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Persa nei tuoi occhi

Osservavo il mio riflesso stanco davanti al grande specchio della mia camera: i capelli rossi ricadevano flosci ai lati del mio viso,due profonde occhiaie mi cerchiavano gli occhi verdi, la mia pelle,punteggiata qua e là da brufoli comparsi in quantità maggiore di quanto richiedessi proprio in concomitanza con l'inizio della scuola,era così pallida che sembrava che in tutti i miei sedici anni di vita non avessi mai visto la luce del sole. Spostai disgustata lo sguardo per vedere che ore fossero: le sette e quarantacinque. Decisamente troppo presto per i miei ritmi umani, ma decisamente troppo tardi per i ritmi piuttosto infernali della scuola.

«Ceara, muoviti, o me ne vado da solo!» gridò mio fratello Stephen dal piano di sotto, facendo scoppiare la bolla di torpore in cui mi trovavo sin da quando avevo aperto gli occhi con un gemito al suono della sveglia.

Quello sciocco riteneva di essere il padrone del mondo dal disgraziato giorno del suo diciottesimo compleanno e il fatto che fosse l'unico di noi tre a poter guidare la macchina certo non sminuiva il suo senso d'onnipotenza. Incurante del suo richiamo, mi armai di fondotinta, copri occhiaie, phard e, immancabilmente, mascara in un ultimo tentativo disperato di trasformare l'immagine da film horror che mi ritrovavo al posto del viso in un qualcosa che non spaventasse chi posava, anche solo per sbaglio, gli occhi su di me.

Scesi gli scalini a due a due e mi precipitai fuori dalla porta, provvidenzialmente aperta da mia madre Kate, e in una frazione di secondo mi feci trovare seduta davanti al posto del passeggero, con tanto di cintura allacciata,accanto a mio fratello, alla guida di un'orribile e vecchia macchina usata che trattava però come fosse sua figlia.

«Sei truccata!» esclamò da dietro la mia sorellina Hope, dodici anni. «Mamma, è truccata!»gridò dal finestrino.

«Lo so, cara. Buona giornata!» rispose lei, con il suo solito accento americano che,seppur in Irlanda da molti anni, non aveva perso. Soffiò un bacio nella nostra direzione e si chiuse il portone rosso alle spalle.

«Uffa, non è giusto che telo permetta!» continuò a lamentarsi.

Stephen mise in moto e partì,accendendo l'autoradio per non sentire le proteste di Hope, e si sintonizzò su un canale rap.

«Ti prego, Stephen, non questa robaccia di prima mattina!» dissi io, e spensi l'autoradio.

«Non farlo mai più, piccinaccola!» mi rimproverò lui, riaccendendola.

«Hope, vuoi chiudere quella bocca?!» gridai a mia sorella, che non la smetteva di elencare i numerosi motivi per cui il trucco stava meglio sulle bionde come lei piuttosto che sulle rosse come me, secondo dei parametri puramente arbitrari per giunta. Ammutolì.

«Odio il venerdì» fu la mia ultima frase pronunciata nel viaggio verso scuola.

*

«Pss, Holly!» chiamai la mia compagna di banco, durante l'ultima ora. 

Si girò:«Quanto manca?» le chiesi.

«Cinque minuti» disse lei.

Iniziai silenziosamente a riporre le mie cose, come il resto della classe, mentre il signor Walker continuava ostinato a spiegare le disequazioni di secondo grado con quel suo fare da inglese con la puzza sotto il naso. Ed ecco il suono tanto atteso ad annunciare la nostra libertà: saltammo tutti in sincrono dalle sedie come spinti via da molle, e alla maggior velocità permessa dal pesante zaino carico di inutili libri ci volatilizzammo, mescolandoci agli altri studenti che facevano progetti per la sera.

Holly, che oltre ad essere la mia compagna di banco era anche la mia migliore amica da sempre e la mia vicina di casa, tornò a casa con noi, e ciò rese un po' meno pesante il viaggio: mia sorella pendeva dalle labbra della mia amica e quell'angioletto non mancava mai l'occasione di ripetermi che avrebbe preferito mille volte avere Holly come sorella piuttosto che me. Passando come al solito sopra ad ogni commento di Hope, chiedemmo a Stephen un passaggio fino in centro per il pomeriggio.

«Non conoscete quei grossi bestioni con delle ruote sotto chiamati autobus?» fu la sua risposta.

«Ma con te abbiamo più libertà di muoverci» osservai.

«Io vi posso anche accompagnare, ma devo vedermi con Patrick» disse.

«Dove ti vedi con questo Patrick?» gli chiesi.

«Davanti al Trinity».

«Perfetto» dissi.

Il mio sentiero si separò da quello di Holly proprio quando ognuna inizò a percorrere il vialetto della propria casa. Quando entrai trovai solo mio padre:

«Dov'è la mamma?»chiesi.

«Oh, ciao Ceara, sono felice anch'io di vederti!» rispose, ironico. Dopodiché comparve sulla soglia della cucina Hope che disse:

«Dov'è la mamma?».

Prima che mio padre potesse rispondere, fece la sua comparsa anche Stephen:

«Ehi, papà, hai visto la mamma?».

«Che bello avere tre figli che si interessano di te quando tornano a casa» continuò con l'ironia. «La mamma si è dovuta trattenere a lavoro, oggi aveva un caso importante in tribunale» spiegò.

Rimanemmo in silenzio.

«Beh, chi mi dà una mano a cucinare?» chiese, dopo un po'.

«No grazie, vado a deprimermi in camera mia» disse Hope.

«Ancora continuo a chiedermi perché l'abbiamo chiamata così» bisbigliò mio padre.

Stephen si sedette su una sedia con posa da duro.

Mi lavai le mani e misi a bollire l'acqua.

«Tu non aiuti, Stephen?» chiese mio padre.

«Io? Sono un uomo!» rispose scandalizzato.

«Se non sai cucinare perché sei troppo stupido, almeno puoi apparecchiare, tonto» gli dissi, mettendogli davanti quattro piatti impilati.

«Papà, dille qualcosa, è irrispettosa!» esclamò.

«Ha ragione, tonto» fu la sua risposta.

Cercai di trattenere una risata. Stephen mi lanciò un'occhiata inceneritrice.

Dal momento che io avevo cucinato – mio padre aveva chiesto aiuto in cucina giusto perché era incapace di cavarsela da solo – non toccò a me lavare i piatti: corsi da Holly e insieme decidemmo come vestirci e come truccarci. Anche se in previsione c'era una semplice passeggiata tra amiche, il venerdì pomeriggio il centro di Dublino pullulava di studenti che assaporavano il dolce gusto della libertà: non potevamo certo farci cogliere impreparate quando uno degli irraggiungibili ragazzi dell'ultimo anno del nostro liceo si sarebbe presentato offrendoci un caffè, e magari anche un amico o un fratello maggiore...

