CASSETTA 1
18 ottobre 2021
L'ennesimo numero tre spicca in alto a destra sul foglio protocollo a quadretti e non se lo spiega, dato che ha studiato per quel compito di matematica, si è impegnato ad imparare tutte le formule, eppure quello è il risultato.
Forse ha sbagliato a scegliere il liceo scientifico, visto che con quelle materie fa pena.
Ma che gli è saltato in mente?
Lo ha fatto per seguire l'unico amico che aveva alle scuole medie e adesso quella è la stessa persona che manco gli rivolge più la parola.
Incredibile come qualcuno con cui si è condiviso tanto diventi, d'un tratto, un perfetto sconosciuto.
Marcello, si chiamava - chiama, non è mica morto (purtroppo).
Ogni tanto lo incontra nel corridoio e l'altro finge che lui non esista.
Per quel che vale, si comporta allo stesso modo.
Abbandona la verifica sul banco posto in ultima fila, dopo esce dall'aula per approfittare degli ultimi minuti di intervallo.
È in quella classe da poco, dopo esser stato bocciato l'anno precedente - e con tali premesse, rischia di esserlo anche quell'anno.
Inizia a sospettare che il liceo in generale - non solo lo scientifico .- non faccia per lui, che avrebbe dovuto optare per qualcosa di più semplice, alla sua altezza, magari un istituto professionale che rilascia una qualifica; avrebbe potuto fare i soldi con quella da elettricista.
Magari.
Ha questi pensieri che gli frullano in testa, intanto che gira con un bastoncino di plastica il caffè scadente e bruciato del distributore automatico dell'istituto, con le spalle contro il muro.
Non ha legato troppo con nessuno dei nuovi compagni, non nel profondo; insomma, sono tutti dei conoscenti con cui occupare i fine settimana con feste organizzate al risparmio con le birre del discount.
L'unica eccezione è Chicca che è la ragazza che frequenta dall'estate appena trascorsa, quindi non sa se conta - probabilmente no.
Tanto quel giorno lei non c'è e la ricreazione lo passa da solo con un caffè schifoso, evitando di intavolare qualche frivolo discorso con qualche compagno. Il tre in matematica lo ha tramortito abbastanza.
«Manuel?»
Sobbalza quando sente richiamare il proprio nome. Alza il capo. «Professó» esclama.
Davanti si trova Dante Balestra, è il suo nuovo professore di filosofia. È una materia che ha sempre reputato affascinante e l'uomo sa renderla addirittura più accattivante, anche se non lo ammetterà mai ad alta voce.
«La professoressa Girolami mi ha detto che hai preso tre nell'ultimo compito.»
Le voci circolano in fretta.
Manuel scrolla le spalle e butta giù l'ultimo sorso di caffè che già si è fatto freddo. «Sì, vabbè, ma non è importante» taglia corto.
No, ti stai solo crogiolando nel fallimento da quando lo hai letto, ma tutto okay, la propria coscienza lo sbeffeggia - con ragione.
«Beh, hai preso anche due di latino, quattro in italiano, ti ho messo sei da me solo per carità.»
«Ah, grazie, eh» smorza una risata, credeva fosse stato perché era bravo «tanto recupero al prossimo quadrimestre.»
«Sei un ripetente, se già inizi l'anno così, è difficile recuperare dopo.»
Ecco, un bel incoraggiamento è ciò di cui ha bisogno, come se non fosse abbastanza bravo a demolirsi da solo.
«Ma perché le importa tanto?»
Dante accenna un sorriso e infila le mani nelle tasche dei pantaloni. «Non sono quel tipo di insegnante che lascia i suoi alunni alla deriva, specialmente quando può aiutarli» spiega.
Sarà, pensa Manuel: a lui pare più un impiccione, notando anche come si rapporta coi compagni in classe, a volte interferendo nei rapporti interpersonali dai quali dovrebbe tenersi lontano.
È il classico prototipo di professore progressista che vuole per forza entrare in contatto con i suoi alunni, essere loro amico.
Vorrebbe dirgli che non è così che funziona, che per quanto trovi sia bravo a spiegare una materia, a tratti il suo comportamento risulta imbarazzante - cringe, in termini che si comprendono.
Si trattiene, per carità.
«E che c'avrebbe in mente pe' me, allora?» dice, invece. Non che gli interessi.
«Beh, potresti prendere ripetizioni dal più bravo della classe, ad esempio.»
«Sarebbe?»
«Simone.»
«Simone chi?»
Dante sospira. Gli indica con un cenno del capo un ragazzo fermo a qualche metro di distanza: ha i capelli corvini, la pelle diafana con dei minuscoli nei che gli costellano il viso; indossa un maglione blu, dal quale spunta il colletto di una camicia bianca. È insieme ad un altro alunno della 3^B, biondo con gli occhi azzurri e con un umorismo becero.
Adesso Manuel comprende chi è Simone - sa chi è, sebbene non abbia memorizzato troppo bene il suo nome; a volte lo identifica come quello che gioca a rugby.
«A' professó, quello è un disadattato» è il primo commento che gli viene fuori.
«È mio figlio, Manuel.»
«Co' tutto il rispetto, 'nfatti» si morde la lingua. Deve imparare a pensare prima di parlare.
Nota presa.
Dante, comunque, non pare dare troppo peso alla cosa - forse non è nemmeno la prima volta che glielo dicono. «Non devi pagarlo, se quello che ti preoccupa» lo rassicura «gliene ho già parlato, ti aiuta con piacere senza niente in cambio.»
«È la sua buona azione mensile?»
Di nuovo.
«Come, scusa?»
«Nulla. Vabbè, ci penso, mh?»
«Non troppo, mi raccomando!»
L'ultima frase suona come un eco nelle orecchie di Manuel poiché si è già allontanato dal professore, camminando lungo il corridoio. Getta il bicchiere di plastica biodegradabile nel cestino apposito, intanto che la campanella che pone fine all'intervallo suona.
Per una frazione di secondo, il suo sguardo ricade sulla figura di quel Simone poco distante, che scambia le ultime parole con Matteo e dopo rientra in classe.
Pensa ancora sia strano, lo definirebbe un perfettone ed è pressoché convinto che finirebbe per litigarci se mai ci scambiasse qualche parola.
Alza gli occhi al cielo.
L'aiuto di Dante Balestra, stavolta, andrà a vuoto.
***
«Non ho capito perché non ce vuoi annà.»
Chicca si siede a gambe incrociate sul divano, accanto a Manuel.
Regge una grande ciotola piena di pop-corn che prende a sgranocchiare, portandosi una ciocca di capelli scura dietro ad un orecchio.
Lui tiene le braccia conserte, fissa un punto vuoto davanti a sé. Ha ancora la mente che verge alla conversazione con il professor Balestra, della quale è venuta a conoscenza pure la ragazza.
Sono a casa sua in quel momento: Chicca vive in un piccolo appartamento insieme alla madre e alla sorella, c'è soppalco che porta alla sua stanza e oggetti stravaganti di forma e colore sparsi per la casa.
Manuel sbuffa. «Ma che ce vado a fa'» esclama «poi quello è tutto matto.»
«Nemmeno lo conosci» lo rimbecca Chicca «e t'assicuro che Simone non è matto, è soltanto—particolare.»
«Che vor dì particolare?»
«Che è riservato, parla con poche e selezionate persone. Figurati che è il fidanzato dell'amica mia e io c'ho scambiato sì e no du' parole in tre anni, però non è male, davvero.»
«L'amica tua?»
«Oh, di Laura! Daje, so' passati du' mesi, lì vuoi imparà i nomi de classe nostra?»
Manuel si ricorda di Laura: è quella ragazza dai lunghi capelli biondi e gli occhi azzurri sempre gentile con tutti, lui compreso, che quel settembre gli ha fornito il programma stampato di tutto ciò che la classe ha fatto l'anno prima e quanto in previsione per quello in corso.
Ora che ci pensa, ha senso che sia la fidanzata di Simone - se si usa ancora quel termine - visto che sono strambi tutti e due.
«Quindi ce dovrei anna'?» esita e rivolge una rapida occhiata a Chicca che sta masticando i suoi pop-corn.
Lei annuisce. «Male non te fa» replica «poi c'ha ragione il prof: se continui così, finisce che te bocciano di nuovo. Vabbè che siamo all'inizio, però...»
«Però cosa?»
Chicca lo guarda, inclinando il capo su di un lato. Un sorriso ammiccante appare sulle sue labbra. «Mica ce vojo sta' co n'asino io, eh» lo provoca.
«Ah, no?» Manuel comprende che l'argomento della conversazione è decisamente cambiato, dirottato. Le toglie la ciotola di pop-corn dal grembo e la appoggia sul bracciolo del divano, sperando non cada.
In seguito, prende il viso della ragazza e la bacia sulle labbra.
Non deve parlare di Simone Balestra adesso o preoccuparsi di lui.
Puó aspettare fino a domani.
***
22 ottobre 2021
Con la spinta di Chicca e quella ancora più forte della madre Anita - la quale non si è sprecata negli elogi al figlio perfetto di Dante Balestra - Manuel si presenta di venerdì pomeriggio a casa di Simone.
Non è una casa, è una villa fuori città che raggiunge in mezz'ora di moto, con un giardino enorme e le pareti gialle.
Primo pensiero che gli balena in testa: il giallo è un colore di merda.
Secondo: ricchi der cazzo.
L'appartamento diroccato dove vive lui sarà grande quanto una singola stanza di quel posto.
Parcheggia il suo mezzo nel vialetto in ghiaia. Si toglie il casco e lo sistema sotto alla sella.
Sta quasi per cambiare idea. Con Simone non ci ha nemmeno mai parlato, si sono a stento presentati il primo giorno di scuola, gli pare così stupido esser lì.
Si sente come quando sua madre, alle elementari, organizzava degli appuntamenti di gioco con dei compagni per farlo legare di più con la classe e mostrare di essere un genitore capace.
Non che a Manuel servisse, anzi, lo metteva abbastanza in soggezione.
Ai tempi aveva Marcello e tanto bastava.
Ecco, comunque, più o meno sta avvenendo la stessa cosa, solo che adesso colui che ha organizzato l'appuntamento è il suo professore di filosofia e non c'è nessun gioco, perlomeno non divertente.
Trascina i piedi a terra, con lo zaino blu appoggiato su una sola spalla, e si indirizza verso la porta d'ingresso.
C'è pure il porticato, nota, intanto che scruta l'ambiente intorno, e un tavolo di legno, tipo per cenare fuori d'estate, non come il mio appartamento con le mura radioattive dove manco si riesce a respirare.
Com'è che era?
Ah, sì, ricchi der cazzo.
