CASSETTA 7
11 giugno 2025
Per comprare un biglietto del treno con destinazione Torino ha attinto ad una grande somma dei propri risparmi, ma la disperazione di andar via da Roma era talmente grande che avrebbe chiesto denaro persino a suo padre, cosa che non fa mai.
Non è nemmeno passato a salutarlo - né lui, Anita o Viola.
Manuel ha raccattato le proprie cose ed è partito.
Semplice, rapido, di sicuro non indolore.
Durante quel viaggio, ha infilato le cuffie nelle orecchie, sperando che la musica potesse stordirlo al punto di smettere di pensare.
Ha funzionato poco: la sua mente è ingarbugliata, continua a tornare sulla discussione con Simone, sulla loro rottura, su una mancanza di fiducia stupida da condurlo ad una vendetta subdola e infantile.
Forse questa è la parte peggiore, il resto è stato secondario.
Quando rientra all'appartamento nel capoluogo piemontese, crede di riprendere fiato.
Si sbaglia, dal momento che lì, in cucina, trova Melania con una ciotola di gelato in mano - nocciola e pistacchio - il destino si diverte a prenderlo per il culo.
La ragazza gli chiede semplicemente «Come va?» e a lui pare di impazzire.
Trema il suo petto, le sue gambe.
Molla la valigia in mezzo al corridoio e corre in direzione della propria camera, nella quale si chiude, però non gira la chiave nella toppa.
Non ci sono più le canzoni delle sue mille playlist a frastornarlo e distrarlo ed è allora che crolla in ginocchio sul pavimento.
Si apre una voragine nello stomaco, gli fa male qualsiasi cosa.
Tutto ciò che ha trattenuto durante le ore di treno e quelle prima della partenza, torna a galla prepotente.
Lo distrugge, lo annienta.
Delle lacrime gli rigano le guance. Sente il loro sapore in bocca, ma non si premura di asciugarle.
Non ricorda di essersi mai sentito in quel modo dopo una relazione finita e ne ha avute parecchie.
È passato da una ragazza all'altra in passato, tuttavia non c'è mai stato così male. Si è un briciolo dispiaciuto, a volte infastidito, nulla di più.
Niente dolore acuto, niente anima dilaniata, ridotta a brandelli.
Magari, prima, non ha mai avuto il cuore spezzato come ce l'ha ora.
Non è mai stato innamorato come lo è di Simone.
Lo è?
Lo era?
Ah, terribile, amore.
Povero, amore.
«Manuel?»
Ha il fiatone quando la voce di Melania raggiunge le sue orecchie. Strizza le palpebre. Da tale posizione non riesce a vederla ed è meglio così - immagina sia ferma sulla soglia della porta.
Si passa una mano sul volto. «T'ho detto che devi bussa'» biascica, fiacco.
«Non hai chiuso la porta a chiave, non...»
Il tono che lei utilizza è più calmo e pacato rispetto al solito, pungente, sarcastico e strafottente. Sembra addirittura preoccupata ed è strano osservare quel comportamento. «Stai bene?»
«No, chiaramente» bofonchia Manuel. Rilascia un sospiro. «Puoi uscire, per piacere?»
Non è un invito che viene colto: infatti, Melania avanza e fa ingresso nella stanza, stringendosi nelle spalle. «Vuoi parlarne?» sussurra «Cosmo sarebbe più bravo in questi casi, ma visto che non c'è...»
A Manuel viene da ridere, con fare isterico. «Meglio di no, t'assicuro» scuote il capo.
«D'accordo.»
«Tanto me l'hai tirata abbastanza pure così.»
Melania è sul serio in procinto di andar via come suggerito, però è sufficiente quella frase a farla rimanere. Incrocia le braccia al petto e fa cenno di no con la testa. Comprende con facilità le motivazioni per le quali il coinquilino è distrutto, non c'è bisogno di chiedere null'altro.
«Era per giocare, non...» mormora. «mica volevo ti riducessi in questo stato per davvero.»
Manuel osa rivolgerle lo sguardo soltanto allora, fregandosene degli occhi rossi e gonfi.
«Ma per favore» borbotta.
«Sono seria» attesta lei «magari a volte risultavo fastidiosa, ma è sempre stato–bello il modo in cui difendevi la tua relazione, sicuro di poter superare tutto e...»
«Sei mejo quando spari stronzate che quando tenti de consola' qualcuno» Manuel la blocca subito: Melania è l'ultima persona al mondo che vuole vedere, specialmente in quel momento.
«Puoi uscire, per favore?» ribadisce.
La ragazza indugia ancora per un breve istante. Schiude le labbra con l'intento di aggiungere qualcosa. Alla fine, desiste e accontenta la richiesta sopraggiunta.
Lascia Manuel da solo, immerso in un dolore troppo grande che lo sta devastando.
***
13 giugno 2025
"Non so, Manu, a me sembra una cosa assurda. Per quel che mi hai raccontato, Simone non è quel tipo di persona e poi ti ha sempre difeso, no? Contro tutto e tutti. Secondo me potete risolverla. Lo so che adesso sei ferito e non vedi chiaramente le cose, però, davvero... Ho vissuto la vostra storia dagli inizi, è come se fosse un po' mia e sarebbe un peccato buttare tutto all'aria per un'incomprensione. Prova a parlargli, dirgli quanto e come ti ha ferito. Lui capirà, di sicuro. Magari non ora, magari quando ti sarai calmato. Fammi sapere, okay? E non ti preoccupare per me, troveremo un altro giorno e posto e potrò abbracciarti come ci siamo promessi. Un bacio."
