CASSETTA 3
29 gennaio 2023
In quella pigra domenica, Manuel è accovacciato sul letto di camera propria e avvolto in tre coperte di pile, nel tentativo di sentire meno freddo.
Non è solo in casa: sua madre sta dormendo nella sua stanza, la più piccola dell'appartamento, e si è premurato di chiudere la porta per lasciarla riposare - di recente, ha trovato un nuovo lavoro che la tiene impegnata la maggior parte del giorno e, nelle restanti ore, effettua traduzioni di manoscritti che le fanno perdere la vista per quanto lunghi.
È quasi contento di averla vista e averci parlato poco e niente e che lei non abbia avuto alcuna occasione di chiedergli che cosa è successo.
Del resto, lui è rimasto rintanato nella sua caverna - così Anita definisce la camera del figlio - per tutto il tempo, a stento ha raggiunto la cucina per mangiare qualcosa, di malavoglia.
Sarebbe una storia lunga da raccontare, complessa e con le parole giuste e ha bisogno di tempo per trovarle e farle capire, specialmente a qualcuno di esterno.
Nella penombra, tiene il cellulare in mano.
Ha scritto ad e. quella sera e non ha ancora ricevuto una risposta. Un briciolo è preoccupato, considerando che la ragazza non è solita rispondere con eccessivo ritardo, anzi, le sue repliche sono, di norma, tempestive; non vuole allarmarsi troppo, anche se lo preoccupa il fatto che, se mai le fosse capitato qualcosa, non avrebbe modo di venirlo a sapere.
È un pensiero che lo ha sempre tenuto lontano dall'idea di farsi un amico online: la presenza di qualcuno esclusivamente in rete è bella quando accade, intanto che viene vissuta, ma poi spesso ci si ritrova col nulla, a tentare di acchiappare del fumo con le dita perché quella persona scompare ed è come se non fosse mai esistita.
Gli fa un po' paura questa cosa, di permanere nella vita altrui per un breve periodo e dopo andare avanti, sparire.
Eppure, succede spesso: prima o poi diventiamo tutti dei fantasmi nelle vite degli altri.
Loro due hanno parlato per settimane dicendosi tutto e niente al contempo - si conoscono per i loro nickname, ad esempio, ma non per il viso, per il luogo in cui abitano o l'età; nessuno dei due su Twitter ha mai messo una foto, ad esempio, o scritto qualcosa che potesse ricondurre il loro profilo alla vita reale.
Deve ricordarsi di chiederglielo, la prossima volta.
Il nome vero, perlomeno, per la foto dopo si vedrà.
Del resto, è l'unica amica che ha ed ora ha davvero la necessità di averla vicino - sentirla, quantomeno.
Assorto, Manuel recepisce il leggero bussare alla porta con lieve ritardo, lo stesso con cui abbandona il letto.
Trascina i piedi ricoperti da un sottile calzino sul pavimento, portandosi dietro una sola coperta che rimane in equilibrio sulle sue spalle. Sembra indossi un mantello bordeaux come faceva da bambino e fingeva di essere un supereroe.
Per certi versi, vorrebbe sentirsi un supereroe anche adesso, invece di miserabile, confuso, con la convinzione addosso di aver rovinato ogni cosa che ha mai toccato.
Non aspetta nessuno e non si pone quesiti su chi possa mai essere - magari è quella loro vicina che ha sfornato dei biscotti e gliene regala un dozzina; avrebbe bisogno di un po' zucchero, in effetti.
Stringe le dita attorno alla maniglia, l'abbassa e apre la porta.
Sulla soglia non c'è la donna anziana che ha messo il conto, bensì una testa riccia e due occhi grandi, sufficienti a disegnare la linea di un sorriso sulle labbra.
In quegli occhi grandi ci vorrebbe precipitare, toccare il fondo e risalire in superficie per tornare a respirare.
«Ciao» sussurra.
«Ciao» Simone soffoca. È immobile con i piedi sullo zerbino, mentre in mano regge un vassoio coperto da carta alimentare traslucida. «Ti ho... portato dei biscotti al cocco. Li ho fatti stamattina.»
«Non abbiamo litigato.»
Non ancora.
«No, però... i dolci sono un'ottima scusa per parlare.»
Lo sono. Il cibo in generale lo è; quante chiacchiere che si possono fare davanti ad un caffé e una brioche - o meglio, uno spritz e delle patatine.
Manuel gli fa un cenno col capo per invitarlo ad entrare e si scosta dall'uscio per fargli spazio. Quando lo vede entrare in casa, in procinto di togliersi il cappotto, subito interviene: «Ah, quello tienilo. È meglio, t'assicuro.»
«Perchè?»
«C'avemo il riscaldamento rotto» taglia corto - non vuol dire che è perché non possono tenerlo acceso, altrimenti la bolletta è troppo alta e poi chissà che succede.
Gli fa strada fino in camera propria e, una volta dentro, chiude la porta alle loro spalle. «Ce sta mi' madre che dorme di là, quindi...» quasi si giustifica per averlo portato in tale stanza e non in cucina.
A Simone, comunque, non interessa molto il posto. Posa il vassoio sopra la scrivania disordinata e si accomoda sul bordo del letto sfatto; è piuttosto delicato nel compiere quel gesto, come se non volesse portare ulteriore caos o smuovere qualcosa bruscamente.
Manuel ha ancora la coperta addosso e non la leva intanto che si siede accanto al nuovo ospite.
Vorrebbe essere lui ad iniziare un discorso, quello rimasto in sospeso alla festa, del bacio che si sono scambiati durante il gioco della bottiglia - che era a tutti gli effetti un bacio, non qualcosa dato per scherzo; perlomeno, ciò che ha sentito non era qualcosa di ilare, fine a sé stesso, un episodio su cui riderci su.
Tuttavia, è Simone a prendere parola per primo, sebbene fissi lo sguardo su un punto preciso del pavimento e non osi far incrociare i loro occhi: «Riguardo all'altra sera,» comincia «quello che è successo...»
«Volevo farlo» lo interrompe subito Manuel - e adesso l'altro gli rivolge l'attenzione; «nel caso te lo stessi chiedendo, se—se non volevo o che, io... volevo.»
Con tutto me stesso, con ogni fibra del mio essere.
Si tratta di una verità assoluta: lo ha fatto cogliendo l'attimo, seppur con un pessimo tempismo e creando danni intorno.
Ma voleva ed è ciò che più conta.
«Certo, insomma, era un gioco.»
«Non per gioco.»
Simone annaspa e solo a tal punto si volta nella sua direzione. Ha la fronte aggrottata, confuso e un briciolo con addosso la paura, il terrore che l'altro lo stia prendendo in giro.
È rimasto già scottato una volta, del resto, e non crede d'essere in grado di vivere di nuovo determinate sensazioni di inadeguatezza.
«Non capisco, non... tu non sei gay» borbotta.
«No, infatti.»
«E allora che...»
«Sono bisessuale» Manuel pronuncia quella frase con orgoglio - confessarlo a Chicca ha avuto un bell'effetto su di lui, ma rivelarlo a Simone è ancora meglio.
Ciò nonostante, non nota la poca chiarezza sparire dal suo volto e allora aggiunge: «È quando ti piacciono i ragazzi e le ragazze, sai...»
«Sì, lo so che significa.»
«E perché mi guardi così allora?»
«Perché non... cioè, non credevo fosse possibile.»
«Per quale motivo?»
«Beh, per certe persone vai in giro con un cartello con su scritto etero sulla fronte.»
Gli sfugge una risata. Una volta ha sentito che qualcuno lo ha definito come il più bello, il più stronzo e il più etero di tutta la scuola; analizzando i fatti, crede di poter concordare soltanto su una cosa e mezza.
«Seh, era un cartello un po' pesante e scomodo, però» commenta, che davvero era un macigno grosso da portare, quello che gli è stato imposto e ha creduto fosse giusto fino a quel momento.
Se ne è liberato, prendendosi un'etichetta più leggera e che gli calza meglio come quando si indossano i vestiti della taglia corretta senza affannarsi per entrare in qualcosa che è troppo stretto.
È un esempio un po' stupido, ma è il più esplicativo che riesce a trovare.
Ridono entrambi, per qualche secondo - le loro voci sono armoniose quando ciò accade.
Manuel torna serio, fingendo un colpo di tosse. «Senti, non—non ti sto dicendo questo per pretendere chissà cosa» comincia «e per l'altra sera, io volevo, ma magari tu no e mi dispiace, nel senso, mi hai pure detto che mi hai superato e non... non voglio nulla se tu non vuoi.»
È incerta la sua voce, un briciolo si spezza.
Aver trovato sé stesso è bello.
Ma avere Simone accanto, dopo, sarebbe meglio.
L'espressione che assume quest'ultimo in seguito a tali supposizioni si distacca dalla confusione, è qualcosa di diverso che lascia trasparire la paura che scema e fa spazio alla gioia. «Sei proprio—un coglione» esclama.
«Scusa... cosa?»
Allunga una mano, un briciolo in estasi. Raggiunge il viso di Manuel e con i polpastrelli sfiora la sua barba ispida, inclinando il capo su di un lato.
Ha gli occhi lucidi, che sono lo specchio di quelli di chi gli è davanti.
«Sei un coglione se pensi che—che io ti possa superare» sussurra.
