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Se il diavolo avesse un nome, sarebbe il tuo

Premetto che non amo troppo Bakugou come attivo nella coppia, vedendolo troppo fragile emotivamente e bisognoso di un sopporto che gli impedisca di crollare, ma per tutti voi che lo amate ho fatto un piccolo sforzo, spero vi piaccia.

Tu, dietro quei tuoi rubini profondissimi, infiammati come lingue di fuoco infernali, non hai mai avuto in te il bagliore dell'innocenza, quel candore di pallida bellezza che invece è sempre stato mio, riflesso in questi miei occhi verdi. Non li riconosceresti, ora sono arrossati dal pianto, mentre mi guardo sospirando allo specchio della mia stanza, gettando pigramente lo sguardo alla sveglia elettronica che segnava le due del mattino, confermandomi che ancora una volta la tua immagine mi ha sottratto dal riposo del quale davvero necessito.

Mi tormenta il ricordo di qualche giorno fa, quella sera in cui ho avuto la malsana idea di accettare l'invito di Kaminari di seguirvi tutti nel piccolo bar vicino casa mia, per rivederci ancora una volta con le nostre piene vite da eroi, fu allora che ci incontrammo dopo troppo tempo e nel petto mi si riaccese la fiamma ardente del mio amore, che credevo essersi sopito da tempo dopo tutta la sabbia che vi avevo gettato sopra, con la consapevolezza che mai avresti potuto rivolgere la tua attenzione verso di me e che, in fin dei conti, dopo tutto quello che mi hai fatto passare, non sarebbe stato salubre per me, eppure mi ritrovai pietrificato nell'osservarti mentre mi sedevo rigidamente accanto ad Uraraka. Tu eri lì già da molto tempo, potevo vederlo dai calici di birra vuoti accanto al tuo piatto, ma feci di tutto per non prestarti più attenzione del dovuto, eppure sai bene che per me è sempre stato difficile imporre a me stesso di non ricercarti e la castana al mio fianco lo notò, tirandomi una gomitata nelle costole con sguardo truce, ben coscente di quanto avessi sofferto negli anni delle superiori nel vederti amoreggiare felicemente con Kirishima, di quante lacrime versai chiuso nella mia stanza, cercando di annegare nello studio e negli allenamenti, fino a che il dolore consumò tutto quello che avevo dentro e lentmante lo superai, come ho imparato a fare con tutto nella mia vita.

E sono sicuro che nonostante i fumi dell'alcol che quella sera ti avevano appannato il cervello, tu fossi più lucido di quanto non vuoi credere tu stesso, non che la cosa abbia valore ma qualcosa, dentro di me, mi dice che allora sapevi bene del male che mi avresti fatto e forse non te ne importa nulla, ma sei intelligente, troppo per non aver notato i miei sentimenti o i solchi profondi che ti ostini a volermi lasciare nell'animo, che tuttavia non riesce a sfuggirti o a rifiutarti, in una masochistica dipendenza che mi sta spingendo a prendere questa scelta, mentre scrivo questa inutile missiva che probabilmente lascerai dimenticata sul tavolo della cucina, non lo so, sai essere estremamente imprevedibile.

Tu la mattina dopo mi hai guardato accigliato, stranito nel trovarmi al tuo fianco, avvolti dalle pareti della mia stanza e mi hai giurato di non aver idea di quello che fosse successo la sera, eppure i tuoi occhi scarlatti ti hanno sempre tradito davanti a me, li ho visti tremare con un lieve senso di colpa e pentimento mentre ti rivestivi agitato sotto il mio sguardo inespressivo, so bene che ricordi perfettamente quello che è successo sotto le coperte. Ti sei divertito a strapparmi l'innocenza che tanto gelosamente avevo costudito, ma non te ne faccio una colpa perché sotto sotto non aspettavo altro che fossi tu a privarmene, te ne sorprendi? Non hai visto la mia disperazione nel trasporto che ho dimostrato nell'attacarmi al tuo corpo, quando mi hai spinto contro la gelida parete del bagno di quel bar, baciandomi così violentemente da farmi girare la testa e farmi scordare di respirare, quello è stato il mio primo bacio e dal ghino divertito che ti ho visto fare, sospetto che tu ne fossi ben conscio, ma in fin dei conti mi va bene così, tutte le mie prime volte sono state con te.

Sei stato il mio primo amore, prima fonte della mia curiosa ammirazione, primo soggetto della mia minuziosa analisi, primo bullo, prima causa delle salate lacrime che piansi durante le medie, le mie prime ferite quando eravamo ancora piccoli, primi solchi nell'animo durante le superiori, primo bacio, rapporto sessuale e prima volta che ho tentato di odiare qualcuno. Credimi, nonostante tutto questo mi sono rifuggiato nella momentanea illusione di poterti scacciare dalle profondità della mia mente, ma sei troppo radicato in ogni mio ricordo perché possa raggiungere questo scopo per annacquare la mia sofferenza, perciò non mi hai lasciato altra scelta che sedermi e scriverti, perché tu sappia e dimmi che sono egoista ma non ti permetterò di ignorare il frutto delle tue azioni o forse voglio solo lasciarti qualcosa del mio passaggio, non ne ho idea.

