Escort; Mick Schumacher
Ricordo che le richieste
per le one-shot sono
sempre aperte.
«Qualche volta vorrei mi capitasse qualche giovane affascinante, anziché i soliti uomini di mezza età, il cui unico scopo è provare quelle emozioni che le loro mogli non sono in grado di dar loro». Disse Alba, sorseggiando lo champagne che si era versata precedentemente.
«Sai che non sei obbligata ad offrire prestazioni sessuali». Riferii, iniziando a bere.
«Lo so». Sbuffò lei, aggiustandosi un ciuffo di capelli dietro l'orecchio. «È solo che quel denaro mi serve e quegli uomini che mi richiedono, non si accontentano solamente della compagnia». Rispose, guardandomi negli occhi. Annuii e riposi il calice sul tavolo dinanzi a me.
«T/N». Mi chiamò il nostro capo ed io mi voltai. «C'è un signore che la richiede». Feci un cenno della mano ad Alba e lo seguii. Quando giungemmo nella sala dei ricevimenti, vidi un giovane di spalle, che osservava il paesaggio da una delle innumerevoli finestre presenti nella stanza. «Signor Schumacher». A quel cognome il mio cuore saltò un battito. Il ragazzo si voltò e puntò il suo sguardo su di me, per poi abbozzare un leggero sorriso, che prontamente ricambiai. «Lei è T/C ed è una delle migliori. Chiaramente offre unicamente un servizio di accompagnamento, che è conforme a quanto richiesto da lei».
«Magnifico». Rispose. «Dovrebbe accompagnarmi a tutte le gare». Disse al mio capo, con lo sguardo sempre rivolto verso di me.
«Ciò richiederà un'ingente somma di denaro». Aggiunse il mio capo.
«Ne sono a conoscenza e sono disposto a versarla già adesso». Chiarì.
«Possiamo fare anche settimanalmente». Parlai. «Qualsiasi prestazione extra, però, comporterà altre spese».
«Tutto chiaro». Sorrise.
«Quando dovrei iniziare?». Domandai, curiosa.
«Questa settimana».
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«Ti piace viaggiare?». Chiese Mick, non appena mi accomodai sul suo jet privato. Si sedette davanti a me e si tolse gli occhiali da sole, che aveva portato fino a quel momento.
«Non l'ho mai fatto, in realtà». Mi guardò stupito. «A te, invece?». Tagliai corto.
«Non mi dispiace, anche se, a causa del lavoro, non ho mai tempo di godermi a pieno le città che visito». Annuii.
«Deve essere stancante la vita di voi piloti». Accavallai le gambe, facendo, inevitabilmente, sollevare la gonna. Cercai di abbassarla, ma il tedesco aveva già puntato il suo sguardo sulla mia pelle scoperta. Quando si rese conto del mio imbarazzo, puntò i suoi occhi azzurri nei miei, facendo finta di nulla.
«Sì, ma alla fine la passione è talmente forte, che non diamo molto peso alla stanchezza». Rispose, appoggiandosi completamente allo schienale. «Solo che, a volte, è la noia a prendere il sopravvento. Trascorrere quattro o cinque giorni in una città, dove le tue uniche conoscenze sono i piloti, diventa tedioso. Alcuni hanno le fidanzate che vanno ad assistere ai Gran Premi, altri i genitori o i fratelli, ma a me ciò avviene raramente». Non spiegò il motivo, non che ce ne fosse bisogno.
«È per questo che mi hai assunta?». Domandai, appoggiando una mano sulla sua, in un gesto istintivo. Spostò lo sguardo da me, verso un punto qualsiasi fuori dal finestrino.
«Volevo sapere cosa si provasse ad avere un qualcuno al proprio fianco». Continuò a non guardarmi.
«Perché non ti trovi una fidanzata, allora?». Azzardai io, ma lui scosse la testa.
«Non sono il tipo da avere una relazione seria e non mi piacerebbe neanche illudere le ragazze, solamente per divertimento». Fece spallucce.
«Forse è perché non hai trovato la tua anima gemella». Rise alle mie parole ed io lo guardai confusa. Si voltò e notai una luce diversa nei suoi occhi azzurri.
«Sono poche le persone capaci di trovare la propria anima gemella e dubito che io possa mai essere tra queste».