«Ma hai detto che...»
«Lo so che ho detto, ma... c'ho provato a voltare pagina perché non avevo nessuna speranza con qualcuno a cui non sarei mai piaciuto, però la verità è che—Manuel Ferro non lo può superare nessuno.»
A Manuel pare di aver passato la vita a scalare una montagna, scivolando ogni passo, e adesso, invece, si accorge di aver raggiunto la vetta per respirare l'aria più pura che possa esistere.
Ha iniziato a piangere, sebbene non se ne sia accorto; non è dettato dal dolore, dal vuoto, si tratta di un pianto di felicità, quella assoluta e colorata.
Come la gioia di veder spuntare l'arcobaleno dopo la pioggia.
Come Londra che non è più grigia.
Preme il viso contro la sua mano, per imprimersi meglio addosso la sensazione di quel contatto lenitivo.
«Solo Simone Balestra poteva far innamorare Manuel Ferro» soffia.
Della medesima montagna, Simone raggiunge la cima con quella frase - e potrebbe piangere e ridere insieme, se fosse possibile.
«Innamorare?» ripete, per accertarsi che non sia un sogno.
«Innamorare» Manuel conferma.
È una parte che ad e. non dovrà confessare: lei lo ha già capito, da tempo ormai, dal modo in cui gliene ha sempre parlato, dalla devozione che impregna ogni parola che rivolge all'altro ragazzo.
Si parla di chi si ama in maniera diversa, del resto, le descrizioni suonano meglio, come musica ed ogni gesto diviene magia, pure quello più stupido.
Vorrebbe baciarlo in quel momento, far collidere le loro labbra in maniera dolce, con desiderio, con amore, eppure rimane fermo perché il viso di Simone è il ritratto perfetto della sua calma, beatitudine, di una tranquillità che percepisce dentro - non più caos, non più paura.
Ed è così perché Simone è arrivato e ha soffiato via la polvere che lo ricopriva.
Dunque è proprio lui ad agire quella volta - come la prima durante la quale è successo - solo che tutti e due hanno una diversa consapevolezza addosso che non stride e fa poco rumore: si sporge nella sua direzione, accarezzandogli una guancia con il pollice e lo bacia.
Lo bacia piano, con una delicatezza immane che appartiene solo alle persone che amano, uno scambio di respiro e saliva, di cuore e di anima.
Manuel si stacca dopo qualche secondo, ma è soltanto una scusa per poter ammirare ancora il suo volto, gli occhi grandi e lucidi. Sfiora la punta del suo naso col proprio, intanto che sorride e posa un palmo sul suo avambraccio.
Simone sospira, permette ai loro sguardi di legarsi meglio. In seguito sussurra: «Ich habe auf dich gewartet.»
Come nell'occasione precedente, Manuel non capisce nulla, nemmeno una sillaba - questa lingua del demonio. «Hai inventato pure questo?» biascica.
«No.»
«E che vuol dire?»
«Devi cercarlo.»
«Non vale» il suo tono di voce si perde dapprima nell'aria, poi in un nuovo bacio che corrisponde soltanto alle loro labbra che si accarezzano in una rincorsa lenta - come un cerchiamoci e troviamoci come fosse una sorpresa, anche se sappiamo che non lo è.
Che poi non saprebbe neppure come cercare online quella frase poiché non ha idea del modo in cui va scritta.
Tuttavia, a ciò sopperisce Simone quella sera stessa, inviandogliela per messaggio.
Manuel usufruisce del traduttore di Google per rispondere:
Entschuldigung für die Verspätung
***
30 gennaio 2023
Manuel osserva Chicca a pochi metri di distanza, circondata dalle sue amiche Laura, Luna e Monica che hanno creato una sorta di barriera protettiva nei suoi confronti, insuperabile e che lo terrorizza.
Non le biasima, da un lato, però vorrebbe avere l'occasione di parlare con la ragazza da solo, con calma, senza nessun altro intorno - glielo deve e spera che lei possa capire, se non ora, magari un giorno.
Tuttavia, in tutta la mattinata non ne ha avuto occasione alcuna; spera di avere più fortuna quando suonerà la campanella a fine lezioni.
Per ora, è fermo nel corridoio durante l'intervallo con le spalle contro il muro e il bicchiere vuoto di caffè in mano.
«Oh, ma quindi è proprio 'na novità questa, eh!»
Con Matteo ci ha sempre parlato poco e niente, conversazioni frivole perché escono con le stesse persone - come già appurato, lui non ha amici e non può definire tale il ragazzo biondo che gli si para davanti in quell'istante, piuttosto un conoscente utile a recuperare alcol e trovare posti in cui andare dove si paga poco.
Proprio per tal motivo non comprende la confidenza con la quale gli parla.
Ma che vuole?
Aggrotta le sopracciglia. «Cosa?»
«No, dico—'sta cosa che sei gay è una novità.»
Ecco, quando è arrivato all'accettazione di ciò che è e, di conseguenza, alla sua definizione, Manuel ha commesso l'errore di pensare che sarebbe stato semplice da spiegare e per gli altri da comprendere, invece ha perso il conto del numero delle volte in cui gli tocca specificare: «Non sono gay, sono bisessuale.»
Eppure, si tratta di un concetto semplice, lo capirebbe persino un bambino.
Ha dovuto spiegarlo anche a sua madre che ci ha messo un po' a capire e realizzare, nonostante il figlio sia stato costretto a farle uno schema - è stato vicinissimo a realizzare una presentazione PowerPoint.
La medesima espressione attonita che ha assunto la donna il giorno prima ce l'ha pure il compagno di classe in quel momento.
«Vuoi un disegnino?» solo che con lui ha meno pazienza che con Anita e non gli farebbe mai una presentazione PowerPoint, piuttosto si procurerebbe un cartello, pesante, da spaccargli in testa.
Matteo sbatte rapidamente le palpebre. «No, 'o so che vor dì» attesta e annuisce «cioè, è tipo un 'ndo cojo, cojo.»
È una descrizione un briciolo approssimativa e di gran lunga riduttiva, certo, ma Manuel deduce sia la più adatta per la tipologia di persona che ha davanti e il suo quoziente intellettivo. Pertanto «Seh, 'na cosa del genere» taglia corto.
«Beh, che figata! Quindi se vuoi fa' 'na roba a tre, per te va bene tutto, doppio godimento!»
«Come, scusa?»
Ora lo meno, si materializza questo pensiero nella sua testa e la coscienza manco ci prova a calmarlo e dirgli che è una cattiva idea.
«No, dico—se fai 'na threesome, no? Se ce stanno un ragazzo e una ragazza, pe' te vanno bene entrambi, no? Te li puoi fare tutti e due e sei contento.»
«Non voglio fare una threesome!»
«Perchè? Se io fossi bisex, sarebbe la prima cosa che farei.»
«Bisessuale, non bisex.»
«Vabbè, non è uguale?»
No, non è uguale, ovviamente, c'è una differenza abissale - gliel'ha spiegata e. per filo e per segno, sottolineando il fatto che bisex sia un termine errato, utilizzato in maniera impropria per puro feticismo delle persone bisessuali e per questo offensivo.
Ah, ora realizza il motivo per cui con Matteo ci parla poco: è un cretino.
Spalanca la bocca per rispondergli a tono, però l'intento gli viene impedito dall'arrivo di Simone che spunta quasi dal nulla accanto al ragazzo biondo e «Mattè, hai finito di dar fastidio alle persone?» esclama.
Matteo accenna una risata e non si rende conto che Manuel lo sta fulminando con lo sguardo - vorrebbe ucciderlo, in tutta sincerità.
«Ma no, me stava solo a dì che è bisex» specifica.
Bisessuale.
Bisessuale.
BISESSUALE.
Manuel glielo vorrebbe urlare in faccia.
Resta zitto perché ci pensa Simone a riprenderlo: «Bisessuale» pronuncia, con calma e sospira.
«Eh, quello.»
Nemmeno lui è certo che l'altro ragazzo abbia capito, però non insiste e pare un briciolo rassegnato. «Ti sta cercando Aureliano in classe» lo informa e con un cenno del capo lo invita a indirizzarsi verso l'aula.
Matteo recepisce con leggero ritardo il suo invito ad andar via - lo sta cacciando in maniera educata - e obbedisce dopo qualche secondo, congedandosi con un rapido «Se vedemo dopo.»
Speriamo di no, pensa Manuel che assiste alla scena in silenzio, scruta il compagno di classe allontanarsi in corridoio e scuote la testa. «Come fai a esserce amico co' quello» sibila.
Se lo domanda sul serio: come ci è finito Simone ad essere migliore amico di un tipo come Matteo?
È qualcosa di inconcepibile e insensato, dettato da un generatore casuale come era successo con quel tizio scozzese (der cazzo).
Rabbrividisce al ricordo.
Il suo sguardo è andato a seguire il movimento di Matteo per accertarsi del suo allontanamento ed è sollevato quando il compagno di classe sparisce dal proprio campo visivo.
Quello di Simone, invece, è fisso sul viso di chi gli è di fronte. La sua espressione è devota e addolcita, quasi fosse davanti ad un quadro ad ammirarne forme e colori.
Un po' è davvero così: chiunque li osservi in quel momento potrebbe fare un simile paragone - uno spettatore davanti ad un'opera d'arte.
