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Capitolo 9: De iure.

De iure è una locuzione latina che significa letteralmente: "di diritto."
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⚠️⚠️Attenzione: questo capitolo contiene lemon ⚠️⚠️

«Mi spieghi che diavolo hai?!»
La voce di Kaori rimbombava come un tuono: non solo nel piano superiore, ma nell'intera casa e, Y/N ci poteva scommettere, avrebbe potuto sentirla anche dalla strada sottostante alla sua finestra.

Era quasi mezzanotte quando lei e il capitano della Fukurodani si erano salutati tentando, invano, di placare i bollenti spiriti e, solo un minuto dopo, il telefono della manager era squillato nuovamente, in modo insistente.
Si era ritrovata sorpresa quando, leggendo il nome della migliore amica sullo schermo, aveva provato delusione.
Una parte di lei, contro tutta la sua razionalità, aveva sperato che fosse proprio lo stesso gufo che, solo con una videochiamata, era riuscito a farla arrossire innumerevoli volte, a farla ridere e, impossibile negarlo, eccitare.

«Niente, perché?»
Aveva risposto svogliatamente, con la mente impegnata in una conversazione diametralmente diversa da quella che la corvina stava tentando di avere con lei: a dirla tutta, non aveva ascoltato una singola parola di ciò che l'altra le aveva detto fin dall'inizio.

«Sembri strafatta Y/N.»
Una delle poche cose che quelle due avevano in comune era il fatto di essere, entrambe, animali notturni: per motivi diversi il più delle volte, ma tutt'e due spesso si addormentavano a notte inoltrata.
Proprio per questo motivo la studentessa della Karasuno non si era fatta scrupoli a chiamare l'amica a quell'ora, e vederla in quello stato sognante e assente era decisamente strano.

«Mh.»
Diamine, aveva davvero appena avuto una delle chiamate più esaltanti della sua vita con Bokuto Kōtarō? 
Non aveva giurato e spergiurato di non giocare mai più con lui? Invece si era divertita eccome, durante la videochiamata.
Non poteva crederci, l'aveva sognato, ecco tutto.

«Hai capito quello che ti ho detto?»
La vena sulla fronte di Ukai Kaori si stava gonfiando: se Y/N fosse stata anche solo un minimo più attenta, avrebbe capito che la corvina era sul punto di una crisi isterica.
Odiava essere ignorata.

«Hai, hai.»
Non sapeva decidere se la chiamata di Kaori fosse stata una benedizione o un incubo: da una parte le aveva evitato di fantasticare l'intera notte, o chissà cos'altro, sul gufo, dall'altra avrebbe voluto farlo così tanto che la tentazione di attaccare all'amica e spegnere il telefono stava diventando molto allettante.

«Quindi verrai?»
La gatta non la stava ascoltando, Kaori ne era sicurissima, altrimenti non avrebbe mai accettato.
O quantomeno non lo avrebbe fatto prima di lamentarsi per ore e accampare scuse insensate e inverosimili.

«Mhm, mh.»
Adesso, per giunta, non la stava neanche guardando negli occhi!
Y/N teneva lo sguardo incantato sulla porta bianca del bagno, come se da un momento all'altro sperasse di veder uscire Bokuto con solo l'asciugamano legato in vita.
Dire che quella videochiamata l'aveva sconvolta sarebbe stato semplicistico: ma probabilmente, pensò tra sé e sé, era tutta colpa del fatto che non aveva rapporti intimi con qualcuno dall'ultimo ritiro estivo.
Insomma, anche lei aveva i suoi bisogni: l'immagine del corpo tornito del gufo li aveva solo risvegliati.
Era la naturalissima conseguenza di un lungo periodo di astinenza: nulla di più, nulla di meno.

«Ah, ci rinuncio!»
Se c'era qualcosa che Kaori odiava più dell'essere ignorata, era sicuramente vedere che la persona con cui stava parlando fingesse interesse, quando era evidente che non ce ne fosse alcuno.
Era dall'inizio della chiamata che Y/N le rispondeva a monosillabi o con qualche incomprensibile mugugno: prima che sbottasse contro di lei tutta la sua frustrazione, decise che sarebbe stato meglio chiudere la conversazione.

