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One Shot

Sembrava essere tutto tornato alla normalità, anch'io, almeno alla parvenza, ma non era così, non mi sarei mai ripresa del tutto.
Mi rigirai nel letto e vidi la pallida luce lunare illuminare fiocamente il letto posto alla mia destra: era vuoto... e non sarebbe mai stato più occupato, fisicamente forse sì, ma non nel mio cuore, nel mio piccolo cuore frantumato...
Lei non sarebbe mai più stata lì a farmi sorridere, non saremmo mai state più punite insieme... avevamo progettato tutta la nostra vita insieme, sin dalla più tenera età, ma tutto si infranse in un secondo... in un maledetto secondo...
Mentre pensavo a questo la mia vista si offuscò  e calde lacrime mi iniziarono a rigare le guance fino agli angoli della bocca provocandomi un lieve fastidio, simile al prurito.
"Io...sto...piangendo?" sussurrai a me stessa, cercando di non farmi sentire dalle mie compagne di stanza. "Sí, sto piangendo..." mi risposi sospirando, accettando, seppur riluttante, il mio lato umano, che di rado davo a vedere. Mostrarsi in un momento simile davanti a tutti sarebbe stato uno scandalo, una vergogna ai miei occhi. La debolezza la odiavo.
L'unica che mi aveva visto in frangenti così osceni era lei, Margot. Ma lei non mi avrebbe  mai vista né più ridere e né più piangere.
Lei era la mia unica e migliore amica, forse, ora che me ne accorgo era più di un'amica, più di una sorella...
Forse era lei la mia anima gemella?
La mia mente riportò alla luce eventi che non avrei mai più voluto vedere e invece, ogni notte, mi tornavano in mente sempre tragiche e nitide nelle maggior parti delle scene, come se fossero passati pochi secondi dal fatidico evento, da quel 14 Giugno che sconvolse la mia vita e quella, forse, di altre persone...