Sai che Todorki mi si dichiarò nei primi momenti dopo la nostra trasformazione in veri e propri eroi? Alla fine lo rifiutai, non avevo proprio il cuore di rifuggiarmi fra le sue braccia mentre acora raccoglievo i pezzi del mio essere sbriciolato e sono stato felice di vederlo fiorire insime a Yayorozu, che gli è stata accanto come avrebbe meritato e come io non avrei potuto fare, anche perché tu, diabolico, continuavi a riapparire ogni volta che credevo d'aver trovato un equilibrio tale che mi permettesse di ignorarti. Puntualmente cadevo come golia senza la sua chioma e mi sono chiesto se ti divertissi a torturarmi con quelle piccole attenzioni che non mi avevi mai concesso negli anni della nostra giovinezza, come l'augurarmi buon compleanno o complimentarti ogni volta che finivo una pericolosa missione e se una parte di me fremeva dalla gioia, un'altra si impiccava addolorata sapendo che quello sarebbe stato il massimo al quale potevo ambire, paragone tragico ma efficace.

Sai, prima mi sono fatto la doccia e ho notato che il mio corpo è pieno dei tuoi morsi profondi sulle spalle e sul collo, di succhiotti in zone che non riuscirò a coprire ed altri invece su parti di me che non esporrei a quel modo davanti a nessunaltro e nonostante tutto, ti sono grato per la premura che hai usato nel prepararmi, la delicatezza con la quale hai consumato il mio corpo inesperto, facendo attenzione a non ferirmi e forse è questo che ha reso più doloroso vederti andare via farfugliando che, qualsiasi cosa fosse accaduta in queste quattro mura, era stato solamente uno sbaglio. Dovresti conoscermi ormai, so tutto di te, anche quanto hai bisogno di bere per non riconoscere più la via di casa e sono certo che non fossi arrivato a quel punto, mentre io ero completamente sobrio per quello che riguarda l'alcol, ma ubbriacato dallo sguardo penetrante che mi rivolgesti prima di tascinarmi fuori dal bar, provocandomi un'euforica disperazione, dal sapore dolceamaro che ancora mi lascia tremare.

Sono drammatico? Forse si, ma non riesco mai a dirti di no, non ne sono mai stato capace neppure quando mi chiamavi in piena notte, quelle volte che uscivi con i tuoi amici e mi trascinavi in mirabolanti conversazioni senza capo ne coda, per poi tornare a dimenticarti di me con l'arrivo dell'alba, lasciandomi sprofondare fra i brividi che solo la tua voce riesce a procurarmi. Lo vedi? Riesci a distruggermi anche quando spero di riuscire a stare saldo sulle mie gambe e mi trascini con te nei tuoi contorti pensieri, ma poi mi abbandoni sul sentiero degli inferi, mentre tu vai via con passo leggiadro, senza mostrarmi l'uscita di quel rovo nel quale mi hai lasciato, solo con i demoni della mia sofferenza a cercare di capire se godi delle lacrime che non ti mostro mai o se non hai idea di quello che causi in me.

E se proprio vuoi saperlo si, mi sto dilettando nell'esporti le mie lamentele perché questa potrebbe essere l'ultima occasione che ho per farlo, ricordando con dolore la leggerezza che mi ha fatto battere il cuore, ma non posso restare qui. Se ti vedessi ora crollerei in lacrime e so che odi quando singhiozzo perciò non ti mostrerò qualcosa di tanto disdicevole, spero ti faccia piacere sapere che, mentre leggi, se lo farai, io starò aspettando seduto su una di quelle scomode sedie dell'aereoporto, con il capello sul capo e le cuffiette nelle orecchie, nascosto dietro la mascherina scura, in un angolo isolato della sala d'attesa, pronto a sentire la voce metallica pronunciare il numero del mio volo. Ho deciso di partire per gli Stati Uniti, codardamente mi sottraggo all'insopportabile sofferenza che mi causerebbe restare, tutto mi parlerebbe troppo di te e pensa che non sono neppure riuscito a sedermi sul divano perché ormai emana il tuo odore di spezie e caramello, sono patetico, lo so.

