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Capitolo 1: Mago Merlino.

Havana, Camila Cabello ft. Young Thug.

Quando la provocazione è fatta bene arriva fino al limite, ma non lo travalica. (Piero Chiambretti.)

-Mi dispiace tanto per le ragazze-, sentii dire a mia madre. -E anche per come si è comportata Agnese.-

Ovviamente, nonostante una avesse quasi mandato a fuoco tutto il casolare e l'altro ci avesse minacciate, la peggiore ero risultata io. Come al solito con i miei, d'altro canto. Sbuffai, stesa con la testa sulle gambe di Bea. Ecco, di tutta quella situazione, c'era il risvolto positivo del divano a fiori, che era dannatamente comodo.

-Non ti preoccupare, mio figlio è odioso. Lei lo ha solo fatto stare al suo posto.-

Sorrisi compiaciuta e mi alzai, più per educazione che per voglia.

-Buonasera-, dissi.

La donna che mi si presentò davanti era esattamente come me l'aspettavo: bassa, snella e biondissima. Una di quelle casalinghe che sembravano uscite da una serie tv, ma che hanno comunque quella familiare aria di casa e sformati di verdure. La sua espressione era dolce, in tutto contrasto con suo figlio, grazie a Dio.

-Ciao, Agnese. Scusa per Valerio, spero che non vi siate fatte male.-

Mamma mi fece cenno di rispondere. -No, la ringrazio molto e non si preoccupi, si è solo agitato.- Bugia. L'unica cosa di cui era preoccupato quello che finalmente avevo scoperto chiamarsi Valerio era che, purtroppo, non aveva potuto dormire fino alle cinque di pomeriggio. -Bea, vieni, c'è la padrona di casa.-

La vidi alzarsi lentamente e mettere su il suo fantastico sorriso di circostanza. Ah, beata lei che sapeva fingere così bene. -Io sono Beatrice.-

Eravamo fermi sulla porta comunicante, con mio padre e mio fratello alle spalle che guardavano fissi i mondiali.

-Non è che avete voglia di venire a bere qualcosa? Mia figlia ha poco più di voi e a Valerio piacerebbe chiedere scusa.-

-Non credo sia...-, tentò mia madre ed io, mentalmente, la ringraziai così tante volte da farmi venire il mal di testa.

-Molto volentieri-, interruppe Bea. Quando mai lei riesce a tenere la bocca chiusa? E mi guarda anche con una certa espressione, come a dire "beh, che aspetti a ringraziarmi?".

-Bene! Ma noi restiamo, okay? Siamo stanchi. Sarà per domani sera.- Mia madre mi lanciò uno sguardo beffeggiante e io, intanto, ritirai tutti i ringraziamenti che si era meritata qualche secondo prima.

-Perfetto! Venite, c'ho il thé più buona di tutta Roma.-

-Non ho dubbi-, ghignai, mentre venivo trascinata per mano dalla mia allegra e psicopatica migliore amica.

La casa della signora non era affatto come me l'aspettavo. Aveva le pareti dipinte d'arancione e delle curiose maschere thailandesi attaccate alle pareti. C'erano vasi orientali, oggettistica con bandiere americane, qualche gatto cinese porta fortuna e perfino i mobili avevano l'aria esotica, accuratamente intagliati e lucidati. Era un tripudio di etnie in una sola stanza, la meraviglia, almeno per me.

Poi l'occhio mi cadde su quel biondino strafottente che se ne stava comodamente seduto sul divano di fantasia patchwork a giocare alla playstation.

-Valerio?-, lo chiamò la madre.

Lui si voltò e sgranò così tanto gli occhi che credevo gli esplodessero, tuttavia ebbe il buon senso di non dire nulla e restare a guardare, mentre noi continuavamo a fissarlo.

-Perché non versi un po' del thé che ci ha dato nonna alle ragazze?-

Digrignò i denti. Era qualcosa di penoso e spassoso allo stesso momento.

-Io non ne voglio-, esclamò Bea.

-Tu ne vuoi, Agnese?- Fu un attimo, ma lui mi guardò negli occhi e, forse, mentre le sue iridi di un semplice color legno si posavano su di me, intravidi un barlume di vera gentilezza. Durò davvero poco, ma la notai. Poi tornò la sua solita espressione superiore.

Risposi di sì e lo seguii in cucina, mentre sua madre e Beatrice si sedevano e iniziavano a chiacchierare. Una magnifica idea lo era per lei!

-Senti, oggi non volevo sembrare uno stronzo.- Si allungò a prendere lo zucchero e una tazza. C'era scritto "Marocco", sopra a quest'ultima, e lampeggiava sgargiante la foto di un bambino con un cappello colorato.

-Infatti lo sei stato.-

-Hai una bella lingua, sai?- Evitai di arrossire per pudore personale e perché detto da lui, con quell'aria così menefreghista, non sapevo neanche se prenderlo come un complimento.

-Solo con quelli come te.-

-Quelli come me?- Mise sopra al fuoco un pentolino con un po' d'acqua. Fisicamente, lo ammetto, era il mio tipo. Mani grandi, niente bellezza o addominali esagerati, poca barba sulla mascella e molto alto. Ma se poi apriva bocca, perdeva tutto quel che c'era in superficie.

-Quelli che pensano di potermi mettere i piedi in testa solo perché sono buona.-

-Guarda, Agnese, che io non lo penso.-

-Non più.- L'acqua cominciò a fumare e lui la versò direttamente dentro la tazza. Dall'armadietto tirò fuori una bustina piena di erbe strane e fiorellini.

-Perché sei qui?-, mi chiese all'improvviso, quando mi consegnò l'infuso. Effettivamente, l'odore era straordinario.