Per quanto incredibilmente lunga fosse stata la nostra preparazione – e per quanto lo sia quella di una donna in generale – io e la mia amica riuscimmo comunque ad esser pronte prima di Stephen, che trovammo intento a svuotare il barattolo di gel sulla sua fluente chioma rossa e spruzzarsi dosi nauseanti di profumo, per poi infilarsi la sua preziosa giacca di pelle nera e con passo alla John Travolta in Grease aggirarsi per le vie di Dublino a caccia di Sandy: ingenuamente pensava, povero fratello mio, di essere irresistibile così conciato, mentre la maggior parte della gente lo guardava con sospetto, additandolo come scapestrato ragazzotto infantile.

Lucidò con un panno il cofano della sua vecchia automobile, sussurrandole paroline dolci come «tesoruccio» e «la mia bambina». Quando Holly ed io ne avemmo abbastanza di questo pietoso spettacolo, lei le strappò il panno di mano e, gettatolo alle sue spalle nel garage, aprì la portiera mentre io spingevo mio fratello che puntava i piedi e faceva resistenza. La mia amica ed io ci sedemmo dietro, Stephen ingranò la prima e partimmo.

«Allora ragazze, onde evitare che qualcuno vi veda in mia presenza rovinando per sempre la mia reputazione, vi spiego qual è il piano» disse Stephen, con aria da 007 in azione.

«Oh, poveri noi» commentai io. Holly soffocò una risata.

«Ehm-ehm. Ragazze, è una cosa seria. Dunque, parcheggerò nei pressi del Trinity College, voi scenderete dalla macchina e dopodiché saremo come estranei: io me ne andrò con Patrick e voi andrete a dilapidare il patrimonio di famiglia in inutili trucchi che non riusciranno neanche a far rasentare l'idea di bello alle vostre facce da rospo».

«Sai vero che lamia faccia da rospo assomiglia moltissimo alla tua?» gli feci notare: da bambini, benché lui fosse più grande, non in pochi pensavano che fossimo gemelli.

Mentre Stephen pensava a cosa rispondere, Holly lo rassicurò: «Non temere, faremo come ci hai detto, capo» e scoppiò a ridere.

Il breve percorso dall'Upper O'Connell Street dove abitavamo all'ingresso del Trinity College di Dublino continuò su toni scherzosi: Stephen non faceva che provocarci e noi, pacate, controbattevamo, umiliandolo. Quando Stephen parcheggiò la macchina, gettò un'occhiata all'interno della cancellata:

«Ohoh, Patrick ha portato delle amiche!» commentò. Si precipitò fuori dalla macchina, dimenticandosi completamente di noi. Lo vidi dirigersi baldanzoso verso un alto ragazzo biondo di spalle rispetto a noi, che parlava con due ragazze, una delle quali sembrava molto sorridente.Notai poi che nell'obnubilamento momentaneo – speravo per lui che lo fosse – causato dalla percezione piuttosto animalesca di feromoni, non solo non aveva chiuso la macchina – per quanto dubitassi che a qualcuno potesse venire in mente di rubarla – ma aveva anche lasciato le chiavi inserite nel quadro.

«Queste ci toccherà riportargliele» dissi a Holly, con rassegnazione,facendole tintinnare con un lieve colpetto della mano.

«Così farà senz'altro bella figura davanti alle ragazze: la sorellina gli consegna le chiavi della macchina» rise al pensiero della faccia che avrebbe fatto: esattamente la stessa che io immaginavo.

Presi le chiavi e, girandole a fatica nella serratura arrugginita, chiusi la macchina. Attraversammo la strada e ci dirigemmo con un sorriso trionfante che non riuscivamo a trattenere verso la neonata compagnia.

«Stephen?» lo chiamai alle sue spalle, con voce innocente.

A quel punto lui avrebbe dovuto girarsi, fulminarmi con lo sguardo senza farsi notare dagli altri e io gli avrei consegnato le chiavi. Ma a girarsi furono in due, e senza sapere come mi ritrovai persa in un paio di profondi occhi azzurro mare e un sorriso luminoso che scopriva una fila perfetta di denti bianchissimi. Il ragazzo si passò con naturalezza una mano nei folti capelli biondi.

«Avevi lasciato queste in macchina» intervenne Holly, passandomi avanti con una leggera spallata e lanciandomi furtiva un'occhiata interrogativa.

«Già, le chiavi»fu tutto quello che riuscii a dire, scossa bruscamente dallo stato di trance in cui ero caduta.

«Grazie ragazze,ora potete andare» fece lui, con una risatina nervosa e arrossendo per l'imbarazzo.

«Aspetta, Stephen .Non ce le presenti?». Una nuova voce da tenore mi sfiorò le orecchie come velluto, sprigionando sensualità ad ogni sillaba pronunciata da quella bocca perfetta.

«Ma veramente...»iniziò Stephen, cercando di farci allontanare il più presto possibile, ma Holly reagì più prontamente:

«Io sono Holly, un'amica». Vedendo che io rimanevo in silenzio, rapita da quel ragazzo incredibile che aspettava le mie parole con un sorriso,proprio davanti a me, aggiunse: «E lei è...»

«Ceara» risposi,rinvenutami. Con mia sorpresa riuscii a mantenere calma la voce,nonostante sentii il sangue affluirmi alla testa e le guance bruciare sino alle orecchie.

«Io sarei... beh,sì, sono sua sorella» dissi, indicando Stephen con lo sguardo e al contempo alzando le spalle come se non potessi farci niente, come se sì, ero sua sorella, era capitato a me.

Allungò una mano: la mia, mingherlina, sparì nella sua stretta forte.

«Piacere Ceara, io sono Patrick» si presentò, guardandomi dritto negli occhi.

«Patrick» ripetei io, assaporando ogni lettera del suo nome.

«Ceara, Holly,loro sono due mie compagne di corso: Megan e Lindsay» indicando rispettivamente la prima, bionda, e poi l'altra, dai capelli corvini e gli occhi scuri, che sembrò squadrarmi con aria di superiorità.

«Tanto piacere»cercai di sorridere, ma nessuna delle due mi strinse la mano. Solo Megan abbozzò un sorriso.

«Beh, forse è meglio se adesso andiamo...» iniziò Holly.

«Certo, sì,andate ragazze!» quasi esultò Stephen, addirittura baciandoci sulla guancia.

«Ehm... ciao»dissi allora, rivolta un po' a tutti. Una frazione di secondo dopo il mio sguardo era di nuovo incatenato a quello magnetico di Patrick,che disse:

«Ci vediamo in giro, Ceara». Sorrisi.

Holly ed io camminammo fianco a fianco in silenzio fino a quando ci fummo lasciate alle spalle il Trinity. Poi ci guardammo.

«Non ora. Bewley's, cappuccino e pancake alla banana e Nutella» dichiarò Holly, difronte alla mia occhiata a metà tra l'interrogativo e il disperato.

Passammo in silenzio davanti alla statua di Molly Malone, gremita di turisti da ogni parte del mondo, e in silenzio imboccammo Grafton Street, a passo svelto. Ci sedemmo a un tavolino con il nostro cappuccino fumante e il profumato e dolcissimo pancake banana e Nutella. Holly bevve un sorso di cappuccino, poi disse con tono assertivo:

«Si può sapere cosa ti è preso prima? E non fare la finta tonta: ti sei imbambolata davanti a quel Patrick».