«Sarà meglio per te presentarti davvero!»
Forse, il fatto che non avesse realmente capito ciò che aveva appena accettato era un bene: Kaori, saggiamente, pensò che tacere fosse la decisione più corretta da prendere.

«Buonanotte, squinternata.»
Premette sul tasto rosso del telefono senza neanche attendere che l'altra rispondesse: se le avesse accennato un altro borbottio  senza senso sarebbe partita seduta stante per Tokyo e l'avrebbe tirata giù dal letto a suon di urla.

Quando Y/N, una decina di minuti più tardi, analizzò da cima a fondo l'argomento di quella conversazione notturna, si dette dell'idiota per l'ennesima volta: gli dei dovevano avercela con lei per qualche assurdo motivo, era chiaro.

Così, per colpa della sua disattenzione, di quelle maledettissime fantasticherie, tutto a causa di Bokuto Kōtarō, adesso si ritrovava con la testa infilata in mezzo ai vestiti appesi nell'armadio, in cerca di qualcosa da mettere.

Le lancette della sveglia sul comodino scandivano, come una lenta condanna al patibolo, l'inesorabile scorrere del tempo: erano le tredici e ventisei del secondo giorno di dicembre.
Aveva meno di due ore prima che l'asso della Fukurodani passasse a prenderla a casa come concordato: sarebbe stata in ritardo anche stavolta, già lo sapeva.

Sbuffò, forte e con decisione, mentre tirava fuori i capelli spettinati dall'anta dell'armadio e con essi un paio di abiti pesanti che potevano essere papabili.

Che cosa non avevano capito, tutti, quando aveva espressamente detto di essere sommersa dallo studio e dagli impegni come manager?
Avrebbe voluto trascorrere il fine settimana in casa, sul divano, davanti alla stufa elettrica districandosi tra le mille cose da fare, per poi concedersi un'ora o due di autocommiserazione.

Invece eccola sul principio di un esaurimento nervoso, con i libri di fisica che la fissavano con aria di rimprovero dalla scrivania e un paio di stivali nella mano destra che le richiedevano attenzioni: con una smorfia infastidita posò le scarpe ai piedi del letto, lanciando nel frattempo un'occhiataccia al telefono.

Ci aveva provato ad accampare qualche scusa per aria, aveva addirittura chiesto a Kenma di spalleggiarla con Kaori, inventando un lavoro di gruppo per la scuola al quale non poteva assolutamente mancare, ma quando lui aveva iniziato ad insospettirsi e fare troppe domande Y/N l'aveva liquidato con fare nervoso, lasciando l'alzatore della Nekoma confuso e più perplesso di prima.

Inspirò profondamente e contò fino a tre prima di riaprire gli occhi, tentando di infondersi un po' di calma: una giornata al centro commerciale, forse, non sarebbe stata una completa perdita di tempo.
Avrebbe potuto approfittare per comprare i regali di Natale e non ridursi sempre all'ultimo come al solito, oppure avrebbe potuto trovare quella serie di gialli che cercava da tempo, o magari avrebbe affogato Kaori nella fontana davanti all'edificio: con la fortuna che aveva, come minimo l'acqua sarebbe stata ghiacciata e i suoi buoni propositi di omicidio sarebbero andati in fumo.

Sistemò i vestiti scelti sul letto, con tanto di accessori coordinati sul comodino, ripassò mentalmente l'outfit e raccolse l'intimo tra le mani, prima di dare un'occhiata allo schermo del telefono e avviarsi verso il bagno.
Le quattordici in punto: nel giro di un'ora Bokuto Kōtarō sarebbe stato fuori casa sua.

Naturalmente, in un'ora sola non sarebbe neanche riuscita ad iniziare a truccarsi: come minimo avrebbe fatto mezz'ora di ritardo.

Y/N
Sono in ritardo.
Se arrivi prima che sia pronta
entra in casa e aspettami
sul divano, io entro ora in doccia.
Le chiavi di riserva sono nel vaso a destra della porta.
Sabato, 14.01

Non appena premette sul pulsante dell'invio e lesse come destinatario il capitano della Fukurodani, le farfalle che credeva di aver placato cominciarono di nuovo a battere furiosamente le ali all'interno del suo stomaco.

