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Capitolo 3: Mi piacciono quelle più grandi.

Love me like you, Little Mix.

Gli uomini guardano le donne per vederle; le donne guardano gli uomini per essere viste. - Mabel Normand.

Il letto sembrava imbastito di tizzoni ardenti, il cuscino soffocarmi, la testa scoppiare. Ovviamente il russare di Beatrice non aiutava, anche perché pareva che avesse appena ingoiato un trattore in moto. Le battei con il piede il il lato esposto della coscia, allungandolo fino al suo lettino.

-Non vengo ad accompagnarti a fare la pipì-, biascicò.

Neanche il tempo di dirle che non mi importava della sua presenza in bagno che lei aveva di nuovo cominciato a ronfare beatamente, avvolta nelle sue coperte color indaco. Mi alzai a sedere, smaniosa. Volevo bere un po' d'acqua, andare sul balcone e buttarmi di sotto. Non per ammazzarmi, solo per vedere se perdevo un po' della mia memoria a breve termine. Ma non era una buona idea. Così lasciai perdere l'acqua sul comodino e, semplicemente, aprii la porta che portava al terrazzo. Guardai l'ora sulla sveglia: erano le tre e mezzo.

La notte, sotto quel cielo imperlato di stelle, era meravigliosa. Gli alberi e le colline si districavano sotto ai miei occhi come filo colorato nelle maglie della nonna, sembrava un dipinto di Van Gogh tutta quella vastità di colori che, seppure mi costasse ammetterlo, eguagliava quella delle mie amate campagne toscane. E così, persa in quella bellezza, per sfortuna o per fortuna, non avevo notato che accanto a me, in piedi, c'era un pazzo biondo che mi aveva riportata indietro nel tempo.

-Oh, porca miseria!-, esclamai, trasalendo. -Ci tieni a farmi prendere un infarto?- Notai, dietro di lui, il continuo del balcone che, probabilmente, arrivava fino alla porta finestra della sua stanza.

-Ti ho vista qui e ho pensato di salutare.-

-Perché tu, giustamente, alle tre e mezzo di notte fai un salutino per educazione alla ragazza che hai portato a conoscere la tua amica di "zuzu"?- Feci le virgolette e poi incrociai le braccia. -Che poi, ricordiamoci, è la regina Cleopatra.-

-Non ho gusti molto comuni, preferisco le ragazze più grandi.-

Socchiusi gli occhi. Avevo sentito una serie di fesserie immani durante quelle ventiquattro ore e non credevo di reggere ancora per molto. -Valerio, quella non è grande, quella è morta!-

Si appoggiò alla ringhiera di acciaio che gli era accanto e mi guardò divertito. -Non nel suo anello. E comunque, sei forte.-

-Puoi piantarla di farmi complimenti? Eri nudo, mi hai riportata indietro nel tempo e io non sono ancora andata in psico-analisi. Quindi, direi che sì, sono forte.- Lui sorrise come un cretino. Ancora. Oh mio Dio, perché non capiva che non era una cosa normale quella che era successa? Perché non comprendeva che io ancora non credevo a quel che avevo visto?

-Ti ho detto che ti spiego tutto all'una di questa notte.- Era cocciuto.

-Mannaggia, Valerio, va' a letto se non hai voglia di dirmi nulla.-

-Mannaggia? Ma davvero?-

Okay, era irritante, da morire. Terribilmente irritante. -Se con te iniziassi a dire quel che mi passa per il cervello, credimi, ti metteresti a piangere.-

-Oh, Capitan Coraggio, non la pensavi così quanto ti stringevi a me morbosamente in bagno.-

-Sai com'è, non mi capita tutti i giorni di ritrovarmi in un tornado.-

Rise, ma io ero troppo confusa per farlo. Non ero neanche arrabbiata, forse.

-Comunque una cosa te la devo dire, Agnese.-

Misi le mani dietro di me, appoggiate sulla ringhiera, poco lontane dalla sua, le cui nocche stavano diventando bianche. Aggrottai le sopracciglia, mentre sentivo mio padre, dalla finestra accanto, dire qualcosa nel sonno al riguardo di una ruspa.

-Muoviti.-

-Sei proprio carina quando mi svieni addosso.-

Il sangue mi affluii alle guance alla velocità della luce. Era un problema tutto quell'arrossire, per me, e nonostante questo continuavo a non potere farci assolutamente nulla. Ero in imbarazzo per il complimento e per il fatto che gli fossi praticamente caduta in mezzo alle braccia, ma dovetti ammettere che mi fece piacere sentirgli dire quelle parole. Non avevano avuto un tono di scherno e non l'aveva detto per farmi arrabbiare, anche se come cosa da dire non era delle migliori.

Mi ero persa il momento in cui Valerio si era avvicinato così tanto a me. Si era abbassato leggermente, la sua mano, sempre ben stretta sulla ringhiera, mi sfiorava il punto vita. Ed io, lì, in bilico tra il suo tocco e il suo sguardo, non sapevo come muovermi. Mi soffiò sulle labbra.

Chiusi gli occhi leggermente. Agnese, che cazzo fai?

Non speravo in un contatto, ma me lo aspettavo e non mi dava fastidio l'idea. Fu un attimo, una frazione di secondo in cui fui io ad avvicinarmi lievemente, ma il momento fu troncato dalla sue voce.

-Non dire a nessuno quello che è successo, domani ne parleremo meglio. Per fortuna, nessuno dei due ha cambiato la storia e solo noi sappiamo cos'è successo. Ma davvero, Agnese, non dirlo a nessuno, neppure a Beatrice.- Si tirò su ed io aprii gli occhi. Ero delusa, forse? Oppure non stavo più capendo niente? Fatto sta, che quando lo vidi con il suo sorrisetto sbruffone e l'espressione di chi ha vinto la Champions, mi ribollii il sangue. Così passai ad un approccio diretto, poiché sapevo che quel ragazzo non mi aveva fisicamente indifferente. Molto strano, dato che non ero una ragazza che rispettava gli stereotipi di bellezza - non me importava nulla, mi sentivo bene con me stessa e credevo che fosse più importante piacersi che piacere -.

Afferrai con entrambe le mani la maglietta che, quella volta, aveva avuto la decenza di mettere. Con la gamba destra salii la sua coscia, fino al fianco. Gli vidi il labbro tremante e il pomo d'adamo scivolare su e giù ritmicamente. La mano libera gli scivolò direttamente sotto la coscia, a tirarla ancora più su. In punta di piedi, mi avvicinai a lui quanto più mi era consentito.

-Con quella tunica bianca sembravi un gigantesco assorbente.- Mi staccai e rientrai in camera mia.



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