*Capitolo 2*
_*Cattleya*_
Sono qui da una settimana, e ancora non ho avuto l'onore e disonore al contempo, di conoscere Don Camilo.
Ogni mattina ci svegliano all'alba, per seguire dei corsi di danza del ventre.
Diete a cui dobbiamo ritenerci rigidamente, poiché ogni mattina le sarte vengono a prenderci le misure degli abiti, dopo la visita della dietologa.
Ci fanno provare pettinature e trucco, come delle bambole da imbellettare.
Ad imparare a parlare solo se interpellate, con un linguaggio da sottomessa che compone poche sillabe (Certo. Si. Subito. Come desidera.)
Il tutto contornato dalla voglia di ribellione che mi preme sullo sterno e, devo polverizzare per non esplodere come una bomba nucleare.
Questa é l'ora che chiamano "Libera."
In realtà non é affatto così. Come puoi essere libera in un harem d'oro, dove devi operare e obbedire a ogni ordine che impartiscono?
Sembra che le altre ragazze, stiano vivendo un sogno.
Sghignazzano nella piscina fuori al cortile immenso.
Creano legami di false amicizie, perché sappiamo bene che ognuno si riguarda il proprio orticello.
E io d'altro canto, preferisco restare chiusa tra queste quattro mura della mia stanza, arredata con mobili in legno intarsiato su i toni crema e un letto a baldacchino con tende bianche perlate e rifiniture in oro, a leggere uno dei libri che riforniscono gli scaffali di prestigioso legno mogano.
Sono sincera, amo leggere, ma amo i thriller, mentre questi scaffali sono pieni di Harmony, o peggio ancora libri con titoli ;
"La sua sottomessa."
"Il piacere della sottomissione."
"Il peccato del proibito."
"Punita da lui."
"Un padrone da soddisfare."
Ma siamo serie? Andiamo...che razza di libri sono? Scelti giusto per farci carpire e instillare nelle nostre zucche che presumono vuote, cazzate su come farci divenire mansuete.
Ne afferro svogliatamente uno, guardandolo con lo stesso interesse di come si guarda, un volantino della pubblicità che ti lasciano infilato tra il tergicristallo del vetro.
L'unico lato positivo é l'alcova sotto la finestra ad arco.
Un piccolo spazio perfetto, dove sopra vi é adagiato un plaid bianco, e ai piedi un grazioso tappeto di pelliccia beige.
Mi sfilo i tacchi, con le punte dei piedi arrossate che appena toccano il morbido pelo, lasciano alle mie labbra la libertà di esalare un gemito di pura beatitudine.
Strofino le piante indolenzite, pronta a leggere un libro per scordarmi di dove sono e cosa devo fare per gustare il sapore della vendetta, ma ogni mio buon proposito viene seppellito, dal mio sguardo che dirotta al di fuori della finestra.
Si affaccia proprio sull'immenso vigneto, nella parte posteriore della villa.
E vorrei con tutta me stessa, che la mia attenzione fosse catturata da quelle vigne curate con devozione, ma purtroppo non é così.
Le mie pupille si dilatano oltremisura, per assorbire meglio, la figura che sta galoppando con destrezza e fierezza un puro sangue.
Metto a fuoco le mani che con sicurezza stringono le cinghie.
I polpacci possenti che danno un colpetto per far andare più veloce il cavallo che scuote la criniera bianca al vento.
I bicipiti scolpiti, che tendono sublimemente la stoffa della camicia grigia inamidata, ma ciò che mi prosciuga la salivazione e risucchia tutta l'aria dai polmoni, é lo scoprire che tutta quella magnificenza, proviene dall'uomo d'onore di Don Camilo.
Colui che ho visto per sbaglio tra i corridoi della villa.
La prima volta che varcai la soglia, e mi regalò un occhiata gelida, tra sdegno e derisione.
La stessa di ieri mattina, che mi riservò mentre eravamo disposte nella solita fila indiana, nella lezione di pilates.
Uno sguardo carico di ira, che se avesse potuto, quelle iridi dello stesso colore di una giungla di notte, mi avrebbero bruciata viva seduta stante.
Le ho sentite infiltrarsi senza alcun consenso, nello strato fine del leggings. Roteare con lussuria sulle mie natiche, per lasciarle serpeggiare tra la spaccatura, dove ho subito un fremito di piacere sinistro, che ha vagato per tutto il tempo lungo la colonna vertebrale e fin sopra l'attaccatura dei capelli.
Ciononostante, non era voglia ciò che baluginava in quelle iridi oscure e perverse, ma solo odio diretto proprio a me.
E l'unica domanda che mi ha assillato é stata "perché?".
Quella che ho sgretolato subito, per riacquistare la ragione e ripetermi come un mantra, i motivi che mi hanno spinto in questa sceneggiata.
Mi perdo talmente tanto tra quei frammenti di ricordi, da non rendermi conto che quando le mie palpebre sbattono come ali di una farfalla,
Le mie iridi sono ancora poggiate addosso a lui.