Probabilmente se mia madre e i miei amici sapessero di questa cosa mi tirerebbero una mattonata in testa, mi sono rifutato di uscire di casa per un paio di giorni o di rispondere al cellulare, poi improvvisamente senza dire nulla a nessuno, eccetto te, sparisco per farmi vivo in America, dove spero di fare faville, ma posso chiederti un favore? Puoi controllare che la salute di mia madre non peggiori ulteriormente o chiedere a zia Mistuki di controllarla? Io non sono riuscito a fare molto neppure rimanendo qui, perciò trovo innecessaria la mia permanenza, anche se sono stato felice di vedere Kirishima e Mina piangere per quella piccola peste che hanno creato insieme, mentre Deki e Jiro si sono giostrati con più calma la loro adorabile bambina, lo so che non c'entra nulla ma lasciami perdere nei miei incostanti pensieri, adesso che me lo sto concedendo.

Tornando al discorso iniziale voglio dirti che non mi sono mai sentito vivo come quando mi hai lasciato sprofondare nella perdizione dei sensi, lasciandomi illudere d'aver sfiorato il cielo ma di fatto mi hai condotto ancora più profondamente nella dannazione infernale, con quei tuoi rubini ammaliatori dai quali non riesco a fuggire e che perseguiteranno ancora a lungo il mio inquieto sognare, perché finisci sempre con il tentarmi in un modo che non dovrei concedermi ma che non sono capace di negarmi e per questo credo che, se il diavolo avesse un nome, sarebbe il tuo. Ma non interpretare male le mie parole, già mi ti figuro a sbraitare nel tuo appartamento, non è che ti stia insultando, è solo che questo amore che provo per te mi sta facendo dannare come fosse la mia pena in uno dei gironi dell'inferno e credo che tu neppure abbia notato di come per te sia facile disarcionarmi dal mio posto sicuro.

Questa è la fine del mio inutile fiume di pensieri che ti sto nacora rivolgendo prima di trovare la forza di smettere di piangere e preparare le mie valigie, quindi ti rivolgo il mio ultimo saluto mentre mi lascio consumare dalla mia incoscienza e abbandono ogni speranza di fuggire dai miei ben radicati sentimenti, lasciandoti con una confessione che sono certo tu già potessi ipotizzare e perciò mi limito a confermare le tue impressioni, sono solo un idiota troppo innamorato per pensare di scollarmi di dosso la pesantezza della vita, scegliendo di arrendermi pigramente e sfuggendo da Tokyo vero New York.

Deku.

Quando terminai la lettera rimasi per un paio di istanti a fissare il foglio bianco, macchiato in alcuni punti da quelle che dedussi essere le tracce del suo muto pianto e mi piegai su me stesso, stropicciando la lettera mentre con la mano destra mi afferravo il tessuto nero della maglietta, avvertendo il cuore stringersi in una dolorosa morsa che mi fece smettere di pensare. Non lo avrei lasciato andare via, mi doveva delle spiegazioni e lo desideravo al mio fianco, non credevo che avrebbe mai potuo amarmi dopo l'inferno a cui lo costrinsi durante gli anni della nostra infanzia e adolescenza, ma non avevo né il tempo di autocommiserarmi nuovamente per gli sbagli passati e neppure quello di trastullarmi nella contentezza di sentimenti reciprocati che credevo senza speranze. Scattai dunque in piedi, gettando malamente i pezzi del mio costume sulla panca degli spoiatoi, mi infilai di corsa i pantaloni e le scarpe, per poi correre fuori dalla stanza come un pazzo, con il viso sconvolto dalla paura di non fare in tempo., attraversai in tutta fretta le scrivanie degli uffici per poi scontrarmi con Todorki, non avevo tempo neppure per le domande mute che mi rivolse, semplicemente gli chiesi di coprirmi perché dovevo fermare un coglione, lui fece un cenno del capo e io mi precipitai in sella alla mia moto.

Mi infilai alla ben e meglio il casco, poi premetti sull'accelleratore senza riguardo per i limiti di velocità e miracolosamente riuscii ad arrivare in aereoporto in meno di venti minuti, senza essere stato fermato e soprattutto senza aver causato qualche incidente lungo le strade, che quel giorno erano deserte a causa delle pessime previsioni meteo. Cazzo, non ero mai stato colto dal panico prima d'ora in tutta la mia vita e non sapevo come affrontare il respiro mozzato, la testa che girava e la vista puntellata e non caddi sotto al peso del mio corpo solo perché davanti a me lessi a lettere cubitali "New York" e a quel punto, divorato dall'angoscia, mi fiondai nella sala d'aspetto per quel volo, ignorando gli sguardi straniti delle famiglie che mi vedevano ansimare come un animale e senza curarmi di quelle persone che malauguratamente investii nel mio frenetico procedere.

Cercai la sua chioma ricciolauta fra le numerose teste ma non la trovai, probabilmente sembravo un pazzo in quel momento ma non riuscivo ad afferrare la calma necessaria per poterlo riconoscere in quel fiume di visi indistinti che mi stava facendo salire la nausea, avevo bisogno di lui nella mia vita perché mi ero accorto che, quando non lo avevo trovato alle mie spalle mi ero sentito mancare e nell'agonia della solitudine ero riuscito a sgarbugliare l'intricata matassa delle mie emozioni, mi ero affrontato con violenza sbriciolando l'imagine di me stesso che mi ero cucito addosso ed in fine avevo conosciuto il mio vero riflesso ed inesso c'era anche lui.

