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Diario

Appena entro in una delle tante camere, accendo immediatamente la luce e resto incantata dalla bellezza la quale rendeva la camera una foresta incantata.
Sembrava di essere sull'isola che non c'è di Peter Pan.

Le pareti erano tutte azzurre con delle stelline bianche disegnate un po' qui e lì.
Il soffitto invece, non era tutto bianco, bensì c'erano disegnate delle candide nuvole.
Il grande armadio sulla destra invece era tutto bianco con il disegno dell'ombra di Peter Pan su una delle grandi ante.

Certo che Alissia aveva una grande ispirazione, casa sua era colorata come poche, mi ricordava un po' la pazza casa di Pippi Calzelunghe.

Alla sinistra della porta c'era poi una bianca scrivania con uno specchio contornato da una cornice blu notte.
Era proprio la mia camera, forse avevo fatto bene a non disturbare Silvia, anche perché qui mi sentivo esattamente come a casa, solo che con me non c'era il mio Peter Pan, Shawn, e i miei cari bimbi sperduti, i miei amici della Raimon.

Mentre il mio sguardo girava un po' ovunque, vedo il mio caro diario poggiato sulle coperte azzurre del grande letto matrimoniale al centro della stanza, subito decido di chiudere la porta per non far uscire fuori la luce della mia camera.
E, solo dopo aver chiuso la porta, a passo felpato mi dirigo verso il letto per prendere il mio diario che si era improvvisamente teletrasportato qui in Italia da Tokyo.

Dopo averlo preso, lo sposto un pochino più in là e come una torre di costruzioni crollo sul letto e chiudo lentamente gli occhi per la stanchezza.

D'improvviso un rumore strano mi sveglia, subito quindi mi metto a sedere al centro del letto e, solo dopo aver strofinato un po' gli occhi, inizio a guardarmi intorno in cerca del luogo di provenienza del precedente rumore.
Del rumore però, non c'era traccia, forse l'avevo solo immaginato...
Subito quindi poggio nuovamente il mio sguardo sul diario che prima avevo allontano un po' e decido di sfogliare qualche pagina alla luce della luna.

Di conseguenza lo afferro saldamente e velocemente mi avvicino alla grande finestra della camera che non aveva tende, velocemente la apro, poggio per un secondo il diario sul davanzale e lascio lo sguardo vagare per un po' in cerca di libertà e tranquillità.

Dentro di me sentivo che qualcosa non andava, era colpa del diario.
Esso conteneva tutti i miei pensieri, compresi quelli riguardante Shawn che mi mancava come l'aria dopo aver fatto un tuffo profondo.

Potevo prendere il telefono e messaggiarlo, ma non mi andava, non ero pronta e se qualcuno mi avesse chiamata, sicuramente non avrebbe ricevuto una mia risposta.

Mentre con la testa ero chissà dove in quale ricordo, abbasso lentamente lo sguardo e nel farlo noto qualcuno correre via velocemente.
Subito il mio sguardo viene rapito da questo qualcuno che correva e, nel farlo, noto lo stesso abbigliamento che avevo visto indosso al ragazzo dal forte tiro, Paolo.

Forse era proprio lui.

Ma per quale strana ragione a tarda notte vagava ancora per strada?

Subito mi viene in mente di chiamarlo, ma non volevo svegliare tutto il vicinato, non ero una persona così maleducata e poi, sicuramente se era realmente Paolo che correva così velocemente chissà dove, non voleva essere disturbato.

Subito quindi archivio l'idea di urlare il suo probabile nome e solo dopo averlo visto scomparire dietro un angolo, poggio la mano sulla nera copertina del diario e lentamente lo afferro anche con l'altra mano e, sempre in modo lento, lo porto dinanzi ai miei occhi.
Prima di aprirlo chiudo gli occhi e faccio un sospiro enorme, avevo un po' paura, a dir la verità mi tremava un bel po' il cuore...

Dopo pochi minuti apro gli occhi e facendomi coraggio apro il diario all'ultima pagina, quella segnata dal segnalibro.
Appena la apro resto a fissarla per un po', non era la mia scrittura quella, era di Shawn...

Appena abbasso di poco lo sguardo noto una nostra polaroid attaccata in basso alla gialla pagina del diario.
Subito le lacrime iniziano a scendere dal mio viso e a far bagnare l'inchiostro nero segnato sulla pagina.
Appena mi accorgo che le lacrime iniziano a rendere la scrittura incomprensibile, mi asciugo velocemente gli occhi con le mani, faccio poi un grande sospiro e facendomi coraggio inizio a leggere ciò che il ragazzo di Hokkaido mi aveva lasciato in modo indelebile su ciò che da sempre racchiudeva i miei ricordi.

“Cara Anna,
Non volevo frugare tra i tuoi ricordi, credimi non l'ho fatto, volevo però lasciarti un ultimo ricordo di me ora che non so quando potrò mai vederti nuovamente.
Non so se tu abbia capito chi sono, in cuor mio spero che l'amnesia ti sia già passata e che tu abbia capito che sono Shawn, so però che è una cosa impossibile e scusa, ma ancora non riesco a capire come ricordi belli come i nostri siano stati eliminati dalla tua memoria.
Mi sembra un incubo, mi sento in un incubo e non trovo una via d'uscita luminosa...

Vorrei essere capace di ascoltarti ora che non ti posso più sentire, proprio per questo forse nella mia testa tutti i nostri ricordi stanno iniziando a martellarmi senza sosta.
Tu hai un pezzo di me ora che il mio cuore è come un puzzle e per sempre sarà così anche se la tua memoria non dovesse più tornare.

Sai cosa?
Io sono sicuro che nonostante tutto ci sarà per sempre un noi, perché se ti ho incontrata su quella collinetta ad Hokkaido una ragione ci sarà, se con te sono rinato dalle mie ceneri come una fenice, una ragione ci sarà.
Nonostante tutto, so in cuor mio che il mio filo rosso del destino è a saldamente legato al tuo dito e proprio per questo, ti amerei anche se non ci conoscessimo.

                                              Il tuo Shawn”

Appena finisco di leggere tutta la lettera, mi porto il diario sul petto e saldamente lo stringo per poter sentire in questo modo un pezzo di Shawn al mio fianco.
Averlo così distante era una tortura, ma la cosa peggiore era sapere che lo avevo reso vulnerabile e nuovamente solo...

Subito le lacrime iniziano dinuovo a scendere copiosamente ovunque, non riuscivo più a trovare un appiglio a cui appendermi per cercare il modo di non piangere.
Avevo bisogno di sfogarmi e di trovare poi la forza di rialzarmi, ma adesso dovevo versare fuori tutto ciò che per un po' avevo tenuto dentro.

Rabbia.
Tristezza.
Paura.
Malinconia.
Solitudine.

Volevo sprofondare in un abisso e non farmi più vedere dal mondo, subito quindi, velocemente mi avvicino all'interrttore per spegnere la luce della camera e dopo poco, tenendo gli occhi aperti in questo buio, chiudo la porta a chiave per non essere disturbata e poi, mi butto sul morbido materasso.

Appena mi poggio sul letto lascio cadere rumorosamente a terra il diario e poggio poi la faccia sul cuscino per rendere il mio pianto disperato il meno rumoroso possibile...

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