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Capitolo 2


"Ah, la testa..."

Un gran baccano aveva svegliato il prigioniero. Non che la sua fosse una dormita da ricordare, ma era una delle rare volte in cui era riuscito veramente ad addormentarsi da quando era lì dentro. Durante il suo passato da uomo libero aveva dormito in posti impensabili, però quella cella li superava tutti in quanto a scomodità. Ancora non era riuscito ad abituarsi a quel dolore cervicale che lo tormentava appena sveglio o semplicemente ogni volta che si alzava dal suo "letto", ovvero un mucchio di paglia su un gelido pavimento di pietra. Ogni volta che appoggiava il capo sentiva un brivido poco apprezzabile e il bisogno di trovare un'altra posizione. Spesso il tutto si concludeva con lui che o si alzava in piedi, rinunciando a dormire, o si metteva seduto a gambe incrociate, con la testa appoggiata su una mano fino ad addormentarsi non per il sonno ma per la noia.

Inizialmente, cercò di massaggiarsi con la mano destra, distendendo la sinistra, poi le distese entrambe e fece uscire dalla sua bocca uno sbadiglio rumoroso, che però in mezzo a quel chiasso sembrava un sussurro fievole.

Una persona qualunque si sarebbe diretta subito a vedere attraverso le sbarre cosa stesse succedendo, ma egli era una di quelle persone che difficilmente si lasciava coinvolgere, che davanti a qualche evento inatteso rimaneva indifferente. Si sposto, perciò, verso un angolo della sua "umile dimora" e appoggiò la sua schiena esattamente tra la parete parallela alle sbarre e quella che lo separava dall'altro prigioniero. In realtà, non era nemmeno sicuro se ci fosse mai stato qualcuno dall'altro lato e non aveva nemmeno intenzione di scoprirlo.

In mezzo a tutta quella frenesia generale, il suo modo di fare così calmo, lento e a tratti annoiato era fuori luogo. Ci pensò un attimo e decise di reagire con una semplice alzata di spalle.

Il chiasso che veniva dall'esterno era così rumoroso che era impossibile non sentirlo, anche se l'avesse voluto. Tuttavia, la poca concentrazione e il quasi totale disinteresse gli facevano spesso perdere, senza veri dispiaceri, alcuni pezzi.

Da quel poco che aveva capito, c'era del trambusto all'interno della prigione. Le altre cose di cui blateravano le guardie non erano importanti. Una di loro dava ordini mentre indicava la direzione che gli altri dovevano seguire. Dove stessero andando tutti non contava per lui, ma lo stesso non si poteva dire per tutti i prigionieri lì dentro: molti si erano avvicinati alle sbarre delle loro celle per osservare e sentire meglio quello che stava succedendo.

Si sarebbe volentieri rimesso a dormire, ma quell'incessante rumore di passi e di urla non glielo permetteva. Si rassegnò allora a rimanere nel suo angolino, mentre si guardava le mani per passare il tempo e ogni tanto dava un'occhiata verso l'esterno per vedere tutti quei soldati in apprensione.

"Da quando c'è tutta questa gente qui dentro?"

Ritornò a massaggiarsi la cervicale, ancora dolorante dopo quella che difficilmente si poteva definire una dormita.

Diede un ulteriore sguardo e notò che alcune guardie si erano fermate. Tra di loro, una con dei capelli scuri, alta un metro e ottanta, aveva estratto la spada e, girando su se stessa, la stava puntando verso tutti quei galeotti curiosi. Un altro soldato con la voce acuta e alcune macchie rosse sul viso gli prese il braccio e glielo fece abbassare, visibilmente innervosito.

«Che fai? Tieni giù quella spada!»

«Qualcuno deve far abbassare le ali a questi bastardi. O vuoi che tutti si distraggano per il problema di adesso? Lasciamoli pure esaltare questi qua, se è questo che vuoi!»

«Non essere ridicolo. Eseguiamo gli ordini del nostro capitano, piuttosto. E poi ti ho appena detto di abbassare la tua spada.»

«Su, non essere duro con me, sto solo facendo il mio lavoro. Dobbiamo pur sempre tenere a bada tutti questi pezzenti qui dentro.»