Sdraiato sul suo letto ad una piazza e mezza, Manuel finisce di ascoltare il messaggio vocale da parte di Emma e non ha idea di come risponderle.
Sono passati tre giorni, dovrebbe aver recuperato un briciolo di lucidità riguardo a ciò che è successo.
Dovrebbe, invece è peggio di prima.
È sfinito, crede di non avere più lacrime in corpo.
Non ha mai pianto così tanto e a lungo, credeva di non esserne capace.
Simone gli ha scritto, lo ha chiamato, più volte.
Manuel, alla fine, ha bloccato il suo numero per impedire continuasse. Non ce la farebbe, non riuscirebbe a sostenere una conversazione con lui o a guardarlo in faccia.
Risponde a Emma con l'emoji di un cuore bianco e nulla più. Gli dispiace non essere più eloquente, con lei soprattutto.
Ha le parole bloccate in gola, nello stomaco, ovunque.
Abbandona il telefono tra le lenzuola.
Ci sono quasi quaranta gradi. È tutto sudato, la t-shirt di cotone gli si è incollata addosso e il ventilatore sposta aria calda.
«Posso entrare?»
La voce di Cosmo giunge alle sue orecchie. Da tale posizione non riesce a vedere il coinquilino fermo sulla soglia della porta, con in mano una confezione a tre gusti di gelato e due cucchiaini.
Manuel mugola qualcosa di incomprensibile in risposta. Dovrebbe assomigliare ad un no, vattene, ma ovviamente ciò non viene inteso: Cosmo entra nella stanza e si siede sul bordo del materasso.
Solo a tal punto l'altro ragazzo rientra nel suo campo visivo, seppur un briciolo sfocato. «Cosmo, davvero—mi lasci stare?» mugola Manuel. Si copre il viso con una mano.
Cosmo non ha alcuna intenzione di andarsene. «Dai, mangiamoci 'sto gelato» esclama e gli porge un cucchiaino.
«Non ho fame.»
«Il gelato mica si mangia perché si ha fame, si mangia perché è buono.»
Manuel vorrebbe davvero che il coinquilino se ne andasse, ma ha imparato a conoscerlo abbastanza da sapere che non lo farà e resterà immobile a costo di far sciogliere quel benedetto gelato.
Non vuole rischiare che ciò accada, per cui, a fatica, si mette a sedere a gambe incrociate, con la schiena premuta contro il muro, e sbuffa.
Di riflesso, Cosmo sorride e gli porge un cucchiaino che viene afferrato nell'immediato. Toglie il coperchio alla confezione di plastica: i gusti prescelti sono fragola, fiordilatte e cacao.
C'è un attimo di silenzio durante il quale entrambi raccattano con la posata un po' del gelato e lo ficcano in bocca.
«Gli hai risposto?» domanda Cosmo ad un tratto.
Manuel gli ha raccontato quel che è successo, biascicando e singhiozzando, in un monologo travagliato e a tratti incomprensibile. Non è stata nemmeno sua intenzione farlo, ma si è ubriacato con il vino nel tetrapak che avevano in dispensa - una sbronza per nulla allegra della quale si porta dietro i postumi che sono pochi e tenui, a dire il vero, gli hanno lasciato soltanto un gran cerchio alla testa.
«L'ho bloccato» replica, sintetico.
«Manuel...»
«Se ce parlo, rischio de dì cose di cui potrei pentirmi. È meglio evitare.»
«E se non ci parli, non risolvi la situazione.»
«Non ce sta nulla da risolvere» tiene lo sguardo basso, a fissare il cucchiaino sporco di gelato alla fragola «è finita e basta.»
«Vabbè, ma mica c'è andato con quello. Dai, non ci credo lo abbia fatto.»
«Non m'interessa nemmeno se c'è andato, non è quello il punto.»
«E qual è?»
«Che l'ha fatto pe' ripicca, s'è comportato come un bambino, è—io non gli hai dato nessun motivo pe' non fidarse de me e non è servito.»
Cosmo ascolta e annuisce. Sospira e mette in bocca altro gelato, al cacao. «Beh, sicuro ha fatto 'na cazzata,» esclama «ma tu vuoi che tutto finisca per 'na cazzata? Voglio dire, tu non ne hai mai fatte?»
Sì, ne ha fatte.
Se Manuel ci ragiona, in passato ha compiuto una marea di errori, in particolar modo con Simone.
Ricorda come lo ha respinto dopo il bacio sul terrazzo, come lo ha evitato e trattato male nei giorni successivi.
È stato crudele per certi versi, non può negarlo.
A volte la paura conduce a gesti e parole inenarrabili, ciò che si va e si dice per terribile istinto e primordiale terrore.
«Sì, ma...» borbotta «era diverso.»
Differente poiché non aveva ancora capito sé stesso e quasi sente d'aver avuto diritto a comportarsi male.
Quasi.
«Sarà stato diverso, però immagino lui te le abbia perdonate. Se avesse fatto come stai facendo tu ora, magari non sareste nemmeno mai stati insieme.»
In un certo senso, se fosse appena più lucido, concorderebbe con lui e in modo razionale lo sa persino che è così, che potrebbe passarci sopra.
Col tempo, certo.
Il punto è che non ci riesce, si sente ferito, come se niente potesse fermare l'emorragia che lo sta prosciugando.
Scuote il capo.
«Non lo so, non...»
«Dammi retta, non sprecare questa cosa. Per quel poco che ho visto, te quando parli di Simone c'hai una luce negli occhi che in pochi possiedono. Io vorrei averla, tanto, tantissimo» Cosmo accenna una risata un briciolo nervosa «invece becco tipi che vogliono divertirsi, mi usano e poi scompaiono di continuo. Se avessi qualcosa di anche solo lontanamente simile a ciò che avete voi, me la terrei stretta e lotterei con le unghie e con i denti per non perderla.»