E quando stavo per crollare in preda ad un inaspettato attacco di panico, lo scorsi fra i molti che si dirigevano verso le porte in vetro, lo raagiunsi prima che afferrasse le gelide maniglie che lo avrebbero reso forse irragiungibile, stringendolo in un muto abbraccio, boccheggiando alla ricerca dell'aria che si divertiva a rifuggire dai miei polmoni in fiamme, mentre inspiravo estasiato il suo odore di menta che, nel vivere la sua lontananza, era inconsciamente diventato il mio preferito, spingendomi a ricercarlo continuamente nella mia quotidianità ed ecco spiegata la mia fissazione per quel gusto. Il riccio era parte della mia vita  ancora prima che io, da vero deficente, mi fossi reso conto di quanto realmente significasse per me.

Sentii la voce metallica pronunciare l'ultimo richiamo, ostinandomi a trattenerlo contro il mio corpo, cominciando a tremare fastidiosamente. Dannazione, non volevo che mi vedesse in quello stato, odiavo non avere il controllo sul mio corpo e ancora di più essere ignaro delle cause che scatenavano certe curiose reazioni ignote, tanto ero perso e dissociato dalla realtà che mi circondava, insultandomi nel non troare le parole giusto oppure il modo di pronunciarle per impedirgli di salire sul prossimo volo che non mi accorsi dei suoi occhi smerladini che mi scrutavano preoccupati, tantomeno fui cosciente d'esser stato spostato su una sedia e allontanato dal suo corpo.

«Kacchan?! Che succede?» lo udii solo alla quinta volta che ripetè questa frase, ma non riuscivo a spicciare parola o a muovermi, a malapena stavo forzando il mio organismo a immagazzinare aria per non collassare e compresi la cusa del mio malore solo quando egli la pronuncio: «un... attacco di panico? Che diavolo è successo?» domandò più a sè stesso che a me, cercando in qualche modo di stabilizzare il mio stato precario, dunque chiusi gli occhi, teso, avevo bisogno che capisse che ero lì per lui e ci vollero tutte le mie forze perché riuscissi ad aggrapparmi al suo cappotto bianco, tirandolo verso di me, con ancora la sua lettera fra le mani. Fortunatamente per il me devastato du quel momento, Izuku con un sospiro parve capire di cosa necessitavo e mi abbracciò stretto, facendo allentare la morsa della paura sul mio cuore affaticato, sono certo che per come pompava violento ma lento, io abbia sfiorato un arresto cardiaco. Percepii le sue mani accarezzare la mia schiena e sbuffai rilassandomi, con gli occhi chiusi e un terrificante malditesta che mi aggrediva ogni volta che tentavo di sollevare le palpebre, anche solo di un centimetro, perciò arreso alla mia momentanea debolezza mi abbandonai con la testa sulla sua spalla, sbattendogli il foglio ormai stropicciato contro il petto. Speravo che, il nerd, avrebbe quantomeno compreso che il fottuto attacco di panico me lo aveva causato lui e non ci mise molto a connettere i fili dei suoi pensieri per poi lasciarmi andare, confuso dal mio comportamento.

«Io davvero non ti capisco...» bisbigliò aggrottando la fronte, trascinandomi lontano da quel posto confusionario e scortandomi fino a casa sua, per poi lasciare che il familiare silenzio di questa mi concedesse una tregua dal mutismo nel quale ero involontariamente inciampato, poi bevvi l'acqua che mi porse preoccupato, tentando di ricompormi, anche se fallii miseramente. «Kacchan, mi hai detto che non mi sopportavi, che quello che era successo era stato solo uno stupido errore dettato dall'alcol e che non avresti mai fatto nulla del genere con me, eppure oggi scopro che sei venuto in modo con alle porte un temporale e ti vedo colto da un attacco di panico perché stavo per andarmene?» io respirai piano, riuscendo finalmente a guardarlo, potendo già scorgere le lacrime che a stento tratteneva, forse credeva ancora che giocassi egoisticamente con lui, ma non volevo questo.

«Io... non lo pensavo davvero. Credevo... si, che tu stessi con faccia tonda o che comunque ti piacesse e quello era il modo migliore per mascherare i miei senimenti» sussurrai debolmente con il viso sepolto in una delle sue felpe che mi aveva donato per ripararmi dal freddo, mentre io mi godevo la sua presenza contro la pelle e la visione di lui che sussultava sorpreso: «Lei sta con Iida» «Ed io come facevo a saperlo, ah?» alzai la voce, come mio solito, ma me ne pentii subito dopo gemendo per il dolore, con il tuo sguardo angosciato che non accennava ad abbandonarmi, poi con un sospiro mi spinsi a sedere e ti fissai serio per poi dire: «Alle superiori mi sono messo con capelli di merda solo perché sentivo come se mi mancasse qualcosa, tuttavia il mio senso di incompletezza peggiorò con quella relazione che troncai dopo un anno. Un forte disagio mi seguì per tutto l'ultimo anno spingendomi a vagare da letto a letto per riparmi da esso, senza rendermi conto di come questo non facesse altro che peggiorare il tutto, almeno fino a quando non mi accorsi del vero motivo del turbamento che si era progressivamente trasformato in sofferenza...» mi sorressi il capo con le mani odiando la mia vulnerabilità, ma a Deku l'avrei mostrata perché lo amavo terribilmente.