«Non vedo perché non dovresti, invece». Mi appoggiai allo schienale. «A volte la tua anima gemella è proprio davanti ai tuoi occhi, ma non riesci a vederla. È la persona a cui non mentiresti mai, a cui ti affideresti in caso di problema, quella che, a volte, ti fa anche uscire di testa. Aver trovato il 'vero amore' non significa avere una vita rose e fiori, bensì che i problemi dovranno essere risolti insieme».
«Quindi tu credi nel vero amore». Mi chiese serio ed io, prontamente, annuii. «Stai, dunque, cercando la tua anima gemella?». Scossi la testa in negazione e lui mi guardò confuso.
«Io non la cerco, l'aspetto. Sarà il destino a portarla da me».
«Potrebbe essere chiunque, se la metti su questo piano».
«È vero, ma solo una mi farà sentire davvero amata. Quando ciò avverrà, capirò di averla trovata». Sorrisi. Poco dopo giungemmo a Manama, dove si sarebbe svolta la prima gara della stagione. Scesi dal jet, dopo aver afferrato le mie valigie, e fui seguita a ruota da Mick, il quale, prontamente, si offrì per portare anche i miei bagagli. Dopo un po' di resistenza, fui costretta a cedergliele. Salimmo su un taxi e ci dirigemmo verso il nostro albergo. Durante il viaggio il tedesco fu molto silenzioso, qualche volta gettai delle occhiate nella sua direzione, per verificare che fosse ancora vigile. Non riuscivo a comprendere quel suo improvviso mutismo. Che avessi detto qualcosa di sbagliato? In genere avevo sempre trovato clienti logorroici, che non aspettavano altro che raccontarmi la loro vita. Ed io detestavo quei momenti. Eppure in quella circostanza avrei preferito che Mick avesse parlato di sé, piuttosto che vederlo silenzioso. Non domandai, non avevo alcuna intenzione di disturbarlo e di fargli credere che fossi invadente. Quando arrivammo, però, mi rivolse un leggero sorriso ed afferrò, nuovamente, le valigie, portandole verso l'interno. «Sei sicuro di non aver bisogno di aiuto?».
«Ce la faccio, non preoccuparti». Feci spallucce ed insieme ci avvicinammo alla reception.
«Buon pomeriggio, in cosa posso esservi utile?». Domandò la giovane donna.
«Ho prenotato una camera a nome di Schumacher». Strabuzzai gli occhi, ma lui mi rassicurò con lo sguardo.
«Sì, ecco a lei le chiavi». Sorrise. «Buona giornata».
«Anche a lei». Risposi, per poi tirare Mick in disparte.
«La camera da letto condivisa non era nel contratto». Incrociai le braccia, battendo un piede per terra.
«Non ho alcuna intenzione di venir meno ai patti, credo solo che per far credere agli altri che effettivamente stiamo insieme, dovresti dormire con me». Alzai un sopracciglio. «Non ti toccherò neanche con un dito, a meno che tu non lo voglia».
«Non sono io a volerlo, ma tu, io devo essere unicamente pagata per tutto ciò che non è compreso nel contratto iniziale». Afferrò il portafogli.
«Quanto ti devo?». Sbuffai e feci un gesto con la mano.
«Fa nulla, per adesso. Mi paghi già molto, ma non devi neanche sfiorarmi, intesi?». Annuì ed io sorrisi soddisfatta. Una volta in camera, corsi a farmi una doccia. Sarebbe stato un fine settimana intenso.
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«Partirai dalla pole position, come mai non sei felice?». Domandai a Mick, che sembrava quasi essere sul punto di piangere. «Che è successo?». Scosse la testa e chiuse gli occhi.
«Nulla, va tutto bene. Ora vorrei essere lasciato un po' da solo, se non ti dispiace». Acconsentii, sebbene dispiaciuta, ed andai ad accomodarmi su uno sgabello. Iniziai ad usare il cellulare, per trovare qualche ripiego. D'altronde non comprendevo un granché di motorsport e non avevo nessuno con cui parlare. Sbuffai sonoramente, tanto da attirare gli sguardi di diversi meccanici.
«A volte sa essere davvero scontroso». Mi riferì una voce, mi voltai e vidi un ragazzo piuttosto alto, con la stessa divisa del tedesco. Immaginai fosse il suo compagno di scuderia.
«L'ho compreso». Roteai gli occhi.
«Piacere Sean». Allungò la mano, che io strinsi immediatamente.
«T/N, il piacere è tutto mio». Sorrisi.