-I miei volevano una vacanza lunga ed economica lontana da casa, così ci hanno trascinati qui. Io, mio fratello di nove anni e la mia migliore amica.-

-A proposito, i suoi sono morti?-

Mi andò di traverso il thé e fui costretta ad appoggiare la tazza sul piano da cucina. -Oddio, no.-

-E allora?-

Si aspettava una risposta che io non intendevo dargli. Non era affar suo e Bea non ne andava troppo fiera; per cui, se avesse voluto farglielo sapere, glielo avrebbe detto lei. E comunque, anche solo a confessarglielo sarei finita a terra dalle risate.

-Chiedilo a Beatrice, non a me.- Ripresi in mano la tazza e, cavolo, probabilmente era davvero il thé più buono di tutta Roma. Sapeva d'estate e di foglie di limone, ma c'era anche qualcosa che dava un che di selvaggio: nepitella, forse. Non glielo dissi, né mi chiarii i dubbi, ma mi ripromisi di farlo.

Annuì con la testa.

-Sei uguale a mia madre-, fece, più a sé stesso che a me.

Rimasi pietrificata, la bocca non mi si muoveva neanche più e non credo di aver mai amato un'interruzione come quella della sorella di Valerio. Camminava nel suo metro e settanta abbondante, facendo svolazzare una gonna verde sui fianchi poco prominenti.

-Tu sei la famosa santa che ha rimesso a posto questo imbecille, stamani?-, chiese, sedendosi sul piano. Quanto era bella, beata lei.

-Credo di essere io-, risposi. Ridacchiai quando mi fece i complimenti in quel suo accentuatissimo accento romano e mi disse di chiamarsi Flavia.

-Io sono Agnese.-

Nessuna delle due fece in tempo a rispondere nient'altro, poiché Valerio ci salutò e annunciò - come se a me o sua sorella importasse qualcosa - che stava andando a letto. Così, quando lo vidi scomparire dalla stanza, rivolsi di nuovo lo sguardo a quella ragazza. Mi colpirono molto i suoi occhi, che erano davvero azzurrissimi e il suo fisico slanciato, le cosce tornite e il viso a punta che pareva quello di una bambola. In tutta quel caos nosense e con tutto quel thé, però, dovetti chiederle dove potevo andare in bagno.

-Seconda porta a sinistra.- Lei sorrise, scese da dove era seduta e la sentii fare il suo nome a Bea, che continuava a gioire delle attenzioni della padrona di casa.

Senza perdere altro tempo, mi diressi verso il bagno. Mi sentivo strana là dentro, era come se qualcosa non quadrasse e allo stesso tempo iniziassi a sentirmi parte di quella casa, come i vasi orientali del salotto. Magari a mio agio.

Sospirai e aprii la porta. L'immagine che mi si pose davanti mi rimase nelle palpebre per anni e anni. C'era Valerio, completamente nudo, che era nel bel mezzo di una sorta di vortice violastro che continuava a girare violentemente, facendomi volare i capelli e il vestito leggero da tutte le parti, fuorché dove dovevano stare.

-Agnese, va' via di qui!- gridò, ma tutti continuavano a parlottare nell'altra stanza. Avevo il cuore all'altezza degli occhi, tanta era la paura.

Non feci in tempo ad andare via. Qualcosa mi trascinò all'interno di quell'affare, una forza che io non potevo davvero controllare. Mi ritrovai attaccata a lui, con le braccia attorno suo collo e, credetemi, il fatto che lui fosse nudo era l'ultimo dei miei problemi.

-Che sta succedendo?-, urlai.

-Ormai sei dentro-, disse. -Tieniti forte e non mi mollare, okay?-

-Non voglio morire!-

-Non morirai.-

Il vortice continuava a stringersi ancora di più, ogni secondo che trascorreva e che io cercavo di togliermi da quella morsa angosciante, lui veniva verso di noi, sempre di più. Nessuno sembrava sentire, le risate delle altre erano ancora ben udibili.

Valerio mi appoggiò le mani sulla schiena e mi strinse a sé. Risparmio i dettagli, dato che non li ricordo nemmeno io.

-Ma chi cazzo sei, Mago Merlino?!-

-Saresti anche carina se ogni tanto chiudessi quella fogna di bocca, ma...- Voleva continuare, ma non ci riuscii. Mi sentii affogare dentro qualcosa che stava tra il liquido e il gelatinoso, non riuscivo a respirare ma allo stesso tempo un'aria gelida sembrava scorrermi nelle vene.

Mi girava la testa e il contatto con Valerio era l'unica cosa che riuscivo a percepire di concreto. Ricordo di aver pensato solo dopo a quanto fosse insensato tutto quel che stava accadendo, dato che in quegli istanti non c'era niente nella mia testa, se non un gran caos.

E in un attimo, la morsa si affievolì sino a scomparire. Non c'era più niente che mi fermasse minimamente. Cascammo in piedi, su un pavimento di legno scuro e in una stanza con un fortissimo odore di incenso. Lì, davanti ai miei occhi, c'era un enorme soppalco. E sopra di esso, scoprii un vero e proprio letto, coperto di stoffa d'ogni colore immaginabile e dei filamenti dorati ricamati minuziosamente ai lati. Ma quel che sottostava a quei magnifici tessuti, i miei occhi non lo volevano accettare. Lei aveva un caschetto nero, dei gioielli portentosamente scintillanti, niente addosso e qualcosa di nero sulle palpebre. Teneva il mento alto, mentre il mio toccava quasi terra. Era girata di pancia, con il polpaccio destro sollevato a creare un angolo di novanta gradi e si mordeva le labbra.

-Agnese...- Valerio si grattò dietro la testa. -Ti presento Cleopatra, regina d'Egitto.-

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