«Ci conosciamo dalle elementari» spiega, accennando un finto colpo di tosse per riprendere un briciolo il contatto con la realtà e non rimanere in una bolla di isolamento - ci riesce ben poco «delle volte è un po' un coglione.»
«Un po'?» Manuel si volta e l'espressione assorta con cui lo sta fissando l'altro ragazzo lo colpisce in pieno stomaco - ma non fa male, si sente mancare la terra sotto i piedi e quell'assenza di gravità non gli dispiace.
No, gli fa bene perché gli sussurra all'orecchio per qualcuno sei importante.
Tu sei importante.
Ed è un pensiero che è al pari di un caldo abbraccio.
«Quando gli ho detto di essere gay, ha continuato a chiedermi per giorni se in coppia io facevo l'uomo o la donna. Ci ho messo una settimana a fargli capire quanto fosse poco rispettoso anche soltanto formulare una simile domanda o pensarla.»
«Hai avuto tutta 'sta pazienza?»
«Matteo è soltanto ignorante, non è cattivo. Per certe persone non c'è proprio speranza, ma con lui ci si può lavorare.»
Nel corso della vita, ha ritenuto che il genere umano fosse semplicemente crudele ed egoista; Simone non lo è.
Manuel considera Simone buono - troppo buono, delle volte; probabilmente è uno dei motivi per cui la propria anima ha voluto legarsi alla sua, per necessità di gentilezza e amore, in un moto di attrazione che non ha potuto e voluto controllare.
Forse sono gli opposti che si attraggono.
Forse i loro animi, invece, non sono così diversi come crede.
Con simili pensieri in testa, conduce la mano libera su di un lato del suo viso; con un pollice gli sfiora lo zigomo e vorrebbe baciarlo lì, nel corridoio di scuola, con il viavai degli alunni del liceo Da Vinci, pure se ci sono i compagni di classe, i professori.
Chi se ne frega.
In fondo, lo abbiamo già fatto, no?
Lo farebbe, manca poco - mezzo sguardo, mezzo sorriso, mezzo battito di ciglia.
Viene anticipato da Chicca che passa lì accanto, seguita dalle amiche, e lancia loro un'occhiata tagliente prima di indirizzarsi verso l'aula della 4^B.
Di riflesso, Manuel abbassa lentamente il braccio e interrompe il contatto con Simone.
Quest'ultimo si è reso conto del suo intento e pure di cosa l'abbia bloccato, ragion per cui non gli recrimina nulla. «Ci hai parlato?» non è necessario specificare con chi.
«No, ma va» sospira Manuel «per messaggio non mi risponde e qui pare che c'ha le guardie del corpo.»
«Magari ha bisogno solo di un po' di tempo.»
«Lo so, ma non voglio lasciare la cosa in sospeso per troppo, non è giusto.»
La campanella che segna la fine della ricreazione suona in quel preciso istante.
Simone annuisce all'ultima affermazione dell'altro ragazzo, intanto che muove due passi indietro e gli fa un cenno col capo per invitarlo a seguirlo verso la classe.
Manuel ha ancora in mano il bicchiere vuoto di caffè che butta nel cestino apposito. Dopo, tuttavia, invece di seguire e basta il compagno che è già in procinto di incamminarsi in direzione dell'aulo, lo afferra per un braccio e lo ferma; con delicatezza lo tira, se lo riporta vicino e gli deposita un casto bacio sulla bocca schiusa.
Si baciano sempre tutti.
Adesso pure noi.
***
8 febbraio 2023
È stato tante volte davanti a quella casa, alla porta blindata tutta nera e mai ha avuto il timore di bussare.
Del resto, dall'altra parte c'è sempre stato qualcuno ad accoglierlo con un sorriso.
Tuttavia, in tal momento il terrore lo sta consumando.
Manuel non crede di essere in grado di sopportare ancora gli sguardi pieni di rabbia e rancore di Chicca e si trova al suo appartamento, immobile sul pianerottolo, indeciso se bussare o meno.
Negli ultimi giorni, Simone ha cercato di tranquillizzarlo, di rassicurarlo sul fatto che la ragazza abbia soltanto bisogno di tempo e che nessuno può quantificarlo, che ognuno reagisce alla cose a suo modo e quello è davvero tanto da metabolizzare.
Solo che Manuel è impaziente e a lei ci tiene, le vuole bene e il pensiero che stia male per colpa sua lo logora.
Vuole affrontarla, spiegare ciò che è accaduto, avere una conversazione più profonda rispetto a quanto è successo quella sera in mezzo alla strada.
Ha cercato ancora l'aiuto di e., che sembra essere scomparsa ed è un'altra cosa che lo sta buttando giù.
Perlomeno, con Chicca può tentare di risolvere, del resto si preoccuperà dopo.
Batte il pugno chiuso batte sull'anta scura - una volta, due, tre.
Nessuna risposta.
Quattro, cinque...
Alla sesta volta, qualcuno apre.
Chicca spunta sulla soglia. Ha i capelli arruffati, la frangia divisa e non in una perfetta piega come al solito. Il suo usuale sguardo tagliente colpisce in pieno il ragazzo.
Incrocia le braccia al petto e la postura che assume comunica astio, un muro spesso di mattoni contro il quale ci si può solo scontrare senza abbattere nulla. «Che vuoi?»
«Mi fai entrare?»
«No. Che vuoi?»
«Parlarti.»
«Non me va» Chicca fa per chiudere la porta, ma lui la ferma piazzando un palmo aperto sull'anta e «Allora ascoltami, almeno» supplica.
«Manuel, non te vojo nemmeno vede', figurati sentire la voce tua.»
«E invece me devi ascolta'.»
Sbuffa e alza gli occhi al cielo. «Ma non mi hai già umiliata abbastanza, mh?»
«Non ho mai avuto quella intenzione.»
«E ce dovevi pensa' prima de paccarte Simone davanti a tutti quando tecnicamente eri er ragazzo mio.»
Manuel lo sa, è una parte di cui è consapevole, che non è stato impeccabile con i tempi, che essi stessi gli hanno remato contro e lo hanno messo in difficoltà.
Che poteva gestire quella cosa in mille modi e ha scelto quello più complicato.
Ma lui è Manuel Ferro e sa soltanto incasinare la vita propria e altrui, a quanto pare.
Serra la mandibola, teso - ha perso il briciolo di tranquillità al quale ha tentato disperatamente di aggrapparsi.
«Ho sbagliato,» sussurra «a farlo così perché t'ho ferita e volevo tanto parlartene prima quando me so' accorto che ti stavo solo prendendo in giro.»
«Ma hai continuato a farlo, a pijarme pe' culo pe' mesi.»
«E mi dispiace per questo.»
Chicca lo fissa. I suoi occhi ora si fanno appena più lucidi e la riluttanza che li caratterizza vacilla. Tira su col naso e si stringe nelle spalle. «Che—che cos'ho che non va?» biascica.
Manuel non si aspetta quella domanda - o forse lo fa, in un angolo remoto della propria mente l'ha messa in conto.
«Non hai niente che non va» replica «non sei...»
«Non me dì quella frase der cazzo stile non sei tu, sono io, te prego.»
«Ma è quella che più ha senso, Chì» gli sfugge una risata, con poco entusiasmo e che un briciolo gli fa tremare il petto. Finge un colpo di tosse per schiarirsi la voce. «Tu sei—bellissima, dolce, gentile con le persone, crei arte, c'è arte ovunque tu vada.»
La ragazza non se n'è resa conto, ma delle calde lacrime hanno iniziato a rigarle il viso e si è sporcata col mascara. «E allora qual è il problema?» singhiozza «Se—se sono tutto questo per te, tu... perché? Perché non ti piaccio più?»
Quando ode tale frase, Manuel realizza che, con molta probabilità, l'ha ferita e fatta a pezzi più di quanto ha immaginato.
Gli vengono in mente le parole di e., sul fatto di aver provocato dolore intorno senza alcuna intenzione e il risultato di ciò che ha combinato ce l'ha davanti: macerie, devastazione, polvere che lui le ha messo addosso.
Deglutisce a fatica. «No, Chì, tu mi piaci» mormora «mi piaci un sacco e mi piacerai sempre, ma...» trattiene il respiro per un attimo, uno soltanto.
Socchiude gli occhi. «Ma non ti amo» si morde la lingua, sta camminando su vetri rotti «è che dovresti stare insieme a qualcuno se lo ami, altrimenti non ha senso e se fossimo rimasti insieme, per quanto mi piaci, sarebbe stato ingiusto sia per te che per me.»
Chicca lo ascolta in silenzio. Si passa una mano sul viso nel tentativo di ricomporsi. Non lo capisce, è un ragionamento che va oltre la sua logica. E allora le viene in mente una sola cosa da chiedere, soffocando: «Simone lo ami?»
Manuel sussulta. Ha pure lui gli occhi lucidi e la risposta gli viene semplice, scontata e immediata. «Più di ogni altra cosa» ammette.
Non c'è alcuna esitazione nella sua voce e teme di aver rotto qualcosa, ancora.
Di aver provocato dolore, ancora.
Può un amore così grande provocare tanta sofferenza intorno?
Attende una reazione da parte della ragazza, che un po' tarda ad arrivare.
Chicca scuote appena il capo e contorce le labbra in una smorfia. «È fortunato, allora» biascica.