«Forse hai ragione, ma non possiamo starcene qua per troppo tempo.» commentò un'altra guardia «Gli altri cominciano ad allontanarsi troppo, non dovremmo separarci così.»

«Già, non voglio essere punito per questo. Inoltre, potrebbero sospettare qualc...ma mi stai ascoltando?» si lamentò il soldato dal volto macchiato, cercando di attirare l'attenzione del suo compagno, che aveva di nuovo alzato la sua lama, per poi iniziare a camminare in tondo, facendo uscire ogni tanto dalla bocca qualche insulto o minaccia.

«Non impicciatevi in affari che non vi riguardano e statevene buoni nelle vostre celle, mucchio di bastardi!»

Uno dei prigionieri iniziò a provocarlo: «Altrimenti? Cosa farai? Ci ucciderai? Sono proprio curioso di vedere!»

«Credi che non ne abbia il coraggio?»

L'uomo dalla voce stridula gli mise una mano sulla spalla per bloccarlo, mentre con l'altra stava parzialmente tenendo la sua arma, solo in parte estratta dal fodero.

«Comincio ad averne abbastanza di te. I tipi aggressivi come te non li sopporto. In più, noi non possiamo uccidere nessuno qui dentro. Non abbiamo i poteri necessari per condannarli a morte, perciò rimetti a posto quella spada.»

«Stiamo continuando a perdere tempo, non trovate? Dirigiamoci verso gli altri»

«Rilassati! Non hai visto quanti eravamo, mentre correvamo per dirigerci fino a qui? Nessuno farà caso all'assenza di soltanto tre persone.» cercò di rassicurarlo il compagno con un tono infastidito, per poi rimettere nella custodia la sua lama. La guardia dal viso rosso decise, quindi, di mollare la presa, allontanandosi.

«Oh, quante scuse, piccoli fifoni! Non potete ucciderci, eh? Già, avete ragione, gente come voi non può pensare di riuscire a farlo. E io che pensavo che qui dentro ci fosse di meglio! Ah, scarto della società che non sono altro, ma che mi passa per la testa?» li stuzzicò un secondo prigioniero.

Due delle guardie si limitarono a stringere i loro pugni, mentre quella dai modi minacciosi aveva nuovamente messo mano alla sua arma.

«Lo possiamo scoprire anche subito, se sei pronto! Poi non chiedermi di avere pietà, quando striscerai per terra.» disse in maniera irrisoria e altezzosa.

Massaggiandosi per l'ennesima volta all'altezza del collo, quel detenuto annoiato si abbandonò a una leggera risatina e, guardandosi le unghie, pensò a quanto fosse ridicola quella scena. Sembrava di assistere a tre bambini litiganti, solo che quei tizi, invece, erano armati e molto più maturi, in teoria, di un semplice marmocchio. Rimanendo con le spalle appoggiate al muro, incrociò le braccia e provò a godersi quello spettacolo.

L'uomo violento, incurante dei consigli dei suoi due compagni, ricominciò a camminare in tondo, passando in rassegna alcune celle e dando una rapida occhiata a chi vi era imprigionato. Il tipo dalla voce difficile da sopportare aveva il braccio solo in parte teso, come se avesse voluto invitarlo alla calma, ma qualcosa dentro di lui lo faceva desistere: forse il troppo nervosismo o semplicemente il fatto che nulla sembrava far cambiare idea a quel testardo. L'altro soldato continuava a mostrare segni di fretta e di preoccupazione, lanciando continui sguardi verso la direzione presa da tutti quelli che erano passati pochi minuti prima.

Il clima in quel momento era pieno di tensione, anche se forse gli unici a sentire tutta quella pressione erano quei tre. Alcuni detenuti se la ridevano, altri bofonchiavano cose che non valeva la pena ricordare o cercare di capire. Intanto, ancora in quella posizione, probabilmente la più comoda da quando lo avevano sbattuto lì dentro, il prigioniero cominciava a sentirsi leggermente meno annoiato del solito. Dopotutto, aveva bisogno pur sempre di qualcosa che lo distraesse dal pensare a quel fastidioso dolore alla cervicale.