Anche se non crede che lo stipendio da professore possa permettersi una cosa del genere, magari si tratta di un'eredità o qualcosa del genere.
Ad ogni modo, bussa alla porta per tre volte e attende.
Una risposta arriva dopo pochi secondi: Simone appare sull'uscio, tenendo le sopracciglia aggrottate; ha indosso una camicia di flanella a scacchi nera e azzurra e una t-shirt bianca sotto, diverso da ciò che mette sempre a scuola.
«Sei in ritardo» è la prima cosa che dice.
Manuel sospira. «Avevi detto de venì pe' le quattro» commenta.
«Sono le quattro e dieci.»
«Vabbè, dieci minuti mica so' da considerare ritardo.»
Dall'espressione che Simone assume, contrariata e, a tratti, furiosa, si capisce che per lui quel ritardo è abnorme e catastrofico.
Tuttavia, non perde tempo a rimproverarlo ancora, dato che ritiene si siano già dilungati troppo. Si scansa dalla soglia e gli fa un cenno col capo. «Entra, dai.»
A tal punto, a Manuel non resta che obbedire. Dentro casa il suo giudizio de ricchi der cazzo peggiora, considerando il mobilio antico e apparentemente pregiato, gli ampi spazi del salotto, la scala di legno che conduce al piano superiore.
Casa propria gli sembra davvero una catapecchia a confronto.
Simone ha sistemato i libri occorrenti su un tavolo rettangolare in sala da pranzo. Sono tanti e Manuel ne è un briciolo spaventato: quante materie ha intenzione di trattare?
Lo scopre presto: tutte.
Annesso a ciò, realizza che Simone è molto metodico, severo come insegnante, il contrario del padre, ed è qualcosa che lo manda in tilt.
Difatti, dopo quasi due ore trascorse tra chimica, letteratura e matematica - nemmeno ci fosse un nesso tra le tre discipline - seduti uno accanto all'altro, a Manuel esplode la testa ed è sul punto di mettersi ad urlare.
«Ma 'sta roba è impossibile da ricordà, ci rinuncio» attesta ad un certo punto. Sul foglio che ha davanti sono riportate formule che non gli pare di aver mai visto prima e, in tutta sincerità, vorrebbe chiedere a chi ha deciso di mischiare i numeri con l'alfabeto a che accidenti pensava.
Simone rotea gli occhi, infastidito. «Non è impossibile, basta capire il metodo» puntualizza.
Il suo tono è saccente, come lo è stato per tutto il tempo, ed è un particolare che porta Manuel a detestarlo ancor di più.
«Vabbè, quel che è» replica, sospirando «possiamo fa' 'na pausa? Me se sta a frigge il cervello.»
La risposta non è del tutto positiva, lo dimostra l'espressione contrariata e ancor di più scocciata che si dipinge sul volto di Simone, il quale, però, alla fine annuisce, intanto che raccatta il telefono che ha abbandonato sul tavolo e inizia a picchiettare le dita sullo schermo.
Per quanto schivo e per quanto Manuel non sopporti il genere umano, di norma tende ad evitare i silenzi poiché lo angosciano, ragion per cui è solito intavolare conversazioni frivole con chicchessia - anche sul tempo, ad esempio - come fa a scuola o in qualsiasi altra occasione.
È un suo particolare: che la gente, da fuori, lo vede socializzare con chiunque, ridere e scherzare, ma la verità è che di amici veri non ne ha, solo un mucchio di conoscenti che prima o poi spariranno.
In tal momento, tuttavia, con la persona con la quale si trova non gli passa nemmeno per l'anticamera del cervello; al contrario, pensa che più Simone sta zitto, meglio è.
Non ha proprio nulla da spartire con lui, viaggiano su due binari paralleli che non si incontreranno mai.
Per fortuna, aggiunge mentalmente.
Si alza in piedi, facendo strisciare la sedia sulle mattonelle tinta panna e producendo un rumore sordo. Si appropinqua alla finestra a tre ante presente nella stanza - peccato che sono a piano terra e non può buttarsi di sotto, non si farebbe nulla.
Ne apre una. Fa un briciolo di fatica con la maniglia, che risulta dura da girare. In seguito, dalla tasca anteriore dei jeans larghi che indossa tira fuori il pacchetto di sigarette Camel - che non contiene esattamente delle sigarette.
Oh, ha bisogno di rilassarsi e rendere il tempo restante quantomeno tollerabile.
Pertanto, estrae lo spinello che si è accuratamente girato e sistemato già in precedenza e usa il suo accendino nero per dargli fuoco.
Già con un primo tiro si sente meglio, è liberatorio, è...
«Cos'è quella?» la voce petulante di Simone gli raggiunge i timpani.
Sarebbe stato troppo bello se non si fosse accorto di nulla, ma ha appurato che è un tipo che analizza ogni cosa che lo circonda ed è ovvio non sarebbe passato inosservato in alcun modo.
«Che, non se vede?» borbotta Manuel e soffia il fumo fuori dalla finestra «È 'na canna, tu non te le fai?»
È una domanda della quale conosce già la risposta, in realtà - insomma, si vede, quel principino non farebbe nulla del genere.
Simone molla in malo modo il cellulare sul tavolo e scatta in piedi. In due falcate raggiunge l'altro ragazzo. Gli si piazza davanti con gli occhi sgranati. «Ma sei scemo?» sbotta «Siamo in casa!»
Manuel è impassibile. «Guarda che me so' messo vicino alla finestra per questo» fa notare.
«Spegnila subito.»
«Assolutamente no, mi devo riprendere da 'sto calvario.»
«Se mio padre se ne accorge, m'ammazza.»
«E tu digli che son stato io, che problema c'è?»
Simone scuote il capo. «Buttala immediatamente» ripete in un sibilo. Gli appare una minuscola ruga sulla fronte per quanto la corruccia.
La rinnovata minaccia non tocca Manuel che, anzi, aspira ancora fumo, lo stesso che soffia nella sua direzione di proposito, invece di fuori.
Okay, forse quella è addirittura una provocazione che poteva evitare, lo ammette, ma gli è venuto naturale, una sorta di vendetta per il modo in cui è stato trattato nelle ultime due ore - con irritante sufficienza.
Una reazione da parte di Simone è inevitabile, solo che si aspetta ulteriori urla, rimproveri, magari che chiami direttamente il professore al telefono e gli dica di precipitarsi a casa e salvarlo da questo teppistello.
Nulla di questo accade poiché Simone gli strappa la canna dalle dita, la spezza e la getta fuori dalla finestra, il più lontano possibile - meno male che non c'è erba che può prendere fuoco in quel punto.
A causa della velocità del gesto, Manuel può soltanto spalancare occhi e bocca. Rimane interdetto per un attimo. E poi «Ma sei pazzo?» tuona. Lancia uno sguardo al giardino, cercando il suo tesoro.
Magari, se si affretta, può recuperare qualcosa.
«Ti ho detto di spegnerla e non mi hai ascoltato» si giustifica Simone.
«Lo avrei fatto, io—Dio, ma lo sai quanto costa quella roba?»
Fa un passo indietro con disinvoltura, scrolla le spalle. «Di sicuro soldi che potresti usare per cose più necessarie» commenta, acido.
«Cose più necessarie?!»
Mi serve a sopportare te, mi sembra molto necessario.
Simone incrocia le braccia al petto. Si trovano a pochi metri di distanza l'uno dall'altro e gli sguardi carichi d'astio sul punto di scatenare una guerra.
«Beh, ad esempio pagare queste ripetizioni che ti sto dando in cambio di nulla» rimbecca.
«Nessuno te l'ha chiesto!»
«Mio padre me l'ha chiesto perché non riesce a farsi gli affari suoi e deve per forza aiutare i disagiati come te!»
A Manuel trema la palpebra per il nervoso. Muove un passo verso di lui e pone entrambe le mani sui propri fianchi. «Come mi hai chiamato?» sibila.
«Ti ho chiamato per quel che sei! T'hanno bocciato e invece di provare a recuperare qualcosa, perdi tempo in feste ed altre cazzate e so benissimo cosa fai fuori scuola.»
«Che faccio fuori scuola?»
«Spacci, lo sanno tutti.»
«E quale sarebbe il problema?»
«Che sei destinato ad essere n'avanzo di galera e mio padre si illude non sia così.»
Colpito e affondato.
Lo percepisce bene il vuoto al petto perché Simone ha toccato una ferita aperta, quella con cui è cresciuto: la consapevolezza di avere per le sue un fato crudele e ben definito, di non poter mai essere nessuno, soltanto un disastro, il figlio scapestrato di una madre single che non arriva mai a fine mese.
Però non lo fa notare, non vuole dargli quella soddisfazione.
Non la dá mai a nessuno.
Manuel Ferro è uno forte, impenetrabile, niente lo scalfisce.
«Non me faccio giudicà da un ricco der cazzo che ha sempre avuto il culo parato dai soldi di papino» replica e cerca di non far notare il fatto che la voce gli stia tremando.
Simone resta fermo, immobile. Si morde l'interno della guancia con nervosismo, lo stesso al quale ha permesso di prendere il sopravvento per le ultime frasi che gli sono uscite di bocca.
Osserva Manuel che lo scansa, lo supera, dandogli una spallata di proposito. Quest'ultimo raccatta i propri quaderni, l'astuccio, qualunque cosa gli appartenga; lo fa a scatti, con gesti poco attenti tanto da far cadere alcuni fogli a terra.
Non ci bada e abbandona la villa, sbattendosi la porta alle spalle che crea un boato più nella sua testa che nell'ambiente circostante.
***
28 ottobre 2021
«Ma da quel tuo compagno non ci vai più?»
Manuel è sdraiato in posizione supina sul letto della propria stanza, a fissare il soffitto, quando la domanda della madre Anita lo raggiunge.
In un primo momento nemmeno le dà retta: si è focalizzato sulle crepe che vede sui muri, sulla macchia gialla segno di una infiltrazione che, con molta probabilità, porterà della muffa.
Pensa che quell'appartamento andrebbe rifatto da zero, che pagano troppo d'affitto per una topaia del genere e dovrebbero andarsene.
Un giorno, forse.
«Allora?»
Anita appare sulla soglia della porta. Si stringe nel suo cardigan lungo e beige e scruta il figlio con aria curiosa.
Manuel gli rivolge un'occhiata distratta. «Manco se me pagano» taglia corto.
«Perchè? Che hai combinato?»
Si tira su col busto, leggermente, mantenendosi sui gomiti. È quasi offeso da quella mancanza di fiducia.
È sua madre, di grazia.
«Perché devo aver fatto qualcosa io?»
«Beh, di solito succede così.»
«Non stavolta!» si mette a sedere sul materasso, lasciando le gambe a penzoloni. Sospira. «Quel tizio è uno snob, stronzo, antipatico e saccente» attesta.