Manuel sa ben poco di lui: Cosmo gli racconta spesso dei suoi appuntamenti con ragazzi incontrati su Grindr, storie di una notte, passeggere, e soltanto un paio di relazioni passate un po' più durature; in ogni narrazione, comunque, il coinquilino ha sempre mantenuto un tono scherzoso, pur raccontando di eventi traumatici dal punto di vista esterno.
Da ciò, ha capito che l'altro ragazzo è ben diverso dal prototipo di persona forte, perennemente allegro e senza problemi che vuole mostrare all'apparenza - nasconde un aspetto profondo e fragile che, a quel punto, vorrebbe conoscere di più.
Si morde piano il labbro inferiore. Schiude le labbra per poter rispondere, dire qualcosa a riguardo, ma il suono del campanello lo precede.
Cosmo alza gli occhi al cielo. «Questa è Melania che s'è scordata di nuovo le chiavi» esclama. Molla il contenitore del gelato sulle gambe di Manuel e si alza per andare ad aprire.
Quest'ultimo rimane fermo, con la risposta sulla punta della lingua. Direbbe che vuole lottare, che l'idea di rinunciare a Simone gli corrode lo stomaco, gli fa male, lo dilania, che non vorrebbe lasciarlo andare, non in quel modo, solo che non trova un modo per farsi passare la rabbia e la delusione che lo attanagliano.
Al contempo, dirgli che spera che un giorno troverà qualcuno che lo ami come merita, che è speciale e gli altri dovrebbero rendersene conto.
Pasticcia il gelato con il cucchiaino, mischiando il cacao e la fragola, che creano una scia rosa e bruna che si mescolano in linee frastagliate.
Sospira e dei rumori ovattati che provengono dal corridoio non se ne avvede, almeno finché, distratto, non solleva il capo.
Sulla soglia della porta si aspetta di trovare nuovamente Cosmo che si lamenta di Melania che scorda sempre le chiavi, con l'ennesimo suggerimento di legarsele al collo per averle sempre dietro.
Tuttavia, non è il coinquilino colui che appare nel proprio campo visivo.
No, viene rapito da due grandi occhi scuri gonfi, circondati da una macchia grigiastra, e i capelli incollati alla fronte sudata.
Bloccare il suo numero non ha funzionato.
Esistono i treni, a quanto pare.
Manuel non si smuove. Non ha idea di che reazione avere di fronte a Simone che ha percorso quei seicento chilometri che li dividono per trovarsi faccia a faccia.
Intravede Cosmo dietro di lui che sussurra «Vi lascio soli» e chiude la porta, recludendoli in quella stanza e un po' lo maledice per quello - come se fosse colpa sua.
In un momento di assenza di suono, si guardano e basta: afflitti, a pezzi.
Assurdo come siano bastati tre miseri giorni per ridurre entrambi in tali condizioni, a brandelli.
Simone indugia, in piedi. Non osa muovere un passo, col timore di rompere qualcosa - che, a quanto pare, col suo cuore ha già dato.
Manuel abbassa lo sguardo e riprende a pasticciare il gelato col cucchiaino. Nota a malapena che l'altro ha in mano un sacchetto di carta bianco e niente di più, ma non chiede se sia partito senza zaino o se ha avuto il tempo di passare da un hotel a posare la roba.
Certo, è la sua prima angoscia perché gli darebbe del pazzo fosse nel primo caso e...
Non ti devi preoccupare per lui, stupido.
Ad alta voce, dunque, non esterna alcun dubbio.
Simone si muove soltanto allora. Avanza con lentezza. Si ferma vicino al letto e si inginocchia accanto ad esso. In questo modo è davanti a Manuel, seduto a gambe incrociate e con la schiena premuta contro la parete spoglia.
Ci sono pochi centimetri a separarli, quelli del materasso e le lenzuola stropicciate.
«Che ce fai qua?» biascica Manuel. Cerca di non rivolgergli l'attenzione e di rimanere focalizzato sul pasticcio che sta creando. Lo fa per distrarsi, per rimanere integro perché la sola presenza dell'altro lo ha già destabilizzato parecchio.
«Ti ho portato questi» replica Simone e gli posa davanti il sacchetto di carta. Il suo contenuto non è visibile, per cui spiega: «Si chiamano biscotti della Duchessa. Dicono che sono tipici di qui. Li avrei fatti io, ma pensavo—boh, magari si rovinavano nel viaggio e ho preferito evitare.»
Non vi è alcuna risposta, solo ulteriore silenzio.
«Mi guardi?» pigola e la sua voce si incrina.
Ancora nulla, per qualche secondo. Poi Manuel si convince a sollevare il capo. Vede gli occhi grandi e lucidi dell'altro ragazzo che lo fissano, lo scrutano, lo stanno supplicando in qualche maniera.
Pensa che una parte di lui dimenticherebbe in uno schiocco di dita quello che è successo solo grazie ad essi. Corrisponde al suo lato più vulnerabile e fragile, desideroso d'amore.
Però non vuole far vincere quella parte, perlomeno non subito.
«Che ce fai qua?» ripete. Pure il suo tono è graffiato e fiacco.
Simone scrolla le spalle. Si morde piano il labbro inferiore. «Non mi rispondevi al telefono.»
«Ti ho bloccato.»
«Me ne sono accorto» sbuffa una risata un po' isterica, ma torna subito serio. «Non mi rispondevi e non sapevo come fare a parlarti perché non—non posso permettere che finisca tutto così, non è giusto.»