«Dipende dai punti di vista.»
«No, fidati. È un privilegio il suo.»
Manuel non è molto convinto di ciò: essere amato da qualcuno che non sa farlo bene e sta imparando potrebbe rivelarsi una maledizione, una croce.
Avrebbe bisogno di qualche lezione d'amore, a dire il vero, con il giusto insegnante.
Tuttavia, a voce alta non dice nulla. Si limita a guardare la ragazza, a chiederle di nuovo silenziosamente perdono, per quel che vale.
E lei, stavolta, sembra accettare quelle scuse poiché l'ombra di un mezzo sorriso appare sulle sue labbra.
Non è tanto, ma è qualcosa.
«Torna a casa, Manuel» mormora.
«Solo se mi dici che stai bene.»
«Sto bene.»
«Mi odi?»
Annuisce. «Adesso molto» dice, flebile «e per un po' continuerò a farlo, ma magari—magari col tempo lo farò di meno e sempre meno fino a smettere, un giorno.»
Manuel non osa ribattere e neppure se la sente di biasimarla. Si limita ad annuire e a fare un passo indietro.
Per una manciata di secondi, si fissano l'un l'altro come se quello fosse un loro saluto, un addio, per ora, per un po'.
In seguito, Chicca chiude la porta e Manuel si ritrova, di nuovo, a fissare un'anta nera.
***
e.
Scusami se sono scomparsa, non ti preoccupare, tutto okay, ho avuto dei problemi in casa e non ho guardato molto il telefono.
Però sono molto fiera di te per il passo che hai fatto, per te e il tuo S e spero possiate essere felici e sereni ora🤍
ma
🩶🩶🩶
lo sono
lo siamo...
però mi sono preoccupato a non sentirti... sicura sia tutto okay?
e.
Sì, davvero... a volte mi capita di eclissarmi dalla vita ahah ma tranquillo, mica scompaio per sempre
Non ti libererai facilmente di me😈
ma
in realtà lo spero...
ma posso chiederti una cosa?
e.
Dimmi
ma
il tuo nome
nel senso, parliamo da mesi e continuo a chiamarti e
poi io ti considero mia amica
forse è stupido, non lo so, però non ti ho sentito per giorni e mi sei mancata
quindi ecco mi sembra assurdo che nemmeno conosco il tuo nome e tu non conosci il mio
e.
🫣🫣🫣
Mi chiamo Emma
ma
allora piacere di ri-conoscerti, emma
io sono manuel
e.
Ahah
Piacere mio, Manuel
Manuel fissa l'ultimo messaggio seduto sul divano di casa propria, con un lieve sorriso che gli si delinea sulle labbra. Risponde con una gif di un gatto a quella rinnovata presentazione che pare un briciolo ridicola, dato che parla con quella ragazza da mesi e ha scoperto soltanto ora il suo nome.
Di solito è la prima informazione che ci si scambia, ma il loro rapporto non è nato in maniera convenzionale, quindi va bene pure così.
Immagina sia la follia di conoscere qualcuno online.
Molla il telefono sul bracciolo quando sente bussare alla porta.
Non ha bisogno di domandarsi chi sia, lo sa bene chi sta aspettando nel momento in cui si alza e raggiunge l'ingresso con poche falcate.
Il medesimo sorriso di poc'anzi si allarga sul suo volto alla visione di Simone sull'uscio, con addosso una giacca di jeans felpata e il maglione bordeaux che si intravede al di sotto.
Adora come gli stanno quei vestiti - che stanno bene solo a lui, è un discorso differente.
«Ehi,» dice colui che è appena arrivato.
Manuel gli fa un cenno del capo per invitarlo ad entrare e gli lascia giusto il tempo di varcare la soglia che lo afferra per un polso e lo attira a sé. Si abbarbica a lui, alzandosi sulla punta dei piedi per poterlo stringere, abbracciare, percepirlo il più vicino possibile.
Affonda il viso nel suo collo: Simone profuma di vaniglia o comunque qualcosa di molto dolce; gli piace pensare che assimili l'odore delle leccornie piene di zucchero che prepara sempre - anche se spera di mangiare le prossime solo per sfizio e non per un litigio.
L'altro ragazzo è colto di sorpresa e ci impiega qualche secondo a reagire a tal contatto: mantiene le mani a mezz'aria finché non pone i palmi sulla sua schiena e lo accarezza, facendo attrito con il tessuto spesso della felpa grigia. «Tutto okay?» sussurra.
«Mh-m.»
Accenna una lieve risata e socchiude gli occhi. Preme il naso tra i suoi ricci proprio dietro ad un orecchio. «Mi devo abituare.»
«A cosa?»
«A questa versione di te.»
A Manuel viene da ridere, però ancora non ha intenzione di staccarsi e interrompere tale abbraccio - come fosse vitale, indispensabile.
«Anche io,» biascica e fa calare le palpebre «sto imparando.»
Sto imparando ad amare.
Insegnami tu.
Simone sorride. «Impariamo insieme.»
***
21 maggio 2023
Anche se l'estate non è ancora ufficialmente iniziata, fa caldo - molto caldo.
Ciò nonostante, a nessuno dei due pare importare troppo.
Manuel e Simone si trovano a villa Balestra, nella camera del secondo, sdraiati sul letto ad una piazza e mezza sfatto, con le lenzuola accartocciate che si appiccicano addosso.
Sono avvinghiati l'uno all'altro, le loro gambe nude si intrecciano sopra al materasso; Simone tiene il capo appoggiato sul petto di Manuel, il quale è sdraiato in posizione supina con un braccio piegato dietro alla testa a causa del cuscino un po' basso e schiacciato.
C'è un senso di beatitudine, di pace, di silenzio, di...
No, ecco, come non detto: la vibrazione del cellulare di Simone, abbandonato sulla scrivania tra gli appunti di letteratura, è un grosso fastidio.
Il proprietario dell'apparecchio sbuffa, sebbene abbia gli occhi chiusi e stia cercando di rilassarsi. «Mi so' scordato di mettere il silenzioso, che palle» borbotta.
In replica, Manuel accenna una risata. Tiene una mano tra i suoi capelli e impiglia le dita tra i ricci morbidi. «E chi è che te scrive così tanto, mh?» rimbecca.
«Nessuno di interessante, è il gruppo della classe.»
«Ah, giá, quello che tengo silenziato da quando l'hanno creato» l'anno prima, se qualcuno se lo stesse domandando.
«Non ti perdi niente» spiega Simone, con voce impastata - vorrebbe soltanto dormire, è stanco e ringrazia che di allenamenti di rugby ne siano rimasti pochi e dopo potrà poltrire fino alla prossima stagione. «Di solito si passano solo gli appunti o roba simile, solo che mo' stanno inviando degli Airbnb per la Grecia.»
È sufficiente una frase del genere per far irrigidire Manuel, così tanto da frenare le carezze che stava donando al compagno. Cerca di non rendere troppo evidente la sua reazione: finge un colpo di tosse e sbatte le palpebre, fissando il soffitto. «Ah, uhm—capito» borbotta.
Per quanto gli è stato possibile, ha cercato di evitare l'argomento vacanza nelle ultime settimane, ma è risultato complicato dal momento che pare essere l'unico spunto di conversazione, in classe e durante le uscite: lo ha fatto provando a cambiare discorso, fingendo di non sentire o, come in quel caso, silenziando una chat.
In realtà, potrebbe essere sincero e spiegare il motivo per cui sta saltando quell'ostacolo, il problema è che dirlo ad alta voce gli provoca–
Ah, è crudele con sé stesso ed è qualcosa di insensato, però, ecco, gli provoca imbarazzo.
Allora tace e basta, ignora la cosa, sperando che essa possa passare in sordina.
Del resto, far finta che il problema non esista finché non scompare, delle volte, è un ottimo metodo.
Circa.
Simone si accorge che c'è un particolare fuori posto nel suo atteggiamento, nella risposta che ha appena fornito, per cui apre gli occhi e solleva di poco la testa, quel che è sufficiente a scrutare il suo viso. «Che c'è?» domanda.
Manuel mantiene lo sguardo sul soffitto. «No, niente» taglia corto.
Lo sa che tanto non attacca, che l'altro insisterà finché non gli tirerà fuori una confessione, come è capitato spesso negli ultimi mesi, da quando sono una coppia.
Sì, stenta a crederci delle volte, ma è così.
Difatti, quando gli rivolge l'attenzione, lo sorprende a fissarlo in attesa della risposta.
Gli occhi grandi di Simone sono - e sempre saranno - il suo punto debole.
Si morde piano il labbro inferiore. «Si parla di questa estate» soffoca.
«Lo so, vogliono prenotare prima per essere organizzati, anzi, è pure tardi secondo me.»
«Eh, ma io d'estate devo lavorare.»
Probabilmente nemmeno dovrebbe farlo, non per quei motivi - perché non arranca alla ricerca di un impiego per fare esperienza, per mettere i soldi da parte per gli sfizi; no, lui accetta qualunque mansione, per giunta avvilente e sottopagata, soltanto per avere abbastanza denaro per poter pagare il riscaldamento, le bollette che la madre Anita lascia indietro e per fare la spesa, altrimenti il loro frigo sarebbe perennemente vuoto.