Anita corruccia le labbra una smorfia. «'Mazza! C'ha pure dei difetti?» sdrammatizza.
«C'ha 'na lista infinita di difetti.»
«Vabbè, Manuel, ma doveva solo darti ripetizioni, non diventare amico tuo.»
Ma chi ci vuole essere amico co' quello?
Ma tu vuoi essere amico di qualcuno?
«È pessimo pure come insegnante, non ha preso niente dal padre. È soltanto un rompicoglioni pignolo.»
«Pignolo?»
«Eh, pignolo. Mo' se m'impegno je trovo tutti i nomi del mondo, mettere a sede'.»
La madre scuote il capo. I suoi tratti sono addolciti da un sorriso che mette in rilievo le linee d'espressione ai lati della bocca. «Guarda che sei, oh» sospira «ce devi anna' d'accordo per qualche ora, può aiutarti.»
«L'unico che dovrebbe aiutare è sé stesso per non essere 'na pressa co' tutti quanti, altroché.»
Sta per aggiungere qualcosa, ma il suono del campanello precede la sua ulteriore frase.
Manuel ha il capo basso, sta torturando un filo sfuggito all'orlo del pantalone di tuta che indossa, quindi si accorge a stento della donna che si allontana, che va ad aprire la porta e che saluta con entusiasmo chiunque sia arrivato.
Magari, ragiona, è Daniela, l'anziana che vive nell'appartamento accanto a loro e che ogni tanto bussa per portare cibo che dice esserle avanzato.
Non lo ritiene vero, probabilmente sta solo facendo carità e in quel momento proprio non lo sopporta.
Sbuffa e non si concentra a riconoscere le voci, non gli interessa. Vorrebbe trovare le cuffie, metterle alle orecchie e lasciarsi tramortire dalla musica.
Nell'ultimo periodo ascolta un sacco di musica indie italiana, ha pure iniziato a fare mille playlist su Spotify in base al suo stato d'animo - anche se la pubblicità della versione gratuita lo irrita.
Almeno con delle note belle orecchie smetterebbe di pensare a—
Tutto.
Ci sono troppe cose a cui pensa, che lo devastano, annientano, soffocano. Solo che non vuole esternarle per paura di renderle reali e, nascondendole, fa peggio.
È che pare stupido diventare deboli per frasi che si sentono dire, che non dovrebbero avere rilevanza, che non dovrebbero condizionare al punto da non riuscire più a muoversi.
È stupido.
Per te è reale.
«Manuel, c'è una persona per te» sente Anita annunciare.
Presume sia Chicca, dato che sono tre giorni - almeno - che gli chiede di stare insieme dopo scuola e lui raggira l'invito con scuse poco credibili.
«Mà, je puoi dì che...» comincia subito - sta per implorare la madre di mentire al suo posto.
Tuttavia, quando solleva la testa, sull'uscio non trova la ragazza con la frangetta e la minigonna, bensì un ragazzo alto, riccio e coi nei sulle guance.
Per diretta reazione, si irrigidisce e scatta in piedi.
È lo snob.
«Che cazzo ce fai qui?» sbotta. Ignora Anita poco dietro l'ospite che gli fa dei cenni per invitarlo ad essere gentile, per poi allontanarsi quel che basta per lasciarli soli - non troppo, rimarrà comunque abbastanza vicino da poter origliare.
Simone si stringe nelle spalle e osa muovere un passo - un singolo passo - dentro alla stanza. Ha in mano un sacchetto di carta bianco che l'altro nota soltanto ora ed è lo stesso che solleva di qualche centimetro e agita leggermente. «Ti ho portato delle meringhe» spiega.
Tra tutti gli scenari che Manuel ha immaginato, messo in conto, temuto o sperato, non è mai arrivato lontanamente ad uno del genere, tanto che gli sfugge una risata sull'orlo dell'isterismo.
«Cosa?» chiede, aggrottando le sopracciglia.
«Delle meringhe, sono dei dolci fatti con l'albume e...»
«Sì, lo so che sono le meringhe!» lo interrompe bruscamente «Perché le hai portate qui, intendo. A me, a casa mia.»
Tra parentesi, come fa a sapere dove abita?
Ah, già, si parla comunque del figlio di Dante Impiccione Balestra.
Che stupido.
Simone abbassa lo sguardo per una frazione di secondo, si morde piano il labbro inferiore. «È un—modo per chiedere scusa, in realtà» prova a spiegare «nel senso che le cose che ti ho detto l'altro giorno, ecco... mi sono accorto che... forse, ho esagerato.»
Manuel non è abituato alle persone che gli chiedono scusa. Non è abituato alle scuse in generale, perciò, non ricevendole mai, è diventato solito a non farne mai di rimando.
Non pronuncia mai quella parola come riflesso, come difesa, così si crea un reticolo di frasi non dette, di pentimenti celati che lo stroncano e lo fanno apparire come qualcuno superficiale e privo di cuore.
Il suo problema è che ne ha fin troppo, di cuore, soltanto che è sotto il reticolo, in una gabbia che appare priva di chiave.
Ad ogni modo, nonostante una parte di lui apprezzi quel gesto, ne sia addirittura toccato - commosso, può azzardare?
No.
A discapito di ciò, torna a mettersi sulla difensiva perché deve ricordarsi che odia il ragazzo che gli è di fronte ed è stato ferito dalle sue parole. «Te chiedi scusa cor cibo?» borbotta.
«Non con tutto il cibo, coi dolci sì. Piacciono a tutti.»
«A me no.»
«Queste le devi provare» Simone replica in maniera eccessivamente tranquilla, pacata. Appoggia la busta bianca sulla scrivania posta a ridosso della parete, tra fogli scritti e sparsi.
«Davvero, io... ero molto nervoso per delle cose mie e poi...» borbotta «poi mio padre si è messo in mezzo e lo fa sempre e io non lo sopporto, tutto qui.»
Manuel vorrebbe fargli presente che dovrebbe ringraziare il fatto che almeno un padre ce l'ha, mentre lui deve vivere col fantasma di una simile figura. Però gli sembra troppo fa esternare, nemmeno con Chicca si è ancora lasciato andare a simili confidenze, figurarsi con uno che non sopporta e di cui non sa niente - a parte che è uno snob, antipatico e ricco.
«Tuo padre è a posto» si limita a dire, che è un po' il medesimo concetto, più velato.
Simone accenna una risata nervosa. «Lo vuoi? Te lo vendo.»
Il medesimo sentimento, seppur lieve, investe Manuel: le sue labbra si dispiegano in un velato sorriso, intanto che scuote il capo.
Non è molto, ma per l'altro ragazzo è un piccolo traguardo. Finge un colpo di tosse per schiarirsi la voce.
«Senti, per le ripetizioni» prosegue «posso aiutarti ancora, se ti va, e non solo perché sono obbligato, voglio dire... cioè, basta che vai a fumare fuori.»
«Che t'interessa, un sette in matematica non salverà un futuro come avanzo di galera.»
«Ti ho già chiesto scusa per quello» ribadisce e si gratta dietro ad un orecchio, con finta distrazione «e non credo che—nel senso, sono solo voti e l'anno è ancora lungo. Se mi stai a sentire, recuperi facile. Magari ti sembrerà niente, magari pensi che un voto a scuola non significhi nulla e un po' è pure così, ma è ciò che abbiamo ora e può essere un punto di partenza.»
«Per...?»
«Non lo so, andare all'università dopo, se ti va. E anche se non ci vuoi andare, non ha importanza, non è d'obbligo e non vali meno se...»
«Seh, te sei già scusato, vedi di non esagerare» Manuel lo frena, alzando entrambe le mani in cenno di finta resa.
Può accettare le scuse, però l'ombra di qualche complimento gli pare troppo.
Simone ride di nuovo, stavolta in maniera più genuina. Torna serio pian piano, rimangono solo gli angoli della bocca appena sollevati. «Sono serio, comunque. Per entrambe cose.»
L'altro annuisce. Aggiungerebbe ulteriori frasi, parole, ma sceglie di far decadere quel dialogo, sviandolo; difatti, si sposta per afferrare il sacchetto bianco lasciato sulla scrivania. «Vediamo come so' 'ste robe» esclama. Raccatta una delle meringhe: sono circolari, bianche e non troppo grandi. Ne prende un morso e, come ha messo in conto, è troppo dolce per i suoi gusti, però non lo fa presente.
Mantiene il silenzio, al pari delle scuse che trattiene ogni volta, anche se in quella occasione da una di quelle si è lasciato accarezzare.
Ed è stato bello.
***
15 dicembre 2021
«Ma chi è Jacopo?»
Manuel legge quel nome impresso su una tazza di ceramica con sopra il disegno di una macchina rossa da corsa, nella quale è stato versato del tè caldo ai frutti di bosco.
Sorvola sul fatto che a lui il tè non piace per niente, ma Simone lo ha preparato prima che arrivasse per le ripetizioni di fisica, insieme ad una caterva di biscotti allo zenzero a forma di pupazzo di neve, e non se l'è sentita di dirgli una cosa del genere.
Cioè, gli ha fatto dei biscotti!
Vabbè, li ha fatti perchè è quasi Natale, mica per te, lo rimbecca la propria coscienza.
Ma per quale motivo gli interessa per chi sono degli stupidi biscotti, di grazia, nemmeno deve chiedergli scusa, del resto.
Simone prende posto al suo fianco, mentre posa la propria di tazza sul tavolo - questa ha il suo nome sopra, con il fumetto di un dinosauro. «Era di mio fratello» risponde, sintetico.
Manuel aggrotta le sopracciglia, confuso. «Da quando c'hai un fratello?»
Che lui sappia, Dante Balestra ha soltanto un figlio, ma magari ha detto di averne un secondo e si è perso una simile comunicazione - mica è così attento in classe, del resto.
«Avevo» puntualizza Simone, con un pizzico di malinconia nella voce. Abbassa lo sguardo dapprima sulla tazza col proprio nome, dopo su quella con su scritto Jacopo che è stretta tra le dita di Manuel.
Quest'ultimo è ancora leggermente intontito e «Perché? Dove è andato?» chiede. Si ritiene uno stupido nell'immediato e si morde la lingua.
Tuttavia, l'altro ragazzo abbozza una risata come se quel quesito impedisse alla conversazione di diventare troppo pesante. «Da nessuna parte, lui è–insomma, era il mio gemello, è morto a tre anni per una meningite.»
Manuel lo vede alla perfezione come il volto di Simone si rabbuia a tale spiegazione. Gli risulta strano: per quanto si stiano vedendo spesso nell'ultimo periodo, ha continuato a ritenerlo un ricco spocchioso e nella sua testa i ricchi non hanno problemi.