La pura e semplice verità era che non la infastidiva il fatto di dover passare il pomeriggio tra negozi e persone infreddolite, ma dover rivedere, faccia a faccia, l'esuberante pallavolista dopo quello che era accaduto.

Il solo fatto di non averlo incontrato sulla metro, nei giorni che seguirono quella videochiamata, fu già di per sé un miracolo.
L'aveva evitato come si evita una calamità naturale: imbarazzata, ma per niente pentita, di ciò che aveva detto e fatto.
Aveva addirittura accettato, i giorni successivi, che tutto quello le era piaciuto e che, soprattutto, avrebbe anche potuto rifarlo.

L'acqua aveva quasi raggiunto la temperatura adatta all'interno della vasca, quando Y/N scosse violentemente la testa dopo che il suo cervello decise di riportarle alla mente l'immagine del gufo sotto il getto della doccia, con i capelli che gli ricadevano sulla fronte e le goccioline che percorrevano leggere i lineamenti perfetti del suo volto.
Tentò di scacciare via i pensieri poco casti che, ormai da giorni, si formavano prepotentemente nella sua testa.

Si tolse gli ultimi indumenti e si immerse nell'acqua fumante, sperando che quest'ultima lavasse via anche le sue bollenti fantasie.
Chiuse gli occhi illudendosi di rilassarsi, ma quando nella sua testa si materializzarono i bicipiti scolpiti di Bokuto e i suoi occhi grandi che la scrutavano famelici, immaginò inevitabilmente di averlo lì con lei, in quella vasca, e la sua mano scivolò, senza pensarci, tra le sue stesse cosce.

Sawamura Y/N si arrese, alzò bandiera bianca contro i suoi desideri erotici ed emise il primo di una lunga serie di sospiri sommessi quando le sue dita incontrarono la sua intimità: concedersi un po' di piacere non avrebbe portato alcun danno, no?

☆☆☆

Bokuto era partito di casa in largo anticipo, impaziente di rivedere, finalmente, la ragazza che da ormai due intere settimane affollava i suoi pensieri già abitualmente confusionari.

Aveva strenuamente tentato di individuarla tra la marmaglia di gente accalcata alla stazione della metropolitana, sia il giovedì che il venerdì di quella settimana, ma aveva fallito entrambe le volte: la manager della Nekoma sembrava essere diventata esperta nell'arte del mimetismo, rendendogli impossibile il compito di trovarla.

Quando le aveva fatto notare la sua assenza nel vagone che, ormai doveva averlo capito, era stato scelto come luogo d'incontro mattutino, lei aveva evitato di rispondergli direttamente, deviando la conversazione su altri argomenti.
Chissà per quale motivo, ma Bokuto era certo che lo stesse evitando, dopo quella telefonata.

Non che la cosa non avesse avuto un riscontro anche nella sua sanità mentale, tutt'altro: se già era stato difficile controllarsi in precedenza, dopo averla vista in quel frangente tutto il suo autocontrollo gli era stato portato via, era svanito nel nulla, scomparso dalla faccia della Terra.

Ormai era problematico darsi un contegno in qualsiasi situazione si trovasse.
Come a farlo apposta, il suo stesso sangue defluiva interamente nel bel mezzo delle sue gambe nei momenti più inopportuni: a scuola durante le lezioni, negli spogliatoi dopo gli allenamenti, la mattina appena sveglio e la sera prima di addormentarsi.

Non gli bastava più neanche masturbarsi: la voglia di lei superava ogni cosa.

Il suono di un messaggio in arrivo sul suo cellulare lo riportò alla realtà giusto in tempo per accorgersi che il semaforo era diventato verde: dando gas alla macchina sportiva, questa sfrecciò per il viale alberato superando due vetture davanti a sé.

Quando Kaori, quello stesso giovedì, gli aveva riferito che Y/N aveva accettato di passare il sabato con loro al centro commerciale, Bokuto era stato così contento che, a detta di tutti gli altri membri della squadra, aveva fatto il miglior allenamento dell'ultimo mese.
Probabilmente Akaashi non gli avrebbe riservato così tanti complimenti, se avesse saputo il motivo dietro quella felicità.