«Non ti ho mai vista da queste parti». Iniziai ad allarmarmi. «Sei un'amica di Mick o qualcosa di più?».
«No...». Sospirai. «Siamo fidanzati, ma non da molto in realtà». Annuì.
«Strano, ero convinto che non fosse un tipo da relazione stabile. Mi sarò sbagliato». Erano le stesse parole che lui mi aveva riferito.
«Anche io mi auguro sia così». Mentii, sebbene, in fondo al mio cuore, lo stessi sperando realmente.
«Mi ha fatto piacere conoscerti, ora, però, devo andare, sta per cominciare la gara e non devo arrivare in ritardo». Mi salutò con un gesto della mano. «Ci vediamo in giro». Ricambiai il gesto e gli augurai buona fortuna. Avrei voluto farlo anche con il tedesco, ma non si era avvicinato.
Quello, però, non fu l'unico episodio in cui fui allontanata dal pilota. Ogni qualvolta cercassi di comprendere il suo stato d'animo, mi respingeva, a volte con parole pesanti. Altre volte, però, sapeva essere davvero dolce e comprensivo. Siccome parlare con Mick senza giungere ad una lite era quasi sempre impossibile, la maggior parte dei week-end di gara li trascorrevo conversando con il suo compagno di scuderia, il quale, invece, risultava essere molto più alla mano. Discorrevamo di tutto e mi sentivo sempre a mio agio con lui, qualche volta mi invitava a bere qualcosa, senza alcun impegno. Generalmente, quando il tedesco non aveva intenzione di fingere che stessimo insieme e si rintanava nella sua camera come un eremita, accettavo. E quel sabato, quando correvano a Le Castellet, Sean mi aveva domandato se avessi intenzione di visitare la cittadina con lui ed io avevo immediatamente accettato.
«Se vogliamo far credere che stiamo insieme, credo non dovreste uscire così spesso». Proferì scocciato.
«Ma se non hai mai voglia di far nulla e stai tutta la giornata con il broncio! Io non ho alcuna intenzione di deprimermi come fai tu». Parlai e mi aspettai una sua reazione, che non tardò ad arrivare.
«Cosa ne sai tu della mia vita e dei miei problemi?». Mi urlò, puntandomi un dito contro.
«Vivere sui soldi di tuo padre deve essere proprio triste, è vero». Sbarrai gli occhi dopo aver pronunciato quelle parole e mi maledissi mentalmente. Come mi era potuto saltare in mente di parlare di suo padre, sapendo in che condizioni riversasse? Aprii la bocca per scusarmi, ma lui mi lanciò un'occhiata di fuoco.
«Vattene da qui, adesso». Sputò acido ed io non potetti far altro se non obbedire, con la testa china. Mentre camminavo, scalciai qualche sassolino che si trovava davanti al mio percorso. Giunsi all'albergo ed una volta in camera, iniziai ad infilare tutti i miei capi nelle valigie. Erano trascorsi pochi mesi ed ero già riuscita a farmi odiare. Prenotai il biglietto aereo e scrissi un breve messaggio di scuse. Afferrai i miei bagagli e, dopo aver fermato un taxi, mi avviai verso l'aeroporto. Quando arrivai, feci il check-in. Attesi che il mio aereo stesse per partire e, una volta avvenuto ciò, mi voltai indietro, nella vana speranza che lui fosse lì. Sospirai e ritornai a guardare innanzi a me, seguendo il gruppo di persone che si era formato. Dopo un lungo viaggio mi ritrovai nuovamente in Italia, nella mia adorata dimora. Avevo chiamato Alba, disperata, e lei subito era accorsa. Le raccontai quanto avvenuto e lei scosse la testa.
«L'hai combinata davvero grossa». Riferì ed io annuì. «Perché hai detto quelle parole?». Domandò.
«Ero in preda alla rabbia, lui non faceva altro che provocarmi».
«Lui ti ha pagata, non avresti dovuto farlo». Mi rimproverò.
«In realtà, gli ho restituito tutto il denaro. Non lo meritavo». Mi coprii il volto con le mani. «Sono così stupida». Alba si sedette al mio fianco ed iniziò ad accarezzarmi i capelli. Mi appoggiai a lei.
«Troverai un altro cliente, non disperarti per questo capitolo». Scossi immediatamente la testa.
«Non è una questione di soldi, capisci?». Strabuzzò gli occhi.