Sta scegliendo di sgobbare di più, di più, di più durante la stagione estiva in modo da concentrarsi sullo studio nei restanti mesi ed essere abbastanza bravo da non avere debiti, esami di riparazione e una media sufficiente per ottenere un voto decente alla maturità il prossimo anno; lo fa pure perché ha smesso di cercare soldi con mezzi poco legali, cerca di fare le cose nella maniera più corretta che conosce, per essere una persona migliore.
Ci prova, quantomeno.
Non fuma manco più - non troppo, cioè, solo a scrocco.
«È soltanto una settimana» pigola Simone.
«Ad agosto. E ad agosto pagano di più.»
L'imbarazzo che Manuel ha messo in conto poco prima gli piomba addosso di peso, forte, in quel momento, quasi fosse più difficile da sostenere e sopportare con gli occhi del compagno che lo scrutano da vicino.
Delle proprie difficoltà economiche non gliene parla spesso - a causa della vergogna, appunto.
Simone non lo sforza, non chiede, capisce e basta come quando l'altro gli dice di tenersi la giacca se sono a casa sua, quando prende solo una bottiglia d'acqua se escono a bere e non possono usufruire delle birre del discount - e allora ordina per lui un drink e glielo offre con la scusa del sono il tuo ragazzo, si fanno queste cose, la prossima volta offri tu anche se poi la prossima volta non succede nulla di diverso.
Sono piccoli particolari a cui bada parecchio e si morde il labbro inferiore, punendosi per non aver compreso anche quella volta.
Che non può venire perché costa troppo, perché quei soldi servono per altro e lui altro non ha.
«Okay, allora restiamo a Roma» conclude.
È facile per Manuel realizzare quale sia il suo intento. Si affretta a scuotere il capo. «Resto,» specifica «tu ci vuoi andare in Grecia, non scherzare.»
«Non mi interessa particolarmente.»
«Simo...»
«Se andassi da solo, passerei il tempo a fare il conto alla rovescia per tornare qui da te. Capisci che non ha senso?»
«Non devi rinuncià alla vacanza solo perché io non posso venire.»
«Non ci sto rinunciando» Simone si tira appena più su, in modo da avere i visi alla stessa altezza. Si sporge in avanti, sfrega la punta del proprio naso contro la sua. «La Grecia non mi interessa, non se tu non ci sei» sussurra, piano «mi interessa–portarti a Londra per farti vedere che è bella e non sempre grigia, poi andare a Vienna per farti sentire che parlano davvero il tedesco» gli sfugge una risata, la stessa coinvolge pure l'altro ragazzo «e poi, che so, magari andare pure a Parigi, salire a piedi tutte le scale dell'Arco di Trionfo e baciarti quando arriviamo in cima, anche se mi maledirai perché hai il fiatone e non c'hai per niente il fisico.»
La visione è bella - una bellissima visione - sebbene, ragiona Manuel, con molta probabilità non avrà mai l'occasione di fare tutti quei viaggi, tantomeno i soldi necessari.
Ad esempio, per quel che sa, sua madre Anita non è mai andata da nessuna parte, mai uscita fuori dai confini del Lazio e sin da bambino ha presupposto che per lui il destino sarà il medesimo.
Tuttavia, per un singolo attimo, vuole fantasticare sul fatto che potrà andare a visitare i posti menzionati, insieme a Simone, nell'universo tangibile che stanno costruendo insieme.
Annuisce e sbatte le palpebre per scacciare le lacrime che percepisce pizzicargli gli occhi.
«Non so nemmeno il francese» gracchia - è l'unica cosa che gli viene in mente da dire e si reputa un briciolo stupido.
Sta imparando, del resto, ed essere romantico è complicato.
«Cosa?»
«Per andare a Parigi, uhm–non so il francese» e nessun'altra lingua, in realtà.
«Ci sono io per quello» Simone lo rassicura e deposita un casto bacio sulle sue labbra «mon amour.»
«Questo lo capisco, però.»
Sorride e gli brillano gli occhi. «Je te garde avec moi pour toujours» è un flebile soffio.
A tale frase, Manuel aggrotta le sopracciglia. «Questo un po' meno» borbotta, ma la traduzione non avviene da parte dell'altro ragazzo che preme soltanto la bocca sulla sua e ammutolisce ogni suono.
***
9 agosto 2023
Manuel è distrutto.
È il quarto doppio turno di fila a cui si sottopone, per sua volontà, e ne ha un quinto il giorno dopo.
Sta quasi pensando di rinunciare e darsi malato solo per una volta, perché ha i piedi pieni di bolle, non si regge in piedi e rischierebbe di svenire e rovesciare tutte le stoviglie a terra - e le dovrebbe pure ripagare e allora sarebbe stato tutto inutile.
Una magra consolazione è che, rispetto al precedente anno, è passato da essere lavapiatti a servire le pietanze a tavola e sparecchiare.
È quasi sempre o solo o in compagnia di una ragazza di nome Chiara - quindi è come se fosse solo, dato che la collega non lo aiuta per niente, si fa gli affari suoi e per la maggior parte del tempo si lamenta e basta.
Insomma, non la sopporta e a volte prova l'irrefrenabile impulso di farle lo sgambetto e far cadere lei insieme a piatti e bicchieri.
Ad ogni modo, per quella sera ha terminato e portato a termine ogni mansione, anche la pulizia della sala che non ha capito se rientra nei suoi compiti o meno.
È l'una e mezza di notte quando abbandona il ristorante dove è assunto, usufruendo dell'uscita secondaria.
Deve raccattare le forze necessarie per arrancare fino alla moto e guidare fino a casa.
Ecco, se avesse una sigaretta, quello sarebbe il momento ideale per fumarne una e sgombrare la testa dall'affollamento di pensieri.
Trascina le suole delle scarpe sull'asfalto, tiene il capo basso e lo solleva solo quando un «Ehi» gli entra nelle orecchie.
Accanto al proprio mezzo a due ruote, c'è una Vespa bianca alla quale sella è appoggiato col fondoschiena Simone; ha una maglia a righe orizzontali nere e bianche e un paio di pantaloncini beige che gli arrivano sopra al ginocchio.
Fa un po' ridere vestito in quel modo, ma lo trova comunque caruccio.
«Che ce fai qui?» a Manuel viene spontaneo domandare, ma nemmeno gli interessa - basta che ci sia - difatti sta già sorridendo, mentre gli si avvicina a piccoli passi.
La medesima piega positiva si dipinge sulle labbra di Simone, che inclina il capo su di un lato. «È passata la mezzanotte» dice.
Adesso Manuel gli è di fronte, a pochi centimetri di distanza. Da una simile posizione, sono quasi alla stessa altezza. «E quindi?»
«Buon compleanno.»
Talmente immerso nel lavoro, nel memorizzare le comande e il numero dei tavoli, che neppure ha pensato a quel giorno; un po' ha perso la concezione del tempo nelle ultime settimane, ad essere onesto.
Abbozza una risata. «Grazie, uhm» bofonchia «non è così importante il compleanno mio.»
«Ah, no? Peccato» rimbecca Simone che, intanto, recupera un sacchetto di carta dal bauletto dietro alla Vespa. Ne tira fuori un muffin al cioccolato, sul quale sistema una candelina lilla. Ha persino un accendino dietro per generare una fiammella. «Ti ho fatto dei dolci» esclama «gli altri sono a casa, al momento c'è questo. Soffia un po'.»
Manuel fissa la fiamma accesa della candelina. Da quel che ricorda, non ne spegne una da quando aveva undici anni, non perché Anita non abbia mai provato a fargli una torta o una festa sorpresa, è lui che se lo è imposto - sempre con la scusa che tanto il suo compleanno è d'estate e non c'è nessuno con cui festeggiare.
Persino i suoi diciotto anni sono stati una sera con delle birre e nulla di più - dove poi mancava la persona più importante.
Per quel che vale, però, quel primo compleanno insieme a Simone, con un muffin al cioccolato e una singola candelina ha più significato e rilevanza di qualunque altra cosa.
Si prepara a soffiare, ma poco prima il compagno lo ferma per puntualizzare: «Ricorda che devi esprimere un desiderio.»
Fino all'anno precedente, i suoi desideri sarebbero stati qualcosa tipo volere più soldi, fare una grossa vincita e risolvere tutti i problemi oppure svegliarsi in un universo parallelo dove è ricco, con un padre e una mega villa.
Invece in quel momento la sua mente concepisce un differente pensiero che si identifica con il viso di Simone davanti a sé, sotto la luce fioca di un lampione e i suoi occhi grandi che lo scrutano da vicino.
E non necessita di altro, soltanto lui.
Lui ed essere guardato da lui.
Für immer.
Pour toujours.
E in qualunque altra lingua di tutti i paesi che è possibile immaginare.
Socchiude gli occhi e soffia sulla fiammella per spegnerla. In seguito, pizzica la candela tra indice e pollice e la spezza - che da poco ha scoperto che occorre farlo per scaramanzia e per far avverare il desiderio espresso.
Simone sorride. La domanda su cosa abbia richiesto al fato preme sulla sua lingua, ma la trattiene. Piuttosto si sporge in avanti e deposita un bacio sulla punta del suo naso.
«Bon anniversaire, ma chéri» sussurra, in un soffio.
Manuel ancora non capisce bene le altre lingue - francese, tedesco, inglese, un giorno perderà il conto - però quella frase la comprende e riesce addirittura a rispondere: «Merci, mon amour» anche se ha una pronuncia pessima.