«Mi sentii spaesato quando, una volta diplomati, mi ritrovai separato da te. Fu allora che le cose precipitarono e vagai per mesi nella complessità dei miei pensieri alla ricerca di una luce che mi salvasse dall'oscurità dell'ignoranza e ciò accadde quando una mattina mi ritrovai sul divano di Denki, dopo essermi ubbriacato, con il telefono sul petto che ancora mostrava il registro delle chiamate, con la tua come ultima, in verde. A quel punto mi accorsi che mi sentivo più calmo al solo pensiero di averti parlato e me ne tornai a casa corruciato, notando in seguito che la mia dispensa era piena di menta, nonostante non ne amassi particolarmente il gusto, ma gravitavo attorno al suo profumo, probabilmente perchè mi ricordava te ed è stato una settimana prima del tuo compleanno, intendo il momento nel quale compresi. Infatti quando ti ho fatto gli auguri ero forse più sorpreso di quanto lo sarai stato tu nel riceverli, la verità è che per tutto questo tempo ho temuto i miei sentimenti e la mia razionalità me li ha taciuti finché non sono diventati troppo evidenti» la mia piccola confessione lo aveva lasciato di sasso, potei vederlo dagli occhi strabuzzati e la bocca socchiusa, sembrava un vero idiota, ma lo trovai adorabile, cosa che mi strappò un piccolo sorriso spingendomi a continuare.

«Hai ragione sulla mia intelligenza, ma ti sei perso il mio essere ottuso e più codardo di te nel tentare di fuggire. Dentro di me non ho fatto altro che sentirmi inferiore nei tuoi confronti perché avevi quell'ammirabile personalità che io non avrei avuto mai, troppo gentile per questo schifo di mondo nel quale viviamo e cominciai ad avere paura quando cominciasti a dire di voler essere un eroe nonostante tutto, ti rispettavo da un lato, ma cosa avrei fatto se  tu mi avessi superato, se i tuoi occhi avessero cessato di guardarmi con ammirazione o molto teggio, se tu fossi morto? Non potevo permetterlo, ma ero così accecato dalle aspettative che tutti avevano di me che non pensai neppure a cosa diavolo stessi facendo, allo schifo di comportamento che ebbi e mi dispiace per quello che ho fatto, non lo meritavi...» sospirai premendo i palmi callosi contro le palpebre, imponendo a me stesso di non versare altre lacrime davanti al riccio, non ne avevo alcun diritto. «Quando siamo arrivati alle superiori però mi hai mostrato che potevi difenderti da solo e che potevi essere più capace di me che ancora mi ostinavo nel raggiungimento della perfezione, che da solo, chiuso nel mio mondo, non avrei mai potuto neppure sfiorare. Fu all'epoca che cominciai a pentirmi e successivamente mi ritrovai lentamente a cercarti, del tutto inconsciamente, notando tutte le volte che qualcosa non andava, cosa che mi fece sentire uno stupido, ma lo fui solo per aver temuto e non aver parlato fino ad oggi. Ma che potevo fare? Non potevo mica credere che i miei sentimenti sarebbero stati ricambiati, non dopo le crudeltà che ti rivolsi» mi fermai con la voce tremante ma non piansi, fissai le mie iridi cremisi in quelle verdi, nuovamenti brillanti dell'uomo che amavo e trovai la forza di dire: «Ed in fine oggi, ho letto la lettera mentre mi cambiavo, mi sono spaventato. Il pensiero di non poterti avere accanto mi ha mandato nel pallone e sono venuto a fermarti... ti prego, resta, perché sei tu ad avere la parte migliore di me».

Quando terminai quelle parole lo vidi piangere, quasi quelle sue meravigliose gemme, rigogliose come la natura vergine, si fossero trasformate in due cascate, causando in me una forte agitazione che mi fece balzare il cuore in gola, impedendomi di potermi esporre ulteriormente per parlargli del complesso d'inferiorità che mi ero trascinato dall'infanzia sino all'adolescenza e che le sue parole, in parte, mi avevano aiutato a sanare, anche se ora sospetto che ne fosse già a conoscenza da anni. Lui singhiozzava senza riegno, dunque feci l'unica cosa alla quale fui capace di pensare sul momento, lo strinsi contro il mio petto, imprimendo nella mia mente il magico pizzicore che mi stuzzicava il retro dello stomaco e mi beai della morbidezza dei suoi riccioli verdi, lasciandogli ben udire il mio battito accellerato.