Il 14 Giugno 1970 eravamo di nuovo riuscite a scappare dalle suore che ora gestivano il nostro orfanotrofio che ci volevano portare a messa.
-Margot, non dovremmo essere qui lo sai? Siamo già nei guai perché ieri siamo scappate, ci vuoi far buttare fuori?- chiesi alla mia compagna che mi trascinava verso l'interno del parchetto dove trovavamo spesso rifugio.
La gente che ci incrociava ci guardava con sguardi di compassione e tristezza perché avevamo indosso l'uniforme dell'orfanotrofio delle suore; io mi vergognavo a stare sotto i loro sguardi, mentre Margot sembrava non darci peso.
-Non ci scopriranno, stai tranquilla.- rispose lei con nonchalance.
Ci fermammo nel bel mezzo di un piccolo boschetto, all'ombra di un albero, Margot mi lasciò il polso e sedette.
"Oramai siamo quì, il danno è fatto, penso che siederò per qualche istante" pensai e mi poggiai per terra incrociando le gambe, Margot si sdraiò a pancia in giù e iniziò a recitare una preghierina in ebraico. Diceva che era stata sua madre a insegnargliela prima di ammalarsi e morire.
Alle volte invidiavo Margot perché lei aveva potuto conoscere sua madre e io no e questo mi logorava giorno per giorno, ma alla fine, in fondo, ero felice di aver incontrato Margot nella mia vita, anche se era la conseguenza di una spiacevole situazione.
Mentre intrecciavo una coroncina di margherite per la mia amica, sentimmo un fruscio. Inizialmente pensammo che fosse uno scoiattolo o un riccio e non demmo molto peso al rumore; fu un brutto sbaglio.
Apparve un uomo, giovane, avrà avuto sì e no una trentina d'anni, capelli neri e un po' robusto. Non lo ricordo bene, non ricordo neppure la sua voce, eppure ricordo che a prima vista sembrava una di quelle persone che non sarebbe mai riuscita a fare del male a qualcuno, magari avessi avuto ragione.
Ci salutò con un semplice "ciao", io lo salutai come mi era stato insegnato a salutare le persone più grandi e di più alto ceto sociale: capo chinp e un "buongiorno signore".
Margot lo salutò col saluto ebraico non formale "Shalom". Ci chiese se le suore sapessero che eravamo quì e se erano nei paraggi, io provai a mentire ma Margot mandò all'aria la mia menzogna perché iniziò a ridere. Lui ci offrì di riaccompagnarci all'orfanotrofio e a provare ad alleviare la sonora sgridata che avremmo dovuto ricevere una volta tornate. Ci chiese anche i nostri nomi oltre che al nome dell'orfanotrofio che si occupava di noi. Iniziai io a presentarmi, ma quando dissi il cognome, mentre già camminavamo verso l'uscita del bosco qualcosa andò storto. Dissi il mio cognome l'uomo si fermò e mi richiese il cognome, anche noi ci fermammo e ci distacammo.
-Riddle Lestrange...- sussurrai.
Qualcosa nell'espressione dell'uomo cambiò, divenne più rude; strinse i denti e strinse le mani in due pugni, per poi avvicinare la destra al pantalone ed estrarre un bastoncino di legno lungo e puntarlo verso di me pronunciando delle parole che a me risultarono senza senso ma che mi pietrificarono: ero confusa e non sapevo che fare. Vidi un lampo di luce verde venire verso di me e chiusi gli occhi, un po' per la paura e un po' per la luce accecante. Gli riaprii qualche istante dopo e vidi decine di persone che mi fissavano pietrificate. L'uomo era scomparso. Abbassai lo sguardo verso i miei piedi e con orrore vidi il corpo senza vita della mia amica. -Margot!- strillai, prima di chinarmi abbracciando forte quello che ormai non era più il caldo corpo e pieno di vita della mia amica, ma solo un cadavere freddo.
Passò una madre con il suo bambino che chiedeva cosa fosse successo indicando me e Margot, la madre scioccata prese in braccio il bambino coprendoli la vista e affrettò il passo, disse solo che non era successo niente.
Cercarono di chiedere quale fosse il mio nome e quello della mia compagna e raccimolare qualche informazione sull'orfanotrofio, ma io ero troppo sconvolta da ciò che era successo per rispondere.
Sentii la voce della Suora maggiore, uscita probabilmente per cercarci che ci chiamava e ci minacciava, la sentii anche chiedere alla folla cosa fosse successo e poi la vidi venirmi incontro, sconvolta anche lei, per chiedermi di nuovo cosa fosse successo e portarmi a "casa".
Nessuno rintracciò l'assassino e nessuno capì mai la causa del decesso, non c'era nulla che potesse essere ricondotto a un omicidio. L'unico  testimone presente nel momento dell'omicidio raccontava di aver visto un lampo verde venire contro di me e Margot mettersi in mezzo e cadere violentemente a terra, disse anche che l'uomo era scomparso pochi secondi dopo la morte della mia amica dissolvendosi nel nulla. Il caso venne archiviato per insufficienza di prove e il testimone fu dichiarato mentalmente instabile e chiuso in manicomio, non ci finii anch'io perché non dissi nulla non sapendo nulla.
Da quel momento iniziai sempre a immaginare la morte del aguzzino di Margot sempre in maniera più sadica, ogni volta più dolorosa, lenta e, col passare degli anni, realistica.
Mi sarei vendicata.
Chiudevo sempre gli occhi quando mi venivano in mente queste scene, contavo fino a tre e riaprivo gli occhi, speravo fosse tutto in un incubo e che una volta aperti gli occhi sarebbe tornato tutto alla norma.
Ma ogni volta che li riaprivo lei non c'era mai ed ero costretta a soffocate il pianto che mi bloccava il respiro e allora non mi rimaneva altro che tornare con la mente indietro nel tempo per ricordarla viva, accanto a me.
Quanto tempo ancora avrei dovuto attendere per rivederla?
Troppo.
L'avrei accorciato, ma solo dopo averla vendicata.

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