Ma Simone non lo corregge o riprende - del resto, è il suo compleanno, può concedergli qualsiasi cosa.
«Lascio la Vespa qui e andiamo a casa mia con la moto tua» dice, in seguito «però guido io.»
Manuel dà un morso al dolce che l'altro ancora tiene in mano - non ha cenato e lo stomaco gli brontola. «Perchè?» borbotta, con la bocca piena.
«Perché sei troppo stanco e non lasceresti mai la tua bambina qui in mezzo alla strada.»
È vero e non può contraddirlo: la sua moto è un prolungamento del suo stesso essere, non riuscirebbe mai a rinunciarci, nemmeno se un giorno dovesse avere un'auto - la terrebbe comunque, magari in un garage apposito, ecco.
Non può farlo neppure sul fatto d'essere stanco, dato che è distrutto e le palpebre faticano a stare aperte. Annuisce e «Si può fare» attesta. Ha delle briciole sulle labbra, però ciò non lo frena da reclamare un bacio - sa di cioccolato, sa di buono.
Sta bene.
Per adesso, Manuel sta bene.
***
11 settembre 2023
Il primo giorno di scuola dell'ultimo anno di liceo è arduo.
Il professor Lombardi, quello di latino, ha già messo in guardia e leggermente intimorito la 5^B con l'esame di maturità e si è perso pure in mezz'ora di polemica su quanto odi il fatto che è sempre tutto un casino, cambiano ogni anno le modalità, uno poi impazzisce a stare dietro a questi stolti.
Ecco, alla fine ha perso metà della lezione ad inveire contro il sistema e nessuno ne ha fatto una questione.
Manuel ha trascorso quel tempo seduto all'ultimo banco a scambiarsi sguardi con Simone che ha preso posto al suo fianco.
Ogni tanto gli occhi gli son caduti anche su Chicca, che ha cominciato a odiarlo un po' meno e ha ripreso a salutarlo la mattina.
È già un traguardo.
Al momento dell'uscita, si avvia verso casa con la sua bambina e Simone in sella dietro di lui, aggrappato ai propri fianchi.
Il tragitto per giungere alla meta non è troppo lungo, i semafori rossi sono l'intoppo più grande; tuttavia, nemmeno se ne ravvede poiché in quei minuscoli attimi c'è il compagno che gli sfiora il collo con le labbra e gli lascia dei baci leggeri nella porzione di pelle dietro la nuca, quel poco che è lasciato scoperto dal casco.
Vorrebbe far durare la sensazione di felicità donata da quei gesti per tutto il pomeriggio, magari a letto, privi di vestiti.
Perlomeno, quello è il desiderio se non fosse che, giunto davanti alla serranda del capanno degli attrezzi che funge da garage, spegne il motore e subito viene travolto dalla voce di Anita che riecheggia nell'aria: «No, no, io ho capito, ma questo addirittura? Non poteva darmi un po' più di tempo? È umiliante, lo capisce?!»
C'è una strana e assurda consapevolezza che lo colpisce in pieno soltanto ad udire simili frasi.
Privo di spiegazioni esplicite, Manuel capisce già cosa significa.
È una realizzazione tanto facile quanto dolorosa.
Scende dalla moto rischiando di cadere a terra. Si leva il casco e lo regge in una mano mentre sale di fretta la rampa di scale che conduce al primo ed unico piano dello stabile dove vive.
È così scosso che non si gira per accertarsi che Simone gli stia andando dietro - cosa che succede: è la sua ombra.
Ha il fiatone quando arriva giunge alla meta e non è per i gradini che ha fatto a due a due, per il caldo ancora asfissiante, piuttosto per il cartello bianco che vede attaccato alla porta di legno di casa sua: notifica di sfratto.
Nei suoi incubi, più volte un simile evento si è presentato, ma ha sempre creduto che non sarebbe mai arrivato quel giorno - che sì, qualche bolletta in ritardo sarebbe stata onnipresente, delle lettere di sollecito, non quello.
Quello è fin troppo da affrontare, troppo drastico, persino per lui.
Rimane immobile con gli occhi fissi sulle lettere nere che hanno cominciato a confondersi quasi non fosse più in grado di leggere.
«Manuel...» Anita pronuncia il suo nome con la voce che le si spezza il gola. Ha chiuso la chiamata con - presumibilmente - il padrone dell'alloggio dal quale li hanno appena sbattuti fuori.
Lo sguardo della donna è spento quando si avvicina al figlio e gli sfiora una guancia con dita tremanti. «È-è tutto okay, mo' sistemo tutto, mh?»
«Che... che sistemi?» le parole gli muoiono in gola. Manuel prova a non essere scontroso, ad avere una reazione comprensiva a ciò che sta accadendo.
Sta provando ad essere una persona migliore e questo comprende anche avere delle reazioni meno impulsive, che non lo facciano scattare per ogni minima sciocchezza.
Anche se quella non lo è affatto, una sciocchezza.
Purtroppo, però, i risultati di tale tentativo sono vani poiché, d'istinto, si sottrae alla carezza della madre bruscamente e fa un passo indietro.
«M'avevi detto d'esse indietro co' qualche rata, ma che il proprietario t'aveva accordato nuove scadenze» mugugna tra i denti.
«E infatti è così, ci dev'essere un malinteso e...»
«Ma che malinteso, oh? C'hanno sbattuto fuori, ma', quella è 'na nota legale e se c'è significa che aveva gli elementi pe' farlo, quale cazzo de malinteso?»
Che cazzo hai fatto, di nuovo?
Anita incassa il suo tono duro, quel poco velato rimprovero. Annuisce e tira su col naso. «Me vuoi fa' sistema' la cosa? Te vuoi fida' de tua madre?»
Manuel manda giù a fatica della saliva. Dovrebbe rispondere di sì, che si tratta di sua madre, certo che si fida: è pur sempre la donna che l'ha cresciuto da sola, senza l'aiuto di nessuno e dovrebbe essere naturale affidarsi a lei ciecamente.
Il punto è che sta vacillando da tempo e lo sfratto è soltanto la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
È stanco, sfinito.
Ha soltanto diciannove anni e se ne sente addosso almeno tre volte quella cifra, se non di più.
Vorrebbe confessare, lì, in quel momento, che non ce la fa più, che non sa se potrà affrontare pure quella situazione.
Basta, mamma, io sono al limite.
Perché succede sempre tutto a noi?
Perché sempre a me?
Alla fine, tuttavia, non proferisce parola e si limita ad annuire. Reprime la rabbia e la voglia di urlare che scalpita dentro di lui, sebbene la stessa lo stia corrodendo.
Anita pare comprendere comunque, compreso il suo silenzio. Non porta avanti la discussione, anzi, guarda oltre il figlio per rivolgersi al ragazzo che lo ha seguito ed è rimasto in piedi a qualche metro di distanza col casco in mano, senza intromettersi.
«Simone...» lo richiama «Manuel può stare da te per qualche giorno?»
Manuel vorrebbe opporsi a quella proposta, dire alla madre che non deve decidere per lui e rimane di spalle a chi è stato interpellato quando lo sente replicare: «Sì, non c'è problema.»
Sospira e scuote la testa. «Non te posso lascia' da sola in mezzo a 'na strada» sibila.
Si insinua nella sua mente il senso onnipresente e innato di protezione per la sua famiglia che possiede, nonostante tutto, nonostante la furia e l'angoscia.
«Non sto in mezzo a 'na strada,» rimbecca la donna «posso stare da una mia amica. È solo per due, massimo tre giorni, poi torniamo a casa, mh?» prova ad essere il più rassicurante possibile.
Il ragazzo non ci crede, per nulla. Non pensa che quella situazione si possa risolvere, perlomeno non in un lasso di tempo così breve.
Fa ancora cenno di no col capo, intanto che la madre gli riserva una carezza che non riesce a scansare sul viso e sussurra: «Sistemo tutto, te lo prometto.»
Ma quella volta, Manuel non sa se crederci.
***
Non è la prima volta che dorme alla villa dei Balestra. Ha passato numerose notti in quel luogo, in camera di Simone: c'è una branda che viene fuori dal cassone sotto al letto ad una piazza e mezza, però non l'hanno mai usata poiché la maggior parte delle volte sono stati avvinghiati su un singolo materasso.
Di norma, gli piace stare attaccato a lui nel buio e nel silenzio.
Quella notte, però, ciò non accade: il suo animo è troppo tormentato dagli ultimi avvenimenti per farlo scivolare pacificamente nel sonno.
Così si alza nel modo più cauto possibile per non svegliare Simone, cammina scalzo fino ad aprire la portafinestra e raggiunge il piccolo balcone della stanza.
Ha addosso un pantalone grigio della tuta che un po' gli sta largo in vita ed è lungo, tanto che ha dovuto arrotolare gli orli sulle caviglie, ed una t-shirt bianca - del resto, ha preso in prestito gli indumenti del compagno, dato che a causa dello sfratto non è riuscito a rientrare in casa; dovrà passarci tra qualche giorno, se tutto va bene.
La luna è assente nel cielo, coperta da nubi scure.
Si intravede soltanto qualche stella rada.
Spera che da quelle nuvole scaturisca della pioggia - che non piove da tanto ed è tutto secco intorno.
