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Ich habe auf dich gewartet




«Il giorno in cui Simone se ne è andato, ho smesso di esistere

È attraverso uno schermo ricoperto da un sottile strato di polvere che incrocia il suo sguardo.

Certo, in quel momento Manuel stava fissando una videocamera in una stanza con poca luce, eppure, dopo aver rivissuto la loro storia per tutte quelle ore, Simone recepisce in maniera diversa i suoi occhi, come se gli ultimi diciassette anni non fossero mai trascorsi.

Non se ne è davvero reso conto, ma delle lacrime hanno iniziato a bagnargli le guance già da un po' — più o meno da quando l'altro ha iniziato a raccontare dell'incidente e delle conseguenze che esso ha avuto sulle loro vite.

Succede quando si ascolta una storia di cui si conosce già il finale tragico.

Ricorda con estrema chiarezza il giorno in cui se ne è andato e ha deciso di lasciarlo, con la morte nel cuore e nell'anima.

Un briciolo ha smesso di esistere anche lui.

Ricorda di aver trascorso le ultime settimane scambiandosi messaggi con Luigi, che poi sono diventati lunghi caffè e confessioni in un bar riguardo a quella situazione che era diventata insostenibile.

Ricorda pure di essersi sentito in colpa per aver mollato la presa così in fretta, ma non senza difficoltà, di aver pensato di tornare a casa due giorni dopo e di non averlo fatto per paura di stare nuovamente male.

Ricorda di essersi imposto di lasciarlo andare, sostenendo che sarebbe stato meglio per entrambi.

Perlomeno, Luigi gli ripeteva di continuo e lui gli ha finito per credergli.

«Non ho provato a chiamarlo o mandargli una lunga sfilza de messaggi perché me pareva stupido. Se n'era andando lasciandome 'n biglietto e—me sembrava de sta' a supplicà, anche se dentro de me c'avevo l'inferno. Volevo averlo davanti pe' scuoterlo e chiedergli perché, per... se pe' tutto quello che avevamo passato, io valevo soltanto un biglietto e un "mi dispiace" in un'altra lingua.»

Nel video, Manuel si passa una mano sul volto. I suoi occhi si sono fatti lucidi e neppure tenta di nasconderlo.

«Però qualche anno dopo, so' annato a cercarlo. Conoscevo i suoi posti preferiti, ovviamente» sottolinea l'ultima parola mentre un sorriso si dispiega sulle sue labbra, un gesto amato, pregno di malinconia. «Era in 'sta caffetteria coi tavolini verde menta. Ce stava 'n ragazzo co' lui, non sapevo chi fosse, però sorrideva. Simone sorrideva, senza di me e—co' me non sorrideva da un po'. Ho pensato de avvicinarme, de parlarce, però il suo sorriso m'ha fermato e... avevo ancora troppo dolore addosso per riportarlo a fondo co' me. Forse lui mi ha visto, forse no, non me lo so' chiesto perché avevo paura della risposta.»

La medesima piega positiva appare sulle labbra di colui che sta parlando, costellata da un rimpianto che lo ha dilaniato e continua a farlo.

Si passa una mano sul volto e cerca di ricomporsi.

Simone ha gli occhi puntati sul video e lo guarda esattamente come se non fosse passato un giorno: con tutto l'amore del mondo.

Come soltanto due anime gemelle possono fare.

Anche se, in quel momento, spazio e tempo li separano.

«Lui ha lasciato me e dopo io l'ho lasciato andare,» continua Manuel «non che lo volessi, io—non l'avevo manco mai preso in considerazione, ma ho dovuto farlo.»

Tira su col naso e si stringe nelle spalle. «Ho registrato queste cassette perché volevo che tu sapessi certe cose di me» dice ancora «che probabilmente non c'avró mai il coraggio de dì a voce alta e non è perché me vergogno, è che quando ce penso, muoio un po' pe' volta.»

In maniera inconscia, Simone si è avvicinato di più al televisore.

Preme il pulsante pausa al videolettore.