«Se sai cosa mi è preso, perché me lo chiedi?» replicai io di rimando.

«Perché credo che tutti si siano accorti del tuo occhio da triglia, non è che ti faccia bella pubblicità» rispose.

«Oh, Holly! Lo sai che divento stupida e impacciata quando vedo un bel ragazzo! Ma,sinceramente, non m'importa più di tanto della figura che ho fatto»mentii «tanto non li rivedremo più» sospirai.

«Ti piace» mi accusò lei.

«Beh, certo che mi piace! È un bellissimo ragazzo. Vuoi forse dire che a te fa vomitare?»esclamai.

«No di certo! Ma ti piace piace.» affermò lei.

«Mi piace e basta! Holly, non vedo perché continuare questa discussione. Mi sono comportata da pesce lesso davanti a un ragazzo carino, di nuovo. Non c'è niente di strano. Sono fatta così, purtroppo, ormai dovresti saperlo» dissi.

«Se lo dici tu che non c'è niente, ti credo. Solo che mi era sembrato che ci fosse qualcosa di diverso...».

«Diverso?» chiesi, la voce iniziava a tremarmi.

«Non è che lo hai già visto prima, è un amico di tuo fratello in fondo...» ipotizzò.

«Credi che se avessi visto un simile ragazzo prima d'ora me lo sarei dimenticato?» smontai la sua tesi.

«Ma c'era qualcosa di strano nel modo in cui vi guardavate... più a lungo di quanto due estranei dovrebbero» disse.

«Dai, Holly, smetti di vedere cose che non ci sono!» la ripresi.

Per quanto la sua idea mi facesse piacere in un modo un po' strano, cercai di mantenermi razionale: sì, è vero, mi ero persa nei suoi occhi più di una volta poco prima, ma era una cosa che riguardava solo me e la mia totale incapacità di ragionare quando mi trovavo faccia a faccia con un ragazzo che sembrava uscito dal ruolo del principe azzurro delle favole che leggevo da piccola. Holly, al contrario di me, tendeva a seguire ragionamenti anche fuori da ogni logica, per giungere poi a conclusioni totalmente distorte dalla sua visione dei fatti. Due minuti con lei, e Patrick era già diventato il ragazzo dallo sguardo magnetico.

«Ho visto quello che ho visto» replicò, prendendo un boccone di pancake.

«Okay. Basta. Ognuno ha visto quel che ha voluto. Cambiamo argomento, ti prego» dissi.

Iniziammo a parlare di cose frivole, come vestiti, trucchi, smalti... alcune ridicole acconciature di nostre compagne di scuola, pettegolezzi e commenti sul loro modo di vestire, insulti di ogni tipo verso ciascuno degli insegnanti. Finita la nostra merenda decidemmo di andare a fare due passi in S. Stephen's Green: solitamente lì si riunivano anche altri nostri compagni di classe. Dopo poco che eravamo entrate, con un tempismo tutto irlandese, iniziò a venir giù una pioggia scrosciante. Né io né Holly ci eravamo portate dietro l'ombrello,avevo giusto infilato nella mia spaziosa borsa l'impermeabile, che estrassi non senza qualche difficoltà, visto tutti gli oggetti che vi avevo stipato dentro. Ci coprimmo le teste con quello, che purtroppo non era molto grande: strette come sardine iniziammo a correre, ridendo a crepapelle, sotto gli alberi, dirette al gazebo che si trovava quasi dall'altra parte rispetto a dove eravamo entrate, per ripararci, nella speranza di trovarlo vuoto: l'ultima volta vi aveva fatto un concerto la banda della Garda, e noi lo ascoltammo tutto sotto la pioggia, munite di ombrello, però. Durante il tragitto, mentre ridevo e gridavo come una stupida con la mia amica e correvo velocissima – c'è da dire, tra l'altro, che vedermi correre non è un bello spettacolo date le mie scarse doti nell'attività fisica – mi scontrai, nel senso letterale del termine, con un passante.

«Scusi tanto!» dissi.Alzando gli occhi vidi che era Patrick, solo.

Arrossii immediatamente.

«Scusami!» esclamai, di nuovo.

«Non ti preoccupare» rise.«Serve un ombrello?» chiese, rivolto a tutte e due. Per un frangente avevo completamente dimenticato la presenza di Holly.

«Grazie» rispose prontamente lei. Continuavo a fare scena muta davanti a lui.

«Venite sotto, è un grande ombrello».

Con immenso imbarazzo fui spinta da Holly vicino a lui: per quanto fosse grande, in tre stavamo stretti lì sotto. Ogni passo che muovevo la mia spalla sfiorava il suo braccio: era alto, non solo rispetto a me – dal metro e sessanta della mia bassezza, chiunque era alto per me – ma anche ingenerale. Strinsi le braccia intorno ai fianchi, per evitare di toccarlo muovendomi. Ci fu una pausa di silenzio imbarazzato.

«Allora, dove stavate correndo?» chiese.

«Sotto il gazebo, ci siamo dimenticate l'ombrello» dissi.

«Già, lo vedo» bisbigliò.

«Già» risposi, mordendomi la lingua per la mia osservazione stupida.

«Beh, Patrick, come mai sei solo?» chiese Holly.

Le lanciai un'occhiata inceneritrice.

«Cosa?» sillabò muta, con aria innocente. Simulai un sorriso.

«È solo che Stephen ha trovato molto interessante la compagnia di Megan e ho deciso di lasciarli soli» spiegò.

«Oh no» dissi, pensando a quella povera ragazza che sembrava essere simpatica in compagnia di quello stupido di mio fratello in piena tempesta ormonale.

«Che cosa?» rise.

Mi resi conto del commento sciocco che mi era sorto spontaneo alle labbra: Stephen era suo amico, non sarebbe stato furbo parlargli male di lui. Mentre cercavo qualcosa di intelligente da dire, la mia amica disse qualcosa di stupido:

«Lei è molto... ehm, protettiva nei confronti di Stephen».

«Holly!» esclamai.

«Cosa?» disse, dipingendo un'espressione di totale innocenza sul suo visetto angelico.

«Non è assolutamente vero! Come ti viene in mente una cosa del genere!» esclamai, rossa di vergogna come non mai.

«Ceara, stai tranquilla non c'è da vergognarsi. Per quanto possa valere, sappi che Megan è una bravissima ragazza» disse Patrick, divertito.

«Non ne dubito» dissi, morta dall'imbarazzo.

Ci fu un'altra pausa, ma Holly ruppe il silenzio: «Bene, piove meno forte ma devo andare un attimo a vedere... Ceara, me lo presti, vero?» disse prendendo il mio impermeabile e avviandosi.

«Holly, aspetta!» quasi gridai. «Ti accompagno» proposi.

«Oh, non c'è bisogno, cara. Torno subito» disse.

«Ceara, ti bagneresti. Qui sei all'asciutto... più o meno» s'intromise Patrick.

Non potevo credere che Holly avesse appena fatto in modo di lasciarmi sola con lui. Come poteva pensare che ciò mi giovasse: mi sarei di nuovo bloccata, saremmo solo stati due perfetti estranei – come in fondo eravamo – sotto un ombrello.