Lui che scende con un balzo agile dal puro sangue. Un suo palmo che immagino ruvido, poggiarsi quasi con reverenza sul volto del cavallo, in una dolce carezza.
Proprio lui che di dolce non esprime niente. Eppure il modo in cui lo carezza, sembra un gesto di puro affetto.
Così tanto che ne rimango affascinata, e poso il libro intatto sull'alcova, per farmi più vicino alla vetrata lustra.
Volta le spalle possenti, camminando sicuro verso un piccolo pozzo murato, e non mi rendo minimamente conto di cosa avviene, fin quando la camicia comincia a scivolare giù lungo la schiena dove i muscoli guizzano rapendomi completamente.
La pelle dorata viene baciata dai raggi solari cocenti, rendendo i suoi capelli pece un castano.
Dovrei distogliere lo sguardo sul serio.
Voltarmi e leggere questa schifezza, e invece resto piantata lì, come una statua immobile, con le iridi che si adombrano nel notarlo tirare su da una fune, un cestello di legno.
Non so se é per curiosità, o per qualche motivo a me ignoto, ma non riesco proprio a fare a meno, di bearmi di questa vista che mi offre senza saperlo.
La camicia viene gettata tra le vigne, come un'inutile pezzo di stoffa, e quello che accade mi lascia boccheggiare come un pesce fuori dal suo habitat.
Afferra tra le mani il cestello, e con una mossa fulminea, tira indietro la testa, lasciando che l'acqua all'interno si riversi lungo il suo corpo tonico e definito.
Vedo le perle scivolare lungo quella pelle levigata, e mossa da un istinto primordiale, innalzo l'indice che trema come avessi preso una scossa, posandolo sul vetro freddo.
Traccio linee immaginarie, lungo la sua figura, persa in uno stato di estasi che provo solo io.
Un sospiro sfugge e solletica le mie labbra schiuse, che cercano ancora un filo d'aria. Un sorso di acqua come fossi nel deserto.
Almeno un po' anche solo per bagnarle, e ora quelle perle che rigano la sua pelle, servirebbero a me.
Vorrei raccoglierle una ad una, per sentire quanto può essere pericoloso il contrasto tra il fresco e l'ardente, sulle mie labbra disidratate.
E proprio quando sento un languore risvegliare il mio fulcro che si inumidisce senza il mio permesso, lui si gira.
Non so come, neanche il perché, ma dovrei subito ripararmi e attaccare la schiena al muro, per non essere colta in fragrante.
E invece il mio spirito di ribellione prevale su quello timido e di sottomissione assoluta, alzando il mento come un gesto di sfida.
Le sue iridi si incendiano come tizzoni che lasciano ustioni permanenti, lungo il mio collo esposto che sembra restringersi e farmi morire agonizzante.
Sale con lentezza misurata, verso il mio volto e io verso il suo più accattivante con quella barba incolta da selvaggio.
Anche i capelli sono più lunghi e fermati sulla nuca da un codino, che mi fa ribollire il sangue nelle vene, e di più quando ci incrociamo con le iridi in un duello affilato a chi rimarrà per primo stramazzato al suolo.
Trasuda sesso. Traspare odio e minacce che invece di intimidirmi mi eccitano a dismisura.
Aumentano il mio livello di sadica perversione, e mi assicuro che capisca ogni mio singolo pensiero.
Voglio che lo sappia, che un'orchidea selvaggia non si piega, e se lo fa é solo per farsi fottere e godere.
Sono lì che posso vedere anche da lontano quanto le sue pupille risucchiano tutto il colore delle iridi. Quanto la sua mascella subisca un fremito, e quanto la sua patta tiri per causa mia.
Ma quando credo di vederlo del tutto provato e subire un grammo del mio potere, lui fa un gesto che non mi aspetto.
Si avvicina ad una vigna, vedo il suo braccio possente allungarsi verso di essa, staccando un chicco d'uva nera.
Lo stesso che si poggia sul palmo come a volermelo mostrare, e il secondo dopo richiude fulmineo la mano in un pugno, dove il chicco esplode e il succo cola lungo le sue dita lunghe.
Questo mi fa capire. Io per lui sono un chicco, prezioso e gustoso per l'harem, ma da calpestare e sottomettere a proprio piacimento.
Vorrei ridere e dirgli quanto si sbaglia. Quanto moriranno tutti come quei chicchi per mano mia. Invece devo fargli credere il contrario, inscenando un'espressione di terrore. Ciò che non provo, e maledetto il mio corpo che comunque si sente attratto da uno dei fedeli.
Devo riprendere in mano il controllo, e come se niente fosse, gli volto io le spalle adesso, per andare a gettarmi sotto il soffione.
Vorrei chiamare Gary, ma non ho notizie sufficienti. Niente da rivelare, e per di più se vengo scoperta subito adesso, non avrò concluso nulla.
Devo capire come agiscono ed entrare al più presto nelle grazie di ogni uomo delle alleanze, per non crollare come tessere di un domino.
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