L'immagine sullo schermo viene fermata mentre Manuel sta fissando l'obiettivo e sorride appena, ha gli occhi assottigliati e ci sono tante piccole, minuscole linee d'espressione attorno ad essi.

È bello.

Il tempo è passato, lo ha distrutto, divorato e fatto a pezzi, eppure per Simone rimane bellissimo — a sedici anni, trenta o quaranta.

Allunga una mano in un gesto inconscio che lo porta ad agire come se l'altro fosse per davvero davanti a sé — come se il tempo si fosse fermato in tale istante, lo spazio gli avesse fatto un favore e li portasse a guardarsi veramente in faccia.

Sono molte le cose che si è costretto a dimenticare, particolari che sono tornati alla sua mente ascoltando quel racconto quasi ne fosse soltanto spettatore e non protagonista.

Ha obbligato la propria mente a non focalizzarsi sul passato così da renderlo più facile da scordare, considerandolo appartenente ad un'altra persona, estraneo, e un po' è stato davvero così.

Ci ha impiegato anni.

Diciassette, poiché i primi trascorsi senza di lui non è riuscito a farlo: si è logorato nell'idea di tornare indietro, di rientrare nel loro appartamento, di abitare la loro casa.

Una lotta continua tra cuore e mente, misto di spirito di autoconservazione.

Poi, d'improvviso, ha premuto un tasto dentro alla propria testa, reset, diciassette anni prima, quando gli è parso di vederlo fuori dalla vetrina di un bar e ha pensato che la mente gli giocava strani scherzi.

Sì, ti avevo visto.

Dei dettagli relativi agli eventi si è dimenticato – ha dovuto.

Del volto di Manuel, di ogni sua minuscola e insignificante sfumatura, no.

Se glielo chiedessero, sarebbe capace di disegnare il suo viso ad occhi chiusi.

È lo stesso che accarezza attraverso lo schermo.

Pare stupido ed illogico, privo di ogni senso.

Quel tocco avrebbe dovuto avvenire anni prima.

Magari in universo parallelo è successo.

Magari lì è rimasto invece di scappare come un vigliacco.

Magari non ho passato anni a cercare di dimenticarti, quando vivi dentro le mie ossa.

Preme il tasto play e il nastro ricomincia a girare.

«Tu porti il nome di una delle persone più importanti della vita mia, quella che m'ha aiutato a capire me stesso anche se non ce semo mai incontrati, pe' 'n motivo o pe' n'artro. Non c'ho manco dovuto pensà più de tanto e sei—sei l'unica cosa bella che ho mai fatto» il sorriso di Manuel si fa appena più spigliato.

Guardandolo, Simone fa lo stesso — per mezzo secondo si fa travolgere dal medesimo spiraglio di felicità.

Quello è uno dei dettagli che aveva rimosso: Emma e quell'incontro mai avvenuto, e si sente persino stupido per aver dimenticato qualcosa che era stato così importante all'epoca.

«E devi sape' che... sei nata dall'amore» Manuel aggiunge «amo tua madre, davvero, lei c'è stata pe' me quando ogni cosa stava a cade' a pezzi, però è un diverso tipo d'amore, il nostro, perché per quanto abbia un pezzo del cuore mio, non ha la mia anima.»

Si tocca il petto.

La mano permane nell'esatto centro del suo torace, ne percepisce di sicuro i battiti contro lo sterno. Fissa ancora una volta in camera.

Probabilmente, pensa Simone, stava immaginando lui.

Perlomeno, una parte di sé lo spera quasi.

«Quella appartiene a qualcun altro perché anche se le cose non so' annate come volevamo, anche se–se tutto ci si è messo contro... er destino, 'e scelte sbagliate, 'n pessimo tempismo. Nonostante tutto questo...» Manuel ha gli occhi lucidi. Guarda l'obiettivo con intensità e forse per davvero sta visualizzando qualcuno e gli sta parlando – e non si tratta della figlia.

