QUELLA PORTA NEL LAGO
Joah voleva smentire la leggenda che lo tormentava fin da quando era piccolo. Era cresciuto con tutte quelle storie sul lago Lackar. La madre lo avvisava sempre di stare lontano perché le acque scure nascondevano segreti con denti e artigli. Non che Joah potesse biasimare le sue preoccupazioni. Le storie che riguardavano quel luogo fangoso mettevano i brividi.
Si diceva, per esempio, che ogni persona che s'immergeva nel lago sparisse. Si ricordava di un suo compagno di scuola che, in una giornata molto calda, aveva deciso di tentare la sorte facendo un tuffo in quell'acqua verde-grigia. Non era più emerso. E poi c'era la storia del mostro.
Ogni venerdì 17 un mostro si trascinava fuori dal lago. Le descrizioni erano contrastanti, ma tutti concordavano sul fatto che fosse un essere orripilante, viscido, oscuro. Caracollava sulla riva per poi sparire di nuovo nelle acque opache.
Joah non ci aveva mai creduto. Perché il mostro usciva solo i venerdì 17? Non era logico. Che cosa significava per lui? O per lei... magari il mostro era femmina. Ridacchiò. Sua madre diceva che aveva delle idee folli. Leila concordava. Joah sospirò. Leila. Chissà, forse se avesse portato a termine quel compito, lei lo avrebbe guardato. Il pensiero lo infiammò. Come lo avrebbe desiderato! Sorrise.
Il lago era un normale lago. Probabilmente c'erano delle specie di correnti sotterranee che trascinavano sul fondale. Joah era sicuro che quella fosse la spiegazione più razionale. E lui era razionale.
Joah aveva intenzione di dimostrarlo. Lui era un ottimo nuotatore, però non si sarebbe affidato solo alle sue capacità. Non era stupido. Nuotatori esperti erano stati trascinati in quelle acque. Aveva preparato una corda robusta da legarsi intorno alla vita. Avrebbe fissato l'altra estremità a un albero. Un'assicurazione di riuscire a tornare in superficie. Lo avrebbe tenuto in superficie e gli avrebbe impedito di essere trascinato a fondo dalla corrente.
Fissò l'acqua del lago, increspata dalla brezza leggera. Era torbida. Rami sottili vorticavano in mezzo. Non era difficile credere alle storie che si raccontavano. Sapeva di cose viscide, cose morte, cose luride. Aveva l'odore dolciastro delle rose in decomposizione. Deglutì per soffocare la nausea. Fece un passo indietro, ogni sua fibra gli urlava di fuggire. Era ancora in tempo. Certo, aveva detto a Leila che l'avrebbe fatto, ma se la storia era vera...
No! Non si sarebbe tirato indietro. Lui era coraggioso. Si spogliò. Gli abiti caddero vicino a lui. Pozze di stoffa.
Prese un respiro profondo. Era semplice. Un passo avanti. La terra scricchiolò sotto il suo peso. Un altro passo. Affondò nel fango rossastro e viscido, la corda che gli stringeva forte la vita. Gli sembrò di sentire delle urla provenire da sotto la superficie melmosa. Di certo un gioco della mente. Non era difficile in quel posto credere a cose impossibili. Come alle anime tormentate che si dibattevano senza riuscire a trovare riposo, spinte in eterno dalle correnti.
S'immerse nell'acqua. Fangosa e gelida. Tanto da rendergli le membra insensibili. Si mosse per scaldarsi. Il lago era tanto torbido che non riusciva a vedere cosa c'era sotto la superficie. La luna illuminava l'acqua e le dava una colorazione grigia, ma non si rifletteva. Nulla si rifletteva in quel maledetto lago. Per il momento perlomeno sembrava che non stesse succedendo nulla. Joah tremava. Era troppo semplice non era possibile...
Si sentì trascinare giù. Joah lanciò un grido muto e l'acqua gli entrò in bocca, il sapore amaro, lo soffocò. Provò a nuotare, ma continuava a essere trascinato. Si sentiva un pupazzo. Destra, sinistra. Sinistra, destra. L'acqua torbida non gli permetteva di vedere. Scintille gli esplosero davanti. Sbatté le palpebre, ma fu inutile. L'aria, gli mancava l'aria.
La corda gli avrebbe permesso di tornare su. Il pensiero gli diede un leggero conforto. Una scintilla. Sì, c'è la poteva fare, poteva...
Una porta. Gli comparve davanti tra l'acqua scura. Era di legno marcio. Joah la fissò. Forse non era reale. Che ci faceva una porta là sotto? Era un'allucinazione? Beh, almeno non si vedeva nessun mostro.