«T/N, non dirmi...». La fermai.
«Non è nulla di ciò che stai pensando, è solo che sono caduta davvero in basso ed avrei potuto evitare di farmi odiare».Mentii e lei alzò un sopracciglio.
«Farò finta di crederti». Sbuffai. «Cerca unicamente di dormirci su, vedrai che domani ti sentirai meglio». La ringraziai e ci salutammo. Dubitavo fosse così facile. Attesi a lungo, invano, un suo messaggio o che si presentasse nuovamente nel mio luogo di lavoro, ma ciò non avvenne. Trascorsero diversi giorni, fino a quando non giunse la fine di luglio. Avevo smesso di lavorare come escort ed avevo ottenuto un lavoro come cameriera in un bar. Non era esattamente il meglio, ma poteva andare. Avevo iniziato a seguire la Formula 2, o meglio, a seguire lui e mi sembrava essere molto più tranquillo. Forse aveva dimenticato le mie parole o, forse, aveva dimenticato me. D'altronde mi ero comportata davvero in modo pessimo con lui. Sospirai.
«T/N corri! Vai a prendere l'ordinazione al tavolo 2». Mi ordinò il mio capo ed io obbedii. Aggiustai leggermente il berretto sulla mia testa e giunsi dinanzi al tavolo.
«Salve, cosa desi...». Alzai lo sguardo e notai quegli occhi azzurri. Feci finta di nulla e continuai. «...dera?».
«Un caffè, grazie». Il suo accento tedesco marcato mi fece sorridere, ma cercai di nasconderlo. «Quando finisce il tuo turno, devo parlarti». Annuii, insicura. Portai la sua ordinazione e continuai così per tutta la giornata, ma Mick non uscì mai dal bar. Quando giunse l'orario di chiusura, afferrai la mia borsa e mi avviai verso l'uscita, seguita dal biondo. Mi fermai e mi voltai a guardarlo.
«Se sei venuto a rinfacciarmi quanto accaduto, non preoccuparti, mi sono resa conto di aver sbagliato e ti chiedo scusa». Scosse la testa.
«In realtà ti voglio chiedere io scusa, ero sempre scontroso e non lo meritavi».
«Non dovevo comunque mettere in mezzo la storia di tuo padre, è una questione piuttosto delicata». Sospirò.
«Non ero nervoso unicamente per quello, tutto sembrava ritorcersi contro di me». Lo guardai confusa. «La condizione di mio padre, i risultati che non arrivano, le continue critiche». Spostò lo sguardo. «So che questa non è una degna giustificazione al mio comportamento sempre scorbutico, ma volevo che tu lo sapessi».
«Non lo eri sempre». Abbozzai un sorriso. «A volte eri dolce, poi quando cercavo di parlare di te, mi respingevi». Feci spallucce. «E mi accusavi, ma io ho trascorso anche bei momenti con te».
«Sono stata davvero bene questa sera, ti ringrazio». Mi voltai e gli sorrisi. Lui ricambiò il mio gesto ed infilò le mani nelle tasche.
«A ringraziarti dovrei essere io, era da molto tempo che non entravo in un cinema». Rivelò, senza guardarmi. Poggiai una mano sul suo braccio, per confortarlo. Fissò lo sguardo sul suo orologio e spalancò gli occhi. «Si è fatto davvero tardi, credo dovremmo rientrare». Annuii e mi incamminai verso l'interno dell'albergo, seguita da lui. Giunti in camera, dopo essermi cambiata, mi stesi sotto le coperte e ben presto Mick fece lo stesso, tenendosi a debita distanza, proprio come avevamo pattuito. Lo sentii sospirare e voltai il capo verso di lui. Aveva gli occhi chiusi, ma non stava dormendo. Singhiozzava sommessamente. Non sapendo come comportarmi, mi avvicinai e lo avvolsi tra le mie braccia, poggiando la sua testa sul mio seno. Iniziai ad accarezzargli i capelli, fino a quando non si calmò sotto il mio tocco e non si addormentò. Cercai di allontanarmi, ma ad ogni minimo movimento mi stringeva più forte a sé, così decisi di lasciar perdere e di rimanere in quella posizione.
«Quello che non capisco...». Iniziai, dopo diversi attimi di silenzio. «... È per quale motivo tu mi abbia cercato solo ora». Lo guardai negli occhi.