Parcheggiò l'auto accanto al vialetto d'ingresso della casa della gatta, spense il motore e lesse il messaggio arrivato poco prima.
Sorrise ancor prima di visualizzare il testo intero: gli bastava sapere che era Y/N il mittente.

Seguendo le istruzioni della manager non fu per niente difficile trovare le chiavi di riserva: aprì la porta dell'abitazione con sicurezza e, una volta entrato, si affrettò a togliere le scarpe e la giacca pesante.

«Y/N-chan, sono arrivato!»
Gli aveva riferito di essere sola in casa anche quel weekend, dato che il padre sarebbe stato fuori per lavoro, perciò non si fece alcun problema ad urlare appena varcata la soglia di quella casa.

«So che sono un po' in anticipo, ma il tuo messaggio è arrivato quando ero già partito!»
Non avendo ricevuto nessuna risposta dopo il primo richiamo, si avviò a passo deciso verso il salotto, aspettandosi di trovarla sul divano immersa in qualche noiosissimo testo scolastico.

«Y/N...?»
Quando non vide nessuno e non sentì altro rumore ad eccezione del ticchettio dell'orologio, mille e più dubbi insensati ed inverosimili cominciarono a prendere forma nella sua testa.

Gli capitava spesso di preoccuparsi così eccessivamente da perdere il lume della ragione: era sicuro di essere entrato nella casa giusta? Era certo che fosse sabato e non avesse sbagliato il giorno? E se Y/N si fosse sentita male in camera sua e per questo non rispondesse? E se l'avessero rapita?

Aveva il sacrosanto dovere di controllare che fosse tutto apposto: con questa convinzione non aspettò un minuto di più e si avviò velocemente verso le scale.

Qualsiasi persona con un minimo di buonsenso avrebbe capito, in cuor suo, che non era il caso di avventurarsi in camera di una ragazza quando questa aveva espressamente chiesto di essere aspettata nel salotto.
Ma Bokuto Kōtarō non era certo famoso per essere una persona pacata e razionale.

Man mano che avanzava su per gli scalini di legno bianchissimo, moderni come il resto della casa, si convinceva sempre di più del fatto che qualcosa dovesse essere successo: non sentiva alcun rumore provenire dalla camera di Y/N.

Quando, infine, spalancò con impazienza la porta della sua stanza, fece per chiamare il suo nome un'altra volta, ma un suono proveniente dal bagno lo fermò prima che potesse farlo.

Ormai da qualche minuto la mente di Y/N le mostrava solamente la figura del corpo  nudo di Bokuto Kōtarō, ricordando ciò che aveva potuto ammirare due giorni prima e immaginando, invece, ciò che le era stato negato.

Aveva gli occhi chiusi, l'acqua calda in cui era immersa era una cornice perfetta per le fantasie erotiche che stavano avendo luogo in quel bagno: schiuse la bocca mentre la mano destra raggiungeva la sua intimità, emettendo un gemito acuto.

L'asso della Fukurodani era rimasto pietrificato appena un passo oltre la soglia della camera da letto.
Non respirava neppure, troppo preso ad ascoltare il battito del suo cuore che rimbombava nelle orecchie: quello che aveva appena sentito non era un suono qualsiasi, non era un lamento di dolore ed era sicurissimo di non esserselo immaginato.
Quello era stato, senza ombra di dubbio, un gemito di piacere.

Aveva il cuore in gola, le orecchie tese verso la porta in legno oltre la quale si trovava lei, in attesa di tornare a sentire quella che gli era parsa come la melodia più dolce dell'universo.

Una parte di lui, quel poco ossigeno che riusciva ancora ad arrivare all'encefalo a discapito di altre parti più in basso, gli suggeriva che non avrebbe dovuto trovarsi lì, che sarebbe stato meglio tornare al piano inferiore e dimenticare ciò che aveva sentito.
Ma la maggior parte del suo essere gli urlava che quello era l'unico posto in cui valeva la pena essere.

Ne ebbe l'assoluta certezza quando udì un lungo sospiro spezzato, che sapeva di peccato e lussuria.