Gli scrosci di pioggia cominciarono a farsi meno violenti.

«La tua amica sembra un tipo molto esuberante» disse a un tratto Patrick. Dal tono della voce sembrava lievemente imbarazzato.

«Ti prego, non fare caso a quello che ha detto» risposi io, alzando gli occhi verso di lui.Trovai subito i suoi, come se fossero pronti a lanciarmi uno sguardo che diceva: «Non ti preoccupare, non ci faccio caso».

«In effetti» disse «non hai l'aria di essere una gelosa del fratello».

«Perché non lo sono»confermai. «Il fatto è che lo ritengo... immaturo. Però sapevo che era tuo amico, e mentre pensavo a qualcosa da dire che giustificasse il mio no e che non lasciasse intendere la mia opinione Holly ha pensato di poter risolvere la situazione» spiegai.

Ebbi una strana sensazione: di solito ero timida e impacciata con le persone che non conoscevo bene,eppure mi sembrava di conoscerlo da sempre, non solo da qualche ora.Inoltre, non riuscivo a smettere di guardarlo e di pensare a quanto fosse bello.

«Adesso però so che pensi che tuo fratello sia uno stupido» disse.

«Non ho detto che...». «Non ho detto che è stupido» era quello che avevo intenzione di dire, ma fui interrotta da una sua occhiata scettica. Un'altra di quelle sue occhiate parlanti. Un'altra di quelle sue occhiate magnetiche.

Holly arrivò proprio nel momento in cui ci fu quello scambio di battute silenzioso: mentre i suoi occhi azzurri come il mare mi dicevano che ciò che intendevo era quello, i miei verdi rispondevano arrendevoli: «Hai ragione».Non dovette durare molto, ma in quel momento capii che cosa tutti intendevano per gli attimi che duravano in eterno.

«Bene, ha smesso di piovere!»cinguettò allegra, interrompendo l'atmosfera che si era creata, ma che probabilmente solo io percepivo.

Patrick chiuse l'ombrello.

«Noi, ehm...» iniziai adire.

«Si, anch'io» rispose.

«Allora... ciao?» lo salutai.

«Ciao» disse.

«Ciao Patrick» si aggiunse Holly.

«Ci vediamo in giro» ripeté lui, rivolto a entrambe. Se ne andò.

Procedemmo anche noi all'interno dei giardini:

«Vuoi smetterla di guardarlo incantata?» mi riprese Holly.

«Io non lo guardo incantata»replicai.

«Oh, sì che lo fai» disse.E poi aggiunse, prima che potessi dire altro: «Sai che lo fai e sai anche che lui se ne è accorto».

«Non lo farei se, ogni volta che alzassi gli occhi, non trovassi già i suoi pronti a incrociare il mio sguardo» mi giustificai. Era la verità, e tanto bastò a far tacere Holly.

Arrivate nei pressi del gazebo trovammo, insieme a tutta la gente che si era radunata lì con lo stesso nostro intento iniziale, alcuni ragazzi di classe. Ci fermammo un po' con loro a parlare, principalmente di scuola, e dopo un po' ce ne andammo.

Pioveva di nuovo mentre io e Holly aspettavamo Stephen dove ci eravamo dati appuntamento per ritornare a casa. Appiattite contro il muro di un edificio per ripararci quanto più possibile dalla pioggia, aspettammo per ben mezz'ora, invano. Mio fratello non arrivò, decidemmo quindi di tornare a casa. Se non altro, il cielo era tornato sereno. Ci incamminnammo di buona lena, ridendo allegre, ciascuna con in mano la busta del nostro negozio di cosmetici preferito. Prima di tornare a casa, ci fermammo al Garden of Remembrance. Era vuoto: non era mai molto frequentato, per questo ci piaceva. Potevamo restare lì per molto tempo senza mai essere disturbate da palloni che ci rimbalzavano vicino rischiando di colpirci in piena faccia, o da stupidi ragazzotti che passandoci accanto fischiavano o ci rivolgevano frasi inopportune credendo di rendersi attraenti. Ci sedemmo su una panchina, stanche dopo la lunga camminata.

Trascorse qualche istante di silenzio, poi Holly, con voce mite chiese:

«Ti piace?».

«Non lo so» le risposi, edera la pura verità.

«Forse, è meglio lasciar perdere questa storia» disse, saggiamente.

«Concordo in pieno. È solo un ragazzo carino. Ce ne sono molti altri» osservai.

Dopodiché tacemmo, e nella quiete di quel posto rimanemmo ancora un po'. Infine ci alzammo, e tornammo a casa.

*

Era sempre così che trascorreva il weekend: troppo velocemente. Il Venerdì pomeriggio io e Holly facevamo un giro in città, assetate di libertà; per tutto il Sabato, poi, cercavamo invano di svolgere l'enorme carico di compiti a casa assegnatici, gustandoci l'illusione di un'altra intera giornata davanti a noi; la Domenica mattina andavamo a messa, dove ci intrattenevamo molto più del necessario in chiacchiere con i nostri amici, anche quelli meno simpatici: tutto pur di non trovarsi davanti ai libri. Infine, disperate, riproponendoci per il prossimo futuro di dividere il lavoro tra il Sabato e la Domenica per renderlo meno pesante, ci gettavamo a capofitto fra le noiose pagine di storia e i complicati numeri di matematica.

E in un batter d'occhio era di nuovo Lunedì, la sveglia tornava a suonare trillante troppo presto, mia madre tornava a gridare disbrigarmi dal piano di sotto, io tornavo a lanciarmi in macchina di mio fratello, che continuava a frenare bruscamente facendomi sbaffare il trucco, derisa da mia sorella, che continuava a fare l'adolescente incompresa. A scuola i professori non perdevano occasione di ricordarci quanto profonda e radicata fosse la nostra ignoranza, senza però far nulla per porvi rimedio; le nostre compagne di scuola, comportandosi da ochette giulive, camminavano per il corridoio ancheggiando ampiamente, lasciando dietro di sé una forte scia di profumo dolciastro che faceva bruciare lo stomaco; i ragazzi, quelli designati al ruolo di "più carini" secondo una legge a tutti ignota, ma che ogni volta si ripresentava inevitabile a sollevare i prescelti dal grasso strato di impopolarità di inizio anno, si ponevano agli estremi dei corridoi, colpendo le loro prede con sguardi seducenti, riunendosi poi tra loro per decidere come spartirsi il bottino.

La giornata di scuola si riduceva così alla febbrile attesa del bramato suono della campanella, dichiarazione della nostra libertà, almeno per il resto della giornata. Io e Holly, essendo vicine di casa, a giorni alterni ci fermavamo l'una dall'altra per fare i compiti.

Quel giorno toccava a Holly ospitarmi, quindi mangiai quanto più velocemente possibile – seppur sempre più lentamente degli altri, che a parer mio dovevano mandar giù la pietanza senza neanche masticarla per lasciare il piatto vuoto in una sola manciata di secondi – e, dopo essermi lavata i denti, armata di libri, quaderni e penne andai da lei a studiare. Fortunatamente, per il martedì non c'era mai troppo da fare, così cominciammo subito per finire presto, in modo da avere poi un po' di tempo libero per rilassarci e divertirci.