Perlomeno, non così grandi e dolorosi.
Si sorprende persino che gliene stia parlando, visto che non sono troppo intimi.
Eppure, sta accadendo.
«Mi dispiace» è l'unica cosa che riesce a dire - che a consolare le persone fa schifo.
«Ah, non–cioè, è una roba passata, io nemmeno lo ricordavo fino a qualche tempo fa, ho avuto, uhm, la mia psicologa ha parlato di rimozione o qualcosa del genere» spiega Simone. «I miei hanno contribuito, in casa non c'era traccia di lui. Quella...» indica la tazza di Jacopo con un cenno della testa «quella l'ho trovata in soffitta, insieme ad altre cose sue.»
«E perché te l'hanno nascosto?»
«Non lo so, forse provavano troppo dolore loro e non volevano che lo provassi anche io. Ero piccolo, avranno pensato che sarebbe sfumato il ricordo crescendo e basta, per quanto sia assurdo.»
«Beh, è... è un po' stupido» commenta Manuel - di nuovo, parla senza connettere il cervello alla bocca e si pizzica la lingua coi denti. Finge un colpo di tosse per mascherarlo. «Voglio dì, non che i tuoi siano stupidi, è il ragionamento. Mica puoi cancellà qualcuno dalla vita altrui così, pe' magia.»
«Non era quella la loro intenzione. Te l'ho detto, è stato un modo contorto per proteggermi.»
Sarà, ma Manuel non è convinto, anzi, crede sia stata una crudeltà, che nascondere un lutto ad un bambino e costringerlo poi ad affrontarlo dopo sia, a tratti, meschino. Ciò nonostante, non vuole infierire, sputare sentenze su questioni che non lo riguardano, non mentre può osservare Simone fragile per la prima volta.
Così sospira, sfiora le lettere del nome di Jacopo sulla tazza con la punta delle dita.
«Te ce credi agli universi paralleli?»
Pone quel quesito con le palpebre appena socchiuse, fissando il disegno della macchina da corsa. Non si accorge di Simone che sta guardando lui al contempo, dei suoi occhi fissi sul proprio viso, ad analizzare ogni tratto.
Non si rende conto di nulla.
In risposta ottiene uno stentato «Mh-m» che interpreta come assenso.
Dunque, prosegue: «Io sì, a volte me ce fisso. Penso ad un universo dove magari mi' padre non è scappato quando so' nato e viviamo in una casa grande co' tre balconi e 'n camino. E boh, che c'ho 'na sorella o un fratello, insomma, 'na famiglia. Io e mi' madre lo siamo, certo, la famiglia può esse' composta da chi vuoi, il numero di persone non conta, solo che... me sarebbe piaciuto ave' n'altro genitore. In un universo parallelo, magari, è davvero così.»
Fa una breve pausa. Solleva soltanto adesso gli occhi dall'oggetto di ceramica e incrocia quelli del ragazzo al proprio fianco che è rimasto in silenzio ad ascoltare.
«Te puoi immagina' che in uno di 'sti universi ce sta ancora Jacopo e i tuoi genitori non hanno dovuto mentirti per tutta la vita.»
Non sa decifrare lo sguardo di Simone, i suoi lineamenti che paiono diversi in quel preciso istante.
Vorrebbe essere in grado di capire da un tratto del viso cosa prova un'altra persona.
Se ne fosse in grado, in tal momento comprenderebbe tanto, troppo.
Manuel non coglie alcuna sfaccettatura, afferra solo la sua malinconia e deduce che lo ha soltanto intristito con quel discorso, anche se sperava nel risultato contrario. Allora tenta di rimediare: «Oppure in uno io so' er genio che insegna e tu che impari da me.»
Simone ci impiega un po' a reagire, a dispiegare le labbra in un sorriso sincero. «Quello in nessun universo è possibile, t'assicuro» gli viene da commentare.
«Tutto può esse'» conclude Manuel «però mo' non diventiamo sentimentali se no ce mettiamo pure a piagne e non me pare il caso.»
Riprende la tazza e beve un sorso di tè. Si brucia la lingua e cerca di non farlo notare. Simone, invece, mette in bocca un biscotto. «Vai al capitolo sei, dai» gli intima, farfugliando e con le briciole sul mento.
Manuel obbedisce e decide in quel momento che non gli rivelerà mai che il tè gli fa schifo.
***
29 dicembre 2021
Il letto di Chicca è scomodo.
Manuel ha una sbarra che gli preme sulla schiena e pensa che il materasso sia troppo sottile. In più, la ragazza gli è parzialmente sdraiata sopra e il suo peso non fa che aumentare il fastidio. Tuttavia, non gli va di dirle di togliersi o che vorrebbe tornare a casa - perché nell'ultimo periodo è stato assente, soprattutto con lei.
In più, lì il riscaldamento funziona, a differenza di casa propria, e puó stare senza cappotto in una stanza.
«Allora rispondo sì per capodanno?» domanda la ragazza ad un tratto. Solleva il capo di poco per potersi guardare in faccia.
«Che?» Manuel replica, distratto.
Cade dalle nuvole - accade spesso, in realtà - e Chicca lo nota. Smorza una risata per evitare di rimproverarlo.
«La festa di capodanno. Gli altri hanno affittato un posto così stiamo tutti insieme.»
«Ah, quella» borbotta lui «non lo so, bisogna mette i soldi per la casa, per il bere, il mangiare...»
«Vabbè, se quello è 'n problema, te li anticipo. I miei zii mi hanno fatto la busta per Natale, ne ho un po'.»
«No, 'o sai che non voglio. Mo' vedo, da qualche parte li recupero.»
«Okay, allora—intanto dico che ci siamo.»
«Mh-m» è di nuovo un verso distaccato quello che abbandona la bocca di Manuel. È presente in tale stanza, ma non troppo. Se glielo chiedessero, non saprebbe neppure spiegarne il motivo.
Non c'è, ha soltanto la sensazione d'essere appeso ad un filo, in bilico, mentre troppe responsabilità gli pesano addosso e un ragazzo di diciassette anni non dovrebbe averne.
Adesso deve rimediare dei soldi per una festa di capodanno, che è lecita per la sua età, intanto che sta già facendo i salti mortali per raccattarne abbastanza per pagare il riscaldamento a casa e non far congelare lui e la madre.
Sbatte rapidamente le palpebre, prova a tornare alla realtà.
«Ma posso dirlo a Simone?»
Pure a quella frase non sa dare spiegazione, a dire il vero.
Chicca lo fissa, aggrottando le sopracciglia. Abbozza una risata. «Credo lo sappia già,» attesta «ma se vuoi ricordarglielo, fa' pure.»
«No, beh, se lo sa già, non importa.»
Lo guarda ancora, con più attenzione. «Te interessa se viene?»
«Era pe' chiedere.»
Più o meno. In realtà, Simone è amico di Matteo, colui che organizza la quasi totalità delle feste, quindi è logico che sappia e ci sia in ogni occasione o quasi.
«Allora mo' te sta simpatico Simone?»
Manuel alza gli occhi al cielo. «Per carità, ho solo paura che me riempie de meringhe schifose se litighiamo.»
«Te riempie de che?»
«Le meringhe! Sai quei dolci co' l'albume e...»
«Lo so che sono, me fa strano quel che hai detto.»
«È strano lui. C'ha 'sta cosa che se litiga co' qualcuno, pe' fa' pace je porta i dolci.»
«A me non le ha mai portate.»
«Ci hai litigato?»
«No.»
«E allora vedi? Ovvio che non te la ha mai portate.»
Ma perché sta parlando di Simone adesso?
Deve essersi rincoglionito tutto d'un tratto.
Non ha bisogno di premurarsi di sapere che l'altro ragazzo venga o meno alla festa.
Del resto, il loro unico rapporto è circoscritto ai pomeriggi di ripetizioni alla villa dei Balestra - che prima erano una volta a settimana, poi due, dopo tre, per comodità, e i giorni sono aumentati con una velocità disarmante da togliergli il fiato. Del resto, ha una verifica di recupero a gennaio, è soltanto una necessità.
Chicca ridacchia ancora e scuote la testa. Si solleva, mettendosi seduta sul letto e tirandosi dietro il lenzuolo per coprire il seno nudo. «Me segno de litigarce» esclama «me piacciono le meringhe» gli fa la linguaccia.
Di riflesso, ride pure Manuel.
«Scema.»
***
19 gennaio 2022
C'è un sei meno scritto in rosso su quel compito: non è tanto, ma nemmeno poco e per lui è un vero e proprio traguardo.
Sfoggia quel voto insieme ad un ampio sorriso, piazzandosi davanti a Simone, ancora seduto al suo banco in penultima fila.
«Guarda qua!» esclama Manuel, felice «Sei meno, la prima sufficienza in matematica da due anni ed è merito tuo, Simò!»
«Pure un po' tuo, dai» replica l'altro. Ha il telefono in mano, lo stesso che posa sulla superficie piana con lo schermo rivolto verso il basso.
Per un attimo, Manuel fissa ancora il voto sulla verifica, soddisfatto e fiero. In seguito, scrolla le spalle e piega il foglio a metà. «Questo mi' madre se lo incornicia.»
«Addirittura?»
«Certo, oh! Quando c'hai un figlio asino, il sei meno vale oro.»
«Non sei un asino, ti sottovaluti e basta.»
Ecco, come sia passato da ritenerlo un futuro criminale a quello, non ha idea.
Spesso Simone ha queste uscite che assomigliano a dei velati complimenti, incoraggiamenti o affini e lui non ha idea di come prenderla, come decifrare una cosa del genere, un po' come è successo con le scuse.
Ha deciso che è il senso di colpa per la loro lite di qualche mese prima a spingere l'altro ad essere più flessibile, quasi dovesse compiere l'atto di carità quotidiano.
Sì, sarà sicuramente così.
Ad ogni modo, si costringe a non indagare oltre. Finge un colpo di tosse.
La classe è vuota, fatta eccezione per loro due; i compagni si sono riversati in corridoio per l'intervallo.
«Senti, ma...» borbotta «alla festa di questo venerdì ce vieni?»
«Che festa?»
«Una cosa tranquilla, è a casa del padre de Aureliano, così non dovemo paga' affitti e roba in più, soltanto la birra del discount.»
Che sono le feste che può permettersi adesso, a dire il vero: è riuscito a racimolare denaro soltanto per una singola bolletta e il riscaldamento ancora non funziona. Ha fatto la doccia fredda quella mattina e gli sono rimasti i brividi addosso.
«La famosa birra del discount» commenta Simone, abbozzando una risata.
«Vedi che è buona quando t'abitui» replica Manuel. Fa una breve pausa, guardandosi distrattamente intorno. «Daje, ci divertiamo. Puoi venì co' Laura.»