Non fu di sicuro colpa sua, se le sue gambe si mossero da sole, silenziosamente e di soppiatto, verso l'origine di quei gemiti sensuali: gli sarebbe bastato sentirne un altro, poi se ne sarebbe andato, lo giurò sul suo ruolo e onore di capitano.

Y/N respirava affannosamente, gli occhi velati di piacere immaginavano che fosse la mano dell'euforico pallavolista della Fukurodani ad accarezzarla così intensamente.

«Boku-»
Il suo nome stava iniziando a sfuggirle dalle labbra come una preghiera appena sussurrata, quando un tonfo sordo al di là della porta spezzò l'atmosfera che si era creata nel bagno.

C'era andato così vicino a non farsi scoprire, a non rovinare tutto, era quasi arrivato ad un passo dalla porta, gli era parso addirittura che lei avesse cominciato a dire qualcosa di più di semplici gemiti, e proprio nel momento in cui ce l'aveva quasi fatta era inciampato in un dannatissimo stivale.

Ci furono attimi concitati di silenzio, incertezza, paura da parte di entrambi, poi, chissà da quale antro sperduto riemerse, ecco che il senno di Bokuto tornò a farsi vivo: diede due colpi secchi di tosse per farsi sentire, facendo finta di niente.

«Y/N-chan sei qui?»
Sperò che il suo tono non lo avesse tradito, mentre si allontanava, piano piano, verso la sedia della scrivania.

Y/N era sicurissima che il suo cuore avesse cessato di battere per qualche istante, quando aveva sentito qualcuno inciampare su qualcosa nella sua camera.

Se pensava che la cosa peggiore che potesse capitarle sarebbe stata avere un intruso in casa, proprio quando si trovava da sola, quando sentì che quell'intruso non era altri che Bokuto Kōtarō, sperò sinceramente, con tutto il suo cuore, che miracolosamente un fulmine la colpisse lì, dentro la vasca.

«Bokuto...?»
Balbettava, il ritmo del respiro reso irregolarissimo dall'ansia di essere stata scoperta: che cosa sarebbe successo se avesse capito che si stava masturbando pensando a lui?
Che cosa avrebbe pensato di lei?
Rabbrividì al solo pensiero: possibile che fosse così sfigata?

«Y/N allora sei davvero lì! Sono arrivato in anticipo, non ti ho sentita e così...»
Perfetto: il gufo aveva la stessa parlantina di sempre, lo stesso tono entusiasta di raccontare le cose senza dare tempo all'interlocutore di capirle veramente.

Non ascoltò un'altra singola parola di tutte quelle che ebbe da dire: Y/N doveva uscire al più presto per sincerarsi che fosse tutto apposto, che non avesse sentito niente.

«...e poi sono inciampato in quello stivale in mezzo alla stanza.»
Bokuto parlava a raffica, lo faceva sempre quando era nervoso o stressato.
Si interruppe improvvisamente, con uno strano nodo alla bocca dello stomaco, quando sentì la maniglia della porta del bagno abbassarsi.

«Te l'avevo scritto per messaggio che sarei stata in bagno.»
Y/N teneva lo sguardo basso, fisso sul pavimento su cui camminava nervosamente: era certa che se lo avesse guardato negli occhi sarebbe avvampata per l'imbarazzo, anche se non era sicura che l'avesse sentita.

«Ah... è vero.»
Naturalmente se ne era dimenticato nel momento stesso in cui era entrato in quella casa: se solo avesse acceso il cervello, cosa che si dimenticava costantemente di fare, si sarebbe risparmiato almeno la metà delle figure scomode in cui si ritrovava.

Seguirono minuti di assoluto silenzio, l'aria in quella camera era tesa come una corda di violino: mentre lui era concentrato a torturare una penna tra le dita, lei lo studiava di sottecchi, fingendo di riordinare dei vestiti.
Era strano vederlo così taciturno, abituata ai suoi continui sproloqui: c'era qualcosa che non andava, ma anche solo pensare che potesse aver capito che cosa stesse facendo all'interno del bagno la fece tremare per l'imbarazzo.