«Simone Balestra era, è e sempre sarà l'amore della mia vita» soffia «quello che possiede l'intera mia anima, non solo un pezzo e io questa cosa non posso e non voglio negarla o dimenticarla.»

Simone si sente colpito nel medesimo punto dal quale la mano dell'altro non si è spostata: al petto, come una freccia che gli lacera muscoli e gli rompe le ossa – che lui, al contrario, ha fatto di tutto per dimenticare.

Col senno di poi, non è nemmeno servito se sono bastate delle cassette, il suo viso e la sua voce per riportare ogni minima cosa a galla.

«Mentre vado avanti, faccio 'e cose mie, vivo, lavoro, organizzo 'e feste di Natale, le vacanze e il compleanno tuo, spero sempre un giorno Simone se presenti alla porta, che me sorrida e che... che torni e basta perché io lo aspetto e lo aspetterò sempre, in questo universo e tutti quelli che esistono.»

Lo schermo diventa nero in quel preciso istante, lasciando colui che sta guardando disarmato, inerme, a pezzi così come lo è stato quel giorno in cui si è chiuso una porta alle spalle, dopo aver tirato a lucido tutto l'appartamento, lasciando indietro Manuel e l'odore di vaniglia.

A volte, quel profumo lo recepisce ancora.

«Ciao, Simone.»

È una voce femminile che sopraggiunge poco dopo.

Simone strizza le palpebre per scacciare le lacrime che inevitabilmente sono sopraggiungono. Si trova davanti un nuovo viso, dai tratti delicati — gli occhi color nocciola, i capelli ricci e scuri.

Assomiglia tanto a lui.

«Io sono Emma, è un piacere conoscerti. Oddio, è un po' strano perché in realtà non ti ho davanti, ma dai racconti di mio padre, è come se potessi vedere la tua faccia in qualche modo.»

La ragazza ride, un po' nervosa, e si porta una ciocca di capelli dietro ad un orecchio.

«Quest'anno compio diciassette anni, che è l'età che aveva mio padre quando ti ha conosciuto» scrolla le spalle. «Sembra così assurdo. Probabilmente non dovevo vedere adesso queste cassette, probabilmente avrebbero dovuto essere un suo lascito tra qualche tempo, non lo so. Però... qualche mese fa è successa una cosa.»

Fa una breve pausa e Simone si ritrova a trattenere il respiro, mettendo in considerazione il peggio.

«Mio padre ha avuto un ictus. Per fortuna è stato preso in tempo ed ora è in fase di recupero.»

Okay, può respirare di nuovo.

«Però in quel momento, in un letto d'ospedale mentre lottava tra la vita e la morte, mi ha detto di queste cassette, di trovarle e che erano importanti. Pensavo fosse il delirio di un matto finché non le ho guardate tutte in una sera.»

La ragazza smette di parlare ancora e abbassa lo sguardo.

«Non credo avesse paura di andarsene il giorno in cui me l'ha detto, piuttosto era come se... insomma, voleva che io sapessi se mai fosse successo il peggio, non lo so. Quando avevo undici anni, mia madre è morta d'improvviso, ci siamo trovati io e lui da soli. È stata dura, certo, ma non mi ha mai fatto mancare nulla, di materiale e non. E poi ci sono la nonna, il nonno e zia Viola. Ci sono tutte queste persone e–credo volesse che io conoscessi anche te e il vostro amore che non se n'è mai andato.»

Emma ride, stavolta con appena più entusiasmo, seppur misto di una strana malinconia.

Assomiglia un sacco al suono che faceva quella di Manuel, pensa Simone.

«Io credo che mio padre ti stia ancora aspettando» sussurra la ragazza. «Da come ha parlato di te in questi nastri, dalla disperazione che gli ho visto negli occhi quel giorno in cui mi ha detto di cercarli, non ha mai smesso.» Tira su col naso, però non piange, i suoi occhi non sono nemmeno lucidi.

Rimane seria in viso, determinata.

