[Ventinove]
Lilith.
Le lacrime sgorgavano incessantemente dai miei occhi posandosi sulle ciglia come gocce di rugiada, ero schiava dei miei pensieri e ciò mi impediva di dormire.
Cercavo di soffocare i singhiozzi che mi attraversavano la gola dato che non volevo farmi udire, credevo che stare da sola fosse la scelta migliore.
Affondai i denti nel labbro inferiore cercando di calmarmi per quanto fosse possibile, mi ripetevo che non ne valeva la pena ridurmi in quello stato.
Sapere che quelle parole taglienti continuavano ad uscire dalla bocca di mia madre non faceva che aggravare la situazione, dai suoi atteggiamenti si poteva intuire la vergogna che provasse ad avere me come figlia.
Una che non era raggiante e priva di preoccupazioni come apparivano le sue coetanee, una ragazza che ripugnava sé stessa ed era malata.
Quella singola parola mi aveva perseguitata per anni perché per mia madre ero soltanto quello, aveva cercato di aiutarmi per l'insistenza che ci riponeva mio padre ma continuava a ritenere tutti quei sacrifici inutili.
Non comprendeva l'enorme sforzo che cercavo di compiere ogni singola volta che mi sedevo a tavola per poi passare alle abbuffate incontrollabili giungendo in seguito ai sensi di colpa.
Mi alzai dal letto senza sapere dove andare ma stare sdraiata a fissare il soffitto non era la scelta migliore, cercai di procurare meno rumore possibile nell'aprire la porta della stanza.
Mi diressi in bagno sperando di ricordare dove si trovasse, lasciai scorrere qualche secondo l'acqua che sgorgava dal lavandino attendendo che raggiungesse la giusta temperatura.
Mi sciacquai il viso non appena il liquido trasparente risultò tiepido al contatto con le mie dita, il mio sguardo si spostò sullo specchio dove vi era la mia figura riflessa.
Sospirai non riuscendo a riconoscermi in ciò che vedevo, uscii da quelle quattro mura ritrovandomi nel corridoio «Lilith?» mormorò.
La luce soffusa mi permise di riuscire a scorgere quelle pozze color nocciola, mi fiondai tra le sue braccia senza rifletterci.
Socchiusi gli occhi abbandonandomi completamente tra le sue braccia, era l'unica cosa in grado di donarmi conforto. Il silenzio ci avvolgeva tanto da riuscire a sentire il suo respiro, tenne il mento appoggiato sulla mia nuca facendo una leggera pressione.
Avrei voluto rimanere in quella posizione dove non vi era nulla di perfetto, due anime lacerate che si univano.
«Non riesci a dormire?» mormorò, il suo tono di voce era incredibilmente comprensivo. Mi limitai a scuotere la testa indicando una risposta negativa.
Si allontanò leggermente puntando le sue iridi nelle mie «Ti va di parlare un po'?» non credevo fosse la scelta giusta, avevo il terrore che quel vuoto nel petto si espandesse.
«Non chiuderti in te stessa, non commettere gli stessi sbagli che ho commesso io» sospirai cedendo alla sua proposta e alle sue parole.
Riponevo una fiducia smisurata in quel ragazzo eppure, mostrare la parte peggiore di me mi spaventava. Non potevo sapere come avrebbe reagito o se mi avrebbe giudicata come avevano fatto tutti.
Custodiva così tanta sofferenza dentro di sé che non volevo di certo incrementarla, me l'ero cavata da sola fino a quel momento anche se avrei dovuto ringraziarlo per tutto ciò che stava facendo.
Le parole mi morirono in gola non appena prendemmo posto sul suo letto, i miei occhi si soffermarono sulla custodia nera ed impolverata.
L'immagine di Dylan che accarezzava le corde della chitarra mi si formò in mente provocandomi un lieve sorriso, i suoi occhi erano puntati su di me probabilmente in attesa di qualche parola.
«Grazie» sussurrai mantenendo lo sguardo altrove «Non devi ringraziarmi» adoravo il modo in cui si poneva ogni volta, non era mai fuori luogo bensì tenero.
La sua voce precedette nuovamente il silenzio che stava per calare in quella piccola stanza «Guardami» deglutii rumorosamente a sentire quella banale parola, credevo fermamente nella frase gli occhi sono lo specchio dell'anima.
Lui sapeva leggermi come un libro aperto e ciò non faceva che preoccuparmi, mi voltai verso di lui titubante. I suoi occhi si fissarono nei miei per pochi secondi prima che distolsi lo sguardo.
«Qual è il tuo colore preferito?» corrugai la fronte a quella sua domanda all'apparenza così infantile, scrollò le spalle prima di riprendere a parlare «Non dovevamo parlare? Infondo è un'opportunità per passare il tempo.»
Le sue labbra si incurvarono in un sorriso come se fosse una cosa così scontata «Giallo» mormorai con voce flebile «Anche il mio, pensa che una volta avevo fatto un disegno e avevo colorato di giallo la faccia di mamma. Sembrava Laa-Laa quella dei Teletubbies.»
Accennai un sorriso «Gusto di gelato?» proseguì con le domande e senza rendermene conto quel macigno che portavo nel petto si affievolì, liberandomi la mente da quei pensieri che mi imprigionavano.
«Magari il gelato manco lo mangio» la sua espressione dopo le mie parole mi fece accennare una risata «A tutti piace il gelato» borbottò.
