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[Diciotto]

Attenzione: questo capitolo tratta in modo specifico l'autolesionismo,  cercherò di segnalare le scene per chi fosse sensibile a tali argomenti (🔴) per farvi proseguire nel capitolo ignorando le parti interessate!

𝐒𝐜𝐨𝐫𝐫𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐥 𝐯𝐢𝐝𝐞𝐨 ➙

Aria.

Girai la chiave nella serratura del bagno con la mano tremante prima di avvicinarmi al lavandino, mi appoggiai ad esso facendo leva con le braccia mentre i miei occhi scrutavano attentamente la figura riflessa nello specchio. Continuavo a vedermi sbagliata, ero classificata come la ragazza strana che tende a non parlar mai di sé stessa. Quella timida che preferisce isolarsi, quella che non sorride mai, quella con qualche kilo di troppo e mai perfettamente in ordine.

Il trucco colato marchiava le mie guance in modo visibile, la società ti fa sentire uno sbaglio, un errore. Come se non fossi abbastanza per compiere nessuna azione o per esprimere il tuo pensiero, ti fanno credere che le tue idee non valgano nulla. Per essere considerata devi essere alta, magra, bionda, occhi chiari e con un bel viso. Con un carattere docile, amabile, sempre sorridente ed io ero l'opposto.

I miei occhi caddero sulla trousse azzurra adagiata con cura sul mobiletto bianco, le lacrime iniziarono a sfiorarmi le guance mentre i miei pensieri presero voce. Non volevo ricaderci, mi ripetevo che non potevo farlo. Avevo stipulato una promessa con Dylan senza rendermi conto che non sarei riuscita ad uscirne, forse era vero, le promesse sono destinate ad infrangersi.

Allungai il braccio con esitazione afferrando la trousse tra le mie dita, feci scorrere la zip permettendole di aprirsi mostrandomi il suo contenuto. Ero ancora in tempo per potermi fermare eppure non volevo, ne sentivo il bisogno così scostai i trucchi. La luce rifletté su quel metallo che sembrava chiamarmi con insistenza, strinsi le labbra prima di afferrare la lametta tra le mie dita ed osservarla ossessivamente.

Posai il contenitore azzurro al suo posto prima di socchiudere gli occhi, ero in costante guerra con me stessa. I miei pensieri erano contrastanti ed io ero inerme mentre facevo rigirare tra le dita l'oggetto metallico. Feci scorrere il tessuto della felpa che indossavo scoprendo la mia pelle colma di cicatrici «Perdonami Dylan...» mormorai ormai convinta della mia decisione.
Cedetti.

(🔴) Avvicinai l'oggetto al mio braccio osservando il sangue fluire delicatamente, sfiorando ogni centimetro della mia pelle sgualcita prima di cadere nel bianco lavandino di ceramica. Non avevo reazioni a riguardo, rimasi impassibile osservandomi mentre mi infliggevo dolore. Quel dolore che ormai si affievoliva rilasciando una sorta di sollievo, il bruciore ormai era quasi inesistente. Quelle emozioni sembravano colmare il vuoto presente costantemente nel mio petto, il non sentirsi apprezzati, l'odio verso se stessi.

(🔴) Mi odiavo.
Guardarmi allo specchio non faceva altro che amplificare quel sentimento, iniziavo a pensare che gli altri avessero ragione, che la società avesse ragione. Continuavo a far scorrere quella lama sulla mia pelle senza riguardo ripetendo nella mia mente "aiuta, mi fa stare bene" così credevo, mi donava sollievo. Mi sentivo distante dal mondo, distante dai pensieri oppressivi, in quei secondi sentivo di stare bene veramente. Osservai i tagli profondi sul mio braccio da cui continuava a fluire il sangue, aprii l'acqua del lavandino facendola scorrere per qualche istante.

Il liquido trasparente si scontrò con la mia pelle calda causandomi brividi in tutto il corpo, cercai di ripulire al meglio tutto quanto senza destare sospetti. Dei tonfi ripetuti si propagarono nel piccolo bagno facendomi sussultare «Aria? Tutto bene?» riconobbi la voce di Alex alquanto preoccupata, ritirai l'oggetto metallico, dopo averlo sciacquato, nell'apposita trousse. Aprii un cassetto estraendo una benda biancastra «Si!» alzai la voce cercando di farmi sentire.

Avvolsi il pezzo di stoffa intorno al braccio, sperando non aderisse ai tagli, in modo da nascondere ciò che mi ero afflitta. Controllai con un veloce sguardo di aver sistemato tutto prima di recarmi alla porta «Perché hai chiuso a chiave?» avevo paura che potesse sospettare qualcosa, il mio intento non era infliggere dolore a chi mi stava accanto ma solamente a me stessa. Scrollai le spalle prima di rispondere «Privacy» mi dileguai in cucina cercando di evitare il suo sguardo vitreo.