«In fondo alla scatola c'è il nostro indirizzo. Non chiedermi come ho trovato il tuo, sono segreti del mestiere» fa una smorfia con la bocca. «Magari sto parlando a vuoto, magari avrai buttato il pacco non appena lo hai ricevuto, ma–se sei arrivato fino a qui, io... spero davvero farai la cosa giusta. Quella che ti dice il cuore, no?»

Simone resta immobile intanto che Emma si alza in piedi, si avvicina alla camera e la spegne. Lo schermo torna nero e il nastro finisce.


***


Simone torna a casa di sera, con un senso di nausea addosso che va ad aumentare alla vista delle tende gialle in salotto.

Prova a ignorarle, camminando ricurvo verso la cucina laddove trova già Luigi ai fornelli, intento a cucinare del pollo al curry con le zucchine.

«Oh, eccoti!» esclama quest'ultimo, accogliendolo con un sorriso. «Ma dov'eri finito?»

L'altro tergiversa. C'è una parte di lui che non vorrebbe dire niente, la stessa che è confusa, allo sbaraglio.

Così sospira e comincia a torturarsi le mani.

«Ero alla vecchia casa di mio padre» borbotta.

«Sì? L'ha presa qualcuno in 'sti giorni?»

«No,» scuote il capo «sono andato per—ti ricordi le cassette dell'altro giorno?»

«Mh-m.»

«Beh, uhm... ce l'aveva davvero il lettore.»

«Non avevo dubbi» commenta Luigi, ridacchiando. Assaggia quella che sarà la loro cena, manca del sale e lo aggiunge. «Cos'era? Uno scherzo dei ragazzi dell'università, alla fine?»

«Niente del genere.»

«E chi te le ha mandate, allora?»

«Manuel.»

Pronunciare quel nome dopo tanto — troppo — tempo ha un effetto devastante su Simone, che quasi si sente mancare l'aria, è a corto di fiato come se avesse appena disinnescato una bomba, ma ancora si aspettasse lo scoppio.

Luigi mantiene un cucchiaio di legno in mano che appoggia sul bordo della padella.

C'è un silenzio surreale in quella cucina moderna, interrotto soltanto dallo sfrigolio del pollo sul fuoco.

«Che vuole ancora da te quello?» è acido il tono della sua voce.

«Nulla, cioè—c'è lui nelle cassette, però tecnicamente le ha spedite la figlia e...»

«Ha avuto pure il coraggio di riprodursi?» lo interrompe e, nervoso, riprende a mescolare la cena con davvero poca attenzione.

Simone si morde piano il labbro inferiore. Al compagno, l'uomo con cui sta ora, che c'è stato pure quando se ne è andato di casa, ha raccontato la parte peggiore della storia precedente, quella che, a conti fatti, gli vive dentro in modo inesorabile.

La parte bella è sempre stata custodita altrove, quasi fosse troppo preziosa ed importante per affidarla a qualcun di diverso ed estraneo.

«Quindi perché la figlia di quello t'ha spedito 'ste cassette?» incalza Luigi. Il tono della sua voce si fa appena più nervoso.

Simone vorrebbe avere una risposta di comodo, qualcosa di differente dal perché mi sta aspettando — non converrebbe a nessuno di loro due, non in quel momento.

Allora, si limita a scrollare le spalle e a borbottare un «Non ne ho idea» che lascia morire la conversazione su tale argomento.








Ma se un discorso pronunciato ad alta voce può essere messo a tacere, i pensieri che affollano la testa di Simone continuano a tormentarlo, durante quella notte, durante le tre, quattro, sette successive.

Ogni volta che chiude gli occhi, rivive ogni minuscolo istante trascorso con Manuel, dagli attimi più belli a quelli meno belli, alle loro risate, ai pianti, alle incomprensioni, al loro sapersi parlare soltanto con gli sguardi.

Al modo in cui lui lo toccava che non è mai stato uguale a quello di Luigi, alle cose che sentiva con lui che non ha mai provato dopo.