«Ce dovevi pensà un po' prima, tu che dici?»
Incassa il colpo, come giusto reputa. «Sono stato uno stupido.»
«Sei stato 'n coglione.»
«Sì.»
Prova l'istinto di allungare una mano e sfiorargli una gamba, stabilire un minimo di contatto con lui, vitale, essenziale per non sgretolarsi ulteriormente. Desiste.
«Ho dato di matto per una sciocchezza e ho agito d'impulso, senza pensare, il che non è una giustificazione, certo, non...»
«Hai dato de matto e hai presupposto cose, ignorando ciò che sono e ciò che mi hai sempre aiutato a difendere» Manuel è glaciale pronunciando tale frase.
Perlomeno, prova ad esserlo.
La maschera che indossa per un breve istante svolge egregiamente il suo compito. Lo capisce alla vista di Simone che annuisce e dalla sua espressione che assume le linee del pentimento.
«Mi dispiace» lo sente mormorare.
Gli dispiace e lo percepisce, non può negarlo.
Si passa una mano sul volto, esausto.
«C'hai fatto qualcosa? Co' quello.»
È una domanda che non vorrebbe porre, si tratta di un'informazione secondaria che non corrisponde alla ragione per la quale si reputa così tanto ferito. Tuttavia, il quesito viene fuori comunque.
Simone si affretta a scuotere il capo in cenno di diniego.
«No,» replica «è uno dell'università che era—tanto insistente e gli ho detto di sì dopo... dopo aver scoperto di Melania. Ci siamo visti una volta e nulla più.»
«Però voleva passa' da casa tua a portarte il gelato.»
«Non ci ho fatto niente, te lo giuro» singhiozza «non potrei, mai.»
La verità è che Simone tradirebbe chiunque per Manuel, ma mai Manuel con qualcun altro e la cosa è più che reciproca.
«Ma hai pensato potessi farlo io» incalza Manuel.
«L'ho pensato perché ho—a volte mi viene da chiedermi perché stai con me che non ho nulla di speciale e che magari ti sei soltanto sbagliato e... poi c'è la distanza e io credevo non mi pesasse e invece lo fa, un sacco, ogni giorno.»
«Simó...» a sentirlo parlare in quel modo, Manuel vorrebbe urlare. Non crede di aver mai fatto nulla per fargli dubitare della loro relazione, non da quando stanno insieme ed è una doccia fredda udire una simile confessione.
Molla in via definitiva il cucchiaino nel gelato ormai sciolto e sposta la confezione sul materasso.
«Io sto co' te perché ti amo e questo me pare evidente» afferma «e non credo d'averte mai dato motivo di dubirtarne. Se l'ho fatto, te giuro che non me ne so' accorto.»
Fa una breve pausa, durante la quale i loro occhi si incatenano gli uni con gli altri.
Tre giorni.
Assurdo che un tempo così ridicolo li abbia ridotti entrambi in mille pezzi.
Solo tre giorni lontani.
Che accadrebbe a stare una vita separati?
Manuel non vuole saperlo. «Tu per la distanza non mi hai mai detto nulla, nemmeno quando ero io ad avere mille dubbi.»
«Non volevo dartene altri.»
«E invece me li devi dare, tutti quelli che hai, altrimenti che ce stiamo a fa' insieme, mh? 'Sto discorso l'abbiamo già fatto 'na volta, questa è la seconda e non voglio ce ne sia 'na terza.»
Simone sbatte le palpebre all'ultima affermazione. Scaccia via le lacrime che percepisce pizzicargli gli occhi.
Spera di non aver frainteso. «Non ci sarà una terza» sussurra «te lo prometto.»
«Non me fa' promesse, Simò. Viemme a dì i dubbi tuoi ogni volta che li hai, anche se ti sembrano sciocchezze. Vieni da me, non te fa' castelli» Manuel sospira.
Soltanto allora allunga una mano e va a sfiorare il suo volto con la punta delle dita. Gli accarezza uno zigomo con il pollice.
Di riflesso, Simone preme una guancia contro il suo palmo. «Mi odi?» pigola.
«No, però so' ancora arrabbiato co' te.»
«Va bene se sei arrabbiato» tira su col naso «aspetto finché non lo sarai più.»
Manuel non ha idea fino a quando lo sarà: è probabile sia sufficiente qualche ora o addirittura minuto poiché alla visione dell'altro ragazzo così rotto, simile al proprio riflesso, non è in grado di rimanere fermo nelle proprie posizioni.
È la sua debolezza.
Ritrae la mano e finge un colpo di tosse. «Famme assaggià 'sti biscotti» dissimula, afferrando il sacchetto bianco.
Simone si asciuga le poche lacrime che gli sono sfuggite con indice e medio. «Sanno di Nesquik» mormora «ne ho assaggiato uno prima.»
Manuel raccatta uno dei dolci: hanno la forma allungata, come un grissino, ma più corti e tozzi. Ne strappa un morso e, in effetti, hanno esattamente il sapore descritto. «Sanno proprio de Nesquik» attesta.
«Ti piacciono?»
«Non so' male.»
«Posso imparare a farli, non credo siano difficili.»
«Mh, magari quando non fa 'sto caldo che se accendi il forno me sento male.»
«Sì, uhm–in inverno.»
La tensione che aleggiava nella stanza si dissolve, per volere di entrambi, ma soprattutto di Manuel che accantona i suoi sentimenti negativi.
Debole.
Ma forte.
Simone resta inginocchiato a terra sebbene le gambe abbiano iniziato a dolergli. Non chiede se può spostarsi, raggiungerlo sul letto, magari abbracciarsi e baciarsi. Per quel che vale, è sufficiente una conversazione su dei biscotti al cacao per alleggerire un briciolo il peso che ha sul cuore.