Fortunatamente si calmò con discreta velocità, strappandomi un sospiro di sollievo e poi un incontenibile sorriso nel percepire il suo naso all'insù strusciare dolcemente contro il tessuto scuro della mia maglietta, con il picchiettare improvvisamente violento della pioggia che aveva cominciato a cadere liberatoria, come a trascinare vie le nostre ansie che si dissiparono con quel nostro contatto che forse entrambi, nella nostra ostinazione nell'evitarci, stavamo mutamente attendendo da fin troppo tempo, così passammo il resto della giornata, accoccolati l'uno all'altro con dolci parole a riempire lo spazio che talvolta si formava fra le nostre labbra tremanti in un bisogno viscerale di conforto e lontananza dopo il tortuoso percorso che avevamo intrapreso per raggiungerci.

La mattina seguente mi svegliai stranamente riposato, crogiolandomi nel calore del suo corpo intrecciato con il mio e mi parve come se la bracie sempre ardente della mia perpetua rabbia si fossero finalmente sopite grazie alla gentilezza del sorriso che, ancora intrappolato nel mondo dei sogni, Izuku aveva messo sulla sua meravigliosa bocca e non riuscii a portarmi a svegliarlo quando sentii il suo cellulare vibrare fastidiosamente per la seconda volta, segno che qualcuno stava ostinandosi nel raggiungerti. Non avevo alcuna intenzione di allungarmi per afferrare l'oggetto, tuttavia nello scorgere i segni dell'irritazione sul volto lentigginoso del più basso mi arresi con un sospiro, non desiderando che si svegliasse tanto bruscamente mi decisi a rispondere al tuo posto, con voce rauca ed impastata dal sonno nonostante fossero già le dieci della mattina, ma mi dissi che forse fu a causa dell'intenso sconvolgimento emotivo che ci aveva travolti come una tempesta il giorno prima.

«Deku-Kun, che è successo? Perché non hai dato segni di vita per due giorni? Stau bene-» interruppi la sua fastidiosa voce squillante con un ringhio infastidito, chiedendomi come facesse il mio ragazzo a sopportare una persona simile, ma subito dopo mi ricordai di come il mio gruppo d'amici fosse ben più chiassioso della castana, ella lasciò la chiamata sospesa per un momento, come ad elaborare il suono che aveva captato attraverso l'apparecchio elettrinico e con un sussulto chiamò il mio nome dubbiosa, mi infastì il tono accusatorio mal camuffato che utilizzò nel rivolgersi a me, tuttavia non esplosi nella mia solita acidità giacché anelavo a guardarti dormire ancora un poco e perché sapevo bene il male che t'avevo causato, dunque fui in qualche modo sollevato di notare in lei lo spirito di una buona amica.

«Si, sono io faccia tonda. Ti serve qualcosa?» bisbigliai, affondando il naso nei ricci soffici di Deku che, in tenera risposta, strinse le ancora di più le sue braccia attorno al mio bacino facendomi scappare un sorriso, spingendomi a rendere più protettivo il mio sorreggerlo e a riflettere su come in verità lo amassi molto più di quanto  credevo, forse avevo annacquato la verità per tentare di non soffrire troppo la sua mancaza, tuttavia dato che in quel momento ero con lui potevo abbandonarmi alla leggerezza che l'amore mi aveva regalato dopo anni di sofferenza.

«Perché hai risposto tu?» la sua voce era gelida, in un fallimentare tentativo d'intimidirmi che mi causò uno sbuffo e risposi: «Deku sta dormendo, non volevo che si svegliasse...» «Bakugou, non so cosa tu gl-» ringhiai piano facendola zittire subito per poi ribattere: «Puoi chiudere quella bocca? Non voglio sentire nulla provenire da te, capito? Non mi interessa se sei preoccupata, non provare a sparare cazzate quando non hai una minima idea di quale sia la situazione» alzai leggermente la voce, per poi avvertire due mani dal tocco delicato che mi sfiorarono il viso, portando in me una sconosciuta calma che identificai provenire da quegli occhi smeraldo che mi fissavano curiosi, allora gli porsi il cellulare mimando con le labbra chi lo avesse chiamato e lo lasciai mettersi seduto, per poi stendermi accanto a lui, con il capo abbandonato sulle sue cosce sode e le sue dita che viaggiavano fra i miei fili dorati, strappandomi brevi mugugnii di apprezzamento per quel contatto rilassante.