Che è vero che il primo amore non si scorda mai, figurarsi se esso coincide con Manuel Ferro.

Ci ha messo anni a cercare di dimenticare persino il suo nome, dopo un po' ha creduto di esserci riuscito, ma è bastato rivedere il suo volto in un video per capire che non è mai andato davvero avanti, che si è trasformato in una versione grezza e scorbutica di sé stesso, provando a vivere senza di lui e non ha avuto successo.

Una volta ha lasciato che il dolore li consumasse e cancellasse.

Non può permetterlo di nuovo.

La mattina dell'ottavo giorno, Simone si ritrova di nuovo al volante della propria auto, litigando col navigatore e sbagliando strada per raggiungere un indirizzo scritto su un pezzo di carta logoro.

La meta coincide con una zona periferica di Roma nella quale poche volte è stato, costellata da palazzi tutti uguali dalla muratura beige chiaro; persino i portoni paiono fatti con lo stampino e fatica a trovare il civico corretto.

Ci impiega dodici minuti totali a raccapezzarsi.

Numero 23.

Sul citofono, cerca il suo nome.

Trova una targhetta color oro con la scritta in bordeaux che riporta Ferro in maiuscolo. Le dita gli tremano un briciolo quando preme il pulsante e suona.

Trattiene il respiro fino a quando una voce femminile chiede: «Chi è?»

Si sente stupido. Gli pare ridicolo presentarsi in quel momento, tanto che ha l'impulso di fuggire via.

Lo hai già fatto.

Resta.

Strizza forte le palpebre.

«Sono Simone. Simone Balestra.»


***


L'appartamento si trova al primo piano. C'è l'ascensore, dalla cabina ampia, con le porte di metallo scorrevoli, ma Simone opta per le scale.

Sale le due rampe che conducono al pianerottolo indicato con il respiro smorzato, il cuore che gli batte talmente forte che teme di avere un infarto.

Tiene il capo basso. Lo solleva soltanto quando rischia di inciampare sull'ultimo gradino.

Alza lo sguardo: Emma è ferma sulla soglia della porta, l'espressione neutra, tiene una mano sul pomello della porta blindata.

Simone si irrigidisce e, di nuovo, prova l'impulso di andar via. Mentalmente, si dà del codardo. Poi prosegue.

Non ha idea di cosa potrebbe mai dire alla figlia dell'amore della sua vita. Un banale "ciao" gli sembra fuori luogo.

Pianta gli incisivi nel labbro inferiore.

«Ciao» è la ragazza a interrompere il silenzio. Le sue labbra si dispiegano in un mesto sorriso, mentre si scansa per invitarlo ad entrare.

L'interno della casa è asettico — pochi mobili, spazi sgombri, probabilmente per avere più libertà di movimento; ciò che non manca sono i quadri di ogni genere appesi alle pareti.

Simone segue Emma in religioso silenzio, attraversa un lungo corridoio che conduce ad una cucina dalle pareti color ocra, un tavolo a penisola e i fornelli a induzione.

«Gradisci un caffè?» propone lei.

«Uhm—no, no, ti ringrazio.»

«Un tè, magari?»

«Come sta?» Simone va dritto al punto, il che è ridicolo, considerando che di tempo ne ha perso — e pure parecchio — e adesso quasi ha fretta.

La ragazza lo fissa, per nulla turbata. In effetti, senza risposta alcuna, comincia a preparare una tazza di caffè per sé con l'ausilio di una macchinetta con le capsule. «Non pensavo venissi» dice, intanto, non rivolgendogli più l'attenzione, piuttosto ponendola sui gesti che compie. «Ho spedito quelle cassette pensando di gettarle al vento, in qualche modo, e sono stata pure un po' stupida perché non ne ho fatta una copia, ma... chi usa i nastri, ormai? Io nemmeno sapevo della loro esistenza.»

Simone è distante qualche metro da colei che sta parlando e non comprende il motivo per cui stia tergiversando in quel modo, stia evidentemente perdendo tempo. Per un breve istante, lo attanaglia un pensiero infausto — di aver fatto tardi, di aver aspettato sette inutili giorni, di...