Guardai il piccolo orologio appeso notando che era quasi giunta l'ora, afferrai il pacchetto di sigarette sedendomi sulla sedia di plastica bianca. Il braccio iniziava a darmi un lieve fastidio che ignorai spudoratamente, permisi al fumo di avere libero accesso nel mio corpo mentre scrutavo l'orizzonte sommersa dai pensieri. Ci ero ricaduta.
Tutti quegli sforzi erano risultati vani oltre ad aver appena infranto l'ennesima promessa, provavo soltanto uno smisurato ribrezzo nei miei confronti.

Udii una persona entrare in casa, intuii con facilità chi fosse: Dylan. Tenni lo sguardo basso senza accorgermi subito della sua presenza accanto a me, seduta risultavo ulteriormente più bassa di lui, sovrastava sulla mia minuta figura. Sentivo il suo sguardo scorrere su di me «Andiamo?» annuii a quella sua domanda notando un qualcosa di differente nel suo tono di voce, spensi la sigaretta nel posacenere prima di alzarmi.

Accennai un sorriso quando notai cosa conservava con cura tra le sue dita, una Magnolia bianca e pura sembrava risplendere sotto alla luce presente in cucina. Data la stagione supposi che fosse finta ma poco importava, una volta al mese ci recavamo al cimitero cambiando il fiore di Julie. Non cambiava la tipologia del fiore; era sempre una splendida Magnolia con un ammirevole significato dietro.

Il settimo giorno di ogni mese.

Era il suo fiore preferito tanto da coltivarne alcuni nel giardino che contornava la sua abitazione, se ne prendeva cura con molta pazienza e amore, esattamente ciò che metteva in ogni gesto che compieva.
Uscimmo di casa camminando fianco a fianco «Aria?» alzai lo sguardo incrociando i suoi occhi preoccupati «Qualcosa non va?» proseguì mentre mi limitai a scuotere il capo.

Odiavo che sapesse leggermi l'anima in modo impeccabile, non potevo nascondergli nulla, Dylan si accorgeva di qualsiasi cosa. Stavo annegando lentamente nei miei pensieri riuscendo mala pena a sentire il vento gelido scagliarsi sul mio viso, la mano di Dylan sfiorò il mio polso provocandomi una smorfia di dolore. Quel tocco era lieve e non era normale che mi procurasse della sofferenza, mi resi conto di essere sul bordo della strada con i suoi occhi puntati sul mio braccio.

Mi voltai non riuscendo a sostenere il suo sguardo «Dimmi che non è vero» mormorò con voce tremante, deglutii rumorosamente. Di certo potevo mentire a me stessa ma non a lui, sospirai prima di sussurrare «È più forte di me...» era l'unica cosa a donarmi quel sollievo, quel distaccamento dalla realtà che tanto bramavo. Si posizionò di fronte a me «Non volevo infrangere la nostra promessa» mormorai con vice lieve avendo quasi paura della sua reazione.

Scosse lievemente il capo sospirando, notai i suoi occhi colmi di lacrime scrutarmi con attenzione «Al diavolo la promessa!» sussultai dato il suo elevato tono di voce improvviso, le sue nocche sfiorarono la mia guancia prima di proseguire con voce pacata «Non posso perdere anche te» quelle parole mi procurarono una fitta in pieno petto. Non mi stavo rendendo conto della verità, non stavo infliggendo dolore solo a me stessa ma a chiunque mi stesse accanto.

Mi avvicinai sperando che mi stringesse tra le sue braccia donandomi quel conforto che solo lui riusciva a trasmettermi, così fece. Appoggiai il viso sul suo petto sentendo il battito del suo cuore, mi allontanai sommersa dai sensi di colpa. Mi stavo comportando da egoista senza nemmeno accorgermene, fece un cenno con la testa e capii di proseguire per la nostra strada. Notai quanto fosse sovrapensiero e sicuramente a causa mia, non osai infierire ulteriormente.

Restammo in silenzio fino al raggiungimento dell'imponente cancello di metallo, accostammo sulla soglia qualche istante prima di addentrarci. Avevo sempre odiato i cimiteri e quell'aria cupa che li circondava, quel vuoto nel petto e quella malinconia che si impossessavano del mio corpo ogni volta. Non mi piaceva ricordare le persone grazie a quella foto affissa sulla lapide, volevo ricordarle da vive, ricordare i momenti, gli attimi, rivivere ogni singolo gesto.

Dylan si chinò appoggiando la Magnolia accanto alla sua foto che la ritraeva con quel suo solito sorriso smagliante, mi appoggiai alla spalla del moro che mi circondò con il suo braccio. In un certo senso invidiavo Julie, era riuscita a scappare da quella realtà che tanto la opprimeva ponendo fine alle sue sofferenze.

×××
Eccoci!

Ho sempre paura nel dilungarmi troppo, non vorrei che diventasse noioso. Questa volta mi sono fatta trascinare :')

Ditemi cosa ne pensate, si evolveranno le varie situazioni?

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