«Non credo che Laura sia così felice di vedermi ultimamente.»
«Perché? Non è la ragazza tua?»
«Era. Ci siamo lasciati qualche settimana fa, ho evitato di venire a capodanno anche per questo.»
Oh.
Inizia a collegare gli eventi, i punti, dal momento che alla festa del 31 dicembre Simone non si è presentato e Manuel gli ha mandato un messaggio chiedendo dove fosse. Non ha avuto una risposta fino alla mattina dopo, con degli auguri scarni e nessuna spiegazione esaustiva.
«Me spiace» si limita a dire. Non è bravo a consolare le persone, come già appurato.
A volte ripensa alla conversazione avuta su Jacopo e gli universi paralleli e gli vengono in mente tremila cose che avrebbe potuto dire, qualcosa dì decisamente meglio.
«Ah, non fa niente. Non–non ero innamorato, sarebbe stato ingiusto per lei, è una ragazza fantastica.»
«Stai con qualcuno soltanto se sei innamorato?»
Il sorriso di Simone è mesto, intriso da un sentimento confuso, di una malinconia priva di senso. «Di solito funziona così» afferma.
«Beh, dipende. Insomma, puoi inizia' a frequenta' qualcuno senza esserlo, per vedere come va e poi se vede.»
«Tu non sei innamorato di Chicca?»
«No.»
Manuel fornisce una risposta troppo veloce, troppo sintetica, eccessivamente tempestiva.
Troppo.
Non dovrebbe essere così.
Chicca è meravigliosa, sei uno stupido.
Risulta così rapida da smorzargli il fiato e ha timore possa essere stato sentito dalla diretta interessata - per sua fortuna, questo non accade.
«Cioè...» riprende, prova a rimediare; è nervoso, si gratta dietro all'orecchio con fare distratto. «Non lo so, ci sto bene insieme, ma forse è presto per definirmi innamorato.»
Che in realtà pensa di non esserlo mai stato.
Cosa si dovrebbe provare, con esattezza?
Le farfalle nello stomaco? Le palpitazioni?
Sarà, lui scambierebbe simili sensazioni per un infarto.
«Te ne accorgi quando succede» sussurra Simone, il suo tono di voce si è abbassato «è una delle cose più belle del mondo.»
Manuel abbassa il capo. Comprende il fatto che non gli sia mai successo: le cose belle a lui non capitano mai.
Si rabbuia per qualche secondo; come sempre, finge che quel particolare non lo ferisca.
«Mi fai sapere se vieni?» biascica.
Simone si limita ad annuire e basta e il loro dialogo termina col suono della campanella.
***
21 gennaio 2022
Le birre del discount costano poco, chissà che c'è dentro: di sicuro qualcosa di forte e strano poiché Manuel ne ha bevute tre e già gli gira la testa.
La casa del padre di Aureliano, un compagno di classe che non definisce amico, però un buon conoscente, è enorme: ha un ampio living nel quale sono raggruppate una ventina di persone - la 3^B e qualche infiltrato di altre sezioni - due bagni, una cucina con penisola e un gigantesco terrazzo.
In quest'ultimo luogo il ragazzo si ritrova per prendere un po' d'aria. Le guance gli avvampano e le orecchie fischiano.
Fuori c'è più silenzio, c'è quiete ed è nascosto dagli sguardi altrui grazie alle tende spesse e bianche della porta-finestra.
Fa freddo ed è senza giacca, però meglio così, gli serve per riacquisire un minimo di lucidità.
Estrae il pacchetto di Camel dalla tasca posteriore dei jeans neri e stretti che indossa - ci sono sul serio le sigarette stavolta e non altro. Se ne porta una tra le labbra e gli dà fuoco con l'accendino nero.
Quando aspira il tabacco e soffia il fumo verso l'alto, si accorge che non è l'unico ad aver avuto l'idea di andare in terrazzo. Ad essere onesto, si è reso conto della scomparsa di Simone almeno trenta minuti prima.
Non che l'abbia cercato in qualche modo con lo sguardo, è stata una casualità.
Lo vede vicino alla ringhiera, col busto piegato in avanti e i gomiti che poggiano sulla ringhiera in ferro battuto.
Diminuisce la distanza che li separa a piccoli passi finché non lo affianca e assume la medesima posizione.
«T'annoiavi?» chiede.
Simone percepisce la sua presenza. Non sobbalza, gli rivolge una rapida occhiata, ma già torna a fissare il panorama di fronte a lui. Sono al nono piano, si vede bene la città illuminata, nonostante un filo di nebbia. «No, ma va» replica «c'era troppo casino, avevo bisogno di una pausa.»
«Sono le birre del discount, ve'? Hanno fatto effetto?»
Ride. «Non sono male.»
«Te fanno perde 'a capoccia co' du' spicci, altro che non sono male, so' spettacolari» Manuel prende un secondo tiro dalla sigaretta e si premura di soffiare il fumo lontano dall'altro ragazzo, visto che gli dà fastidio. «Comunque c'ho pensato di nuovo» riprende e la frase resta sospesa, tant'è che Simone aggrotta le sopracciglia, perplesso, e si volta nella sua direzione e «A cosa?»
Ora è Manuel che fissa l'orizzonte. «Alla roba degli universi paralleli» sussurra, il suo tono è flebile «sai che t'ho detto che in uno di quelli c'ho 'na famiglia con un padre e 'na madre, no? Ecco, sempre là, me diplomo e poi vado all'università a fare filosofia. E ce stavo a pensa' e me so' detto: perché non può essere questo l'universo in cui succede? Cioè, per il padre non ce posso fa' molto, quello ormai è andato, però per il resto me posso ancora impegna'. Non l'ho mai messo in conto perché me vedevo già con un futuro spezzato, senza manco un diploma come se 'na cosa del genere non la meritassi o non ne fossi in grado, però posso farcela. Poi magari scopro che l'università non fa per me, eh, ma—comunque vada, la mia vita adesso fa pure schifo, però non sarà per sempre così. La posso cambia', se voglio.»
Simone lo ascolta in silenzio. È serio in viso, sebbene sforzi un sorriso e accenni addirittura una risata per smorzare la leggera tensione.
«Questo sei meno ti ha cambiato» commenta.
«Questo sei meno è solo l'inizio.»
La sigaretta consumata per metà rimane stretta tra il suo indice e il medio. «Tu non sei ancora convinto che sarò un futuro avanzo di galera, giusto?»
«No, non–non più.»
«Ah, ecco, me stavo a preoccupa'» torna a fissare davanti a sé.
Roma pare tranquilla, assopita in quella fredda notte di gennaio. Gli piace la sua città, gli pare sempre che essa riesca a sostenerlo nei momenti più difficili, in qualche modo.
Con i nuovi piani elencati, presume che, un giorno, potrebbe pure andare a vivere altrove, però mai nessun altro posto potrà mai farlo sentire così tanto a casa.
Tale concetto che vortica nella sua testa d'un tratto va a scontrarsi con l'immagine di Simone che entra nel suo campo visivo non appena volta il capo.
E non lo sa cosa succede, si perde nella successione degli eventi, nel tempo stesso che va a rallentatore - oppure troppo veloce, tanto da farlo smettere di respirare.
Perché se si rendesse conto delle cose - per davvero - con molta probabilità fermerebbe ciò che succede poco dopo.
Forse.
In un battito di ciglia, Simone si protende verso Manuel fino a premere le labbra sulle sue. Si tratta di un bacio tenue, che dura poco, finché il secondo non spalanca gli occhi, realizza che sta accadendo e allora...
«Che cazzo fai?!» sbotta e si tira indietro per interrompere ogni tipo di contatto. Nemmeno vuole risultare arrabbiato o furioso, sebbene il suo tono di voce alto vada a mostrare proprio quello.
Mostra una collera che non gli appartiene, che sostituisce la sua confusione, il suo essere del tutto impreparato.
«Oh, ma sei scemo?! Ma che te baci?!»
Le cose che avvengono senza nessun preavviso sono micidiali, conducono a reazioni poco consone, per nulla razionali, dettate dal panico in cui troppo rapidamente si precipita.
Davanti gli resta l'altro ragazzo immobile, con la bocca schiusa e gli occhi spalancati.
Cerca di decifrare la sua espressione: forse ci vede delusione, forse paura, non lo sa.
Non è capace di leggere gli altri, a stento capisce ciò che prova lui.
«Io... scusa» biascica Simone. Non aggiunge altro, abbassa il capo e si allontana rapido verso la porta-finestra che apre per sparire dentro la confusione della festa all'interno dell'appartamento.
Manuel rimane solo su quel terrazzo, avvolto nell'aria gelida di una stagione che detesta, con Roma che lo fissa e che non può essergli di aiuto.
Non adesso.
***
24 gennaio 2022
Nell'aula della 3^B, i banchi di Simone e Manuel sono uno di fronte all'altro, ragion per cui per quest'ultimo è pressoché impossibile evitare un incontro - dovrebbe entrare in classe tenendo gli occhi chiusi, una benda a celargli lo sguardo per tutto il tempo.
Non fattibile.
Eppure, ci prova lo stesso a fingere che lui non esista.
Se lo è ripetuto mille volte in testa durante quei tre giorni: Simone Balestra non esiste.
Ciò che è successo sul terrazzo quel venerdì lo ha scombussolato, lo ha condotto a porsi delle domande che fino a quel momento mai sono capitolate nel suo cervello.
Per quanto ne sa, Simone è stato con un'infinità di ragazze - lo ha origliato o si è intrufolato in dialoghi altrui durante quei mesi: per quasi la totalità della classe (forse della scuola, pure), Simone è associato all'immagine di colui che gioca a rugby e può avere qualunque ragazza voglia e di conseguenza si comporta - c'ha avuto un'infinità di donne, ma le molla dopo poco, gli ha detto Luna, con la bocca piena di crackers, un giorno, poco prima della lezione di latino.
Quindi... perché?
Perchè è successo quel che è successo?
Perché lui ha reagito in quel modo?
Perché per una minuscola, insignificante frazione di secondo, a Manuel nemmeno è dispiaciuto?
Sta decisamente andando in tilt.
Non si spiega il comportamento di Simone, ma nemmeno il proprio.
È un casino.
La giornata risulta lunga, diluita in un tempo che pare infinito. In più occasioni Manuel guarda l'ora sul telefono e i minuti non scorrono, i numeri sullo schermo rimangono fermi, immobili.
Quando suona la campanella che annuncia la fine delle lezioni, è una liberazione dopo un'eterna tortura.