«Come sta?» domanda, ancora.

Emma mette due cucchiaini di zucchero di canna nella sua tazza di ceramica colma della bevanda calda. «Perché sei venuto?» ribalta il quesito. «Per sensi di colpa? Per pulirti la coscienza?»

«Mi hai detto di seguire il cuore» è la risposta più sincera che lui riesce a trovare. Stringe i pugni lungo i fianchi. Gli sembra una persona diversa da quella che ha scorso alla fine delle cassette, più dura, meno docile e comprensiva; del resto, non crede neppure di meritarla, la comprensione.

«Il mio cuore mi ha urlato addosso per anni,» prosegue «e io ho finto di essere sordo pur di non sentirlo. Allora, forse, si è stancato e, col tempo, è diventato un lieve sussurro, finché non ho sentito più nulla. Però, c'è sempre stato, in qualche modo.»

Fa una breve pausa. Se si guarda intorno, quella casa non sembra appartenere a Manuel: c'è troppo vuoto, eccessivo odore di disinfettante.

«Se sono qui è perché—magari tu l'hai risvegliato e ha ricominciato a urlarmi di muovermi, di... fare qualcosa.»

Resta ancora fermo.

A muoversi, piano, a passi lenti, è Emma, che avanza nella sua direzione. Si ferma davanti a lui. È seria, ancora, determinata – come Manuel, del resto.

«È di là in salotto» replica, finalmente. «Sta... bene, più o meno. È in fase di ripresa, quindi non se la passa proprio alla grande, però è vivo.»

Incrocia le braccia al petto. «Se ti faccio entrare, se lo vedi, dopo non puoi più scappare» lo avverte «perché non ti permetto di abbandonarlo di nuovo.»

A Simone viene da sorridere di fronte ad una simile determinazione perché gli ricorda... sì, per l'ennesima volta, gli ricorda lui.

«Non vado da nessuna parte» sussurra.

Per la prima volta dopo tanto, a tale affermazione ci crede sul serio.

Quando raggiunge il salotto, trattiene di nuovo il respiro, stavolta come se si preparasse ad una lunga apnea.

Vede Manuel da dietro, seduto sul divano di tessuto grigio, davanti ad una televisione a schermo piatto, accesa; c'è un talk show a quell'ora di pomeriggio, ma il volume è basso e dubita che l'altro stia davvero seguendo il programma.

Accanto a lui, nota la sedia rotelle con lo schienale blu. C'è una luce soffusa nella stanza, proveniente da una lampada alta posta in un angolo.

Muove passi lenti, cerca di non far scricchiolare troppo il parquet, quasi non volesse render nota la propria presenza, perlomeno non subito.

Se cercare una frase d'introduzione con Emma è stato difficile, farlo con lui equivale ad una tortura, una discesa negli Inferi con la pelle già scottata.

Il peso sul petto è così grande che neppure riesce a guardarlo per davvero, non in viso. Punta gli occhi sul televisore e i colori troppo accesi, intanto che si siede sui cuscini ampi e grigi e un briciolo sprofonda.

Trema, è inevitabile.

Però non si volta, continua ad osservare quel talk show stupido come fosse davvero il suo genere di intrattenimento.

L'espressione di Manuel è persa nel vuoto, a fissare un punto che non coincide con il televisore, né con il quadro blu e giallo che spicca sulla parete subito dietro. Tuttavia, a causa del peso che percepisce al proprio fianco, prova a voltarsi in tale direzione.

Simone non può vederlo.

Non può scorgere i tratti del suo viso invecchiati rispetto a quanto apparso nei nastri guardati giorni prima, i capelli grigi, le linee d'espressione marcate attorno alla bocca.

Non può farlo, ma è abbastanza sicuro che sia, comunque - sempre - bellissimo e non sarebbe una novità.