Quella sera nessuna delle due, come in un tacito accordo, fece il nome di Patrick, né rammentò il Venerdì precedente: avevamo deciso di lasciar perdere, sì, eppure sentivamo entrambe che quella faccenda non si sarebbe chiusa tanto facilmente. La mattina più volte mi ero distratta durante la lezione pensando a lui, ricordando i suoi sguardi, i suoi occhi, e altrettante volte fui scossa da Holly che mi offriva il suo quaderno per farmi copiare gli appunti che avevo mancato di scrivere.

Mentre a cena Hope, avendo sapientemente unito la sua mania di protagonismo a una vivace invenzione di problemi che - ne era convinta - nessun'altro avesse, accentrava su di sé l'attenzione di mia madre e mio padre, Stephen la interruppe bruscamente, stanco di sentire per l'ennesima volta le lamentele della bambina:

«Mamma, ti volevo dire che ho invitato un paio di amici a casa per Sabato».

«E quando pensavi di chiedermi il permesso?» chiese lei,appoggiando una mano sul fianco.

«Ma te l'ho detto con una settimana di anticipo...» si giustificò lui.

«Kate, devi ammettere che è meglio dell'ultimo pigiama party che ha organizzato: almeno questa volta busserai prima di entrare in bagno, senza correre rischi...» si mise a ridere mio padre.

«Declan, così non aiuti» replicò lei, acida. Mio padre sbuffò.

«E quanti sarebbero?» chiese mia madre a Stephen.

«Te l'ho detto, un paio».

«Voglio-i-nomi» scandì lei.

«Be' ovviamente Paul, poi Megan, Linsday, David Lynch e Patrick Kennedy, sai i due del Trinity? E la sorella di Patrick, Saoirse. Ma che differenza fa, tanto non li conosci!» disse lui, placido.

«Come che differenza fa?!» esclamai. Patrick. Nella mia casa, per una notte intera. Non poteva accadere, non con me che dormivo nella stanza accanto. Mi sembrava una cosa talmente fuori dal mondo, talmente impossibile, che rimasi stranamente lucida alla notizia, con una reazione che non si addiceva affatto al mio carattere. D'altro canto, tale comportamento fece sì che non si insinuasse nessun sospetto nei miei familiari: se Stephen avesse scoperto che nutrivo una certa simpatia per uno dei suoi amici non avrei mai più avuto una vita facile.

«E dove pensate di dormire, tutti e sette? Magari a coppie nello stesso letto?» chiese mia madre, ironica, interrompendo i miei pensieri.

«Ma no, mamma! Porteranno il sacco a pelo!» rispose Stephen.

Mia madre lo fulminò con lo sguardo, perciò lui si affrettò ad aggiungere: «Scherzavo, scherzavo! Dormiremo in salotto, tutti insieme ma ognuno nel proprio sacco a pelo. Non succederà nulla con voi in casa, ve lo posso assicurare. Sono maturo, ormai».

«Ah, sì?» disse Hope.

Stephen le lanciò un'occhiata inceneritrice.

«Ecco, ce l'avete tutti con me, visto? Nessuno mi vuole neanche un briciolo di bene!» recitò tragica, come se fossimo in teatro, e se ne andò in camera sua.

«Ceara, visto che hai fatto?»mia madre, esasperata, decise di prendersela con me.

«Ah, io?!» esclamai.

«Kate» la ammonì mio padre.

*

Non riuscivo a prendere sonno. Da una parte morivo dalla voglia di parlare con Holly del fatto del pigiama party di Stephen, dall'altra non mi piaceva dirglielo al telefono. Era troppo tardi ormai per presentarmi a casa sua, avrei dovuto aspettare il giorno successivo.

Continuavo tuttavia ad essere agitata, così decisi di razionalizzare: Patrick non era altro che un ragazzo di bell'aspetto che mi aveva colpita. Era un amico di mio fratello. Non mio. «E se ti piace?» diceva una vocina nella mia testa. Scossi la testa nel buio della mia stanza: non poteva piacermi un ragazzo che avevo visto una sola volta in tutta lamia vita! Senza contare che non l'avrei rivisto spesso neanche da quel momento in avanti: ci sarebbero stati solo incontri sporadici,magari in compagnia di Stephen che portava me e Holly in centro.

Mi dissi infine che era normale che a sedici anni pensassi a un bel ragazzo ogni tanto.Qualche giorno e non me ne sarei più preoccupata. Finalmente, mi addormentai.

La mattina dopo non mi sentivo affatto riposata: dovevo aver avuto una notte agitata, lo riconoscevo dal letto, perché il lenzuolo e la coperta di lana erano finite tutte da un lato, mentre a coprirmi era rimasto solo il piumino. Quando passavo notti tranquille, invece, mi risvegliavo nella stessa posizione in cui mi ero addormentata, e il letto rimaneva completamente intatto.

A scuola, durante la prima ora, scrissi su un bigliettino ad Holly che avevo un'importante notizia da darle. Alla seconda ora avremmo avuto educazione fisica. Dal momento che la fortuna volle che ci fosse capitato l'unico insegnante di ginnastica sulla faccia della terra al quale non importava assolutamente niente dei suoi studenti – lui se ne stava in uno stanzino striminzito a leggere il giornale, senza curarsi di chi rimaneva in classe: tanto avrebbe dato a tutti la sufficienza – uscimmo nel corridoio, davanti alla finestra, e raccontai a Holly ciò che Stephen aveva detto la sera prima.

«Ohh, Ceara! Devi assolutamente cogliere l'occasione!» esclamò, quando ebbi finito.

«Ma quale occasione, Holly! E poi non eri stata proprio tu a suggerirmi di lasciar perdere?» le feci notare. Ero già più confusa della sera prima: il mio cuore prese a battere più velocemente, mi si formò uno strano nodo in gola che non riuscivo a cacciare.

«Era perché pensavo che non vi sarete più rivisti. Ma da quello che mi hai detto, sembra proprio che non sarà così».

«Ma, no, dai,ascolta» le dissi. «Ieri sera ci ho pensato, e ho deciso di seguire il tuo consiglio – non questo!» esclamai quando le si illuminarono gli occhi e sorrise radiosa «Ho detto ieri sera! Insomma, stavo dicendo che ho deciso di lasciar perdere. Non ne vale la pena di sprecare tante energie dietro a un ragazzo – a un bel ragazzo – come un altro».

«Va bene, se è ciò che desideri» commentò lei, rassegnata.

«Holly?» iniziai.

«Sì?» rispose.

«Mi faresti un grosso favore?» continuai.

«Certo» sorrise lei.

«Verresti a dormire da me sabato?».

*

Sabato mattina spalancai gli occhi esattamente un minuto prima delle otto. La prima cosa che pensai fu: «Patrick passerà la notte qui».