Di fretta, Manuel raccatta libri, quaderno e astuccio, li ficca alla rinfusa dentro allo zaino e fugge dall'aula il più rapidamente possibile. A passi svelti raggiunge la propria moto parcheggiata davanti all'istituto, a Chicca manderà un messaggio dopo perché non si è premurato di salutarla ed è sicuro che la ragazza se ne lamenterà.
Ha il casco in mano ed è in procinto di piazzarlo in testa quando percepisce la presa delle dita di qualcuno sul proprio braccio - ed è troppo forte, seppur a tratti incerta, per appartenere a chi menzionato poco prima.
Ed infatti, gli basta sollevare lo sguardo per incrociare quello perso di Simone. «Ti posso parlare?» sussurra quest'ultimo.
Manuel lancia un'occhiata furtiva intorno, anche se non ce n'è bisogno: nessuno sa cosa è successo, nessuno li ha visti, però gli sembra di essere lì con un enorme cartello addosso che mostra a ripetizione la scena sul terrazzo, un meschino gioco del cervello che porta a pensare che alle persone freghi qualcosa.
La gente è eccessivamente preoccupata per i propri guai per pensare a quelli degli altri.
«Sto di fretta» cerca di tagliare corto e con uno strattone si libera della morsa blanda dell'altro.
Simone sospira, dopo serra la mandibola. Non sta ad ascoltare la sua frase, la sua premura di andar via. «Ascolta, mi–quello che è successo l'altra sera...» bofonchia.
«Ho detto che sto di fretta.»
Ignorato, ancora. «Non so che mi è preso, ho bevuto ed ero confuso e...»
«Ah, eri confuso?» cantilena Manuel e abbozza una risata priva d'entusiasmo. Confuso, in realtà, lo è pure lui, ma se solo lo ammettesse, se lo proferisse ad alta voce, invece di lasciarlo nei meandri oscuri della propria testa, si mostrerebbe vulnerabile.
Ha così tante fragilità che non può e non deve mostrare.
Non a lui.
A nessuno.
E allora fa quello che riesce meglio a Manuel Ferro: fare lo stronzo che alza le barriere e respinge le persone.
«Senti, fammi un favore e stammi alla larga» dice, stringendo i denti.
«Ma...»
«So' serio, non te avvicina', non me tocca', sparisci.»
La vede la delusione nei tratti di Simone, lo vede che lo sta ferendo e vorrebbe chiedergli scusa il secondo successivo, magari farlo parlare, domandare di più sulla confusione che sente che, magari, può sbrogliare anche l'intreccio che si è creato nella propria mente.
Ma, di nuovo, sarebbe sinonimo di vulnerabilità.
Non fissa la sua espressione per molto - cederebbe.
Scuote il capo e infila il casco. Sale sul mezzo a due ruote, accende il motore e sfreccia via.
***
3 febbraio 2022
«Manuel? Manuel!»
Con Laura ci ha parlato poco, anzi, le loro conversazioni sono sempre state su argomenti vaghi, sul tempo o sui compiti per il giorno dopo, nulla di che; quindi, gli sembra strano che la ragazza lo raggiunga nel corridoio della scuola mentre è seduto su una panca di legno con il bicchiere vuoto di caffè in mano.
Lo ha finito da almeno cinque minuti e ha ancora il sapore di bruciato in bocca.
Lei prende posto al suo fianco: ha i capelli chiari raccolti in una coda alta e il trucco appena sbavato sotto gli occhi.
«Che c'è?» replica Manuel, rivolgendole uno sguardo distratto. Cerca di non avere un tono troppo scontroso come sta avendo con tutti, soprattutto negli ultimi giorni.
«Per caso hai sentito Simone?»
Ora il tono non gentile potrebbe tirarlo fuori.
Perché chiede a lui?
Perchè non è la prima che lo fa?
Sono giorni che gli domandano se ha sue notizie, perché lo vedi per le ripetizioni, no?
No, a quelle lezioni pomeridiane ha smesso di andarci, ha persino inventato una scusa con il professor Balestra per evitarle.
«No, non l'ho sentito» risponde, tra i denti. Accartoccia il bicchiere in una mano e finisce col sporcarsi con i residui della bevanda.
Laura rimane impassibile, non pensa neppure a tirar fuori il pacchetto di fazzoletti che ha in tasca per permettergli di pulirsi. «Non viene a scuola da più di una settimana» attesta «vai a ripetizioni da lui, di solito, ho pensato che...»
«Hai pensato male» Manuel la frena e la fulmina con lo sguardo.
La ragazza non si lascia intimorire o scalfire dal suo comportamento. Lancia un'occhiata intorno: il chiacchiericcio in corridoio è elevato e fastidioso.
Sospira. «Senti, non venire a scuola per così tanto tempo non è da Simone» prosegue imperterrita «io ho provato a scrivergli, ci ha provato pure Matteo, non ci risponde. Il prof dice che non si sente bene e tornerà presto, però non mi sembra la verità, nel senso che sicuro non sta bene, ma non so' cazzate tipo febbre.»
«E per quale motivo me dovrebbe interessà?»
«Beh, sei suo amico.»
«Non sono amico suo.»
Non sei amico di nessuno perché non ne hai.
E Simone che cos'è?
Un conoscente, un tizio che gli dà ripetizioni con cui passa quasi tutti i pomeriggi insieme a casa sua.
Non amico, a quanto pare.
Laura accavalla le gambe e si porta una ciocca bionda dietro ad un orecchio. Si sporge col busto in avanti, di poco, così da essere più vicina al volto del ragazzo.
«Lo so cosa è successo tra voi» mormora, a bassa voce.
Tale affermazione è in grado di generare una voragine nel petto e nella mente di Manuel, che si sente allo sbaraglio in quel preciso istante. Persino i suoni, il caos degli studenti che parlano tra loro e passeggiano per i corridoi diventano ovattati.
Manda giù a fatica della saliva. «Non è successo niente» dice - soffoca.
Si alza in piedi con uno scatto. Il suo cervello sta già viaggiando troppo, chiedendosi cosa Laura sa, come lo sa, in che modo le è stato raccontato.
Cerca di fuggire. Butta il bicchiere vuoto nel cestino, ma può solo compiere mezzo passo che la compagna di classe lo segue al pari di un'ombra e gli si piazza davanti, bloccando il suo cammino. «Simone me lo ha detto» esclama.
Manuel tiene il capo basso, cerca di non fare incrociare i loro sguardi. «Simone doveva sta' zitto» borbotta.
Laura serra la mandibola. «Si è confidato perché ne aveva bisogno» prosegue «perché sta affrontando un periodo confuso, sta cercando di capire sé stesso e ciò che prova. È successo quello che è successo e tu lo hai trattato di merda. Credo sia per questo che non viene a scuola e visto che sei tu che hai creato il problema, solo tu lo puoi risolvere.»
Fa una breve pausa e incrocia le braccia al petto. «Non so perché, ma Simone ci tiene a te.»
«Se ce teneva davvero, me lo diceva prima che era gay!»
«Ma ti senti quando parli?» lo rimbecca subito e lo fulmina con lo sguardo «A parte che non è tenuto a informarti su nulla, grandissima testa di cazzo che sei! Punto secondo...» allunga una mano e gli tira un forte pizzico sul braccio - gli fa male e Manuel sobbalza.
«Sta cercando di capire sé stesso e non è facile. Pensi che sia tutto rose e fiori quando succede? Non lo è. Non lo è per niente, tu non sai nulla, parli e lanci sentenze con una supponenza che non hai diritto di avere. Con lui hai fatto lo stronzo e nemmeno te ne rendi conto.»
Non è vero: Manuel se ne è reso conto, lo ha realizzato bene poiché sarebbe stato impossibile non farlo, non capirlo dall'espressione rotta che Simone ha assunto in quel momento.
Ovvio che si sia ritenuto responsabile, ovvio che ci ha pensato e rimuginato sopra per quei giorni trascorsi.
Ovvio che gli ha scritto messaggi che non ha mai inviato per scusarsi, solo che non è capace di fare manco quello, quindi ha cancellato ogni cosa e gettato il telefono tra le coperte.
Ovvio.
Tace. Non proferisce parola alcuna, gli manca il respiro.
Laura lo fissa e scuote il capo. «Fa' finta che non t'ho parlato, guarda» sentenzia e indietreggia «meglio che ci stai tu lontano da lui.»
Per l'ennesima volta, Manuel non è in grado di reagire. Incassa quel colpo che è soltanto la verità nuda e cruda che ha cercato di mascherare.
Col senno di poi, è stato tutto inutile.
***
5 febbraio 2022
La villa dei Balestra è avvolta in una nebbia sottile quel sabato pomeriggio, il che rende l'ambiente estremamente inquietante e cupo.
Un brivido corre lungo la schiena di Manuel mentre percorre il pezzo di vialetto che conduce alla porta di ingresso. Si ferma davanti ad essa e prende un respiro profondo.
Su di un palmo regge una piccola scatola bianca di forma rettangolare che un briciolo si è schiacciata durante il tragitto in moto; spera che il contenuto sia integro, almeno.
L'esitazione permane per qualche istante prima che si decida a bussare - va in apnea quando ciò succede.
Per sua fortuna dura soltanto pochi secondi e poi è Simone ad aprire la porta.
Ringrazia mentalmente che non sia Dante o sua nonna Virginia, altrimenti avrebbe dovuto fornire doppie spiegazioni e sarebbe stato troppo da sopportare.
«Sai, è difficile starti alla larga se ti presenti a casa mia.»
Touchè.
Che un po' Manuel crede di meritarsi un simile trattamento - più di un po'.
«Me fai entrà?»
«No.»
L'espressione di Simone è seria, le sue sopracciglia sono aggrottate e qualche riccio di capelli gli ricade sulla fronte.
Lo comprende il suo astio, sarebbe stato strano il contrario. Nella testa di Manuel rimbombano ancora, forti, le parole di Laura, che si uniscono a quelle della propria coscienza, a quei pensieri fissi, ai rimproveri che già si impartisce da solo su quanto sia stato stronzo e indelicato.
Non ha neppure voluto parlare dopo, affrontare quella situazione con maturità. Ha agito con quell'impulso incontrollato che lo domina fin troppo spesso e lo rende irriconoscibile.
«Ti ho portato delle delizie al limone» dice a bassa voce, come se quel rifiuto non ci fosse stato «io non so' bono a cucinare, le ho prese in una pasticceria e...»
Non viene ascoltato, anzi, la sua frase viene interrotta da Simone che si accinge a chiudergli la porta in faccia. Tuttavia, Manuel riesce a bloccarlo e impedire quel gesto, appoggiando un palmo sull'anta.
C'è un momento minuscolo durante il quale i loro occhi si incontrano e scontrano e vi è paura ed angoscia in entrambi gli sguardi, sebbene per motivi diversi.
