non ne avevo alcuna opinione al riguardo ma avevo piacere a passare del tempo con quella povera e semplice gente che, con il tempo, mi diventò cara.

Non so se esiste un Dio, non so chi ha creato voi o me, né mi interrogo su cose sulla quale la mia conoscenza non può arrivare. Esiste un Dio? Io non lo so né lo credo, l'uomo che va a millantare di agire per opera di un dio spesso lo fa per condizionare le povere genti, quante volte le religioni sono state strumentalizzate? Infinite volte, infinite volte qualcuno ha usato ciò in cui la gente credeva e aveva fiducia per manipolare la gente stessa. Sprovveduti e ignoranti, incapaci di ragionare con le proprie teste. Io credo che l'uomo creò dio perché ne aveva bisogno, perché gli serviva una riposta a quelle domande esistenziali che altrimenti avrebbero schiacciato le loro fragili menti. Io non conosco l'inizio di tutto, non ero presente, né so o spero di conoscerne la fine, so solo di essere nato, un giorno di un lontano passato, e di essere diventato, in un giorno perso nel continuo scorre del tempo, quello che sono. Io non posso provare l'esistenza di un dio ma, contemporaneamente, non posso provarne neppure la sua non esistenza poiché sarebbe un'affermazione a priori e non una vera e propria prova della sua inesistenza.

Gli anni passarono e non vi fu momento in cui fossi insoddisfatta della mia esistenza o non pensassi, seppur con più distacco, a quella creatura. Ripensando al mio passato riuscivo a vedere il modo in cui quella creatura avesse drasticamente cambiato la mia vita come, con i suoi discorsi e le sue sanguinose azioni, avesse cambiato quella insofferente e viziata ragazzina nella donna che diventai ma, una cosa, rimase sempre costante: il caro ricordo di lui e la speranza di rivederlo che bruciava sempre, anche se all'apparenza sopita, nel mio petto.

Lo sporadico problema della solitudine mi venne gentilmente risolto dalla vita in un caldo giorno di fine estate. Da anni vivevo ormai in quel villaggio, affermata nella posizione di medico, come preferivo dire io, o di curatrice, come preferivano dire loro. Ero evidentemente troppo giovane perché potessero definirmi megera e troppo poco sacrilega per essere definita strega e, ad ogni modo, grazie alla mia evidente istruzione, in quanto ero capace di leggere e scrivere, godevo anche di un certo rispetto. Tornando al racconto, senza dilungarmi oltre sull'orgoglio per i miei successi personali, accadde che, un trovatello come tanti, prese la malsana abitudine di rubare e mangiare le uova del mio pollaio e io, che non avevo alcuna intenzione di incoraggiare questa brutta abitudine, gli diedi un pezzo di pane e delle uova cotte e gli dissi di tornare quando avrebbe avuto ancora fame.

Sfamane uno e ne arriveranno due, continua e arriveranno fino a che non avrai nulla più da offrire. Sono così loro, come le formiche, voraci e approfittatrici.

Pensando a quella creatura, seppur mi fosse cara, mi ero resa conto nel corso del tempo che presentava, ai miei occhi, un solo difetto. Così come io non avevo mai compreso a fondo quella creatura così quella creatura non aveva mai compreso a fondo, o aveva dimenticato, gli umani sentimenti di amore e affetto che, a volte, come nel pianto o nel riso di un bambino, non possono essere altro che spontanei e sinceri.

Il bambino quasi adolescente tornò più volte e, dando tempo al tempo, iniziò a fidarsi di me al punto da diventare parte integrante di quella che allora, quasi per scherzo, mi piaceva chiamare famiglia. La casa non era grande ma neanche tanto piccola e, con quello che guadagnavo potevo permettermi di mantenere entrambi senza problemi.

Il tempo trascorse, le stagioni si alternavano, il bambino divenne ragazzo e parte integrante della mia felicità. Lo istruii di tutto quello che sapevo, con i libri della mia libreria e quello che la creatura mi aveva donato. Non erano rari i lunghi discorsi intorno al fuoco e in lui e le sue continue domande rivedevo me stessa, i boccoli d'oro pettinati con cura e un grazioso vestitino di raso rosa, seduta nello sporco di quella cantina a interrogare nel buio gli occhi gialli di quella creatura. Era un ragazzo brillante ed ero sicura che avrebbe avuto un altrettanto luminoso futuro. Poi si ammalò.

Iniziò con una semplice febbre di stagione, lo ricordo come fosse ieri e ancora mi si riempiono gli occhi di lacrime al solo pensiero della sofferenza che ne seguì. A nulla servì nessuna erba del mio orto, la cura che vi mettevo nell'assisterlo mentre gli asciugavo la fronte bollente e ripetevo di essere forte senza ben sapere sé stessi parlando con lui o a me stessa. Avrei voluto piangere e disperarmi, pregare un dio in cui non credevo perché aiutasse il mio ragazzo, perché chiunque potesse aiutarlo, ma la verità era che non ne avevo il tempo, come avevo imparato dai racconti di quella creatura e dalle mie stesse esperienze di vita l'esistenza umana era fragile, come un filo di tela di ragno e volubile come i venti della montagna.