Un brivido gli percorre la schiena quando appoggia i palmi sulla ringhiera in pietra e fissa l'orizzonte.
La villa dove è ospite si trova in periferia, lontana dai rumori del traffico della città, dalle luci forti e dal caos.
Nemmeno il panorama dei campi che ha davanti lo tranquillizza.
Avrebbe bisogno di una sigaretta, diamine.
Socchiude gli occhi ed è l'attimo in cui percepisce le mani di Simone cingergli i fianchi, il suo petto aderire alla propria schiena; d'istinto, porta il capo all'indietro per abbandonarsi del tutto a lui.
«Tutto okay?» chiede quest'ultimo.
«C'hai 'na domanda di riserva?»
Manuel solleva le palpebre. Il cielo sembra avere più stelle adesso.
«Si aggiusta questa cosa, mh?» la voce di Simone è un soffio delicato che vuole essere di conforto.
Nell'altro ragazzo non ha l'effetto sperato poiché la rassegnazione ha preso il sopravvento. Non glielo fa notare, apprezza il suo intento. «Forse avrei dovuto fa' di più» biascica «potevo tenere il lavoro di quest'estate, lasciando la scuola e potevo aiuta' di più mia madre e...»
«Manuel...» Simone lo frena. Si stacca piano da lui e lo affianca, seppur mantenendo un palmo tra le sue scapole. «Hai fatto anche di più di quel che dovevi.»
«E non è servito a niente.»
«Non è vero.»
«Sono senza una casa, Simò. Se avessi fatto—abbastanza, non sarebbe successo.»
Se fossi stato abbastanza, nulla sarebbe successo.
Manuel è consapevole che è nato per sbaglio, un errore di gioventù. È convinto che se non fosse mai esistito, sua madre avrebbe avuto una vita migliore e che lui, in qualche modo, gliel'ha rovinata.
Per questo si sente perennemente in debito nei suoi confronti e arrabbiato c'è rimasto ben poco, alla fine.
È sopraggiunto in fretta il senso di colpa, quasi fosse il responsabile assoluto di ogni male.
Capitano tutte a me perché io nemmeno ci dovevo essere qui.
È il destino che si ribella.
«Non spettava a te fare abbastanza» afferma Simone.
Il compagno è già pronto a replicare con non puoi capire, tu questi problemi non li hai mai avuti, con il rischio di risultare un ingrato dato che è un modo per consolarlo, ma subito viene aggiunto: «Lo so che detto da me che sono un—ricco der cazzo non c'ha molto senso e sembra che parlo per dare aria alla bocca, ma... ma io ti ho sempre visto affannarti per tutto, spaccarti la schiena per pagare le bollette a casa e questo è molto nobile, però tu–tu sei soltanto un ragazzino.»
Simone fa una breve pausa. Allunga una mano, sfiora con il pollice la guancia dell'altro ragazzo. «Sono più piccolo di te, non è per offenderti» prosegue «è che sei un ragazzino che dovrebbe fare il ragazzino, non l'uomo di casa. Non ancora.»
Da un lato, Manuel pensa persino che l'altro abbia ragione, che è la cosa più logica, che non è lui l'adulto in quel frangente, non spetta a lui risolvere la situazione.
Però «Se non lo faccio io, chi lo fa?» gracchia.
«Non lo so. Ma non tu, non ora.»
Non sa se dargli retta, se aggrapparsi al concetto che non è colpa sua, che non poteva cambiare le cose ed evitare certe sciagure.
In realtà, vorrebbe, il problema è che non ci riesce.
Una singola lacrima gli riga il viso.
Simone è subito pronto ad asciugarla con un dito. Si avvicina di più a lui, prende il suo volto tra le mani. «Hai fatto abbastanza, Manu» mormora «capito? Non hai sbagliato nulla.»
Vorrebbe credergli, Manuel lo vorrebbe tanto, eppure non riesce a concederselo.
Realizza, però, che con Simone non è uscita fuori soltanto la nuova versione che si è concessa l'amore, ma anche quella più fragile, che ammette di avere eccessivo peso addosso, che non sa che fare ed è un aspetto che ha cercato di nascondere, chiudere in un cassetto con chiunque.
Con Simone no.
Con Simone non deve essere soltanto quello forte, intoccabile.
Con lui può permettersi di mostrare le proprie debolezze, certo che le sue mani se ne prenderanno cura.
Simone si prende cura di lui.
E viceversa.
«Okay» singhiozza, alla fine, e annuisce freneticamente «okay.»
«Okay» ripete l'altro ragazzo. Appoggia la fronte sulla sua, mentre Manuel stringe il suo busto con entrambe le braccia.
Restano in silenzio in quella posizione per dei minuti che paiono infiniti, fino a che non sentono entrambi freddo - stranamente, considerato il clima.
Allora Simone costringe Manuel a rientrare in camera, a sistemarsi sul letto ad una piazza e mezza, coperti da un lenzuolo sottile.
Si sdraiano su di un fianco, la testa sullo stesso cuscino e i volti alla medesima altezza - che nessuno di loro due vuole dormire, ma va bene guardarsi, accarezzarsi, senza parlare.
Manuel riesce a ritrovare un briciolo di serenità, per quel che vale, allontanare il pensiero dello sfratto, dei soldi, di sua madre e la sua assenza di idee per aiutarla ancora.
«Simo?» sussurra ad un tratto, tenendo le palpebre abbassate, intanto che il compagno gli sfiora una tempia con la punta delle dita.
«Mh-m?»
«Ho cercato una cosa l'altro giorno» riapre lentamente gli occhi. Quel lieve contatto lo fa stare tranquillo.
«Cosa?»
C'è una lieve esitazione quando dice: «Du forandret livet mitt» ed è probabile sbagli pronuncia - di sicuro l'ha sbagliata.
Simone abbozza un sorriso. «Questa non la conosco» ammette - ce la fa con il tedesco, il francese, l'inglese e un po' con lo spagnolo; quella sonorità non gli è familiare.
«È norvegese» spiega Manuel.
«E che vuol dire?»
«Ah, da me la vuoi la traduzione, mh? Non funziona che te la devi cercare?» lo sbeffeggia e allunga una mano per andarla ad abbandonare sul suo fianco. Ridono entrambi.
«Significa mi hai cambiato la vita» rivela subito, la verità che non ha bisogno di celare.
Simone striscia sul cuscino per avvicinarsi di più al suo volto. Ora può sfiorare la punta del suo naso con la propria. «In francese si dice vous avez changé ma vie» soffia.
«Suona meglio in francese.»
«E perché la Norvegia?»
«Perché vorrei andarci» Manuel lo dice a voce bassa, rauca «lì nei posti dove si vede l'aurora boreale, poi se parti da Oslo con la macchina puoi arrivare fin dove si vedere il sole a mezzanotte e so' quelle cose che devi per forza vedere almeno 'na volta nella vita.»
«Sì, sono belle.»
«E io ci vorrei andare con te» sussurra ancora.
Prova a sognare, ancora, che potrà girare il mondo insieme a lui e non rimanere fermo, in dei margini che gli stanno stretti.
Che li può scavalcare, volendo. «In Norvegia pe' l'aurora boreale, in Giappone per la fioritura dei ciliegi, in Egitto per le piramidi, negli Stati Uniti per le cascate del Niagara, in—in ogni posto bello dove si puó andare per vederlo co' te e imparare una nuova lingua per dirti che ti amo in tutte quelle possibili.»
Simone lo ascolta in silenzio, con le labbra che tirano perché non riescono a smettere di sorridere, per la felicità e la commozione di una simile confessione.
Che a lui va bene anche solo l'italiano.
«Non so se bastano tutti i paesi del mondo» sibila.
«Ce li faremo bastare.»
***
20 settembre 2023
Anita non è riuscita a sistemare nulla, al contrario la situazione è addirittura peggiorata, tanto che il proprietario avrebbe persino voluto tenersi tutto il contenuto dell'appartamento per venderlo e ricavarci qualcosa.
Tuttavia, almeno quella parte la donna è riuscita a trattarla e possono rientrare nell'alloggio per recuperare gli effetti personali - sì, devono lasciare i mobili ed ogni altra cosa, però questo è un discorso differente.
Manuel non chiede alla madre da chi abbia preso in prestito il piccolo furgone bianco per trasportare i loro pochi averi e nemmeno questiona il fatto che, per un po', andranno a vivere nella casa vuota della sua amica Valeria che si trova all'estero per il lavoro.
È una soluzione momentanea, giusto qualche settimana, e lui ha già l'angoscia di ciò che succederà dopo.
Prova a non pensarci, mentre chiude l'ennesimo scatolone che ha appoggiato sul tavolo.
Un senso di malinconia lo avvolge.
Ci ha vissuto soltanto qualche anno in quella casa, ma le sue mura hanno potuto assistere al suo cambiamento, alla presa di coscienza del proprio essere, le infinite conversazioni via chat con Emma, le sue risate e pianti in solitudine, il primo vero bacio con Simone.
E quindi un briciolo il suo cuore piange. I suoi occhi, però, rimangono asciutti.
Dentro alle scatole non ha sbirciato: ha pochi ricordi materiali, si è preoccupata Anita di raccattarli; lui si è limitato a chiudere il tutto con dello scotch marrone.