«Che succede Uraraka-chan?» chiese lui assonnato, poi attese un attimo corucciandosi nel sentire quello che ella aveva da dire, mi preoccupai nel sentirlo irrigidirsi per poi respirare pesantemente, ma non intervenni quando rispose: «Ochaco, capisco che tu sia preoccupata ma evita di esprimerti in questo modo, ho avuto i miei motivi per non volermi far sentire questi due giorni, no, lasciami parlare» fu la prima volta che lo udii adottare un tono tanto intrasigente e mi tirai su, giusto il necessario per poter accarezzare i suoi fianchi, desiderando di non vederlo irritarsi o tendersi quando finalmente potevamo concederci dei momenti calma, dopo il caos nel quale ci eravamo costretti a causa della nostra cecità e mi sentii sollevato nel vederlo arrossire leggermente, rivolgendomi un sorriso meraviglioso come fatto di madreperla.

«Se lo riterrò necessario verrai a conoscenza di quello che è accaduto ieri o del motivo per cui è stato Kacchan a risponderti, ma sappi che per quanto ti sia affezionato non sono obbligato a condividere ogni piccolo dettaglio della mia vita. Sono libero di vivere come credo, cadere e rialzarmi, ferirmi o deliziarmi secondo i miei egoistici desideri e comprendo la tua preoccupazione, ma non puoi impedirmi di fare le esperienze che desidero» ridacchiai per questa inaspettata esibizione di risolutezza, poi mi alzai sotto il suo sguardo scontento stampandogli un bacio in fronte per poi bisbigliare che andavo a preparare la colazione, rammentando le sue pessime abilità culinarie, motivo per il quale urlò il nomignolo che mi aveva dato e tirandomi un cuscino che evitai ridendo più forte.

Così mi costrinsi a non infilare il naso nella sua conversazione e mi dedicai ai fornelli per preparare qualcosa di sostanzioso e per qualche ironico motivo pensai che un pasto in stile americano calzasse perfettamente la tentata fuga del mio nerd, perciò scaldai l'olio nella padella e vi ruppi quattro uova, continuando ad armeggiare fino a quando termiai e chiamai Deku per lasciargli davanti il piatto che lo fece ridacchiare mentre metteva giù la chiamata sotto l'isterica e contraria voce della castana, non mi aspettavo che le avrebbe attaccato in faccia e forse iniziavo ad intravedere i frutti della mia influenza su di lui. Egli scosse la testa e disse: «Non guardarmi con quel fare divertito, è semplicemente troppo agitato e ora come ora la sua mente  è chiusa, sarebbe alquanto inutile per me tentare di comunicarle qualcosa e questa mattina sento di non avere proprio voglia d'agitarmi inutilmente. Attenderà fino a calmarsi, sigh, poi devo ancora preoccuparmi dell'apprensione di mia madre che, data l'eccessività di Uraraka, ora starà venendo sicuramente qui e mi toccherà stressarmi già abbastanza nel rassicurarla» io feci un cenno con il capo e mangiammo parlando dei nostri stili di combattimento e delle imprese più significative che avevamo compiuto, senza lasciarci sfuggire l'occasione per sfiorarci fuggivamente finché mi arrivò un messaggio da mia madre.

«Oi nerd, a quanto pare sta venendo anche mia madre che, con un sesto senso mostruoso, ha ipotizzato che foss in qualche modo coinvolto nel tuo mutismo quindi mi sa che ci toccherà affrontare anche lei» sbuffai gettando indietro la testa, per quanto volessi bene a mia madre non riuscivo proprio a non scontrarmi con lei a causa dei nostri caratteri fin troppo impulsivi e con un sospiro tentai di raccogliere abbastanza pazienza da non aggradirla, sotto la risata divertita di Midoriya che stpuendomi propose di confessare, piuttosto certo che in questo modo sarebbero riusciti a costringerle ad una silenziosa comprensione più velocemente ed io, che conoscevo la fiammeggiante curiosità della mia genitrice, non potei che dargli ragione e così facemmo, sprofondando nell'imbarazzo sotto i sarcastici commenti della vecchiaccia, la quale ebbe l'ardore di dire che, arrivata a quel punto, quasi non ci sperava più.

Zia Inko invece mi sorrise calorosamente nella silenziosa richiesta di non ferire il suo amato bambino e di prendermi cura di lui in un modo in cui lei non poteva ed io, che ben compresi la sua angoscia, le feci intendere che non avrei più permesso al riccio di esagerare riducendosi in stati pietosi e terrificanti come era già successo più volte ed in fine abbandonarono quel tranquillo appartamento, lasciandoci a noi stessi.

Non fu facile le prime settimane adattarsi al nuovo rapporto che ci eravamo finalmente concessi, sembrava impossibile che dopo gli anni di negazione, rifiuto e disperazione potessimo godere della vicinanza dell'altro e per questo nelle prime fasi della nostra relazione ci accompagnò un forte disagio che ci spingeva in imbarazzanti silenzi, tuttavia progressivamente avevamo imparato a bearci dei nostri  genitori, concedendoci di compiere lentamente i giusti passi e talvolta qualche errore, senza però lasciare mai la presa, nonostante la diffidenza di chi credeva di conoscerci, ma che di noi non sapeva un bel niente e ora mi ritrovo qui, fermo, rigido come una trave di ferro, che sudo agitato con il respiro irregolare e la mano di Kirishima sulla spalla che mi guarda preoccupato, e mia madre che a qualche passo di distanza ride della mia irrequietezza.

