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Capitolo 5: Ha infranto le regole.

Powerful, Mayor Lazer ft. Ellie Goulding & Trus Riley.

E' normale che esista la paura, in ogni uomo, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.
-Paolo Borsellino.

Mi girava intorno, scrutandomi attentamente. I suoi occhi blu, spalancati, mi mettevano in soggezione e, nel suo metro e trenta di altezza, mi osservava dall'alto. Io, seduta per terra, avevo le mani nei capelli.

-Cos'è successo?-, mi chiese, appoggiando l'indice sul mento.

-Niente che ti riguardi.-

-Non hai dormito, sei sconvolta e sembri uscita da The Walking Dead.- Chinò la testa di lato e arricciò il labbro. Sapevo cosa aveva in mente. -E non sei decisamente una delle sopravvissute.-

-Ho avuto una nottataccia.-

Incrociò le mani dietro la schiena. -Davvero? Per caso è dovuta al fatto che quel bellimbusto non ti ha baciata?-

Ero sconcertata. Da quando mio fratello usava parole come bellimbusto o baciata? Da quando sapeva psicanalizzarmi? E più che altro, come mai mio fratello sapeva che eravamo andati vicini a baciarci?

-E tu come lo sai?-

-Sai com'è, le finestre non sono fatte di legno.-

Oh, mio Dio. Che casino. Io non dovevo essere lì, la sera precedente, tantomeno Valerio. Probabilmente questa storia ci avrebbe messo in un mare di guai.

-Ci stavi spiando?-

Lui fece spallucce e si mise a sedere davanti a me. -Ovvio che sì. Devo sapere cosa fai.-

-Simo, hai dieci anni, dovrei essere io a controllarti!-, strillai.

-Che succede?-, urlò una voce dietro la porta. La mamma. Pregai in silenzio che Simone mi coprisse le spalle, una volta tanto nella sua vita, e dicesse che era tutto a posto. Poteva spifferargli tutto, correndo come un pazzo verso la cucina, o poteva starsene in silenzio, a patto che io gli raccontassi per filo e per segno tutto ciò che era accaduto. Conoscevo mio fratello. Mi guardò e mi fece l'occhiolino.

-Tutto bene!-

Tutta l'aria che stavo trattenendo uscì d'un colpo.

Mentre Simone cercava di aprir bocca, una parrucca bionda e un sorrisetto tanto cordiale quanto falso fecero capolino dalla porta.

-Babbo ha chiesto se vuoi andare a pescare con lui-, fece a Simone.

Sapevo perfettamente che gli stavano passando per la testa tante parolacce che non voleva dire e sapevo anche che una volta tornato avrebbe voluto conoscere il doppio di quel che c'era da dire. Ma, intanto, avrei temporeggiato. Il problema è che nel momento stesso in cui mio fratello se ne andò, Beatrice chiuse a chiave la porta e mi mise sotto torchio.

-Ti ha stuprata?-

Alzai gli occhi al cielo, esasperata. -Bea, la devi smettere con quest'idea che ogni essere maschile potrebbe violentarmi, è una cosa seria.-

-Proprio per questo chiedo. Che ti ha fatto allora?-

Mi morsi le labbra. Non potevo dirlo neanche a lei, non potevo dirlo all'unica persona che sapeva anche le cose più piccole ed insignificanti di me, che da dieci anni rendevo partecipe della mia vita, l'unica persona a cui avrei messo in mano le mie scelte per farle sue.

-Non mi ha fatto nulla.-

-Agne?- Alzò un sopracciglio, la sua espressione era calma, aveva il volto disteso. Sembrava non sospettasse nulla, ma poi allungai lo sguardo: le tremavano le mani e succedeva sempre quando qualcosa non andava. -Voglio sapere cosa ha fatto.-

Mi alzai, scrociando le gambe, senza mai smettere di fissarle le mani e le cosce, anch'esse tremolanti. Stendeva e piegava un ginocchio, alternandoli. -Bea, non ha fatto niente.-

Incrociò le braccia esili al petto e inclinò la testa di lato, lasciando che una delle sue innumerevoli parrucche le cadesse un po'. -Non sei sincera.-

Sospirai. Qualcosa non quadrava. Era tutto troppo strano, lei era strana. Non avevo idea di che cosa stesse succedendo, ma vedevo chiaramente quando Beatrice era preoccupata. Un'ottima attrice con una migliore amica troppo attenta ai dettagli. Così, per vedere fino a che punto sarebbe arrivata, se veramente aveva qualche cosa da nascondere, le dissi: -Ci siamo quasi baciati.-

Tirò su con il naso. Le sue dita si strinsero attorno all'avambraccio opposto e le nocche le diventarono bianche, iniziava anche ad aggrottare la fronte. Lì, iniziai a vacillare. Mi tremava la voce, perché lei lo sapeva. Ed io lo percepivo come se il suo corpo fosse stato il mio. Nessuno aveva detto niente, ma mi sembrava di vedere i pensieri passarle negli ingranaggi della sua mente. Però, con tutto il mio cuore, per il bene suo, di Valerio e mio, sperai invano di sbagliarmi. Lo percepivo nei suoi occhi che prima di chiedermelo lei aveva già compreso, ma mi chiedevo come poteva essere.