«Manuel?» lo chiama poi.
«Mh-m?»
«Mi dovrai prestare qualcosa di tuo.»
«Perché?»
«Sono partito solo col telefono e il portafoglio, non ho nemmeno il caricatore.»
Manuel ha ancora la bocca piena e delle briciole gli sporcano il mento. «Sei folle, amore mio.»
Son folle con te, amore mio.
***
17 giugno 2025
Manuel è accomodato sul divano dell'appartamento di Torino. Ha messo pausa al film su Netflix che hanno messo su per vederlo insieme lui e Simone. Quest'ultimo si è recato in bagno qualche secondo prima, per cui attende con pazienza il suo ritorno.
Si sono parlati molto nei giorni passati, riguardo a ciò che è accaduto, alla loro discussione e a cosa effettivamente li ha portati ad averla.
Hanno appurato che una relazione a distanza non è sostenibile per nessuno dei due, per motivazioni diverse, e che troveranno una soluzione o quantomeno un compromesso - perché separati e miserabili non vogliono esserlo mai più.
Forse tra loro ci sono delle fragilità che non hanno potuto valutare prima o, più semplicemente, sono troppo giovani per affrontare ostacoli così grandi.
Non vuole porsi eccessive domande.
Trovare una soluzione, questo sì.
Distratto nell'attesa, nella traiettoria del suo sguardo capita Melania, vestita e pronta per uscire, con una borsa che le pende lungo un fianco.
La saluta con uno stentato cenno del capo.
Lei abbozza un sorriso, velato di ironia. «Perciò—avete fatto pace» commenta, senza che nessuno glielo abbia chiesto.
Manuel annuisce. «Immagino che te dispiace 'n sacco.»
«Nah, sono contenta. Tre giorni a sentirti piagnucolare son stati abbastanza.»
«Seh, vabbè.»
«Sono seria» Melania incrocia le braccia al petto «certo, forse una parte di me sperava di no così da avere la mia occasione, ma...»
«Eh, ti è andata male.»
L'espressione di strafottenza che la ragazza assume in qualunque loro dialogo affievolisce. Accade in modo graduato, lento, in frammenti di secondo durante i quali il tempo pare rallentare.
«Chissà, magari in un'altra vita» sussurra lei.
Manuel rimane serio, intanto che i suoi occhi si assottigliano. «Sto co' Simone pure in quella» soffia.
Melania lo fissa per un breve istante. È strano notare sul suo viso i segni della delusione, cioè ciò che caratterizza i suoi tratti in tal momento. Lei, comunque, è brava a dissimulare, pertanto scuote il capo e fa un passo indietro. «Torno tardi stasera, uhm» borbotta «lasciatemi qualcosa se cucinate.»
Anche a quella affermazione, Manuel si limita a replicare con un singolo cenno col capo, nulla di più - la ragazza, forse, s'aspetta qualcosa di diverso che, però, non si verifica. Infatti, quest'ultima abbozza un sorriso che le solleva solo un angolo della bocca e, in seguito, si affretta ad abbandonare l'appartamento, sbattendo la porta alle proprie spalle.
È l'ultima cosa che accade prima che Simone esca dal bagno e torni ad accomodarsi sul divano. Non avviene nessun incontro tra i due e una parte di Manuel ringrazia persino.
«Mica sei andato avanti, mh?»
Simone appoggia la testa sulla sua spalla. Quel leggero contatto porta Manuel a rilassarsi. È ancora un po' arrabbiato, a dire il vero, ma sta passando - a poco a poco.
«No, t'ho aspettato.».
Je passe mon temps à t'attendre.
***
8 ottobre 2025
Nel mese di luglio, Simone chiede il trasferimento all'università.
Non senza difficoltà ed eccessiva burocrazia, riesce ad ottenerlo e può continuare a studiare a Torino.
Manuel ha cercato di dissuaderlo, puntualizzando che Dante ha bisogno di lui, ma la realtà è che la sua opera di convincimento è durata meno di mezza giornata poiché è il suo desiderio che si realizza e, per una volta, si permette di essere un po' egoista.
Solo un po' - si è premurato che il suo vecchio professore avesse l'aiuto di qualcuno vicino e ce l'ha, inoltre ha addirittura supplicato Anita e Nicola di fargli eventualmente visita di tanto in tanto, a controllare che tutto proceda nel verso giusto.
Essendo insieme, Manuel e Simone optano per un nuovo appartamento da condividere - un piccolo bilocale nel quartiere di Borgo Vittoria, dove gli affitti sono decisamente più bassi rispetto al centro città.
Cosmo li ha aiutati nella ricerca, Melania ha taciuto per tutto il tempo, lasciandosi andare a pochi commenti sullo stile per me dovresti rimanere qui.
Ma no, Manuel non ha voluto tenere la sua vecchia stanza, per quanto fosse comoda, sebbene quella prova di convivenza lo agiti in parte.
Però, forse, è ciò di cui entrambi hanno davvero bisogno.
«Hai sentito Emma?»
La domanda di Simone sopraggiunge mentre Manuel si sta preparando per uscire: si è seduto sul divano rosso per allacciarsi le scarpe da ginnastica.
Solleva lo sguardo per un breve istante per vedere il compagno davanti ai fornelli, intento a girare in un pentolino il porridge alla vaniglia che si sta preparando per la colazione.
«Mi deve ancora rispondere» replica. Fa l'ultimo nodo ai lacci e si alza in piedi. «Te interessa un po' troppo di Emma, mh» ridacchia.