«Mi–mi d...» le parole faticano a venirgli fuori come se qualcuno gli stesse stringendo le dita attorno alla gola. «So' stato uno stronzo, io...» cerca di prenderla alla larga.
Ma non bastavano i dolci?
«Tu?»
«Mi dispiace» ecco, ora lo dice, ci riesce e sente un peso minore al petto. Si morde piano il labbro inferiore. «M'hai preso alla sprovvista, so' andato in panico e... non intendevo dì quelle cose, non...»
Fa una breve pausa. Gli pare assurdo e paradossale il fatto che conosca Simone da così poco tempo - qualche mese a stento - eppure, adesso, in qualche modo faccia parte della propria vita, tanto da portarlo a fare ciò che di norma eviterebbe: cercare di non lasciare andare un rapporto senza provare a risanarlo in qualche modo - come è successo con Marcello.
Ragiona che gli piace passare del tempo insieme a Simone, che ha avuto con lui conversazioni su argomenti che con Chicca non ha mai nemmeno sfiorato, che–
Non sa che significa, in quel momento non vuole sforzarsi di trovare un senso ad una simile situazione, però è ben conscio che nel periodo in cui lo ha tenuto lontano gli è mancato.
Ma questo non lo rivelerà mai al diretto interessato, né a qualcun altro.
Così, sentendosi soffocare quasi avesse i polmoni pieni di polvere e non potesse respirare bene, gli porge in maniera più diretta il contenitore con i dolci della pasticceria sui quali è stato indeciso per venti minuti prima di scegliere quali comprare.
«Li puoi prendere, per favore?»
La mano gli trema e, per un attimo, teme che la scatola possa cadere a terra e il suo gesto sia vano.
Ciò nonostante, dopo solo qualche secondo di stallo, Simone fa mezzo passo indietro e lo invita ad entrare con un cenno del capo.
Dentro casa si sta meglio, fa meno freddo.
Non c'è nessuno a parte loro.
Manuel resta in silenzio, col capo basso, pure quando si leva la giacca e la appende alla spalliera della sedia della sala da pranzo dove si accomoda. Ancora dopo nel momento in cui Simone sparisce per qualche minuto e torna con un vassoio dove ha appoggiato la moka, due tazze di ceramica bianca e il contenitore dello zucchero; lo stesso lo mette sulla superficie piana e prende posto al suo fianco.
Sono nella sala da pranzo dove, di solito, si mettono per le ripetizioni, cosa che fanno da qualche mese, ma adesso c'è un silenzio inusuale e l'aria è pesante.
«Non hai fatto il tè» pigola Manuel - che a lui fa sempre male l'assenza di suono.
Simone toglie il coperchio del barattolo dello zucchero. Ne versa due cucchiaini in una tazza e la porge all'altro ragazzo. «A te non piace il tè» replica, mantenendo di proposito un fare distratto, a mettere lo zucchero o tirare fuori i dolci dalla scatola «lo bevi solo perché non vuoi dirmi che non ti piace come se ci rimanessi male, ma la tua faccia è abbastanza eloquente.»
Soltanto ora gli rivolge uno sguardo, mantenendo su di un palmo un tovagliolo con sopra una delle due delizie al limone. «L'aspetto non è male» commenta quei dolci.
«Perché hai continuato a farlo allora?»
«Perché volevo vedere fino a che punto sopportavi.»
Per un attimo, Manuel resta serio. Dopo, a poco a poco, un sorriso appare sulle sue labbra, lo stesso che si trasforma in uno sbuffo e poi in una mezza risata. Afferra il dolce con tre dita e scuote il capo.
Simone ha ragione: non glielo avrebbe mai confessato, avrebbe continuato a ingurgitare quella bevanda che considera acqua sporca in perfetto silenzio.
Magari qualcosa significa.
No, è una cosa stupida, cretino.
L'ilarità, comunque, dura ben poco poiché torna ad essere cupo e ricorda il motivo per cui è lì. Posa il dolce sul tavolo senza dare un morso.
«Senti...» fa per dire, ma Simone lo anticipa: «Mi spiace di averti messo in imbarazzo.»
«Cosa?»
«Ciò che ho fatto quella sera sul terrazzo. Mi spiace, non accadrà più.»
«Non mi hai messo in imbarazzo, è solo che... cioè, a me non piacciono i ragazzi.»
Perlomeno, così crede.
Manuel ha desiderato per un battito di ciglia di ricambiare, di non staccarlo, però il tempo è stato talmente breve, un momento così tanto minuscolo da non essere rilevante.
Sì, è di sicuro così, non conta.
Se fosse durato trenta secondi, un minuto, allora forse avrebbe avuto un senso.
Mezzo secondo non è affatto incisivo, si sarà distratto.
Simone annuisce. Ha dato un morso alla delizia al limone e si è sporcato il naso con la panna. «Lo so,» bofonchia «non so nemmeno se piacciono a me» scrolla le spalle.
L'altro nota la macchia sul suo viso, prova l'istinto di allungare una mano e pulirlo.
No.
Tempo breve, momento di défaillance.
Sbatte le palpebre e torna alla realtà.
«Immagino che se ne ho voluto baciare uno, forse la risposta è abbastanza ovvia» riprende Simone.
Lo è?
«Non lo so, non—non me ne intendo de 'ste cose» borbotta Manuel.
«Nessuno lo fa per davvero, anche se delle volte vorrei.»
No, nessuno lo fa.
Nella vita succedono sempre un sacco di cose, episodi in grado di confondere e mettere in dubbio delle certezze radicate con forza.
Molte nascono insieme alla persona stessa, si adattano alla società - come quando si vede un bambino insieme ad una bambina, di pochi anni, e viene naturale pensare ed esclamare ah, che carini, saranno una bella coppia quando cresceranno, ah, lui di certo è un latin lover, ha già capito come funziona.
Ma come dovrebbe funzionare?
Quei bambini non hanno ancora scoperto loro stessi, non sanno quali saranno i loro gusti, le loro preferenze; lo si dà per scontato, si ritiene appurato che ad un bambino piacerà una bambina e viceversa.
Ed ecco perché poi, da adolescenti e da adulti elaborare di essere diversi dal disegno con cui si è cresciuti risulta difficile.
Diversi da qualcosa erroneamente definita normale.
Ci fa sentire sbagliati questo singolo concetto.
Nessuno è davvero normale o giusto per definizione perché nulla è lo è.
Non è come ci dicono da bambini.
Non è come vogliono farci credere.
Manuel abbassa lo sguardo, afferra un tovagliolo di carta e glielo porge. «Te sei sporcato» si indica il naso «qua sopra.»
«Dove?»
«Qui» glielo mostra una seconda volta.
Finalmente, Simone capisce e rimuove la traccia di panna dal viso con un fazzoletto di carta. «Ah, grazie.»
Fissando quel gesto, Manuel pensa ancora a quel momento sul terrazzo, a quella frazione di secondo in cui ha provato qualcosa di insolito.
No, basta.
Fingi non sia successo.
«Ce torni a scuola?» domanda e si costringe a distrarsi dall'argomento.
«Adesso vedo.»
«Guarda che non è divertente senza di te e poi chi me le dà le ripetizioni se non segui tu per me.»
«Non ti servono più le ripetizioni.»
«Sì che mi servono» ribadisce e il suo tono di voce gracchia «so' serio.»
Prende un respiro profondo e non sa perché, non sa quale sia l'impulso stavolta, ma allunga una mano e la poggia sul suo avambraccio mentre un brivido - una sorta di scossa elettrica, per essere precisi - gli percorre la schiena.
Dura poco pure questo, quindi non conta.
«T'ho detto de sparì, ma non lo intendevo sul serio» mormora «davvero, ho bisogno che tu non sparisca. Semo amici, no?»
Simone se ne accorge in ritardo di tale gesto. Quando ciò accade, abbassa gli occhi per un breve istante sulle dita di Manuel che gli sfiorando la pelle e, d'improvviso, gli sembra di avere una morsa a stringergli la gola.
«Sì—sì, siamo amici.»
***
30 marzo 2022
Manuel vede Simone davanti al distributore del caffè, in procinto di infilare venti centesimi nell'apposita fessura. Deve accennare una corsa nel corridoio per poterlo raggiungere e impedirglielo.
Gli sposta la mano quasi con forza e butta dentro una moneta da un euro.
Simone è colto alla sorpresa: spalanca gli occhi, fa per dire qualcosa per lamentarsi.
«Oggi offro io, che vuoi?» esclama Manuel.
«Perché?»
«Perché è il compleanno tuo e so' pure incazzato visto che non me l'hai detto. Che vuoi?»
L'altro ragazzo sbuffa e incrocia le braccia al petto. «Caffè d'orzo senza zucchero.»
«Madonna che schifo» è il commento che sovviene subito, mentre, però, il tasto ventisette associato alla bevanda menzionata viene premuto.
«Non mi piace il giorno del mio compleanno, faccio sempre finta che non esista. Da chi l'hai saputo?»
«Da Laura» svela subito Manuel. Lo fissa, inclinando appena il capo su di un lato.
Nemmeno lui è propenso a festeggiare il proprio giorno di nascita e ringrazia il fatto che sia in estate così può passare in sordina con la scusa del festeggio a settembre; tuttavia, quelli degli altri gli piacciono, insomma, è pur sempre un'occasione per far festa e bere.
Se avesse saputo prima di quello di Simone, magari avrebbe organizzato qualcosa per lui come ha fatto con Chicca e gli avrebbe preso un regalo; la tempistica lo ha un briciolo fregato.
Il caffè d'orzo è pronto e viene annunciato da un suono acuto della macchinetta. Manuel raccatta il bicchiere dall'apposito vano e lo porge al compagno di classe.
In seguito, raccoglie le monete di resto e inserisce ulteriori quaranta centesimi per prendere il suo caffè lungo con due pallini di zucchero.
«Come mai non te piace er compleanno tuo?» gli viene spontaneo chiedere.
Simone beve un sorso della sua bevanda calda. «Jacopo» sintetizza.
È sufficiente quel nome, a Manuel, per capire: non occorre scendere nei dettagli, essere più specifici; comprende che quel giorno gli mette tristezza, allora ha più senso che non gli piaccia e non voglia festeggiarlo.
Non insiste, non gli rivela neppure il piano che gli è balenato in testa per una eventuale festa all'ultimo minuto, sempre con le birre del discount.
Si limita ad annuire. Anche la sua consumazione è pronta, così la recupera dal medesimo posto. Non la sorseggia subito, mantiene il bicchiere in mano, attendendo che il contenuto si raffreddi.
«Mi piace andare in un posto quando arriva questo giorno, però» esclama Simone ad un tratto.
Manuel sbatte lentamente le palpebre. «Dove?»