Holly aveva passato l'intera settimana congetturando i piani più folli per far sì che io incontrassi Patrick durante la notte, cercando di convincermi a metterne in atto almeno uno. Mi opposi fermamente, finché – quello stesso Sabato mattina, sedute alla scrivania, con i libri ancora chiusi – dopo un appassionato racconto di Holly che la vedeva di notte, vestita di nero, mentre cercava di forzare la serratura del mio portone di casa con una limetta da unghie e io che gridavo aiuto a Patrick stile donzella in grave pericolo, dissi, con il tono più calmo e autorevole che riuscii a ottenere:

«Holly, no. Mi rifiuto di mettermi in ridicolo e umiliarmi davanti a degli universitari».

«Dai, Ceara! Lascia perdere le mie idee stravaganti che servono solo a fare due risate. Piuttosto, pensaci seriamente: Patrick ti piace e...» si interruppe davanti a una mia occhiata inceneritrice «Oh, d'accordo,non ti piace» proseguì «ma è comunque un bel ragazzo, e allora perché non provarci?» concluse, con un'alzata di spalle.

«Provarci?»ripetei, in preda a un'ondata di irritazione attenuata dal netto scetticismo nei confronti dell'ennesima idea balzana della mia amica.«Che cosa dovrei provare, Holly? Non c'è proprio niente da provare!» la rimbeccai.

«Intendevo dire solo che potevi, ecco, flirtare un po', niente di serio» mi tenne testa lei.

«Flirtare con lui? Con Patrick? Immagina la scena, Holly: io, sedicenne, nel mio largo e rosa pigiama invernale, con le pantofole a forma di gatto che mi hai regalato tu il Natale scorso, che cerco di rendermi interessante davanti a un biondo ventenne dallo sguardo intenso che, data la sua alta attrattiva, non avrà sicuramente problemi a trovare una ragazza adeguata a lui».

Rise.

«Esatto. Sarei ridicola».

«Con il pigiama rosa però potresti anche essere sexy, sai? I maschi sono eccitati dalle cose più strane...» disse.

«Holly, per piacere!».

«Ho un'idea!»esclamò a un tratto, raddrizzandosi sulla sedia.

«Oh, no!Un'altra!» gemetti.

«Potremmo uscire e comprare dei pigiami un po' più... adatti alla situazione, ecco, per evitare l'incorrere in brutte figure» spiegò.

«Idea brillante, Holly, davvero! Che ne dici se poi li facciamo vedere ai miei genitori? Mia madre rischierebbe un infarto e daresti a mio padre motivo di inaugurare la sua collezione di fucili da caccia» le risposi, concitata.

«Intendevo di nascosto» mormorò lei, ostinata fino in fondo: quando si metteva intesta una cosa era difficile farle cambiare idea.

«Oh, ma allora non demordi, eh? Perché vuoi procurarti una settimana di punizione inutilmente?» le dissi.

«D'accordo. Però ti avverto, Ceara» disse, seria. «Non azzardarti a dire un'altra volta che non dobbiamo più parlarne, perché tanto lo sai che non mi riesce. Lo hai detto due volte all'inizio di questa settimana, e non abbiamo fatto altro che discutere su Patrick nei giorni scorsi».

Era vero: più di una volta ci eravamo dette di lasciar perdere l'argomento, eppure era come se non potessimo resistere senza parlarne. Di una cosa rimanevo,comunque, certa: davamo troppo peso alla faccenda. La caricavamo di aspettative che si sarebbero annullate una per una sotto i nostri occhi.

«È solo un pigiama party, però, va bene?» dissi.

La vidi guardarmi torva.

«Ascolta, Holly. Mi sento confusa riguardo a Patrick, e mi disturba sentirmi così.Non so se lui mi piace, se non mi piace... ed è una cosa totalmente irrazionale. Sono attratta da lui, certo, ma voglio evitare di pensarci e di illudermi che accadrà qualcosa, perché non accadrà.Anche se lo dovessi incontrare ogni fine settimana della mia vita,non succederà mai niente. Ecco perché dicevo sempre di non dare peso alla cosa, di non parlarne. Voglio aspettare che il momento passi, che l'eccitazione sbollisca, perché adesso nessuna di noi due è in grado di formulare un pensiero sensato». 

«D'accordo»disse, e ci stringemmo in un abbraccio.

*

Come previsto la serata fu imbarazzante: mio fratello e i suoi amici cenarono in salotto, nutrendosi di alimenti sani come patatine e pop corn e sorseggiando pinte di Guinness nera come la pece; io e Holly, invece,ci rifugiammo in centro, ma tornammo presto a casa: un violento scroscio di pioggia ci sorprese non appena varcammo, uscendo, la soglia del ristorante dove ci eravamo trovate insieme ad altri nostri compagni di scuola e, visto che il tempo non accennava a migliorare ma, anzi, l'aria andava rinfrescandosi sempre di più, decidemmo, nostro malgrado, di battere in ritirata.

Già sul vialetto,si sentivano le note – se così si possono chiamare – di una di quelle canzoni commerciali, tutte uguali e prive di alcun senso.Aperta la porta di casa, mi si presentò davanti agli occhi questa scena: due ragazzi, precisamente il mio disgraziato fratello e il suo amico squinternato, ballavano scatenati, scuotendo le loro fluenti chiome rosse, sulla tremenda musica da discoteca, con Megan e Linsday, le amiche di Patrick, che si muovevano con loro ridendo come delle galline. Una ragazza bionda, che intuii dovesse essere Saoirse, più o meno dell'età di Stephen, se ne stava in disparte in compagnia di un suo amico, pensai, vestito interamente di nero, con profondi occhi scuri e corti capelli mori. Uno solo mancava all'appello:

«Patrick» dissi io, rivolta alla mia amica, sottovoce, anche se nessuno avrebbe potuto sentirmi dato il volume assordante della musica «Dov'è?».

«Non lo vedo»rispose lei, dispiaciuta.

Improvvisamente mi sentii delusa: avevo insieme temuto e aspettato quel momento da una settimana, e l'unico motivo – l'unico ragazzo – che aveva reso trepida la mia attesa non era presente.

«Dai, andiamo su»dissi a Holly.

Mi seguì, e mentre salivamo le scale mi chiese: «Non potevi chiederlo a Stephen?» propose lei.

Mi voltai verso di lei, continuando a salire, e risposi: «Ma no! Sta ballando in mezzo a quelle due galline, e poi avrebbe fatto finta di non co...»m'interruppi quando andai a sbattere contro qualcosa.

«Ops» ridacchiò una voce alle mie spalle. Una voce conosciuta, forse troppo familiare, e indiscutibilmente bella.

In una frazione di secondo i miei occhi si trovarono immersi in quelli di Patrick, togliendomi il respiro.

«Beh, non partecipate alla festa?» chiese, sorridendo.

«Ehm...»mormorai, cercando di riprendere lucidità, «Noi non... non siamo invitate, ecco».

«Non sei stata invitata a una festa a casa tua?» ridacchiò lui, facendomi sentire incredibilmente sciocca.

«Il fatto è che... è che la festa è di Stephen» spiegai.

«Ah, capisco»disse. «Beh, è un gran peccato» aggiunse, e il mio cuore fece una capriola. «Diciamo che Megan e Linsday non sono proprio le mie migliori amiche e David è troppo impegnato a provarci con mia sorella...».