Simone gli lancia un'occhiata distratta e scrolla le spalle. «Mi hai detto che ci tenevi a vederla questa estate e per colpa mia non s'è fatto più niente.»
«Lavora sempre, è 'n po' 'n casino» Manuel muove qualche passo fino a raggiungere il compagno. Si ferma dietro di lui, posando le mani sui suoi fianchi. Si solleva sulla punta dei piedi per poter depositare un casto bacio sulla porzione di pelle del collo lasciata scoperta dalla maglietta e i ricci scuri. «Troveremo il giorno e l'occasione giusta, tanto non scappa.»
«Mh-m» replica Simone. Non si è spostato, continuando a mescolare la colazione. «Ti piace qui, vero?» sussurra poco dopo.
«In che senso?»
«Questa casa, cioè, è piccolina e... non c'è nemmeno un balcone decente.»
Ne hanno uno solo, minuscolo, dove in due non ci stanno - ne possono usufruire solo uno alla volta.
«Abbiamo tempo pe' la casa dei sogni. Magari c'aggiungiamo un bel giardino, prendiamo due alpaca, che ne so, ce facciamo 'na mini fattoria.»
Gli viene da ridere, soprattutto quando sente l'altro fare lo stesso, con le labbra ancora a contatto con la propria pelle.
«Che te ridi, mica è una cattiva idea» commenta Manuel. Nel medesimo punto in cui lo ha baciato gli lascia un morso leggero, prima di staccarsi e allontanarsi di qualche metro a raccattare la giacca di jeans.
Simone scuote il capo. Non si volta, ma ha contorto le labbra in una smorfia per mascherare l'ennesimo sorriso.
Ode la porta blindata che viene aperta. «Ci vediamo stasera?»
«Ci vediamo stasera.»
***
15 aprile 2030
Manuel si scatta una foto davanti allo specchio.
Ha un completo elegante blu elettrico addosso, scelto e sistemato di tutto punto da sua sorella Viola.
Sorride, inquadra al meglio che può il viso sbarbato e i capelli appena più lunghi. Di recente ha cominciato persino a prendersi meglio cura dei propri ricci per averli più definiti e morbidi.
Invia tale immagine in una chat di WhatsApp che è diventata a senso unico.
È il trecento trentunesimo messaggio che manda, certo ormai di non avere una risposta.
Rimangono tutti con una sola spunta.
L'ultima replica ottenuta da Emma risale a poco più di quattro anni prima, si stavano organizzando per incontrarsi, finalmente.
Poi lei è sparita.
Il telefono ha iniziato a squillare a vuoto, nei primi giorni durante i quali Manuel si è preoccupato in modo spropositato; in seguito, la segreteria partiva senza alcun suono di preavviso.
La sua mente, per tutto quel tempo, ha vagliato gli scenari più assurdi, i più banali, i più masochisti - come se fosse colpa sua, se avesse fatto qualcosa, magari Emma si è solo stancata di me - e finire a pensare che le sia successo qualcosa di grave e lui non è stato avvertito perché nessuno nella vita della ragazza sapeva della sua esistenza.
È una domanda che lo tormenta, che cosa sia effettivamente successo.
Gli piace immaginare che nulla di atroce sia capitato, che Emma sia andata a vivere in un piccolo paese dell'Islanda come gli ha sempre raccontato, lontana da ogni forma di tecnologia, con il suo orto e il suo albero di mele.
Non ha neppure idea se sia fattibile una cosa del genere.
Nonostante quella scomparsa improvvisa che per parecchio lo ha gettato nello sconforto, ha continuato a mandarle messaggi, a raccontarle della propria vita - gli esami, il lavoro, la convivenza con Simone, la scelta dell'argomento della tesi.
Qualsiasi cosa.
Quel giorno non è diverso.
Le invia una foto davanti allo specchio con addosso il completo che ha scelto per il giorno della propria laurea.
L'avrebbe di sicuro invitata, se ci fosse ancora.
In qualche modo, Emma c'è lo stesso, quella persona che non lo ha mai abbandonato e che lo ha aiutato più di tutti a capire sé stesso e, di conseguenza, gli altri.
Ovunque lei sia, spera che la propria gratitudine la raggiunga e l'accarezzi, mentre lui prova a scacciare il senso di inquietudine che lo attanaglia al pensiero che qualcuno possa dissolversi nel nulla dopo così tanto tempo trascorso insieme.
Come delle persone conosciute diventino fantasmi senza preavviso.
«Sei pronto?»
Simone spunta sulla soglia della porta. Indossa un pantalone nero che gli fascia le gambe toniche e una camicia bianca, con i primi due bottoni lasciati aperti.
Manuel si volta nella sua direzione, distogliendo l'attenzione dallo schermo del telefono. Annuisce.
«Non sono troppo—blu?» esclama, nervoso.
L'altro ragazzo lo raggiunge a piccoli passi, si ferma solo quando gli è di fronte. «No, ti sta bene 'sto colore.»
«Boh, non me convince, paro un puffo.»
«Ma non è vero. Vieni qua.»
Gli aggiusta il colletto e appena il nodo della cravatta. «Sei bellissimo.»
Per risposta, Manuel contorce le labbra in una smorfia. Non è troppo convinto e, soprattutto, quei complimenti lo ricoprono sempre di un velo d'imbarazzo.
«Mi' madre s'è calmata un po'?» svia l'argomento con sapienza.
«No, è al quinto caffè, ho dovuto nascondere la moka.»
«Ah, ecco. Rischia che je esplode n'arteria.»
«È solo agitata, puoi biasimarla?»