«Pistacchio» risposi infine, era come se tutti i problemi fossero chiusi fuori dalla porta di quella stanza.
Rimase a pensare qualche secondo prima di pormi un'altra domanda «Mare o montagna? Fai attenzione a ciò che rispondi» accennò una risata che mi sorprese, rimasi in silenzio qualche secondo «Montagna» dissi sorridendo «Allora sei sana.»
Accennò un sorriso prima di portare di nuovo i suoi occhi vividi nei miei «Visto? Fa bene parlare» attese qualche secondo prima di proseguire «Sei una bella persona Lilith e la gente non sa riconoscerlo ma non importa. L'unica che dovrebbe esserne certa sei proprio tu.»
Non riuscivo a trovare le parole giuste, semplicemente lo osservai mentre fece leva con le braccia per alzarsi dal materasso «Se vuoi venire, sei la benvenuta» lo seguii senza porre domande, intuii la destinazione quando infilò il giubbotto.
Ci sedemmo sul balcone mentre lui portò una sigaretta tra le labbra, scrutai il tabacco ardere a contatto con la fiamma dell'accendino.
«Sei rara» rimasi interdetta dalle sue parole, aspirò dalla sigaretta prima di continuare «Le persone ormai sono superficiali, false, ipocrite e avrei un'infinità di altri aggettivi da abbinargli. Chi non lo nota è soltanto uno stolto, i piccoli gesti sono quelli che fanno bene al cuore.»
Continuò a guardare davanti a sé, un brivido di freddo mi percorse violentemente la schiena «Hai freddo?» annuii a quella domanda scontata. Tolse il giubbotto porgendomelo, la sigaretta rimase ferma tra le sue labbra «Tieni» me lo appoggiò sulle spalle accennando un sorriso lieve colmo di malinconia.
«E tu?» chiesi spontaneamente, scrollò le spalle «Il freddo non è un problema per me, anzi, quella sensazione che scava nella pelle fino al raggiungimento delle ossa è l'unica cosa che mi fa sentire vivo. Insomma, è come se mi portasse di nuovo con la testa su questo pianeta.»
Mi avvicinai timidamente essendo l'unica cosa che riuscii a fare, appoggiai la testa sulla sua spalla stringendomi nel suo giubbotto e nel calore che emanava.
In quell'istante scorsi sul suo volto l'ennesimo sorriso di quel giorno, non importava come fosse o il motivo. I suoi occhi parlavano da sé, sorridevano anche loro per la prima volta da quando lo conoscevo.
«Sei l'unica persona che è stata in grado di farmi stare meglio in uno di quei momenti no» mormorai con voce flebile osservando le stelle sparse nel cielo di quella notte «La cosa è reciproca» si limitò a quelle parole.
Avrei voluto entrare nella sua testa per sapere a cosa stesse pensando «Animale preferito?» chiesi portando lo sguardo su di lui «Gatto» annunciò aspirando dalla sigaretta «Non male» scherzai sperando di riuscire a ricambiare tutto quel conforto e sostegno che mi stava donando.
Spense la sigaretta nel posacenere «Rientriamo che la sveglia non guarda in faccia nessuno» asserì alzando gli occhi al cielo, accennai un sorriso seguendolo in camera sua. Tolsi il giubbotto appoggiandolo dove precedentemente lo aveva preso, rimasi ferma sulla soglia della porta.
Incrociai i suoi occhi velati di tristezza mentre il terrore riprese a scorrere nel mio corpo, non volevo rimanere da sola con me stessa e i miei pensieri. Allo stesso tempo non avevo altra scelta.
«Buonanotte allora» mormorai voltandomi, le parole che uscirono dalle sue labbra furono tanto inaspettate quanto rassicuranti «Lilith» richiamò la mia attenzione facendomi voltare verso di lui.
«Puoi restare, non mordo» le parole mi morirono in gola, riuscii solamente ad accennare un banale sorriso come d'altronde, in tutta la serata. Richiusi la porta alle mie spalle prima di coricarmi nel letto poco distante da Dylan, tirai su le coperte e venni accolta dal calore che emanavano esse.
«Buonanotte Dylan» sussurrai chiudendo gli occhi, non ricevetti subito la risposta. Le sue braccia avvolsero i miei fianchi mentre appoggiò il mento sulla mia spalla, ero di nuovo sconnessa dalla realtà. In un mondo migliore dove potevo fuggire dai miei stessi pensieri.
Ogni suo gesto, ogni contatto con lui era semplicemente delicato come se tenesse tra le mani una statua di diamante e avesse il terrore di rompermi. Non era lontanamente paragonabile a ciò che era accaduto con Marshall, Dylan riusciva a sfiorarmi l'anima ogni volta.
«Buonanotte Lilith.»
Accennai un sorriso riuscendo ad addormentarmi, abbandonando tutto ciò che mi tormentava fuori dalla porta della camera.
×××
Perdonate l'ora ma ero in piena ispirazione!
I dialoghi contenuti in questo capitolo sono tratti da una storia vera :)
Come sapete mi piace soffermarmi sui piccoli gesti che ultimamente vengono molto sottovalutati, inoltre odio scrivere in modo forzato.
Fatemi sapere cosa ne pensate, spero che nonostante sia più lungo del solito non vi annoi!
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