«Non ho mai smesso di cercarti, pochi giorni dopo la tua partenza avevo chiamato il tuo capo, che mi aveva avvertito che avessi abbandonato il tuo lavoro, ma non sapeva dirmi quale fosse quello attuale». Alzai un sopracciglio e feci per parlare, ma mi fermò. «Ho provato anche a chiamarti sul cellulare, ma era come se il tuo numero fosse inesistente». Mi resi conto solo allora di aver bloccato il suo contatto e mi maledissi mentalmente. «Alla fine sono riuscito a contattare quella tua amica, Alba se non erro, ed eccomi qui».
«Dubito, però, tu abbia compiuto questo viaggio solo per scusarti con me». Annuì.
«Vorrei parlartene con più calma, che ne dici se ti porto in un ristorante stasera?». Mi domandò ed io, dopo pochi attimi di titubanza, accettai.
«Ad un patto». Mi guardò curioso, in attesa che continuassi. «Che tu mi racconti ciò che ti ha turbato in quei mesi». Sospirò.
«Va bene». Sorrisi soddisfatta. «Vuoi che ti accompagni a casa?». Scossi la testa.
«Abito proprio qui, non ce n'è bisogno». Mi fermai davanti la mia casa, situata proprio dinanzi al bar in cui lavoravo.
«Allora ci vediamo stasera». Proferì lui.
«A stasera». Chiusa la porta di casa, mi diressi verso il bagno, per farmi una doccia.
«Sei bellissima». Mi sorrise Mick, osservando il mio abito asimmetrico in fluido jersey di Saint Laurent, con filamenti argentati. Lo avevo comprato poco prima di partire con lui per Manama e non lo avevo mai indossato.
«Anche tu stai davvero bene». Ed era effettivamente così. Indossava una camicia ed un pantalone bianchi, il tutto spezzato da una cinta marrone. Mi sorrise e mi aprì la portiera, per farmi accomodare. Subito dopo andò a sedersi dal lato del guidatore. Il viaggio fu piuttosto silenzioso e ben presto arrivammo al ristorante.
«Ho fatto una prenotazione a nome di Schumacher». Parlò il tedesco ed il cameriere, annuendo, ci condusse al nostro tavolo. Mick alzò il volto verso di me, guardandomi negli occhi, gesto che raramente gli avevo visto compiere. Capii attendesse che gli ponessi la fatidica domanda. Feci un sospiro e poggiai la testa sulla mano.
«Cosa ti ha spinto a cercarmi?». Mi guardò sorpreso, forse si aspettava che gli chiedessi di ciò che l'aveva disturbato in quei mesi.
«Può sembrare stupido...». Iniziò lui, torturandosi le mani. «...ma mi sono reso conto che, in effetti, la tua presenza un po' mi aiutasse. Mi ero affezionato a te...». Questa volta puntò i suoi occhi azzurri nei miei. «...Ed odiavo il fatto che trascorressi più tempo con Sean che con me, non capendo che la colpa fosse tutta mia. Ti trovavi in un luogo sconosciuto, senza nessuno che conoscessi, era ovvio che ricercassi una compagnia. E, in fondo al mio cuore, sebbene non facessi nulla per meritarlo, desideravo esserlo io». Sospirò, senza distogliere lo sguardo. «E mi odio per averti trattato male, quando tu, invece, cercavi solamente di aiutarmi. È solo che mi è stato insegnato a lottare da solo, a non chiedere aiuto ed io non potevo e non volevo apparire debole ai tuoi occhi».
«Mick, tu porti un grosso fardello sulle spalle, non puoi sopportarlo da solo, devi farti aiutare». Scosse la testa e mi prese una mano. In quel momento, però, tornò il cameriere e noi ordinammo il primo piatto che ci capitò sott'occhio, senza neanche notare se fosse o meno di nostro gradimento.