Non so bene come spiegarlo ma nel passare gli occhi su tutta quella gente che mi fissa  mi sta mandando in pappa il cervello, sono quasi tentato di voltarmi e darmela a gambe e proprio quando sto contemplando di muovere il primo passo ti vedo emergere dal portone della sala che è stata minuziosamente addobbata in onore di questo evento, inatteso forse da tutti meno che noi due ed i miei pensieri sfumano come coltri di fumo, lasciandomi rapito ad ammirarti passeggiare nel tuo completo bianco, con il viso tanto rosso da superare il colorito adorabile datoti dalle lentiggini che ti rendono tanto dolce nonostante il viso marcato. Rimango con il fiato sospeso, ammaliato dal tuo sorriso e quando i nostri occhi si scontrano non posso fare a meno di restarne rapito, come del resto capita a te, con le tue gambe tremanti mentre, senza darlo troppo a vedere, ti aggrappi a Toshinori, nel tentativo di non crollare a terra per l'emozione.

Mi raggiungi veloce, impaziente almeno la metà di quanto lo sono io e scorgo tua madre, accanto alla mia, ridacchiare per come ti sei trascinato, impacciatamente, dietro il povero ex simbolo della pace che sorride per poi abbandonarti accanto a me, accomodandosi insieme agli altri, permettendo in questo modo alla cerimonia nuziale di cominciare con le nostre dita unite e i nostri occhi intrecciati che mi racchiudono in una soffice bolla d'euforia che fa giungere ovattati i suoni attorno a noi, la mia attenzione è tutta su di te che imbarazzato mi delizi di piccole carezze incerte contro il dorso delle mie mani tremanti. Solo tu riesci a farmi questo effetto, togliendomi il respiro e facendomi perdere me stesso, per poi ritrovarmi nella mia forma migliore in te, che come un angelo hai fatto calare sul mio capo la benigna benedizione dell'amore che, per riconoscenza, mi mostro nella mia fragile gentilezza solo a quei tuoi vibranti smeraldi, concedendo a te solo di conoscere i privilegi del mio pessimo carattere.

Non ce la faccio, spero mi perdonerai, ma il mio cuore batte troppo forte nel mio petto e tu sei così meraviglioso d'avermi tolto l'ultima briciola di contegno che m'era rimasta addosso. Ti voglio solo per me, lontano da tutti coloro che ci fissano emozionati, felici e alcuni contrariati e dunque mi abbandono al mio desiderio di assaggiarti, senza curarmi dell'uomo che stava unendoci in matrimonio e ti bacio afferrando il tuo viso bollente con le mani sudate, sento la tua sorpresa per quel mio gesto inatteso eppure non ti sottrai a questo mio capriccioso bisogno, anzi, porti le dita allungate fra le spighe dorate che ondeggiano sui campi del mio capo, ne tiri qualcuna estasiato dalle nostre lingue che battagliere si aggrovigliano in una fatale danza, mischiando i nostri sapori e facendomi fremere, con lo stomaco in subboglio, il cuore sul punto d'esplodere ed una felicità incontenibile che non avrei mai creduto di poter sperimentare.

«Oh, al diavolo i convenevoli! Vi dichiaro ufficilamente coniugi» affermò l'uomo, scatenando risa e applausi fra i presenti, mentre tu mi lasciavi udire un piccolo gemito mentre mi allontanavo da te, mordendoti il labbro inferiore e, una volta separati, seppellisti il tuo viso contro il mio petto, causandomi una piccola risata allegra e il pianto commosso di tua madre che altro non attendeva se non di vederti felice, a rovinare l'atmosfera ci pensò mia madre che disse: «Finalmente! Però la prossima volta che vi infilate da qualche parte a scopare assicuratevi di chiudere la porta, non voglio vedere un'altra volta mio figlio che come un animale in calore fa gemere quel verdino fintamente innocente!» io mi colorai di rosso e Kirishima aggiunse: «Già, potreste anche contenervi. Non mi diverte entrare nel mio ufficio e sentire Midoriya che geme, senza offesa ma io devo pur lavorare» io gli feci il medio e risposi: «Ma stai zitto capelli di merda che tu lavori solo quando stai sul campo, alla fine tutti i dati burocratici spettano a me e non puoi prendertela solo perché la tua ragazza non te la da visto che è incinta» a quelle parole divenne scarlatto quasi come la mia chioma, mentre io mi beccai uno schiaffetto sul braccio da Deku che mi urlò nell'orecchio rimproverandomi.



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