Spesi tutti i miei soldi in ogni medicina, sfruttai tutte le mie conoscenze e versai tutti i miei sforzi nel salvare la vita di quel ragazzo così, quando un giorno la sua febbre iniziò ad abbassarsi e lo sguardo che quegli occhi mi rimandavano indietro mi parve meno febbricitante, la mia gioia fu immensa.

Inutile dire che dopo fui io ad ammalarmi.

La mia non fu una chissà quale rara o violenta malattia come quella che colpì il mio ragazzo, fu una semplice febbre, ma io ero sempre stata debole di costituzione, se il Rosso non fosse passato per quella lavanderia probabilmente sarei morta quel fatidico inverno e inoltre, l'ansia e la preoccupazione per la malattia, che per lungo tempo aveva dimorato malvoluta nella mia casa, aveva sortito l'effetto di diminuire ancora di più il mio già esiguo peso. Ero sempre stata molto minuta, per i lavori più duri ero solita pagare qualcuno o, ora che c'era, chiedere al mio ragazzo così, quando la malattia mi colse, se sommiamo il fatto che quasi tutti i miei soldi erano finiti, mi trovò totalmente impreparata.

A nulla servì l'amore e la premura di quel ragazzo o gli sforzi e la solidarietà dei miei vicini. Nessuno in quel villaggio aveva le conoscenze o i mezzi necessari per aiutarmi e la mia mente, il più delle volte, era troppo appannata per guidare la mano di quel dolce ragazzo. Così, in uno dei miei momenti di lucidità, vedendolo si con il sorriso ma con lo sguardo e il volto scavato dalla preoccupazione e i sacrifici, semplicemente, gli dissi di lasciar perdere.

Non mi stavo arrendendo, semplicemente stavo prendendo atto della realtà dei fatti, un altro inverno era alle porte, sentivo il vento ululare oltre le imposte riportarmi indietro a ricordi lontani, non avrei permesso che il mio ragazzo passasse ciò che io avevo passato, non se potevo evitarlo, e così, ricordandogli di iniziare a mettere da parte provviste e soldi per l'inverno, lo pregai di lasciarmi andare, circondata dal calore dell'affetto e della casa con la consapevolezza che quel ragazzo, così come mi auguravo, avesse davanti una vita che lui avrebbe reso degna di essere vissuta.

Non poté trattenere le lacrime. Mentre teneva stretta la mia scheletrica mano pianse fino ad addormentarsi e anche io piansi, piansi non tanto perché dovevo morire, era un qualcosa di naturale che prima o poi sarebbe accaduto, parte intrinseca dell'umana natura, ma piansi principalmente per la consapevolezza del dolore che lasciavo in quella giovane anima.

Mi svegliai nel cuore della notte ma credetti di essere in un sogno perché, al posto del giovane ragazzo umano che piangeva per la mia futura dipartita, due inconfondibili occhi gialli, spettatori del mondo da tempi immemori, mi fissavano nel buio. Il mio cuore, già ponto a cessare il suo battito, si rianimò alimentato con il fuoco delle mie antiche speranze e con voce tremante e rauca dalla febbre, completamente incredula, sussurrai: "Sei davvero tu?"

Il largo e tagliente sorriso che tanto amavo si aprì su quel volto di una bellezza immortale contornato da quei lunghi capelli bianchi.

Si Grace, sono davvero io. Stai per morire. Ma questo già lo sai vero?

Con le lacrime agli occhi, pieni di una gioia che non avrei pensato di poter provare in una simile situazione, annuii ricambiando lo sguardo di quella creatura che, sedendosi accanto a me sul mio letto, iniziò a scostarmi i capelli umidi di sudore dalla fronte. Oh, come mi sentivo piccola davanti a lui! Fu come essere di nuovo bambina, chiusa in quella cantina, nel buio oscuro di una notte senza tempo, luna o stelle.

Oh, Grace, mia piccola, dolce e temeraria Grace. Oggi sei più bella che mai.

Detto questo mi baciò le labbra di un bacio nuovo e dolce da far invidia alle sensazioni del ricordo del primo. Non avevo molte forze e solo pochi sussurri lasciavano le mie labbra "Sei tornato..."

La creatura rise.