«Y/N-chan....»
Aveva appena finito di raccogliere gli indumenti che avrebbe dovuto indossare e si stava già dirigendo verso il bagno per cambiarsi, quando lui la chiamò con una voce tremante.

Sarebbe dovuto rimanere zitto, avrebbe dovuto far finta di niente e dimenticare, ma come avrebbe potuto?
Le parole uscirono dalla bocca di lui prima di potersene rendere conto.

«Ti stavi...toccando
Y/N non era solo sconvolta, era letteralmente scioccata: le aveva davvero appena chiesto se si stava masturbando?

Le aveva posto quella domanda come se fosse la cosa più naturale del mondo, come se le avesse appena domandato quale fosse il suo gusto di gelato preferito, ad esempio.

Senza ritegno, senza vergogna alcuna, Bokuto la guardava negli occhi mentre lei si era appena dimenticata come respirare, tanto era in imbarazzo.
Sentiva le guance infuocarsi, le gambe rigide sul posto: l'unica cosa che riuscì a fare fu appallottolare velocemente i vestiti che teneva in mano e scagliarli contro di lui con tutta la forza che possedeva.

«Y/N-chan!? Perché?!»
Li afferrò al volo senza difficoltà, evitando che gli finissero dritti in faccia.
Non capiva il motivo della sua reazione: che cosa aveva detto di male?

Non ce l'aveva fatta a rimanere in silenzio, il desiderio di tornare a sentirla gemere era stato troppo grande, la delusione di averla vista uscire in accappatoio, anziché nuda, troppo profonda.
Non aveva resistito quando l'aveva vista così bella, con i capelli raccolti disordinatamente e il corpo ancora bagnato, le goccioline di acqua che le solcavano il collo, infilandosi sotto quell'accappatoio di spugna che avrebbe voluto strapparle via.

«Ti sembra una domanda normale da fare?!»
Perché diavolo fosse così arrabbiata, lui proprio non lo comprendeva.
Era rossa in volto, il petto si muoveva spasmodicamente al ritmo del respiro affannato.

«Non c'è niente di male! Io lo faccio-»
Intanto che gli animi si accendevano, il capitano della Fukurodani si era alzato dalla sedia e si stava avvicinando, passo dopo passo, alla figura di lei, che se ne stava, come a volersi difendere, con le spalle incollate al legno della porta: più che sulla difensiva, sembrava una preda in trappola.

«Non voglio sapere come, quando o perché lo fai!»
Lo interruppe prima che potesse finire.
Ci mancava solamente che le mettesse in testa anche quell'immagine: allora sì che sarebbe stato difficile pensare ad altro.

Quando si accorse che si stava avvicinando era troppo tardi, era già ad un passo da lei, che le porgeva i vestiti che gli aveva lanciato addosso.

«Volevo solo dirti che puoi continuare.»
Si stava giocando il tutto per tutto, Bokuto ne era perfettamente consapevole, ma non poteva più resistere, non dopo quella videochiamata e quello che aveva appena sentito.

«Non-»
Y/N ebbe l'istinto di fuggire, nella sua testa c'erano troppe domande, troppi interrogativi e ragionamenti privi di senso logico che la confondevano.
In un lampo appoggiò la mano sulla maniglia della porta, pronta a chiudersi di nuovo in bagno e dimenticare ciò che era successo, le sciocchezze che lui le stava dicendo, ma lui le fermò la mano prima che potesse farlo.

«O potrei farlo io per te.»
La bocca era diventata improvvisamente asciutta, Y/N continuava a deglutire a vuoto, il battito del suo cuore era come un martello pneumatico.

Lo sguardo di lui era cambiato, era quello che gli aveva visto pochissime volte: una o due durante i ritiri estivi, quando aveva segnato il punto decisivo di una partita, e la sera del compleanno di Kuroo, quando le aveva stretto i fianchi saldamente e con decisione, durante quel ballo sensuale.

Erano rare le occasioni in cui era talmente sicuro di sé da non avere dubbi riguardo il suo stesso comportamento e in quel momento, nella camera da letto della manager della Nekoma, Bokuto Kōtarō aveva l'assoluta certezza di star facendo la cosa giusta.