La guardia provocata, che aveva quasi completamente tirato fuori la sua spada, con un tono di sfida pronunciò:

«Ora diamo un taglio a questa faccenda. Non la pensate così voi?»

Il compagno dal viso arrossato si avventò verso di lui con la sua lama ormai in mano, ma quel suo "amico" violento, con una sequenza di movimenti così rapidi da non permettere una vera e propria reazione, estrasse del tutto la sua arma, si voltò e con un colpo gli tagliò da parte a parte la gola, sotto gli occhi stupiti dell'altro tipo e di alcuni spettatori dietro le loro sbarre.

«Uno è sistemato. Accidenti, ancora un altro attimo e avrei preferito levarmi le orecchie pur di non sentire i suoi stridii.»

La vittima si portò per un secondo le mani al collo, poi sputò un po' di sangue e cadde con la faccia per terra, mentre il pavimento intorno a lui si faceva purpureo.

Ancora non soddisfatto, quel tipo affondò la sua spada sul petto di quel cadavere e iniziò a girarla a destra e sinistra, come se non ci fosse limite a quanto in profondità volesse andare.

«T...tu, n-non capisco. Che significa?»

L'altro soldato era sbigottito e stava tremando come una foglia. Dai lineamenti del volto si poteva intuire che fosse una persona abbastanza giovane, forse neanche sulla trentina, e che non avesse mai assistito a una scena di quel tipo.

Il carnefice, che addirittura si era chinato mentre continuava a infierire su quel morto, per un attimo ignorò quelle parole, probabilmente troppo basse per fargli perdere la concentrazione, poi si voltò verso il suo compagno e con uno sguardo pieno di follia tirò fuori la lingua e si leccò le labbra.

Ormai tutti i prigionieri avevano smesso di ridere e di parlare. I loro visi lasciavano trasparire un senso di stupore misto a timore.

«Beh, rimani lì impalato? Non vuoi giocare anche tu? Anzi, non avevi fretta di tornare da tutti i tuoi amichetti e dal tuo capitano?»

Quel tipo era troppo tremolante per riuscire a far uscire anche una semplice parola dalla sua bocca. Non riuscì nemmeno a difendersi almeno un minimo quando quello che era a tutti gli effetti un rivale si era gettato verso di lui: fu spinto con forza ed entrambi rotolarono, uno con gli occhi pieni di lacrime per colpa della tensione e della paura, l'altro col volto divertito. Il secondo si ritrovò seduto sullo stomaco del primo, che scoppiò a piangere.

Gocce di saliva caddero sul viso già bagnato di quel ragazzo. L'omicida sorrise, poi schernì l'altro:

«Se chiudi gli occhi, non sentirai troppo dolore. Forse.»

Spalancò la bocca e affondò i denti sulla pelle della sua vittima. Dopo aver tirato con forza, strappò un lembo di pelle dalla guancia, poi con una mano impedì ogni tipo di urlo, tirò fuori un coltello e continuò a scuoiare le guance di quella giovane guardia e a buttare i pezzi di pelle a destra e a manca.

Infine, ormai stufo, si rimise in piedi, riprendendo la spada, che aveva lasciato per terra a pochi metri di distanza, e la conficcò in mezzo agli occhi della sua preda, uccidendola e deturpando ancora di più un volto già visibilmente danneggiato.

«Ho dovuto mettere su un bel teatrino, ma ne è valsa la pena.»

Andò verso la cella di quel prigioniero, la aprì, poi si diresse verso il luogo in cui era recluso quel tipo che l'aveva provocato e gli lanciò le chiavi che aveva tirato fuori dalla tasca. Voltandogli le spalle, gli propose di uscire e di liberare anche gli altri. Gli sguardi di quel tipo e di quel prigioniero dalle braccia conserte e dall'aria ancora un po' annoiata si incrociarono. A un certo punto, il primo sorrise.

«Ci abbiamo messo un po' a trovarti, ma eccoti qua. Non ti sei stufato? Non ti andrebbe di uscire...»

"Se questo vuol dire trovare posti migliori per dormire, ben venga."

«...Aobher di Morx?»

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