-E in bagno-, mormorò con voce rotta. -Cosa è successo?-

-Come hai fatto a sapere che ero in bagno con lui?-

-Non ti ho detto che sapevo che eri in bagno con lui, Agnese.-

Tirai un grosso respiro con la bocca, nel tentativo di rallentare il cuore. La mia migliore amica mi prese la mano e, con gli occhi velati, me la strinse.

Lei lo sapeva e io non capivo come avesse fatto. Ma quel che più mi metteva angoscia, che mi scavava lo sterno, era sapere che, molto probabilmente, sarebbe stata in pericolo, almeno da quanto mi aveva fatto sapere Valerio.

-Valli a salutare-, sussurrò.

Socchiusi gli occhi. -Chi?-

-Simone, mamma e babbo.-

Mi staccai velocemente da lei, con il cuore che stava per uscirmi dalla bocca. Il respiro affannato riempiva la stanza di consapevolezza che non riuscivamo ad accettare.

-Ha infranto le regole-, disse.

-Le ha infrante lui, non io.-

-Agnese.- Si avvicinò e in un momento ci ritrovammo sole, in mezzo quella stanza gialla e traboccante di anni passati. -Io ti riporterò a casa, è per questo che sono qui. Ti riporterò da loro.-

-Ma di che diavolo stai parlando?-

Fece per aprire bocca, le vidi le parole sostare sulle labbra colorate di rosso, ma non fece in tempo.

-Stai giù!-, gridò e in un attimo ci ritrovammo con il viso sul pavimento. In quell'attimo, la mia mente vagò in confusione, quando sentii il rumore di una finestra infrangersi. La finestra di camera mia. -Prohibere tempus!-

Latino? Oh, porca miseria.

In un attimo tutti i rumori fuori dalla stanza si fermarono, come se fossero stati congelati. Sul mio balcone, in una posa umile, con il collo piegato a novanta e un'ala mezza sollevata, un piccione se ne stava fermo, senza respirare. Una foglia che stava cadendo a terra si era bloccata a mezz'aria, come sospesa. Spostai lo sguardo. Un paio di scarponi neri mi si posarono davanti agli occhi e un mantello verde me li riempiva.

-Agnese.- La voce dell'uomo era così roca e profonda che sembrava l'eco di una grotta. Lui era bellissimo, aveva dei capelli neri tagliati all'altezza delle spalle che gli incorniciavano il viso candido, gli occhi erano così verdi da sembrare finte e le sue mani, zeppe di vene bluastre, avevano l'aria di essere potenti.

Stavamo immobili, nella speranza che lui ci lasciasse in pace, ma la mano stretta di Beatrice nella mia non era della stessa convinzione. Lei era pronta per fare qualcosa, ma io non potevo starmene lì, ferma come una statua di marmo, ad aspettare che Beatrice - la stessa che qualche secondo prima aveva bloccato il tempo al di fuori della stanza - mi proteggesse. Ad occhi spalancati, afferrai con fatica il fucile giocattolo di ferro che mio fratello aveva lasciato accanto al mio comodino.

-Vieni, cara-, sussurrò. Sembrava pazzo, con quei suoi occhi sbarrati che non sbatteva mai e cerchiati di rosso, un rosso innaturale. Il labbro inferiore, notai, era imbandito di graffi più o meno profondi, probabilmente perché si strappava la pelle a morsi, come stava facendo anche in quel momento. Aveva la mano protesa verso di me e io non avevo nessunissima intenzione afferrarla.

-Non ha infranto alcune legge-, disse Bea, alzandosi di scatto. Gli occhi dell'uomo saettarono verso di lei, fino a scrutarla con sguardo disgustato.

-Non giunger subito a raccontar menzogne, Aella! Questa ragazza ha mutato gli eventi!-

Come diavolo l'aveva chiamata? Aella? Nome familiare, certo, ma sicuramente non quello della mia migliore amica. Mi cedettero le gambe quando tentai di alzarmi, ma ci riprovai e, non appena fui in piedi, Beatrice venne scaraventata di lato con una forza che era sicuramente sovrumana. La vidi volare a cinquanta centimetri da terra e finire sul canterale giallo davanti ai letti, dove avevamo sistemato le valigie. La osservai mentre rimaneva immobile, paralizzata ad occhi spalancati sulla superficie sgombra dopo aver buttato giù i bagagli. Io volevo prenderla e spaccare la faccia a quel distinto signore che, a quanto pare, aveva la passione di terrorizzare ragazzine.