«Non è solo la condizione di mio padre a preoccuparmi». Ripetette. «Sono mesi, forse anni, che mi criticano. Non sono abbastanza veloce, non sono abbastanza bravo, non sono neanche un briciolo di mio padre. Ma chi ha detto che io voglia essere come lui? Mettiamo caso vincessi anche sette mondiali, potrei mai emularlo? No, perché sono epoche diverse, sono stili di guida diversi, sono modi di pensare e di concepire il mondo diversi, sono situazioni completamente diverse. Io guido perché desidero farlo e non per emulare mio padre, perché so che non vi riuscirei. Io vorrei solamente essere giudicato come tutti gli altri, senza considerare colui che è stato una leggenda ed è mio padre. Sono convinto che il fatto che lui sia stato pilota, abbia influenzato molto sulla mia decisione di diventarlo anche io, ma vorrei semplicemente essere visto come Mick Schumacher, pilota di F2 e non come Mick Schumacher, il figlio della leggenda Michael». Prese anche l'altra mano nella sua. «Questo mi tortura costantemente, non vi è un attimo della mia vita in cui non debba udire queste critiche, che mi feriscono. È per questo che sono scorbutico, nervoso ed apatico».
«Avresti potuto parlarmene, io mi ero affezionata a te e pensavo lo avessi compreso». Mi guardò sorpreso. «Quando ho abbattuto il muro tra di noi, è stato un chiaro segnale di piena fiducia verso di te. Non ho accettato i tuoi soldi per questo motivo. Non era più una questione di lavoro, io sentivo un qualcosa per te, non so se semplice amicizia o qualcosa di più».
«Sentivi?». Domandò lui, chinando il capo.
«Lo sento ancora». Ammisi io e lui tornò a guardarmi, sorridendo.
«Anche io provo qualcosa per te, T/N ed è principalmente questo il motivo per cui sono qui. Volevo chiederti di assistere alla gara che si terrà questa settimana, giuro che non ti lascerò da sola».
«Va bene». Riferii ed il suo sorriso si allargò maggiormente.
«Ti ringrazio infinitamente T/N, non sai quanto mi hai reso felice con queste parole». Arrivò il cameriere con le nostre pietanze e quando ci rendemmo conto di aver ordinato cibo vegano, scoppiammo a ridere. La serata trascorse tranquillamente, con qualche flirt da parte del tedesco, il quale, però, risultava essere alquanto buffo e tenero, tanto da farmi scappare un sorriso.
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«Sono convinta che andrai benissimo». Mick si voltò a guardarmi, mentre infilava la balaclava. Potetti notare un timido sorriso, che fu ben presto coperto dalla protezione. «Dimostra a tutti di che pasta sei fatto». Gli lasciai un leggero bacio sulla zona della guancia lasciata scoperta. Andai a sedermi su uno sgabello, mentre il tedesco si avviava verso la griglia di partenza, per sedersi nella sua monoposto. Ben presto la sprint race iniziò e fu una gara piuttosto regolare, senza particolari colpi di scena. Potetti facilmente immaginare che Mick fosse emozionato, ma riusciva a mantenere la calma ed a non commettere alcuna sbavatura. Ero convinta che se suo padre avesse potuto vederlo, sarebbe stato fiero di lui. Dopo i quarantacinque minuti di gara previsti, il tedesco tagliò il traguardo per primo ed esultò in modo piuttosto contenuto. Una volta sceso dalla monoposto, iniziò a guardarsi intorno emozionato, alla ricerca dei suoi meccanici. Li trovò e li abbracciò. Nel frattempo mi avvicinai alla madre, che lo stava osservando con le lacrime agli occhi. Mick corse ad abbracciare tutti, per poi salire sul podio e festeggiare quella sua prima vittoria in Formula 2. Potetti notarlo cercare qualcuno con lo sguardo e quando questo si posò su noi due, sorrise, come rassicurato. Dopo aver spruzzato lo champagne ed averne bevuto un po', corse giù da noi, per poterci abbracciare. Strinse a sé prima la mamma ed io sorrisi alla scena, erano davvero dolcissimi. Poi passò a me, alzandomi leggermente da terra e lasciandomi un bacio sulle labbra, che mi fece, inizialmente, sbarrare gli occhi, ma subito dopo mi lasciai andare, stringendolo a me. Mi appoggiò nuovamente per terra e la sua mano destra si posò sulla mia guancia, avvicinando, così, maggiormente il mio volto al suo. Sapevo avessimo intorno a noi migliaia di fotografi, potevo sentire lo scatto delle fotografie, e sapevo che al nostro fianco vi fosse sua madre, ma a me non importava. In quel momento volevo unicamente baciarlo. Quando si staccò da me, poggiò la sua fronte sulla mia e mi sorrise.
«Ich liebe dich». Sussurrò e milioni di brividi mi attraversarono la schiena.
«Ich liebe dich auch». Risposi, per poi baciarlo di nuovo.
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