Io non me ne sono mai andato Grace, non ho mai lasciato il tuo fianco, che fosse mentre lavavi panni in quella sudicia lavanderia o scappassi dalla proposta di matrimonio di quell'inetto uomo. Io ero sempre lì Grace, ti osservavo, ti seguivo e ti accompagnavo. Ho ascoltato tutti i tuoi discorsi con il ragazzo, avrei voluto immettermi ma non potevo, avrei infranto la promessa. Ma ora che stai morendo Grace, ora che vai in un luogo in cui io non posso raggiungerti, dove non ho alcun potere, non posso non mostrarmi a te per dirti quanto tu mi abbia reso orgoglioso Grace. Non sai quanto ti invidio Grace, ti invidio e ti ammiro e ora che il tuo tempo è quasi finito è giunto il mio momento per rispondere a tutte le domande che prima non avresti compreso. Io ti invidio Grace, ti invidio e odio tutti quegli uomini che non sono in grado di dare un valore a questa vita come tu hai fatto, la morte è l'apoteosi della vita, il motivo stesso perché questa è preziosa, non immagini Grace, non puoi immaginare la solitudine e la disperazione del mio eterno presente, questo continuare a vagare, senza scopo e senza meta, mentre regni nascono o cadono, stagioni si succedono e anni, che dico, secoli! Scorrono. Una volta qualcuno che odiavo, che odio tutt'ora più di ogni altra cosa, qualcuno che così mi rese, mi disse che sarei stato condannato ad una lunga sofferenza per le mie azioni e che non vi sarebbe stata pena più giusta per uno come me che vivere sapendo e potendo avere tutto tranne una cosa, una sola, perché desiderare qualcosa che non avrei mai potuto avere nonostante tutto il resto sarebbe stata per me la sofferenza più grande. Chi avrebbe mai immaginato che una vita senza una morte sarebbe stata così vuota e priva di significato Grace? È un terreno che nonostante tutto rimane sterile, potrei metter fine alla guerra, alla fame ma sarebbe tutto inutile perché, anche se quella pace durasse per il tempo della vita di un uomo io sarò ancora lì quando tutte le guerre e lo schifo e l'odio che dall'uomo permea in questo mondo renderà inutili le mie gesta. Ecco perché uccido, è il modo più semplice che ho per toccare con mano ciò che non potrò mai avere Grace e questa sofferenza, questa continua brama senza fondo per un qualcosa di per me irraggiungibile, mi stanzia il cuore senza mai avere la pietà di fermarlo. Io ti ringrazio Grace, ti ringrazio e ti invidio, perché ho potuto nutrirmi della tua vita, delle tue esperienze senza che mai mi deludessi e ti invidio perché, mia bellissima e preziosa Grace, tu oggi morirai, lasciandomi solo, di nuovo, in balia di un'esistenza che senza una fine non è degna di essere chiamata vita.

Dalla porta della mia stanza avvertì un leggero rumore e quando mi voltai, distogliendo a malincuore lo sguardo da quegli occhi specchio di un tumulto di sentimenti, vidi il mio ragazzo, pallido in volto e bloccato sul posto alla vista di quella creatura che, potevo ben immaginare, nonostante la sua bellezza sembrasse un incubo proveniente dalla notte. Debolmente sorrisi e scossi la testa poi, tornando alla mia creatura che mi aveva appena donato il più personale e il più lungo nonché l'ultimo dei suoi discorsi, con le ultime forze che mi restavano gli carezzai il volto e, docilmente, egli si fece condurre un'ultima volta sulle mie labbra che a lungo lo avevano atteso. Più di ogni altra cosa mi dispiaceva lasciare a quella vita le uniche due persone che, seppur differentemente, avevo amato più di ogni altra cosa, l'uno così solo e misero nella sua maledizione e l'altro, così giovane e ignorante delle esperienze del mondo.

Quando mi staccai dalle sue labbra, così morbide rispetto alle mie, spaccate e screpolate per la malattia, queste furono le mie ultime parole:

"Tu mi hai insegnato tanto, lascia che sia io adesso a insegnarti qualcosa. Abbiate cura l'uno dell'altro, vedrai, anche lui come me non ti deluderà. Io oggi cesso di esistere ma tu non sarai solo, da quando mi conosci non lo sei mai stato, e anche se non posso darti la morte che tanto brami forse posso rendere sopportabile la tua eternità. Lo farai?"

Le forze mi abbandonavano velocemente, non potei dire neanche l'inizio di tutte le parole che, accumulatosi nel tempo, avrei voluto dirgli. La mia vita fuggiva dal mio corpo, il tempo dei lunghi discorsi era finito quando, a malapena, udii le sue ultime parole.

Io ti appartengo Grace e sempre ti apparterrò

Non so esattamente cosa quella creatura intendesse con quelle parole, credo provasse un certo gusto nelle sue enigmatiche risposte, un certo divertimento a non essere mai capito o compreso completamente ma, nonostante questo, spero ancora che abbia ascoltato e seguito quelle mie ultime parole.

Qui finisce, perché ogni cosa che abbia un valore prima o poi va incontro ad una fine, la nostra storia. La storia di una ragazza chiusa in una cantina e di una misteriosa creatura della notte la cui verità giace nel cuore della morte stessa, la storia di un immortale il quale unico vero desiderio è la morte stessa, la storia mia, di Grace, che passai dal non avere alcun interesse all'apprezzare ogni cosa e adesso che le mie forze si sono completamente esaurite e il mio copro si fa leggero, la mia vista si offusca tanto che, quegli spaventosi e bellissimi occhi gialli, mi appaiono, allo sguardo, come la morbida luce di due amate stelle. 

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