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Capitolo 8

CAPITOLO 8.

Il nostro piano!

"Presto Eclipse, da questa parte!".

Luke mi stava invitando a seguirlo, con passo sempre più veloce. Ero in realtà lontano un paio di metri da Luke e tutti gli altri, ovvero gli altri 6, ma non perché ero stanco o robe del genere, ma per il semplice fatto che ero in uno stato pensieroso, ero immerso nei miei pensieri.

"Ma l'avrò veramente ucciso?" continuavo a pensare.

Ebbene si, avevo paura di quel.. Coso, ma la cosa che mi faceva più paura, sotto sotto, ero io stesso. Quella stranissima luce bianca, insieme a quella stranissima voce nella mia testa, cupa, oscura... L'avranno sentita tutti oppure l'avròsentita solo io.

Appoggiai la spranga nell'altra mano, la mano sinistra e mi guardai la destra con molta attenzione. Stavo cercando qualsiasi segno di... Luce, qualsiasi cosa mi ricollegasse a quel momento, ma sembrava perfettamente normale, non vedevo nessun segno o qualsiasi altra cosa. Era perfettamente normale. Perfino il dolore non si sentiva neanche più.

"Bah, sarà stata la mia immaginazione" borbottai tra me e me con sguardo basso. Andavo avanti a caso, non sapevo neanche minimamente dove mi trovavo, in che angolo della scuola potevo trovarmi.

"Cosa è stata frutto della tua immaginazione Ecly?" mi chiese Carlotta, ferma, insieme a tutti gli altri ad aspettarmi. Notavo che aveva ancora i segni delle lacrime sui suoi occhi, il trucco, struccato e dei chiari segni di acqua di lacrima, mischiato con il suo trucco scendergli fin sulle guance e oltre. Erano di un colore grigio scuro, con dei brillantini d un colore blu bellissimi.

"Niente Carlotta... Piuttosto, da che parte andiamo?" chiesi io a Luke, il nostro capogruppo.

Luke si mise la mano sinistra sulla bocca. Stava pensando. Stava pensando sul da farsi. Non sapeva minimamente cosa fare in questo caso, aveva perso le idee. Eravamo fermi, tutti e otto, nel bel mezzo della scuola. Eravamo davanti alla sala degli insegnanti, uno stanzone con un tavolo rotondo al centro, gigantesco, di un colore marrone terra. La stanza era davvero tapestata di pagelle, eventi scolastici, tipo film da vedere insieme alle classi, progetti per le gite e perfino verifiche fatte durante l'anno.

"Entriamo qui, per adesso e decidiamo un attimo sul da farsi" disse Luke in maniera piuttosto pensierosa a tutto il gruppo. Entrammo tutti, e si siesero tutti, eccetto il sottoscritto che rimase in piedi, con la spranga appoggiata appena appena sulla spalla destra, in maniera da "uomo duro".

"Allora.. Io proporrei.." iniziò Luke, ma io lo fermai. Lo fermai con una voce piuttosto arrogante, ma soprattutto decisa, decisa a tal punto che tutti si zittirono e si girarono verso di me.

"Dobbiamo sicuramente uscire dalla scuola e vedere che cacchio sta succedendo, mi sembra strano che, noi 8 più gli altri ragazzi, siamo gli unici su tutta la città, ne non oltre".

Silenzio totale, silenzio per un breve istante, poi tutti iniziarono a confabulare tra di loro, senza tenermi in considerazione.

Tempo 2 minuti di parlata, esclusivamente tra di loro, e Luke si avvicinò a me con un sorriso sulle sue labbra. Appoggiò la sua mano sulla spalla libera, in segno di rispetto per l'ottima idea avuta e mi disse.

"Abbiamo parlato, e mi sembra la scelta più giusta. Usciremo dalla scuola immediatamente... Siamo tutti con te!".

Girai lo sguardo dalla parte opposta a quella di Luke, in segno di superiorità, ma allo stesso tempo sorrisi. Sorrisi perché per la prima volta nella mia vita qualcuno mi aveva dato retta. Ero entusiato, davvero tanto felice.

"Presto, andiamo!" disse Luke determinato ad uscire dalla scuola. Poi continuò.

"Noi siamo esattamente al ventre della scuola. Dobbiamo fare attenzione a fare il giro, ce ne potrebbero essere altri come quelli! Tutti pronti?"

