Chapter Seven;
A fine capitolo ci sarà una sorpresa... hehehe.
Spero vi piaccia~
«ENTRIAMO.» esclamai, senza troppi giri di parole, o mezzi termini.
Non avrei resistito un secondo di più, ferma, davanti quell'insegna che lampeggiava proprio difronte ai miei occhi. Era come se una vocina continuasse a ripetere nelle mie orecchie ''Entra... forza, vieni...''; una cosa alquanto macabra, ma a cui non diedi troppa importanza.
E se da fuori sembrava essere il Paradiso terrestre che ogni essere vivente avrebbe desiderato... dentro lo era decisamente di più.
«Jae Ho... - lo chiamai, con la testa rivolta verso l'alto, una mano morta indirizzata verso di lui, e la voce da ebete peggiore che mi fosse mai uscita. - Questa è la sala giochi più bella che io abbia mai visto!», non ero in grado di vedermi, ma posso assicurarvi con estrema certezza che i miei occhi si fossero illuminati di una luce propria.
Quando il biondino mi si affiancò, non persi occasione per trascinarlo all'interno dell'edificio. Mi stavo leggermente facendo prendere da una certa euforia.
E, ora che ci penso, non andava di certo bene: ricordiamo che ero in compagnia di Kim Jae Ho. Non dovevo abbassare la guardia così facilmente.
Ma, ahimè, ormai ero andata; il mio cervello poco funzionante prese improvvisamente e voler provare qualsiasi cosa fosse dentro quella sala giochi.
E, facendo così, mi dimenticai di un piccolo, innocente, particolare dettaglio: il sorriso mi si spense e la mia mente entrò in un oblio da cui difficilmente sarebbe uscita. «Non ho soldi!» esclamai nella direzione del bassotto, di fianco a me.
Lui sembrò non curarsene e mi prese il viso con entrambe le mani, cominciando a schiacciare le guance e facendomi contorcere in un'espressione da pesce lesso. «È qui che ti sbagli, cara, - pausa d'effetto - non ti avrei portata qui nel bel mezzo di una giornata di sole lezioni, per illuderti e poi trascinarti via».
In realtà l'avrebbe fatto, eccome se l'avrebbe fatto.
«Vedi, - continuò a spiegare, con molta nonchalanse - il padrone di questa sala giochi, mi deve un grosso favore; - enfatizzò la penultima parola. - e così mi ha regalato due mesi (adesso ne rimane solo uno) di puro divertimento gratis, da spendere qui.»
Spalancai gli occhi.
Ero al settimo cielo.
Ma ancora un dubbio pervase la mia mente. «Ma... perché hai deciso di portarci proprio me?»
Non lo so, Jae Ho era (ed è tutt'ora) un ragazzo strano; ero confusa all'idea che sarebbe potuto andarci benissimo con - che ne so, - Si Hyoung.
Ma lui non sembrò scomporsi, anzi, tutt'altro, lasciò andare la mia faccia e mise le mani intasca, sentenziando con un non so che di ovvio: «Perché volevo venire qui, e tu eri l'unica persona, in quel momento, disposta a farmi compagnia.»
Mi sembrava strano...
«Ah, ecco», bofonchiai, roteando gli occhi.
Tuttavia lo vidi distogliere lo sguardo, come se fosse imbarazzato. «Sarà stata una mia impressione.»
«Che pensavi?», sbuffò, facendo il finto indignato.
''Che forse, almeno un minimo, a volte ci pensi a me.'' ma non potevo di certo rispondere così. Pff, ci mancherebbe altro.
«Non preoccuparti, non mi faccio flash mentali del genere», diedi in tutta risposta, cosa che lo fece leggermente irrigidire.
E Jae Ho non fu da meno: «Lo so che ti piaccio... nessuna mi resiste!»
Presi un bel respiro profondo e, arrivata a quella conclusione, non restava altro che godersi la giornata.
«Allora, andiamo!»
La prima ''attrazione'' (se così possiamo definirla), che riuscì a catturare la mia attenzione, consisteva nel fare quanti più canestri possibili, in poco tempo.
Inutile dire che Jae Ho era una schiappa. E quando dico così, è perché faceva davvero pena... Kim Jae Ho non era proprio il tipo di persona da perdere apposta, durante una gara.
Perché sì, la nostra era una gara all'ultimo canestro.
E ovviamente vinsi io (almeno in quella...).
Ma fu l'unica mia vittoria.
Vedete, Jae Ho era un tipo molto competitivo...
***
«HAI PERSO! HAHAHA», esclamò, per l'ennesima volta - forse la millesima, - impuntandomi con l'indice e contorcendosi nelle posizioni più disparate.
«Sì, Jae Ho, hai vinto tu... fino ad ora! Sappi che in quello ti batterò!», detto ciò, presi ad indicare un bellissimo e stilosissimo...
«Biliardino... tu vuoi sfidarmi seriamente al biliardino?», sbottò, come se fosse il campione del mondo, in quel campo.
Come se io non potessi batterlo.
«Pff, ovvio!» sogghignai.
E mi stupii che Jae Ho fece lo stesso.
«Scommettiamo che vinco io?»
Non capii dove volesse andare a parare. «Ah, sì?»
Lui annuii, forse troppo convinto.
«Avanti, facciamo una scommessa!»
Ero già pronta a dissentire: uno, perché era stato Jae Ho a proporla. Due, perché non c'è mai stata una volta nella vita in cui io abbia vinto...
Ma, tutto sommato, dovevo ammettere che fosse allettante. «Mm... se vinco io, scelgo il premio da ritirare con i punti!» esclamai, senza pensarci troppo.
Ma forse, anche troppo ingenuamente.
«E se invece vinco io, farai qualcosa che ti dirò, senza esitare», esordì, facendo spallucce.
