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Indossa qualcosa, per l'amor del Cielo! ; Mick Schumacher


Dedicata a aboutali16

Io e Mick ci conoscevamo da davvero molto tempo. Nei primi anni non eravamo molto legati, al massimo ci scambiavamo il saluto quando ci incontravamo nel paddock, ma nessuno dei due si fermava realmente a parlare con l'altro. Forse un po' per l'imbarazzo, forse un po' per la competizione, sta di fatto che non avevamo intenzione di approfondire questa conoscenza. E probabilmente avremmo continuato così, se non fosse stato che in Formula 2 ci eravamo trovati come compagni di scuderia. Tra briefing e allenamenti era impossibile non parlare e non legare. E fu una benedizione, perché ci trovammo talmente tanto bene che anche quando lui fece il salto in Formula 1, dopo la vittoria del campionato, eravamo rimasti in contatto. Talvolta ero io ad andare da lui in Svizzera, delle altre era lui a venire da me in Italia. Ma, solitamente, ci incontravamo sempre nei fine settimana di gara della Formula 2, perché lui, dopo i suoi impegni, veniva sempre nei box ad assistere. E ciò mi faceva piacere, perché mi consigliava come agire e come attaccare al meglio un altro pilota. Con lui avevo imparato davvero molto e gliene ero grata. Anche lui da me aveva appreso qualche trucco. Ci scambiavamo conoscenze e quello era stato il segreto del suo e del mio successo. Del mio, perché l'anno seguente fui io a vincere il campionato di Formula 2. Ero davvero felicissima e Mick, come di consueto ormai, era presente e la prima cosa che aveva fatto era stata abbracciarmi non appena avessi messo piede a terra. Aveva creduto fin da subito in me e, forse, anche più di quanto io credessi in me stessa. In quell'abbraccio mi sciolsi, volevo davvero bene a Mick, forse anche qualcosa in più. Era inutile negarlo, era un bel ragazzo ed era davvero gentilissimo. Il miglior amico che una ragazza potrebbe mai desiderare. Peccato, però, che a me non bastasse la sua amicizia. Più di una volta avevo pensato di rivelargli tutto qualora avessi vinto il campionato, ma non lo feci. Avevo paura di perderlo, di perdere l'unico vero amico che avessi. Mick era importante per me e non volevo che un mio sentimento potesse distruggere ciò che avevamo costruito con tante fatiche. E così mi violentavo, fingevo di non provare nulla per lui e che i suoi discorsi sulle ragazze che conosceva non mi toccassero. Ma non era per nulla così. Mi dava fastidio, estremamente fastidio, non volevo sentirlo parlare di loro. Mi domandavo costantemente cosa avessero quelle ragazze più di me, ma subito dopo mi rendevo conto che fossero più belle e che non ci fosse motivo per Mick di preferire me a loro. Erano perfette e io non lo ero. Questo mi aveva spinto a chiudermi maggiormente in me stessa, come se già non fossi abbastanza timida di mio, ma il tedesco sembrò non notare nulla di diverso. O, se lo fece, non mi pose alcuna domanda, che apprezzai. O meglio, non lo fece fino a qualche settimana prima del suo compleanno. E quel momento fu estremamente imbarazzante.
Mi aveva invitata a rimanere a casa sua per qualche giorno e io avevo accettato. Non era la prima volta che dormivamo insieme, essendo stati compagni di scuderia era successo molte volte. Quando arrivai, i primi giorni li trascorsi a sistemare i miei vestiti e a fare i consueti giri per la città. Mick mi accompagnava sempre nei soliti luoghi, era ormai diventato un rituale. Un pomeriggio successe che uscì con degli amici e, quindi, essendo rimasta da sola, ne approfittai per farmi una doccia lunga. Volevo schiarirmi le idee e, soprattutto, rilassarmi, cosa che mi era impossibile fare quando di mezzo vi era Mick. Insaponai capelli e corpo e nel mentre ripensai alla mia amicizia con il tedesco e ai miei sentimenti per lui. Avevo scoperto di aver preso una cotta per lui pochi mesi dopo che eravamo diventati compagni di scuderia. Era estremamente dolce, mi portava sempre il caffé la mattina e mi invitava a pranzare insieme nella pausa pranzo. Mi ero fidata fin da subito e lo stesso doveva essere stato per lui, perché mi aveva raccontato tutta la sua storia e come si era sentito dopo l'incidente di suo padre. E quando, in quella circostanza, mi guardò con i suoi occhi lucidi, come se non si fidasse di nessun altro tolta che me, fu il momento in cui compresi che provassi un qualcosa di più. Lasciai che l'acqua levasse via ogni traccia di sapone, mentre, chiudendo gli occhi, rividi davanti a me il suo sorriso e i suoi pozzi azzurri e mi ritrovai costretta a riaprire i miei occhi, per evitare di innamorarmene ancora di più.
Uscii dalla doccia e avvolsi il mio corpo con un asciugamano che lo stesso tedesco mi aveva prestato e mi diressi nella mia camera- o meglio, nella camera che mi era stata affidata- per cambiarmi. Era davvero molto bella, ma aveva un problema: la serratura si era rotta e quindi era impossibile chiuderla a chiave. Mick diceva sempre che l'avrebbe fatta aggiustare, ma poi se ne dimenticava, quindi, solitamente, bussava prima di entrare, per evitare inconvenienti. Quel pomeriggio, però, non lo fece. Io avevo indossato l'intimo, e stavo rovistando nei cassetti alla ricerca di una maglietta e di un pantalone di tuta da indossare, quando la porta si aprì all'improvviso.