Joah avrebbe dovuto tornare in superficie. Quella porta però sembrava chiamarlo a gran voce. E poi non riusciva a tornare su. Si allungò, afferrò la maniglia, tirò. Non era certo che si sarebbe aperta. Invece non fece resistenza. Joah aveva il cuore impazzito. Forse per l'importanza di quel momento. Oppure per l'aria che gli mancava. Non lo sapeva. Nuotò avanti. Finì oltre la porta. Altra acqua lo avvolse. Questa volta c'era qualcosa di diverso. Luce.
La luce filtrava nell'acqua. Joah si sentì avvolgere dalla speranza. Bruciava come fuoco. Nuotò, con i muscoli che gli andavano in fiamme. L'arrivo era vicino. Avrebbe voluto urlare di gioia. Altri due colpi. L'aria lo colpì come uno schiaffo. Joah inspirò, i polmoni che gli bruciavano. Riuscì a trascinarsi fuori dal lago e si lasciò cadere sulla riva. Non sentiva più la stretta della corda. Forse si era staccata durante la nuotata. Gli occhi gli facevano male, aveva fango ovunque. Sbatté le palpebre. La terra aveva uno strano colore verde. Non era solo il colore, ma c'era qualcosa... fili? Ne prese uno, lo strappò, se lo avvicinò al naso. Aveva un profumo forte che non aveva mai sentito.
Alzò lo sguardo e scoprì, con stupore, che c'erano degli strani puntini luminosi nel cielo nero. Non aveva mai visto nulla di simile.
La realtà si fece strada poco a poco nella sua mente. Joah non era uno stupido. Aveva studiato molto. Amava la fisica, la matematica, la scienza. Possibile che quello fosse un mondo parallelo? Uno di quelli di cui parlavano i suoi libri?
Il cuore prese a battere forte. Era qui che finivano le persone scomparse? Era davvero l'autore della più grande scoperta del secolo, ma che diceva del secolo? Poteva parlare del millennio! Sarebbe stato famoso! Avrebbe avuto tutto quello che poteva desiderare! Leila lo...
Un suono liquido attirò la sua attenzione. C'era qualcuno a pochi metri da lui, tra gli alberi spogli. Una creatura strana, senza squame, con membra rigide e senza i tentacoli. Joah provò un senso di disgusto.
Cos'era? E viveva in un regno di esseri simili a lui, con cose appuntite in bocca, se poi quella era una bocca, quella piccola fessura in mezzo a un viso rigido?
La creatura lanciò un grido. Si preparava ad attaccare? No, non voleva attaccare. Sembrava spaventata. Joah arretrò, confuso, una sensazione strisciante sul corpo. Qualcosa non tornava. La consapevolezza gli piombò addosso, un macigno.
I mostri erano quegli esseri. Solo che non erano davvero dei mostri. Erano come lui. Creature viventi, forse consapevoli di esistere. E Joah era il loro mostro? Rise al pensiero che doveva sembrargli parecchio strano, tutto tentacoli e squame com'era.
Il mostro non esisteva quindi. Non era mai esistito, ma da quando queste cose erano comprensibili ai suoi simili? E quegli esseri viscidi e rigidi dovevano pensarla allo stesso modo. Non erano poi così diversi. Forse la mentalità era uguale ovunque.
Joah si voltò per tornare nel lago. Aveva visto troppo. Si sarebbe immerso nel lago, avrebbe cercato la corda per trascinarsi nel lago fin dall'altra parte. Aveva un nodo allo stomaco, qualcosa di non definibile. Gli avrebbero creduto? Non era sicuro che avrebbe raccontato quella storia, non voleva essere...
Dolore come schegge nella carne. Il sangue verdastro colò giù. Lo avevano ferito. Cadde. Avrebbe voluto dire che non era un mostro, che il mostro non esisteva se non nella mente di entrambe le parti. Gli uscì un'accozzaglia di parole. Si spinse su un tentacolo. L'essere senza squame aveva un oggetto affusolate, che sembrava ferro, stretto tra le sue protuberanze. Joah non aveva mai visto nulla di simile. Il dolore però non gli permetteva di ragionare. La realtà gli si sfilacciò davanti, puntini neri che diventavano sempre più grandi fino a quando non avvolsero ogni cosa. L'ultimo pensiero fu per Leila. Chissà se avrebbe notato la sua mancanza.
Il giorno seguente la cittadina americana di Woler non faceva altro che parlare dell'ennesima strana creatura marina trovata sulla riva di un lago. Le avevano dovuto sparare. La conclusione fu che nessuno poteva sapere quali mostri vivessero in quelle acque melmose.
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