«Oh, beh... sono sicura che ti divertirai comunque» dissi.

«Allora...buonanotte, se non ci rivediamo».

«Buonanotte,Patrick» mormorai, con voce flebile, tanto che mi chiesi se fosse riuscito a sentirmi. Mi passò accanto, gli occhi azzurri fissi nei miei, sulle labbra piene un sorriso accennato.

Proseguii per due scalini quando fui chiamata da Patrick:

«Ah, Ceara!».

Mi voltai, trepidante: «Sì?».

«Non preoccuparti,non dirò a nessuno delle"galline". Come se non lo avessi mai sentito» mi strizzò l'occhio, e continuò a scendere.

Dopo quella che parve un'infinità di tempo, fui riscossa da Holly, della cui presenza mi ero quasi dimenticata: «Corriamo in camera e non usciamo mai più».

In pigiama, ognuna seduta sul proprio letto, una di fronte all'altra, ci guardammo per un attimo. Poi Holly iniziò:

«Beh, non è andata poi così male».

Le lanciai un'occhiata a metà tra la disperata e l'incredula: incontrare Patrick inaspettatamente non mi aveva resa particolarmente loquace in sua presenza, per di più mi aveva sentita chiaramente dare delle galline alle sue amiche.

«Ascolta» disse Holly «tanto per cominciare ha parlato solo con te, anzi, credo che non si sia neanche accorto della mia presenza. Poi è stato spiritoso, cordiale... per non parlare di quel sorriso che ti ha rivolto dopo la buonanotte. Insomma, secondo me gli interessi».

«Oh, mio Dio, Holly, per favore!» esclamai. «Proprio non riesci a fare a meno di unire la mia vita sentimentale a quel ragazzo?».

«No, perché quel ragazzo è l'unico che ti fa girare la testa al momento!» rise.

«Ti piace?» domandò, a voce bassa, più seria.

«Non lo so. È tutto troppo affrettato. Insomma, no, non credo!» risposi, cercando di rimanere calma. Quella domanda me la facevo anch'io da una settimana, ma non appena affiorava nella mia mente, svelta la cacciavo via, non volendo affrontarla.

«Come puoi non saperlo?» mi chiese lei.

«Mi serve del tempo. E poi, dai, non vorrai mica passare il resto della nottata a parlare di lui! Avevamo detto basta, no?» replicai, forse un po' più aggressiva di quanto volessi.

Senza scomporsi, Holly si giustificò: «Scusa, ma ogni volta che lo diciamo lui compare dal nulla, e inizia a ipnotizzarti e allora mi viene spontaneo pensare che tu sia attratta da lui...».

«Certo che sono attratta da lui, lo hai visto bene?» esclamai. «Sfido una qualunque ragazza a non essere attratta da lui!» aggiunsi.

«Effettivamente è...» iniziò Holly.

«Non ti azzardare a continuare, sai!» la bloccai, all'improvviso, sorprendendo anche me stessa.

«Sei gelosa»osservò lei, impassibile.

«Sì» risposi io, altrettanto impassibile.

Holly fece per aprir bocca, ma la interruppi prima che emettesse suono: «Ma ciò non significa necessariamente che mi piace» dissi, irremovibile.

«D'accordo. Allora, ci facciamo le unghie?» propose con entusiasmo.

Ci lanciammo tra trucchi e smalti, scambiandoci pettegolezzi in allegria. Patrick non fu più nominato.

*

Eravamo all'ombra,in un giardino immenso che mi ricordava quello del film Alice in Wonderland, con Johnny Depp, Patrick mi si avvicinava lentamente sorridendo. All'improvviso iniziò a baciarmi, prima sulle labbra,poi sulle guance, sulle palpebre, affannosamente; con un gesto repentino si allontanò da me e, fissati i suoi occhi nei miei, disse: «Ceara, lascia stare. Non ne vale la pena. Ripensaci».

Aprii gli occhi di scatto, nel buio della mia stanza. Ero molto sudata, e le mie guance erano bagnate da lacrime. Mi sentivo stordita da quel sogno strano:era stato molto realistico, soprattutto nella seconda parte. La voce di Patrick continuava a risuonarmi in testa, ricordavo ogni esatta parola che aveva pronunciato: «Ceara, lascia stare. Non ne vale la pena. Ripensaci». Che cosa significava? Non credevo nell'interpretazione dei sogni, anche se ogni tanto mi divertivo a consultare qualche sito per puro diletto, ma quel sogno aveva qualche cosa di strano, qualche cosa che lo rendeva particolare: per una frazione di secondo mi domandai se davvero Patrick mi fosse apparso in sogno a dirmi quelle cose, anche se sapevo che non era possibile.Ma sembrava tutto così reale, così vero... Sentii la gola completamente asciutta, avevo molta sete. Mi drizzai seduta sul letto: in quello accanto al mio, Holly dormiva tranquilla. Feci per alzarmi, e mi bloccai: se quando fossi andata giù avessi svegliato qualcuno? Se avessi svegliato proprio Patrick? Indugiai qualche istante sull'orlo del materasso, ma avevo troppa sete per tornare a dormire: decisi di correre il rischio. Scalza, per fare meno rumore possibile, attraversai in punta di piedi la stanza, rabbrividendo al contatto con il freddo pavimento. Aprii la porta il più silenziosamente possibile e la accostai dietro di me. Fuori dalla mia stanza era buio pesto: avanzai piano nell'oscurità, attenta a non cadere scendendo gli scalini, rompendomi l'osso del collo e svegliando tutta la casa. Alla fine delle scale mi voltai verso il salotto, illuminato da un bianco raggio di luna: sembrava che tutti dormissero: cercai Patrick, ma mi era impossibile scorgerlo da quella posizione. Mi diressi silenziosa in cucina, levatami in punta di piedi presi un bicchiere dallo scaffale sopra l'acquaio, aprii piano il rubinetto e riempii il bicchiere. Lo portai alle labbra, ne bevvi un sorso e per poco non mi andò di traverso quando una voce alle mie spalle mi fece trasalire:

«Sete?» domandò Patrick.

Mi voltai. Era seduto al tavolo nell'ombra, tanto che non lo avevo visto scendendo.Si alzò e avanzò fino ad essere illuminato dalla luce soffusa della luna: indossava una t-shirt bianca e un paio di pantaloni di una tuta da ginnastica. La parte sinistra del suo corpo era illuminata dichiaro, mentre l'altra restava nel buio: ciò lo rendeva ancora più bello, se possibile.

«Scusa, non volevo spaventarti» sussurrò, dal momento che rimanevo zitta.

«Non mi hai spaventata» mentii. «Ti ho svegliato io?» chiesi.

«No, non riuscivo a prendere sonno» spiegò.

«Mi dispiace. È molto che sei qui?» chiesi, il bicchiere colmo d'acqua ancora in mano. Ne bevvi un altro po', anche se con la gola riarsa che avevo ero tentata di tracannarlo in una sola volta.

«Bah, sarà una mezz'oretta, minuto più, minuto meno» rispose, distratto. Mi persi nel contemplare il suo volto perfetto.

