[Diciassette]
𝐒𝐜𝐨𝐫𝐫𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐥 𝐯𝐢𝐝𝐞𝐨 ➙
Lilith.
Mi sedetti accanto a Dylan osservando il suo profilo perfetto, cercavo di imprimere ogni singolo dettaglio nella mia mente. Ero riuscita a convincere Audrey a dirmi dove si trovasse quel posto, inutile dire quante domande mi porse senza ottenere una risposta. Il moro portò la sigaretta tra le sue labbra come se ormai fosse un gesto automatico che gli appartenesse «Mi ricordi lei» asserì, spezzando il silenzio che ci circondava fino a qualche istante prima. Corrugai la fronte senza capire chi fosse "lei", mi strinsi nel giubbotto non appena un soffio di vento si scagliò su di noi con violenza.
Miriadi di domande attraversarono la mia mente contrastate dalla paura di porle, di una sua reazione, di vederlo soffrire a causa delle mie parole. Mi rivolse uno sguardo e notai quanto fossero in tempesta i suoi occhi, come se stesse combattendo una guerra dentro se stesso. Appoggiai la nuca al muro retrostante prima di dare sfogo ai miei pensieri «Mi sento fuori posto, sembra che questa realtà, questo mondo, non mi appartengano realmente» osservai il fumo uscire dalle sue labbra svanendo lentamente.
«Credo che l'essere umano sia sempre alla costante ricerca di un qualcosa che lo faccia evadere dalla realtà, un qualcosa che metta fine ai pensieri oppressivi» rimasi ipotizzata da quelle sue parole, sfilò l'anello metallico dall'indice iniziando a giocherellarci. Girò il viso incastonando i suoi occhi color nocciola nei miei, strinse le labbra nervosamente prima di proferire parola «Non voglio obbligarti a stare lontana da Marshall, è una decisione che spetta a te ma so fino dove può spingersi. È capace di andare ben oltre alle azioni che ha già compiuto nei tuoi confronti.»
I suoi occhi diventarono lucidi, un senso di nausea si impossessò del mio corpo pensando alle dita di Marshall scorrere sulla mia pelle. Avevo soltanto una certezza in quel momento: non avrei mai perdonato quegli atteggiamenti. Socchiusi gli occhi «Non voglio che ti faccia del male» mormorò, la sua voce uscì lieve come se stesse per spezzarsi. Un nodo in gola mi impediva di rispondere anche con la frase più banale, rimasi in silenzio prestando attenzione ad ogni parola che abbandonava le sue labbra.
«Il conflitto tra me e Marshall credo sia sempre esistito, ha iniziato ad ampliarsi due anni fa» gli rivolsi uno sguardo mentre risultava impassibile come se niente potesse scalfirlo, eppure quella mattina si era nuovamente mostrato fragile davanti ai miei occhi «Non hai mai desiderato di poter cambiare il passato?» annuii a quella sua domanda apparentemente ingenua prima di regalargli una risposta «Sì, molteplici volte però è grazie al mio passato se sono diventata ciò che sono. Probabilmente in questo momento non starei parlando con te, non credi? Il passato ci appartiene, è parte di noi.»
Gettò la sigaretta mantenendo lo sguardo dritto, davanti a sé «Sono diventato esattamente ciò che odiavo, ciò che non avrei mai pensato lontanamente di essere. In bilico tra l'esasperazione e l'indifferenza come se nulla mi potesse minimamente scalfire, sentendomi lo spettatore della mia stessa vita. Arrivi ad un punto in cui non trovi nemmeno la forza di reagire, capisci?» dopo aver pronunciato quelle parole mi rivolse uno sguardo, i suoi occhi erano coperti da un velo di lacrime, riuscivo chiaramente a percepire il suo dolore.
Si aprì una voragine nel mio petto nel vederlo nuovamente sopraffatto dalle emozioni, una lacrima gli accarezzò dolcemente la pelle e Dylan non esitò nel voltarsi. Mi avvicinai a lui «Piangere è normale» riuscii solamente a pronunciare quella frase così banale, poggiai le mie dita sulla sua guancia ormai umida. Non voleva esporre le sue fragilità ed era proprio ciò che stava accadendo «Dylan» dissi il suo nome con la speranza di essere considerata da lui in quell'istante.
Incastonò nuovamente i suoi occhi nei miei permettendomi di intravedere la tempesta al suo interno, sarei voluta entrare nella sua mente per capire cosa lo facesse soffrire così tanto. Volevo aiutarlo ma non sapevo in che modo, riuscii solamente ad abbracciarlo sperando di trasmettergli quel conforto che lui mi aveva donato dopo la festa. Speravo che si sentisse al sicuro, che non provasse terrore nell'aprirsi con me.
Esitò qualche istante prima di ricambiare quel gesto all'apparenza così banale e scontato, avrei voluto dirgli che non era solo, che mi ritrovavo in ogni sua singola parola e avrei fatto di tutto per cercare di aiutarlo. Non pronunciai nulla lasciandoci circondare dal totale silenzio, la voce sembrava morirmi in gola placata da quelle emozioni contrastanti presenti nel mio corpo.
Mi allontanai cercando di accennare un sorriso che non fu ricambiato, proprio come mi aspettavo, cercai di mantenere il contatto visivo che si era creato. Sospirai prima di proferire parola in modo lieve e quasi inudibile «Non ho idea di cosa tu abbia dovuto affrontare ma cercherò di fare il possibile per farti stare meglio e per starti vicino, proprio come hai fatto tu dopo e durante quella festa» mormorai notando uno spiraglio di luce nei suoi occhi.
Tutto ciò che si era creato si interruppe a causa del rumore metallico proveniente dal campanello, ci fece intuire la fine della pausa così mi alzai seguita da Dylan «Grazie...» sussurò come se avesse paura, risposi con un ampio sorriso prima di dirigermi verso la mia classe. Cercavo di farmi spazio tra la folla di persone radunate nel bel mezzo del corridoio, la mia mente era sopraffatta dai pensieri.
Uno in particolare, uno fisso, Dylan.
Tenendosi tutto gelosamente dentro si stava distruggendo con le sue stesse mani senza neanche rendersene conto, non l'avrei mai costretto a rivelarmi una parte di sé ma volevo aiutarlo.
Non sapevo il vero motivo per cui mi avesse aiutata la prima volta a quella festa, pensai fosse scaturito semplicemente dall'odio provato nei confronti di Marshall.
Ma quella mattina Dylan si era nuovamente intromesso con arroganza per poi crollare qualche istante dopo, non avevo esitato nel seguirlo mentre si dileguava. Guardava Marshall con un odio smisurato e volevo venire a capo di tutta quella storia incasinata senza far soffrire ulteriormente Dylan, usavo cautela ogni volta che mi rivolgevo a lui. Non lo conoscevo e ogni parola poteva risultare una lama affilata scagliata con violenza sul suo petto, sentivo un qualcosa che mi spingeva a non abbandonarlo a sé stesso.
×××
Eccoci!
Questo capitolo è stato infinito, ho perso il conto delle volte che l'ho totalmente riscritto dall'inizio cambiando ogni singola cosa.
Spero che il risultato possa piacervi! Non mi piace far correre troppo le cose tanto meno farle sembrare surreali, spero che ciò non vi annoi!
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