Il mio cuore perse un battito.
Non volevo fargli capire di quell'attacco di ansia improvviso, così mi affrettai a dire qualcosa.
«Purché non vada contro la legge... Ah, e, mi raccomando, non piangere quando andrò a ritirare il premio», questa fu l'ultima frase che gli rivolsi.
Dopo neanche cinque minuti, dall'inizio della partita, metà delle persone di quell'area smisero di fare ciò che stavano facendo, e si riunirono attorno allo scontro fra titani, che stava avvenendo tra me e Jae Ho.
Fulmini e saette, sbuffi e imprecazioni... sembrava uno scontro di wrestling... solo senza telecronista e lottatori.
Eravamo esattamente otto a nove per lui: non avrei potuto permettermi un solo errore.
Perché ormai era diventata una questione di principio.
Battere Jae Ho mi avrebbe dato una soddisfazione unica, che forse mai avrei potuto provare, nella vita.
E così, segnai: nove a nove. Eravamo pari.
Alcuni tipi dietro di noi continuavano ad esultare; addirittura una ragazza era corsa a portarmi un bicchiere d'acqua, verso la metà dell'incontro.
Ma, ora come ora, non aveva importanza: cercai di ignorare il coro da stadio che ci circondava, riuscendo a concentrarmi solo ed esclusivamente sulla pallina.
Ma sì, a dirla tutta, mi trovai il più delle volte a dover correre in soccorso del mio - inutile - portiere. Inutile perché gli mancava una gamba, e ciò andava sicuramente in mio svantaggio.
E, forse per questo, forse per altro, il tempo sembrò fermarsi: piano piano, un sorrisetto inquietante si innalzò agli angoli delle labbra di fatina boy, mentre io osservavo il mio povero portiere, essere spazzato via con una forza quasi disumana e quella pallina, segnare. (evidentemente quel biliardino stava proprio cadendo a pezzi...).
«Voglio piangere», sussurrai tra me e me.
Jae Ho sembrò captare le mie parole e, mentre la folla dal suo lato esultava, lui prese a circumnavigare il tavolino, finendo poi per poggiarmi una mano sulla spalla. «Congratulazioni, Eun Chan-ah», si prese gioco di me.
Si stava prendendo gioco di me!
Ed io non potevo crederci...
«Ma siccome sono buono, forza, vai a ritirare il premio», mi porse la lunga fila di tickets.
Non ci pensai due volte, ad afferrarla. «Hehe...» gli rivolsi un sorriso imbarazzato e corsi via, pronta a tenere fra le braccia il mio, meritato, premio.
***
«È stata una giornataccia! Ma, tuttavia, la fine è stata divertente», ammise Jae Ho, camminando per il marciapiede di quella stradina, che portava direttamente a casa mia.
Dopo aver scelto un gorilla adorabile, come "premio", il biondino si propose per riaccompagnarmi a casa, nonotante avessi tutta l'intenzione di vietarglielo.
Però, era stato gentile da parte sua, quindi non potevo lamentarmi.
In più, quella sera era davvero piacevole camminare per le strade ancora affollate di Seoul.
Probabilmente avrei preso una sgridata da mia madre, che mi avrebbe tenuta sveglia ancora per un'altra buona mezz'ora. Ma ne era valsa la pena.
«Grazie».
Silenzio.
«Come?» domandai. Forse non avevo sentito bene. Anzi, dovevo aver sentito male.
Kim Jae Ho mi aveva appena ringraziata? Siamo seri?
«Dico, per la giornata - specificò, con voce leggermente acuta. - Non farmelo ripetere, ti prego», scoppiò in una piccola risata, alla fine della frase.
«Oh, di nulla», esclamai, sinceramente sorpresa.
Piano piano, forse, stava cominciando ad aprirsi?
Insomma, prima non mi rivolgeva neanche uno sguardo.
«Ma non pensare che mi stia rammollendo!» si fermò di scatto, portandosi le mani avanti, come se mi stessi per scagliare contro di lui.
Ma in realtà ero ferma, nella mi solita posizione, a cercare trattenere a stento una risata. «Non preoccuparti! Il giorno in cui Kim Jae Ho diventerà un rammollito è ancora molto lontano», abbozzai un sorriso, riprendemmo a camminare.
Finché casa mia non si vide in lontananza.
«Oh, be'... Io mi fermo qui, a domani», gli sorrisi.
La situazione stava diventando imbarazzante, dato che Jae Ho non si decideva a parlare.
Così, feci per entrare.
Già... "feci", peccato che qualcosa me lo impedì. Precisamente, una mano, che si affrettò ad afferrarmi per la manica della divisa.
E da lì, accadde qualcosa di davvero inaspettato.
Jae Ho mi aveva appena dato un bacio.
Precisiamo, un bacio in guancia. Ma pur sempre un bacio.
Il che mi fece bloccare sul posto. «A domani», liquidò in fretta la situazione, cominciando a correre totalmente nella direzione opposta.
"Oh, mamma", pensai.
E, neanche a farlo apposta...: «Eun Chan, figliola!» esclamò quest'ultima, non appena varcai la soglia di casa.
Era inutile spiegarle tutto in quel momento, tanto ne sarebbe venuta a conoscenza, in un modo, o nell'altro.
Ma la sgridata che venì dopo, non fu niente, in confronto a ciò che Yi Fan aveva in serbo per noi, l'indomani.
Preview prossimo capitolo:
«Avete trasgredito più di quindici regole!»
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«Potresti smetterla di sorridere? Mi fai venire il voltastomaco.»
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«Tutto bene? L'altra volta sei corsa via come una furia».
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«Puzzo di Chanteclair...»
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«Nah, Namjoon è meglio!»
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