Andai dritto verso di lui e, senza esitazioni, tentai di sferrargli un colpo con il fucile di mio fratello, che però schivò senza grandi problemi. Avevo il respiro bloccato a metà gola e non riuscivo a farlo uscire.

Provai ancora e ancora, ma a passi pesanti si avvicinò sempre di più, fino a costringermi a schiacciarmi contro la porta. Mi strinse il polso così forte che mi sembrò di sentire il sangue smettere di circolare. Era la fine, probabilmente. La fine di tutto, una fine che inizia con un polso bloccato tra delle mani ostili e la paura a spingere nello sterno.

Poi, rovesciò gli occhi all'indietro e, quando vidi che Beatrice stava perdendo sangue dalla tempia e non riusciva ancora ad alzarsi, feci la prima cosa che mi venne in mente: dargli un gigantesco e dolorosissimo calcio in mezzo alle gambe. Quando lo feci, lui si piegò in due e io gli sferrai gioiosamente una ginocchiata sotto al naso. Avevo la testa che stava per esplodere e il sangue che mi bolliva nelle vene fino quasi a farmi male. In una secondo che a me parve una vita, alzai il fucile in alto e gli assestai un colpo ben congegnato tra capo e collo. Nel momento in cui crollò a terra svenuto, la porta si spalancò e un metro e settantacinque di idiota sferzarono l'aria. Ci mancava solo lui.

-Alla buon'ora!-, dissi, andando in contro a Beatrice che continuava a perdere sangue copiosamente. Aveva gli occhi socchiusi e in quel momento ebbi più paura di quando avevo visto entrare quel pazzo, qualche minuto prima.

Appoggiai due dita sul collo e sentii che il battito era davvero molto, molto debole. Mi tolsi la camicietta di flanella che avevo messo quella stessa mattina e, aiutandomi con i denti, ne strappai metà. Non sapevo minimamente che fare con una ferita di quel genere e non capivo neanche con che cosa se l'era procurata, perché un paio di valigie non avrebbero potuto traforare in quel modo la carne, ma tentai di seguire la logica.

-Disinfettante-, gridai. -Primo cassetto del mio comodino.-

Valerio scattò indietro e frugò nel mio cassetto.

-Hey, Bea, ci sono qui io.-

-Non sono nella mia epoca-, farfugliò. -Fai in fretta.-

Non sono nella mia epoca. Aella.

Scossi la testa, cancellando quel che mi era appena venuto in mente.

-Non è nella sua epoca.- Ripeté Valerio, passandomi il disinfettante. -Agnese, lei è una Astrum?-

Non ci capivo più niente, mi sembrava di essere in un film. Mi aveva appena chiesto se la mia migliore amica era una Astrum nonostante non avessi la minima idea di che diamine stesse succedendo a grandi linee, figuriamoci cosa fosse Beatrice. Con una metà della maglietta, le tamponai la profonda ferita.

-Quello è il suo zaino? Quello nero, accanto alla porta.-

-Non ci fa mai mettere le mani a nessuno, nemmeno a me-, dissi, ma annuii, mentre cercavo di tenere sveglia la mia migliore amica. Siccome sapevo perfettamente che dovevo capire cosa e se c'era qualcosa dentro al taglio, mi limitai a premerci sopra per fermare il sanguinamento. Lei aveva fermato il tempo al di fuori della stanza, ma Valerio era lì. Dubbi immani mi affollavano i pensieri, mentre lottavo con le lacrime e con la voglia di smettere di lottare di Bea, quando Valerio se la caricò in braccio, bagnò con il disinfettante la stoffa pulita e se la premette al petto, tra lui e Bea. Mi disse freneticamente di prendere lo zaino e reggermi forte a lui.

Così, non capendo neanche che cosa stessi facendo, misi le braccia sotto la schiena di Bea, aiutandolo così a sorreggerla un poco, e mi afferrai le mani dietro la schiena di lui.

-Devo portarti indietro di nuovo, dove possiamo caricare Beatrice su un'ambulanza d'urgenza senza che nessuno ci chieda niente di lei. Quando starà meglio, continueremo ad andare indietro senza farci chiedere niente da nessuno.-

-Non possiamo farlo adesso e aspettare che si riprenda?-

-No, Agnese, perché oggettivamente, Beatrice nel duemiladiciotto non esiste.-

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