«In un posto—dove credo sia giusto essere.»
C'è una breve pausa che segue quella frase, un momento di stallo dove le voci in corridoio paiono quietarsi e i loro sguardi si incrociano nel modo più sincero possibile.
Non significa niente e, al contempo, vale tantissimo.
«Mi accompagni?»
Non c'è alcuna esitazione nella risposta. «Se-se vuoi sì, certo.»
«Okay, allora dopo scuola.»
«Dopo scuola.»
Di certo Manuel non ha messo in conto che il posto fosse quello.
A lui i cimiteri mettono angoscia e tristezza, non riesce mai ad entrarci e, da che ha memoria, non ha mai partecipato ad un funerale; sì che il suo unico lutto è stato quello della nonna materna, ma aveva cinque anni per cui non ricorda neanche un simile evento.
Tuttavia, rimembra che da appena più grande sua madre Anita lo ha portato sulla tomba di nonna Glenda: di domenica mattina, aveva visto la foto della donna attaccata ad un pezzo di marmo, con le lettere del suo nome in rilievo e due date sotto.
Poco dopo aveva iniziato a guardarsi intorno, a vedere decine e decide di altre foto, altri nomi, persone che non c'erano più, che avevano cessato di esistere all'improvviso e basta e questo gli aveva innescato un senso di vuoto al petto, mancanza di gravità, di certezze, di scopo.
Aveva nove anni.
Da allora, non ci ha più voluto mettere piede in tal luogo.
Certe cose a Simone non le rivela, piuttosto trattiene il respiro quando varca la soglia del cancello del cimitero.
C'è un silenzio surreale, costellato soltanto da versi di cicale e rumore di foglie mosse dal vento.
Cerca di non focalizzarsi sulle tombe alle quali passa davanti, di non leggere quei nomi, quelle date, di non vedere i volti permanenti su foto sbiadite di quelle più vecchie, persone che spariranno poiché non più nella memoria di qualcuno.
Un nome, però, non può evitarlo: si trova su una croce di pietra, spicca su di una targa, in rilievo, sono lettere nere su sfondo bianco reso grigio dal tempo.
Jacopo Balestra.
Non c'è una foto, soltanto due date troppo vicine tra di loro e un pupazzo a forma di dinosauro sporco di terra e polvere.
Pensa che avrebbero dovuto mettercela, una foto, ma forse avrebbe fatto più male ad ogni visita.
Manuel si ferma di fianco a Simone. Mantiene lo sguardo su quella tomba e soltanto dopo lo sposta verso l'altro ragazzo. Lo vede stringere i pugni lungo i fianchi, fissare il nome del gemello con una singola lacrima che gli scivola sulla guancia.
«L'ho scoperto a tredici anni» lo sente dire, con voce rotta «mio padre aveva una foto con noi due insieme e io l'ho trovata. Era uguale a me, d'aspetto perlomeno, perché mia nonna dice che a livello di carattere eravamo due opposti, tipo il diavolo e l'acqua santa.»
Simone accenna una risata priva di qualunque entusiasmo.
È un momento intimo, quello, andare a trovare Jacopo con qualcuno. Manuel è la prima persona che porta lì.
«Nell'universo parallelo dove lui c'è ancora, probabilmente mi sarei confidato su tutto il casino che c'ho in testa ora» bofonchia. Alza il capo e cerca gli occhi del compagno di classe, con successo. «E lui magari mi avrebbe pure preso un po' in giro, ma poi—poi mi avrebbe aiutato a capire. A capirmi.»
Manuel non proferisce parola, non nell'immediato. Osa allungare una mano, posarla sulla sua spalla. Cerca di essere da supporto e sostegno in quel modo, accenna addirittura un sorriso. «Sono sicuro che da qualche parte sta accadendo esattamente questo» mormora.
Gli occhi di Simone si sono fatti lucidi, paiono più grandi del solito. Annuisce e «Gli saresti piaciuto» soffia.
Manuel ha qualche dubbio su quello. Presume che, per il modo in cui lo ha trattato in precedenza, probabilmente Jacopo lo avrebbe preso a schiaffi.
Non rivela nemmeno quello, si limita a fare un cenno positivo con la testa e dopo, guidato da chissà quale sentimento o intendo, quella leggera pacca sulla spalla si trasforma in un mezzo abbraccio.
Lui è un tipo fisico solo con persone selezionate, ad esempio sua madre e ora Chicca; con gli altri tende a mantenere le distanze.
Non ha idea del motivo per cui ciò accade proprio con Simone, lo fa e basta, e decide di non porsi domande (ancora); quelle le lascia da parte.
Quelle possono aspettare.
In quel momento, ciò che occorre è soltanto il silenzio dentro al quale riecheggia distante la risata di Jacopo di un diverso universo.
***
16 giugno 2022
Il caldo è scoppiato all'improvviso.
L'umidità nell'aria è elevata, si fatica a respirare persino fuori città, nel giardino della villa dei Balestra.
«Vi ripeto che non era necessario veniste tutti qua» esclama Simone, mentre esce dalla porta di casa trascinando un grosso trolley turchese.
«Te volevamo salutà, scusa!» ribatte Matteo, ridendo.
Manuel osserva la scena a qualche metro di distanza, con Chicca al proprio fianco che gli ha cinto la vita con un braccio. La temperatura è elevata, la t-shirt bianca che indossa gli si è appiccicata addosso e vorrebbe tanto dirle di non stargli così attaccata, di lasciarlo libero, ma probabilmente la ferirebbe perciò evita.
Tanto è abbastanza distratto da ciò che sta accadendo: il raduno di una percentuale della futura 4^B in quel luogo per salutare Simone che parte.
Simone che starà via per tutta l'estate, quasi tre mesi, in Scozia da sua madre Floriana.
Glielo ha detto in un pomeriggio di aprile e a Manuel è sembrato un giorno lontano, ma è arrivato in fretta - troppo in fretta.
E tre mesi sono tanti.
In tre mesi può succedere qualunque cosa.
Che deve succedere?
L'eco di schiamazzi e risate raggiunge le sue orecchie e si perde Simone che saluta e abbraccia i presenti uno ad uno, Laura che gli dice «Fai buon viaggio», Luna che «Portame qualcosa, mi raccomando.»
Lui rimane per ultimo, accorgendosi a stento di Chicca che si è allontanata per congedarsi con il ragazzo in partenza.
Manuel solleva lo sguardo e se lo trova davanti, con i ricci scompigliati e le labbra contorte in un mezzo sorriso.
«Allora, ci—ci sentiamo, uhm?» borbotta Simone. Tende una mano in avanti, aspettando che l'altro la afferri per scambiarsi una stretta usuale, solita, quella tra due amici - due migliori amici.
Per un momento, Manuel pensa a concludere tal gesto, a stringere la sua mano, a battere il pugno, qualcosa del genere.
Eppure, qualcosa lo guida a fare diversamente, ad afferrare sì la mano, ma poi lo tira a sé, stringe Simone in un abbraccio; hanno qualche centimetro di differenza d'altezza, il che lo costringe a sollevarsi sulla punta dei piedi per appoggiare il mento sulla sua spalla.
Dalla parte opposta, Simone è colto alla sprovvista e ci impiega una manciata di secondi a reagire, a ricambiare quell'abbraccio inaspettato, stavolta più reale e diverso dall'unico che si sono mai scambiati - al cimitero, davanti alla tomba di Jacopo. Pone un palmo sulla sua schiena e per una frazione di secondo - una soltanto - affonda il naso tra i suoi capelli, ad inspirare forte l'odore di borotalco che sta scemando.
«Se non te fai sentire, prendo n'aereo e t'ammazzo» biascica Manuel che ancora non accenna ad interrompere il contatto tra loro.
«Mi faccio sentire.»
«Non sparire.»
«No.»
«Promesso?»
«Promesso.»
La conversazione non può essere udita da nessuno all'esterno per quanto sussurrata. Ed anche se per loro due tale abbraccio pare avere una durata infinita, nella realtà perdura di meno, probabilmente venti secondi scarsi.
Ma sono tanti, durante i quali Manuel non si spiega il formicolio che percepisce alla bocca dello stomaco, il cuore che batte troppo forte, il senso di smarrimento al pensiero che passerà i mesi successivi da solo, senza vedere il suo viso e il suo volto.
È il tuo migliore amico, piantala.
Si può sentire già così tanto la mancanza di un amico, no?
L'abbraccio si interrompe quando la voce di Dante annuncia: «Se non ci sbrighiamo finisce che lo perdi l'aereo!»
E allora Simone è costretto a spezzare il contatto e a fare un passo indietro. I suoi rimangono concatenati a quelli di Manuel ancora per un po'. In seguito, puntano altrove, sugli altri compagni, intanto che recupera il trolley e lo carica nel bagagliaio dell'auto del padre.
«Grazie a tutti!» dice, infine «Ci vediamo a settembre.»
Manuel va dietro al susseguirsi degli eventi, inerme: osserva Simone salire in macchina, il motore venire acceso e il veicolo che si allontana, lasciando dietro di sé polvere e smog.
Nuove e vecchie sensazioni aleggiano dentro di lui, incatenate a quell'abbraccio che ha sperato non finisse mai.
Perchè?
«Stai da me stasera?»
La domanda di Chicca gli arriva alle orecchie con leggero ritardo.
Manuel sbatte piano le palpebre. Si deve sforzare di non fissare l'orizzonte sul quale non appare più la vecchia auto marrone del professor Balestra e focalizzare l'attenzione sulla ragazza che ha posto il quesito. «Cosa?» biascica.
Chicca gli sorride. «Stasera ho casa libera, vieni da me?»
Di norma, soltanto qualche mese prima quella notizia lo avrebbe fatto saltare dalla gioia, sarebbe stata l'unica cosa importante. Invece ora—
Ora non percepisce tutta l'euforia necessaria.
Scemo, puoi stare con la tua ragazza e farci sesso tutta la notte, sei in paradiso, trilla una voce nella sua testa.
Sì, è questo l'importante.
Scuote il capo, costringe il proprio viso ad assumere l'espressione più entusiasta che riesce a trovare. «Certo che sì!» esclama. Lei si alza sulla punta dei piedi e preme le labbra sulle sue.
E Manuel cerca di affogare in quel bacio, in quel sinonimo di certezza, ogni altro differente pensiero.
***
[Note autore:
Grazie per aver letto fin qui.
L'intento in questa prima parte della storia è dare un percorso di accettazione a Manuel sull'essere bisessuale.
Spero di aver gettato delle buone basi, insomma, visto è un punto chiave per delle cose che succederanno in seguito.
Ma abbiamo ancora qualche anno prima di arrivarci.
Fatemi sapere che ne pensate.
Un bacio.
Lilith.]
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