«Dovrei essere io quello agitato, c'ho la testa vuota, tra un po' manco me ricordo il titolo della tesi mia» accenna una risata isterica. Torna serio dopo poco, scuotendo il capo e la sua espressione un briciolo si addolcisce.
«Sembra ieri che venivo a casa tua a fa' ripetizioni de matematica» sussurra.
«Invece oggi ti laurei.»
C'è orgoglio nella voce di Simone, un tono dolce e fiero che è al pari di un abbraccio. «Ce l'hai fatta, amore mio.»
La parte più realista e cinica di Manuel va già a pensare al fatto che ha superato soltanto il primo ostacolo, che gli mancano altre qualifiche e studi per poter intraprendere sul serio il lavoro dei suoi sogni, che ha ulteriori difficoltà da affrontare, che non è finita, ma soltanto tutto ancora deve cominciare.
Tuttavia, sceglie di godersi quel momento, quel traguardo con le persone che lo amano, sudato e travagliato, che gli è costato ansia, crolli nervosi e notti insonni per molteplici esami.
Perché l'importante, alla fine, è celebrare i propri traguardi, che essi siano grandi o piccoli.
Significa volersi bene e Manuel ha imparato a farlo.
Se ci saranno altre difficoltà, appartengono ad un domani che deve ancora arrivare.
Oggi è diverso.
Oggi può festeggiare ed esser fiero di sé.
«Ce l'ho fatta» ripete, a bassa voce.
Ce l'ha fatta.
Il senso di fierezza non svanisce dopo, quando in una grande sala colma di gente - di ragazzi come lui, genitori e amici - incespica sulla parole mentre espone la tesi che ha scritto, con settimane di attesa da parte del suo relatore e l'ansia di non venirne a capo.
Raggiunge il suo apice quando viene proclamato Dottore e Anita fa partire un applauso che coinvolge tutti i presenti.
Ancor di più quando fuori la donna esclama «Dai, mettetevi qui, vi faccio una foto.»
Con la corona di alloro in testa, Manuel obbedisce e affianca Simone.
Anita cattura quel momento col proprio cellulare: loro due, la Mole Antonelliana sullo sfondo e una giornata di sole che è già impressa nella memoria.
***
30 agosto 2033
«E qui il camino ci starebbe perfettamente!»
Simone porta a termine un lungo discorso di presentazione ad una casa che assomiglia di più ad un rudere nella provincia di Roma.
È enorme, su due piani, anche se teme che quello superiore possa cadere loro addosso per quanto la struttura è messa male.
Manuel tiene le mani in tasca, guardandosi intorno.
Il compagno è a pochi metri di distanza, al centro di quello che dovrebbe essere il loro ipotetico salotto. Ha un sorriso enorme stampato sul volto, lo stesso che un briciolo svanisce, non notando lo stesso entusiasmo nell'altro ragazzo.
«Che c'è? Non ti piace?»
«No, no, è–bello, credo, uhm...»
«Ma...?»
Sa che c'è un ma, lo percepisce chiaramente, intanto che riduce la distanza che li separa.
Manuel analizza un'ultima volta i muri scrostati e rotti, le finestre senza vetro, lo squallore di quel posto. «Ma sai quanto ce costa 'sta roba» fa presente.
«La proprietà non ci costa tanto, verranno di più i lavori, questo è certo, però abbiamo messo da parte abbastanza per coprire una percentuale, in più–beh, non dobbiamo pagare un architetto per il progetto perché lo abbiamo già» Simone annuisce alle proprie parole e si indica con un dito.
Manuel è ancora incerto in merito alla questione comprare casa. In primo luogo, è un passo gigante, un investimento per la vita. Non hanno entrambi un lavoro stabile, soltanto Simone è riuscito ad ottenere un apprendistato in uno studio d'architettura abbastanza rinomato; lui è ancora alle prese con lo studio alla scuola di specializzazione di psicoterapia che pare essere infinita, mentre effettua altre mansioni temporanee che gli fanno guadagnare poco e rallentano l'occupazione principale.
Quindi, vorrebbe dissuadere l'altro da questa folle idea, dirgli che possono aspettare ancora qualche anno prima di buttarsi a capofitto in qualcosa di così grande.
Ha quel dissenso sulla punta della lingua, schiude le labbra per farlo presente. Tuttavia, quando sta per parlare, i suoi due grandi occhi scuri e languidi lo tramortiscono, catturano e rendono debole per l'ennesima volta.
E non ci riesce a dirgli di no.
«Però me lasci scegliere il colore delle pareti.»
Fa l'opposto di ciò che pensa davvero.
Debole.
Le labbra di Simone riprendono la curva di un sorriso. «Basta non siano gialle.»
«'O so, odi il giallo.»
«Ma qualsiasi altro colore va bene.»
***
7 ottobre 2033
L'etichetta incollata alla bottiglia di vetro riporta diciture in francese - che un po' ha imparato a capirlo e, a volte, la trova una lingua buffa.
Strano che abbia tra le dita una bottiglia di vino, mentre considera il fatto che, da adolescente, raccattava le birre al discount e si ubriacavano con pochi euro.
«Ma quanto l'avemo pagata 'sta roba?» borbotta.
Lo sfondo di una strada provinciale della periferia di Roma sfreccia fuori dal finestrino. Ci sono pochi lampioni ad illuminarla, forse dovrebbero metterne di più, e fa decisamente troppo freddo per essere ottobre - col cambiamento climatico, si passa dal caldo tropicale al gelo a giorni alterni, è triste e frustrante.
«Non l'abbiamo fatto, ce l'hanno regalata» puntualizza Simone che è alla guida. Tiene una mano sul volante, mentre l'altra si alterna tra la leva del cambio e la gamba del compagno.