È solo in cucina quando sta sistemando l'ennesimo pacco e forse per l'infinita ripetizione di quei gesti, per il nervosismo che viene fuori, per qualsiasi altra cosa che, distratto, lo urta e lo fa cadere a terra.
Per sua fortuna il contenuto che si rovescia sul pavimento non è qualcosa di fragile e non rompe niente.
Si affretta a raccogliere ciò che è sparso sulle mattonelle: ci sono una marea di fogli piegati in quattro, dei piccoli oggetti di arredamento, dei piatti in plastica rigida che usava da bambino.
Prova a rimettere tutto nel contenitore originale e, compiendo tali gesti, la sua attenzione viene catturata un po' di più dai fogli e nota che alcuni sono chiusi in delle buste; ognuna di esse ha un nome sopra, a volte pure con un indirizzo che pare variare in alcuni casi.
Il nome no, resta lo stesso: Nicola Brandi.
Non lo ha mai sentito, Anita non gliene ha mai parlato. Probabilmente dovrebbe farsi gli affari propri, metter via quelle che, ad analizzare bene le cose, sono lettere indirizzate alla persona menzionata, eppure c'è una parte di lui che lo spinge a posarle sul tavolo e ad aprirne alcune.
La prima riporta una data in alto a destra, 5 febbraio 2004 e poi prosegue:
Caro Nicola,
è trascorso nemmeno un mese da quando sei partito e già mi manchi. È un po' patetico scriverlo in una lettera che non leggerai mai, dato che non avrò il coraggio di spedirla e forse è meglio così perché se lo facessi, torneresti indietro e non voglio questo per te.
Manuel storce il naso. C'è qualcosa che stona in quelle parole e gli puntella il petto. Dovrebbe smettere di leggere, di immischiarsi e, invece, da bravo masochista, va avanti:
Ti conosco.
Per quel poco che siamo stati insieme, per quanto forte e tanto ti ho amato e mi hai amata, so che molleresti tutto e rimarresti a Roma se ti dicessi che porto in grembo tuo figlio.
Ecco.
Le mani cominciano a tremargli e deve prender posto su una sedia per non capitombolare a terra come gli oggetti della scatola.
Le lettere proseguono negli anni e nella forma, raccontano della sua vita: può leggere nero su bianco gli episodi che ha vissuto da piccolo, come si è rotto un braccio in prima elementare, la festa di una sua compagna di classe ai gonfiabili e il divertimento che ne aveva ricavato, la tristezza per Marcello, fino alla più recente bocciatura in terza liceo.
C'è ogni dettaglio, filo per segno, per un destinatario che non ha mai potuto leggere nulla poiché quelle lettere non sono state imbucate.
Percepisce un senso di vuoto al petto, qualcosa di lacerante, ed è una sensazione che peggiora quando trova una delle lettere più recenti, datata aprile 2023:
Non avrei mai voluto lo scoprissi in questo modo, quasi per caso, perché adesso chissà che penserai di me.
Probabilmente che sono una stronza che per anni ti ha privato e tenuto nascosto il tuo bambino.
Ed è allora che gli manca la terra sotto i piedi, il fiato, non riesce a respirare.
Lo annienta il pensiero che sua madre non gliene abbia mai parlato, che sua madre gli abbia mentito per tutta la vita, che...
Sta impazzendo.
«Amore, hai finito?» la voce di Anita gli arriva alle orecchie «Facciamo un primo viaggio e poi torniamo. Che dici?»
Manuel esita a voltarsi. Ha quell'ultimo foglio tra le dita, la frase non avrei mai voluto lo scoprissi in questo modo che gli rimbomba in testa e mille ulteriori domande che gli piombano addosso, lo feriscono e distruggono.
Ha gli occhi lucidi quando si alza e si gira con lentezza. Il suo sguardo si scontra con quello della donna. Non dice nulla, non parla e lei già capisce.
Lo si vede dall'espressione che assume, dal mezzo sorriso che svanisce, dalla sua maschera di positività insensata che si rompe al pari del vetro colpito da un martello. «Manuel...» soffoca.
«Non mi ha abbandonato, vero?» dice il ragazzo, la sua voce trema «Mio padre non mi ha mai abbandonato perché non sapeva nemmeno che esistessi.»
È un'ammissione che gli costa tanto, che lo devasta.
Che lo ricopre nuovamente della polvere di cui si era liberato.
«Possiamo...» Anita singhiozza e muove un passo nella sua direzione «possiamo parlare e ti—ti spiego tutto, davvero io...»
Sta annaspando, soffocando, annegando.
«Che mi devi spiegare, hai—tu... perché?» a Manuel viene voglia di gridare. Ha ancora la lettera in mano, ma questo non gli impedisce di tirare un colpo alla scatola sul tavolo e far rovesciare nuovamente il suo contenuto a terra. Ringrazia di non avere altro nelle vicinanze poiché spaccherebbe ogni cosa.
Perché lo hai fatto?
Perché hai scelto per me?
Perché mi hai privato di qualcosa di così importante?
Perché, mamma, perché?
«Che cazzo, 'ma!»
«C'è un motivo» la donna prova a dire. Avanza ancora e lui, di riflesso, indietreggia e questo la fa fermare .
«Io ero—avevo diciassette anni, Manuel. Non... non sapevo nulla della vita, di tutto e lui era un uomo più grande di me, con una carriera davanti e io gliela avrei soltanto rovinata.»
Io l'avrei rovinata, pensa, invece, Manuel, io sono il problema.
«E mentre crescevi, mentre gli assomigliavi sempre di più, ogni giorno mi ripetevo che, forse, avrei dovuto dirglielo e...»
«Ma non l'hai fatto.»
«No, non l'ho fatto.»
Anita non ha mai spedito quelle lettere, nemmeno una. Ha continuato a parlare con un fantasma per quasi diciannove anni.
Manuel si passa una mano sul viso. Ha cominciato a piangere senza rendersene conto. «E ora l'ha scoperto, mh?»
La madre annuisce. Le lacrime hanno travolto anche lei.
«Quanto tempo fa?»
«Cosa?»
«Da quanto mio padre sa che io esisto?» il suo tono si alza troppo, urla. È esasperato.
Anita trema per quel confronto che ha per così tanto evitato. «Qualche mese,» biascica «l'ho incontrato per—sono andata a fare delle traduzioni simultanee e lui era lì, mi sono sentita c...»
«Non me interessa come te sei sentita» Manuel la interrompe con violenza. Non gli interessa davvero.
È talmente ferito che non si preoccupa per lei, per quanto ciò gli dolga. «In tutti 'sti mesi, non ha mai chiesto di me? Di—di fa' qualcosa, non...»
«No, ha... lui ha chiesto di te, voleva incontrarti, ma ho pensato che non...»
«Hai pensato di scegliere per me di nuovo e impedirmelo. Bella mossa der cazzo, ma'.»
È una sentenza micidiale che tuona nella stanza dove si trovano, che provoca un terremoto e una crepa tra loro due che potrebbe non essere più risanata e restare visibile in eterno come quelle che si creano su un soffitto bianco.
«Mi dispiace» singhiozza Anita e ora non ci prova ad andare incontro al figlio. Evita l'ennesimo rifiuto.
Manuel, invece, non tenta di capirla, di comprendere le sue motivazioni. Non gli interessa e non ce la fa.
«Voglio incontrarlo» sentenzia.
«Manuel...»
«Voglio sapere dove abita, chi è, cosa fa, parlarci.»
«Non...»
«No! No, non voglio sentì più niente. Hai deciso tu per la vita di due persone per tutto 'sto tempo, tu non devi proprio di' più niente!»
Gli fa male, ovviamente, parlarle in quel modo perché nonostante tutto non si sono mai trattati in modo vile e crudele. Però non riesce a reprimere l'astio che prova nei suoi confronti, la rabbia e la voglia di urlare ancora.
E di nuovo, perché mi hai fatto questo, mamma?
Scuote il capo.
Coperto di una polvere più nera e spessa, con le gambe pesanti si muove e abbandona l'appartamento.
Quella non è più casa sua, in ogni senso possibile.
***
[Note autore:
Salve e come sempre grazie per aver letto questo fiume di parole.
Alcune cosine: originariamente Manuel doveva conoscere il padre in altro modo, but ho pensato di ricollegarmi alla serie, anche se è stato un po' meh nel senso Anita scrive una mail a caso e la lascia nelle bozze senza nessun appiglio ad altro.
Vabbè che cerco un senso nella scrittura della s2 che non esiste—
Comunque ho pensato di dargliene uno, con Anita che ha sempre saputo dov'era e cosa faceva Nicola, parlando alla sua ombra.
Non so, per me ha più logica, ma io non sono una sceneggiatrice (a quanto pare manco qualcun altro dovrebbe esserlo, ma non bisogna fare i pignoli, duh)
Ricordo che la storia è Simuel (canon, sempre), ma soprattutto pov Manuel; se Simone c'è meno, c'è un motivo, però avrà anche lui la sua storia individuale seppur mostrata meno.
È il protagonista, mica una spa—
Vabbè troppe allusioni, sia mai che mi denunciano.
Fatemi sapere che ne pensate.
Tra poco si soffre un po'.
Ps. Grazie a Vero per le traduzioni in tedesco. Il resto ho cercato su Google translate, siate clementi.
Un bacio.
Lilith.]
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