«Anna, spero non ti dia fastidio se anche F-». Quando sentii la sua voce, mi voltai di scatto, cercando di coprirmi quanto più possibile. Mick spalancò gli occhi e poi spinse il ragazzo che aveva al suo fianco, affinché non potesse guardarmi, e anche lui si girò dall'altro lato. Potrei scommettere che fosse diventato completamente rosso. «Indossa qualcosa, per l'Amor del Cielo!». Esclamò, quasi infastidito.

«Lo stavo facendo, ma tu sei entrato mentre mi stavo cambiando!». Risposi, altrettanto infastidita.

«Ho bussato e tu non hai risposto, che ne potevo sapere che non fossi vestita!». Aveva bussato? Io non l'avevo sentito.

«Non ti ho sentito bussare».

«Invece l'ho fatto, lo sai che lo faccio sempre». Era vero, quindi lasciai perdere. Avrebbe potuto avere ragione. «Fabian, forse è meglio se ci vediamo un altro giorno». Disse, riferito al ragazzo al suo fianco. Non potevo vederlo, potevo solo sentire la sua voce. Mick chiuse la porta, senza mai girarsi a guardarmi, e poi si allontanò. Mi cambiai di fretta e mi sedetti sul letto. Ero troppo imbarazzata per andare in salotto, ma se fossi rimasta lì chiusa il tedesco avrebbe potuto capire qualcosa. E sicuramente non era il mio intento. Quindi mi armai di grande coraggio e uscii dalla camera, camminando lentamente verso la stanza in cui sapevo lo avrei trovato. Infatti, non appena varcai la soglia, lo trovai seduto sul divano, con il piede destro che batteva per terra, segno che era nervoso, e lo sguardo assorto nel vuoto.
Non parlai, semplicemente andai a sedermi su una delle sedie presenti. Cercai di essere il più silenziosa possibile, ma evidentemente non lo fui abbastanza, perché lui voltò il capo verso di me, guardandomi insistentemente.

«Fa nulla per prima, so che non l'hai fatto di proposito». Dissi, per rassicurarlo, ma lui non rispose. Era come se fosse assente. «Mick?». Gli sventolai la mano davanti gli occhi, per richiamarlo a me. Sembrò svegliarsi dallo stato di trance in cui era caduto.

«Mh?». Mugugnò, confuso.

«Non mi hai ascoltato». Dissi, come un'affermazione più che come domanda. Lui scosse la testa, confermando- come se ce ne fosse bisogno- i miei sospetti.

«Mi dispiace per prima, io non sapevo ch-». Lo interruppi.

«Fa nulla, può succedere». Sorrisi, per rassicurarlo. Tacque.

«Mi dà fastidio». Disse ad un tratto ed io lo guardai con un sopracciglio alzato. «Mi dà fastidio che Fabian ti abbia vista mezza nuda. È da quando è successo che ci sto pensando e più lo faccio, più il nervosismo aumenta». Divenne rosso subito dopo, quasi come se le parole gli fossero uscite senza che lui le gestisse. Feci per parlare, ma lui me lo impedì. «So quale domanda stai per pormi: "Perché ti dà fastidio?". Davvero non l'hai capito, Anna? Andiamo, trascorri più tempo con me che con la tua famiglia e ancora non hai capito che mi piaci?». Rimasi ferma senza dire nulla. Il suo ginocchio iniziò a fare su e giù. «Questa non era esattamente la reazione che mi aspettavo». Si morse l'interno guancia e abbassò il capo. Non parlò per un po' e non lo feci neppure io. «Fa' finta che io non ti abbia detto nulla». Esclamò, prima di alzarsi e avviarsi nella sua camera. Mi voltai nella sua stessa direzione e mi feci coraggio. Camminai a passo veloce verso la sua stanza e bussai insistentemente. «Anna, così la porta si rom-». Non lo feci terminare, che afferrai il suo volto con le mani e, alzandomi sulle punte, feci scontrare le nostre labbra. Sistemò le sue mani sui miei fianchi e mi avvicinò a sé. Quando ci staccammo, appoggiò la sua fronte sulla mia, facendo sfiorare i nostri nasi. Ridacchiai e lui sorrise.

«Mi piaci anche tu, tedesco».




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