Manuel gli rivolge soltanto un'occhiata, una sola, per accertarsi di non star sognando poiché quella stessa identica scena si è ripetuta nella sua testa miliardi di volte; ha sognato per anni che il compagno tornasse, fino a consumarla quella fantasia.

Si rende conto che è reale soltanto perché, nei sogni, sono entrambi giovani e non rotti.

Invece ora sono vecchi e distrutti.

Il suo sguardo torna sullo schermo piatto.

«Ich habe auf dich gewartet» sussurra.

La pronuncia non è ottima, probabilmente scorretta, ma ha la scusa di non aver utilizzato mai più una lingua diversa dall'italiano da anni.

Simone ode la sua voce.

È la prima cosa che si dimentica, di solito, di una persona. In quel momento, però, suona come se non avesse mai smesso di sentirla, come se avesse raggiunto le sue orecchie ogni giorno, ogni secondo della propria vita.

Come avrebbe dovuto essere in principio.

Si stringe nelle spalle, manda giù a fatica della saliva che quasi gli impedisce di respirare. Non distoglie l'attenzione Simone dalla televisione.

«Scusa il ritardo» soffia. Lo fa senza utilizzare il tedesco, il francese, l'inglese, lo fa con la voce che gli si spezza in gola e gli occhi che gli pizzicano.

Ha lasciato una mano appoggiata sulla propria coscia ed è la stessa che viene sfiorata dai polpastrelli di Manuel.

Si sfiorano senza guardarsi per dei secondi che paiono eterni — che poi, dopo anni di separazione, ogni minuscolo attimo lo è.

Simone abbassa il capo per poter osservare quel gesto e gli viene naturale, poco dopo, far intrecciare le loro dita.

Ancora senza vedersi in viso, Manuel si accascia su di un lato e posa la testa sulla sua spalla.

In un salotto di una casa che non è la loro, si ritrovano a contatto, in un tempo diverso, con anni in più addosso, ma è facile immaginarli in un differente spazio, un universo alternativo, dove sono ancora due ragazzini, due persone che non hanno permesso al peso della vita di schiacciarli, al dolore di annientarli, alla noia della quotidianità di opprimerli.

Non si sono lasciati consumare dalla sofferenza, dall'incomprensione.

Anche se è soltanto una fantasia, nella mente di entrambi si apre il medesimo scenario: un luogo dove non si sono lasciati andare, dove insieme si alzano da quel divano, scrutano uno il viso dell'altro, privo di rughe e affanni; si sorridono, si accarezzano, si baciano.

Ritrovano la rispettiva metà mancante, ricompongono i pezzi di un universo che hanno distrutto e che ora torna a girare nel giusto senso.

Come quando stelle e pianeti si allineano.

Ci sono alcuni legami che possono allentarsi, tenere due individui separati quando non è il loro momento, per poi ricongiungerli al cospetto di quello giusto.

Rimangono attaccati ad un filo sottile, combattendo i giorni, i mesi e gli anni che trascorrono inesorabili.

Ma, alla fine, si torna lì, al punto di partenza.

Dove uno torna e l'altro aspetta.

In tutti gli universi dove il grigio cessa di esistere.

***
[Note autore:
Innanzitutto chiedo scusa per il ritardo e ringrazio per la pazienza di chi legge ancora.
Parto col dire che questa storia è nata in maniera diversa nella mia testa e mi sono accorta, scrivendola, che probabilmente era troppo pretenziosa per le mie capacità e non credo di essere stata in grado di trasmettere ciò che volevo.
Forse mi sono un po' persa per strada o forse la mia creatività si è spenta.
Non so, sto attraversando un periodo dove ogni cosa che scrivo mi pare priva di senso, però mi dispiaceva lasciare questa storia incompleta.
Per cui, spero vi possa piacere comunque, anche se sono consapevole che va revisionata e credo ci sia qualche incongruenza qui e là poiché l'ho scritta in tempi troppo dilatati, a volte scordandomi di ciò che c'era prima - spero non troppo.

Grazie ancora e alla prossima (forse)
Un bacio.

Lilith.]

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