In genere non è mai lui quello che è designato a condurre l'auto che condividono, anzi, accade il contrario. È stato Manuel ad insistere, troppo stanco a causa della scuola e il lavoro, meglio non correre rischi inutili.
«Ah, quindi ce fa schifo e la portiamo alla rimpatriata di classe dove manco volevamo andare» Manuel commenta, storcendo le labbra in una smorfia. «Semo proprio diventati vecchi.»
«Parla per te, tu sei vecchio.»
«Ho solo un anno più di te, siamo coetanei 'n pratica, sta' zitto.»
Le loro risate riecheggiano nell'abitacolo. La macchina che possiedono è una vecchia Fiat Panda grigia che hanno comprato usata. Per il momento, nonostante qualche difetto, è una vettura che cammina, funziona ed è utile a portarli da un punto all'altro di loro interesse - devono solo fare attenzione a come premono il piede sul pedale del freno e, a volte, lo sterzo va leggermente forzato, però, ecco, insomma...
Più avanti investiranno anche su un mezzo di trasporto decente. Per il momento, si possono accontentare.
«Me sa che comunque arriviamo in ritardo» annuncia Manuel poco dopo, lanciando un'occhiata all'orologio led dell'auto: segna le 20:58, l'appuntamento con i loro vecchi compagni del liceo è previsto per le 21:00; il problema è che a loro mancano almeno venti minuti di strada, se non di più.
Simone scrolla le spalle. «Vabbè, aspetteranno,» dice «anche se probabilmente Chicca arriverà dopo di noi.»
«Di sicuro. Sempre se viene, nel senso–co' Matteo mo' ci parla?»
«Lui m'ha detto che l'ultima volta lei voleva bucargli le gomme, per cui...»
«Tagliarle, sì. Quindi penso che mica se vojono tanto bene. Vabbè, almeno ce fanno divertì.»
Annuisce, poco prima di inserire la quinta marcia. La carreggiata è abbastanza libera e pochi mezzi viaggiano nella direzione opposta alla loro.
«Posso dirglielo?»
Manuel appoggia la bottiglia di vino nel comparto apposito in mezzo ai sedili, sperando che non cada e si rompa. «Che cosa?»
«Di–casa nostra, se non ti dà fastidio.»
«Perché me dovrebbe dà fastidio?»
Simone si pizzica il labbro inferiore con gli incisivi. Passa per un secondo lo sguardo dalla strada al viso dell'altro ragazzo e viceversa. «Non lo so, boh... per scaramanzia, forse.»
«Non ce credo in quelle cose» taglia corto Manuel «puoi dì quello che vuoi.»
«Sì?»
«Sì. Io mica me farò problemi a dire che te vojo sposa'.»
Pronuncia quella frase con una disinvoltura disarmante, la fa cascare dall'alto come stesse annunciando qualcosa di poco conto, di poca rilevanza, di non importante, quando, in effetti, lo è.
Simone ne è spiazzato, colto alla sprovvista, tanto che le sue palpebre sfarfallano e «Cosa?» chiede, soffocando. Gli sembra di aver frainteso o udito parole diverse.
Manuel gli sorride. «Hai capito benissimo, non te lo ripeto» attesta e gli fa un cenno col capo per invitarlo a riportare l'attenzione sulla strada.
«Sei–assurdo» squittisce Simone. Ha premuto un briciolo di più il pedale dell'acceleratore e le mani hanno iniziato a sudargli. È agitato, ma si tratta di una sensazione buona, di palpitazioni del cuore che non fanno male, al contrario, gli scaldano il petto.
«Perché?»
«Perché non puoi dire una cosa del genere mentre siamo in macchina, con le briciole di patatine sui tappetini e un regalo riciclato da portare a casa dei vecchi compagni di liceo con cui a stento ci parliamo, non è corretto.»
«Ah, giusto, tu vuoi la proposta vera, io che me inginocchio e cose così.»
«Beh, sì!» ridacchia. Lo guarda ancora e, di nuovo, distoglie gli occhi dalla strada.
Certo che vuole una proposta classica, con le lanterne accese intorno, fiori, archi di violino e via discorrendo. Una notte, nudi nel loro letto, con le lenzuola sudate attorno, glielo ha persino confessato.
Manuel sospira e solleva entrambe le mani in cenno di resa. «Okay, allora magari te la farò.»
«Magari?»
«Eh, magari.»
La musica alla radio è il leggero e sottile sottofondo di quel momento. Rimbombano piano le note di una vecchia canzone:
Ma non se ne va
e neppure rimane
Mi stringe più forte di quattro anni fa
Ma abbiamo tutta la vita davanti
sì, davanti a un bar
Intanto i loro sguardi si sono incrociati e compresi, come spesso accade, come fanno sempre da quando avevano diciassette anni.
Ed ora sono cresciuti, sono adulti, con mille progetti da portare a termine insieme, mano nella mano.
Il problema è il destino.
Il problema è la polvere, della quale si pensa di essersi liberati, ma essa torna, inevitabile, in una differente forma, a ricordare la sua onnipresenza.
Mentre la notte ci mangia la pelle
Fermatela
C'è un frammento di secondo in cui entrambi si stanno sorridendo, fieri e felici di ciò che stanno costruendo. In quell'attimo, il grigio si interpone tra loro.
Corrisponde ad un breve istante che si dilata nel tempo: c'è il suono di un clacson, Manuel che urla «Attento!», Simone che cerca di girare il volante, ma lo sterzo si blocca.
Poi un boato, silenzi e vetri rotti.
Spegnete i colori, i tormenti, i dolori
gli ombrelli e i malumori.
Che noi, che noi stiamo bene anche soli.
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