Tutti in coro, eccetto me, anche perché volevo fare la parte del cattivo, gridarono, convinti e carichi come non mai, un caldo: "SI!".

Iniziammo a muoverci. La scuola con questi colori, osservata da vicino e bene, sembrava un vero e proprio manicomio, sembrava essere finiti in un posto pauroso. Oscura, misteriosa. Faceva così tanta paura di intimorire perfino quello più duro di tutti noi, o meglio, quello che voleva fare il duro, ovvero io. Tutti tremavano, e Carlotta si era attaccata al mio braccio. Sentivo come al solito il suo seno schiacciato sul mio braccio. Mi dava una sensazione di caldo e morbido allo stesso tempo, ero davvero super eccitato in quel preciso momento. Tremavo, si, tremavo dall'immenso terrore che provavo, però quel seno caldo e morbido mi dava anche una sensazione di antistress.

Dopo aver camminato per un oretta molti abbondante, facendo attenzione a tutti gli angoli nascosti, facendo attenzione perfino a dove si poggiava Carlotta, raggiungemmo l'uscita della scuola. Avete presente la classica hall? Ecco, era identica. Sul pavimento era disegnato lo stemma della scuola, ovvero la testa di un orso, dalla parte opposta alla via d'uscita di trovava la segreteria, un posto alquanto inutile, a dire la verità, nessuno e quando dico nessuno, vuol dire nessuno andava lì, nemmeno per una semplice informazione. Solo gli alunni che si sarebbero iscritti per l'anno successivo andavano lì solo per sapere i costi. Nella segreteria, si trovava, oltretutto, una vecchia racchia di nome Geltrude. Vecchia e decrepita, con delle righe su tutto il corpo, i denti gialli sabbia e con dei baffoni, che a chi la vede da lontano sembrava un uomo. Senza contare il carattere. Uno dei peggiori, schietta e piuttosto crudele, forse una delle poche persone veramente crudeli in questo mondo. Invece l'uscita era la classica uscita delle scuole, con una porta di vetro ad apertura elettronica, tipo quelle dei supermercati, che quando uno si avvicina essa si apre, e fa vedere agli studenti, dopo 6 ore di lavoro, la libertà.

"Presto, siano arrivati!" gridò Luke, pieno di energia.

"Un ultimo sforzo ragazzi!".

Era tutto troppo calmo, a dire la verità, infatti, appena misimo un passo fuori, una decina di ombre dall'altra parte della strada si erano fatte vive. Però queste ombre camminavano e non strisciavano, anzi, non emanavano nemmeno alcun tipo di odore.

"Cosa? Siamo ritornati indietro?!" disse una di quelle ombre.

"Parlano?" affermai io dallo stupore.

Andammo avanti, per il cortile. Il cortile era un immenso giardino, con una via centrale di cemento, tappezzata di fiori e erbetta profumata.

"Ehy, che ci fate voi qui?".

Era la vice di Alejandro. Era una di quelle ombre!

Appena queste si avvicinarono a noi, e noi a loro, notammo, entrambi che le ombre erano l'altro gruppo, il gruppo che voleva quel bulletto come capogruppo.

"Semmai cosa ci fate voi qui?" dissi io, mentre misi la spranga sulla spalla, come un vero duro.

"Noi? Niente, eravamo usciti, ma abbiamo visto degli strani esseri, cosi siamo ritornati indietro, ma non immaginavo che saremmo addirittura tornati al punto di partenza!".

Disse Alejandro. Voleva fare la figura del bravo ragazzo, mentre di sicuro, a me voleva farmi fare la figura del ragazzo cattivo. Ne ero più che convinto:

"Il ragazzo che ci tampina, con quella spranga".

Ero sicuro che avrebbe detto questo una volta separati nuovamente.

"Salve ragazzi!".

Ci girammo tutti in cerca di una persona da guardare. Una voce uscita dal nulla si era fatta sentire, sinistra e oscura...

"Avete sentito anche voi?" chiese una delle tante ragazze presenti.

Carlotta si era oramai presa il mio braccio, lo stringeva sempre più forte, invece le altre ragazze era attaccate ad Alejandro... Quel verme.

"Dove sei? Mostrati!" gridai io, ma quella voce mi disse, zittendo tutti.

"Scommetto che volete delle spiegazioni... Questo è ciò che dovete sapere..".

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