«Che cosa c'è?»mi chiese, con un mezzo sorriso.

«Niente» mi affrettai a rispondere, divenendo rossa all'istante. Pregai perché nella poca luce non se ne accorgesse. Bevvi un altro po' d'acqua.

«Forse è meglio che torni di là, non vorrei spaventare nessun altro membro di questa famiglia» disse, dopo qualche istante di un silenzio carico d'imbarazzo. Almeno da parte mia.

«Sì, torno anch'io su» mormorai, e finii l'acqua. Appoggiai il bicchiere sul bancone dietro di me, poi rimanemmo in piedi uno di fronte all'altra per un secondo più del necessario. Dopodiché Patrick disse:

«Buonanotte, Ceara».

«B-buonanotte,Patrick» balbettai io a mezza voce.

Tornai su,inquieta: prima il sogno, poi lui giù in cucina.

«Holly» sussurrai. «Holly, svegliati» chiamai la mia amica.

«Che cosa c'è?»chiese lei, addormentata.

Non risposi. Aprì gli occhi: «Oh, Ceara, è ancora notte! Perché mi hai svegliata?»si lamentò a voce un po' troppo alta.

«Shh!» le intimai. «Ho fatto un sogno».

*

Dopo che ebbi raccontato a Holly il sogno su Patrick, lei iniziò con una delle sue assurde teorie:

«Oh, Ceara, e se fosse un sogno premonitore?».

«Holly, dimmi una cosa. Come fai ad avere sempre pronte delle idiozie del genere, anche alle tre di notte?» chiesi, lanciando un'occhiata al display della sveglia.

Lei rise, poi, fattasi più seria, aggiunse: «E se invece fosse come dico io? Chi ti dice che non possano esistere certi tipi di sogni? Se davvero fosse un modo per avvertirti di lasciar perdere?».

«Beh, in tal caso, mi pare che ci fossimo messe già d'accordo sul fatto di non dare troppo peso alla "questione Patrick"»osservai.

«Certo, ma alla fine, non ce l'abbiamo mai fatta. Tra i miei ridicoli piani per farvi incontrare e i tuoi inopportuni pensieri durante le ore di matematica, a scuola,abbiamo sempre dato importanza a questa cosa. D'altro canto, come potevamo evitarlo? Ti piace, e siamo due ragazze adolescenti, è del tutto normale, anzi, è addirittura fisiologico che parliamo di ragazzi» replicò.

Trascorse un attimo di silenzio. Era vero, Patrick mi piaceva. Mi piaceva proprio come un affascinante ragazzo più grande piace a una normale sedicenne. Ma sapevo che dovevo farmi passare in fretta questa cotta, che non era sano perdere tempo dietro a un ragazzo che non mi avrebbe mai considerata niente più che la sorellina minore di uno dei suoi amici. Nello stesso istante in cui capii questa cosa, mi sembrò enormemente difficile dimenticarmi di lui. Forse, avevo solo bisogno di tempo. Forse, la faccenda era ancora troppo fresca per iniziare a pensare con razionalità. Sì, mi sarei data un altro paio di giorni e poi avrei fatto in modo di far finire tutto.

«Ceara, sta nevicando!» esclamò Holly.

Mi voltai verso la finestra alle mie spalle: la neve, carica di gelo, era arrivata anche quest'anno.

Io e Holly passammo il resto della notte sveglie, a parlare e ridacchiare sottovoce. Ogni tanto,lanciavo sguardi furtivi alla porta, come se mi aspettassi di veder entrare Patrick da un momento all'altro: dentro di me, sapevo che anche lui era sveglio, giù nel salotto, e mi chiedevo se stesse anche lui con l'orecchio teso per sentire le nostre parole e le nostre risa.

*

La domenica mattina, io e Holly ci preparammo prima di tutte, e quando scendemmo per fare colazione, mentre gli altri erano ancora in pigiama che si stropicciavano gli occhi, assonnati, noi avevamo già fatto la doccia da un pezzo ed eravamo vestite di tutto punto, pronte per andare alla messa. Mentre mangiavo una fetta di pane e Nutella e sorseggiavo un bicchiere di succo di arancia, Paul, l'amico di Stephen, che si era seduto accanto a me, non la smetteva di parlarmi e di fare domande. D'altro canto, lui era l'unico del gruppo ad essersi fermato con me e Holly: tutti gli altri, Patrick compreso – che, con mio dispiacere,non mi aveva neanche dato il buongiorno quel mattino – preferirono ritirarsi nel salotto, ancora tappezzato di sacchi a pelo e cuscini,con le tazzine del caffè.

«Quanti anni hai detto di avere?» ripeté lui, squadrandomi da capo a piedi mentre ritiravo il mio piatto e il mio bicchiere dal tavolo e li mettevo nell'acquaio.

«Sedici» risposi, per l'ennesima volta.

«Sei sicura?» chiese, osservandomi ancora in un modo che mi metteva a disagio.

«Certo che sono sicura!» esclamai, voltandomi di spalle. Percepivo chiaramente il suo sguardo che mi scavava un buco sulla schiena, tra le scapole.

«Ehi, Paul!» lo chiamò Stephen. «Vieni di qua con noi, che ci fai di là?».

«Ragazze, devo andare. Ci vediamo dopo» ci salutò.

Sollevata che se ne andasse, io e Holly salimmo in bagno per lavarci i denti.

«Guavaca faffo coppo!» mi disse Holly, con un'occhiata indagatrice al mio riflesso nello specchio, lo spazzolino ancora in bocca.

«Holly, non ho capito una parola di quello che hai detto» le risposi, con aria desolata.

Finito di lavarsi i denti, Holly ripeté: «Ho detto, guarda un po' chi ha fatto colpo!».

«Se ti riferisci a Paul, ti sbagli» replicai.

«Ceara, ti rendiconto che occasione d'oro ti è capitata?» disse lei, stranamente eccitata, negli occhi un bagliore folle che, nonostante conoscessi sin da quando eravamo piccolissime, riusciva ancora a terrorizzarmi.

«N-no» balbettai io, facendo un passo indietro.

«Se tu lasci credere a Paul di stare al suo gioco, ti ritroverai ben presto a uscire insieme ai suoi amici. E chi c'è tra i suoi amici?».

«Chi c'è tra i suoi amici?» le feci eco, conoscendo perfettamente la risposta.

«Ti darò un indizio. È alto, biondo, con gli occhi azzurri, decisamente attraente e si trova nel tuo salotto in questo momento. Oh, lo hai baciato in un sogno di questa notte».

«Holly, ti prego!» la supplicai.

«Fidati di me»sorrise maliziosa e il bagliore dei suoi occhi si intensificò.

Sospirai: stava per iniziare una lunga serie di giornate all'insegna dell'imbarazzo.

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Spazio autrice
Ciao a tutti!
Ho scritto questo racconto breve quando avevo quindici anni ed ero appena tornata da un viaggio in Irlanda, una terra che porterò sempre nel cuore.
Spero che vi sia piaciuto!
Se vi va, lasciate una stellina o un commento, significherebbe molto per me!
- Giulia

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