Sollevò la mano dalla sua, lasciandole la scelta di decidere se sfuggirgli e rifugiarsi nel bagno, oppure rimanere: era certo che sarebbe rimasta.

Non aveva il coraggio di guardarlo, tutto l'autocontrollo che si era imposta di mantenere era scomparso quando aveva avvertito il corpo di lui così vicino al suo, nudo sotto l'accappatoio.
Si era ritrovata tutto a un tratto senza parole di fronte a quella proposta e tutte le sue cellule avevano preso a fremere di eccitazione.

La razionalità che era solita esserle fedele l'aveva tradita, abbandonandola al puro desiderio carnale, quando aveva avvertito la mano grande di lui scostarle un lembo dell'indumento e accarezzarle una coscia.

«Fermami se-»
La sua pelle era morbida, ancora accaldata dall'acqua della vasca, e poteva avvertire formarsi la pelle d'oca su ogni centimetro che esplorava con la mano: si sarebbe fermato immediatamente se lei avesse voluto, ma quando la sentì stringere il suo maglione e intimarlo di avvicinarsi a lei, il gufo capì che non poteva attendere oltre.

Non aveva mai avuto pazienza in tutta la sua vita, figurarsi se si trovava a quella distanza da un dessert così prelibato: la spinse delicatamente contro la porta alle sue spalle, mentre con la gamba destra le chiedeva silenziosamente di allargare le sue.
Obbedì, lei, accecata dalla voglia di sentirsi toccare da lui, dallo stesso ragazzo su cui si stava già dando piacere pochi minuti prima.

In un attimo le dita di lui erano già risalite sulla sua coscia, incontrando la sua intimità bagnata: Y/N inspirò profondamente, affondando il volto nell'incavo della spalla di Bokuto.

Aveva, naturalmente, già avuto molte esperienze prima di questa, aveva toccato altre ragazze in quel modo, ma allo stesso tempo in una maniera totalmente diversa.
Era abituato a sentirsi pregare spudoratamente, alla sfacciataggine più estrema e, delle volte, a delle urla così esagerate e finte, volte solo a compiacerlo, da fargli persino passare la voglia di proseguire.

Lei era diversa, la sentiva respirare affannosamente, la bocca semiaperta lasciava fuoriuscire sospiri intensi, mentre con il medio le stimolava il clitoride con movimenti lenti e delicati.

Avrebbe voluto prenderla di peso e portarla sul letto dietro di loro, divaricarle le gambe e farla sua con un colpo secco, deciso, anziché rimanere lì in piedi, senza neanche poterla vedere in faccia, perdendosi quelle che, era sicuro, sarebbero state le espressioni più belle che avesse mai potuto vedere in vita sua.

Invece si limitò ad accontentarsi della flebile stretta che sentì sul suo bicipite sinistro quando accelerò i movimenti circolari sulla sua intimità.
Non poté impedirsi in alcun modo di sorridere: la sentiva bagnarsi man mano che la toccava e che lei stessa toccava i suoi muscoli scolpiti.

Y/N dovette mordersi più volte il labbro inferiore per non gemere vergognosamente, per non ansimare come avrebbe voluto.
Stava avendo luogo una dura lotta nella sua testa: le dita esperte di Bokuto la stavano facendo godere come mai prima, ma una parte di lei rimaneva imbarazzata, forse pentita di aver ceduto ai suoi desideri peccaminosi.

Non era pronta per andare oltre, non era pronta per lasciarsi andare completamente.

Quando la sentì sufficientemente bagnata, un dito scivolò più in basso, penetrandola con decisione: cominciò a spingere dentro di lei, prima lentamente, poi acquistando sempre più velocità.

Le mani di lei vagavano timide ed insicure sulle sue spalle, sul suo petto, incerte su cosa dovessero fare, cosa potessero fare per non cedere anche alla tentazione di graffiare la sua schiena attraverso la lana del maglione, tanto la stava facendo godere.

La penetrò con due dita dopo una manciata di secondi: era così bagnata che entrò senza difficoltà.
Bokuto sentiva il suo membro duro all'interno dei pantaloni, era difficilissimo mantenere il controllo, ma ormai il suo unico obiettivo era riuscire a farla giungere all'apice del piacere.

Si abbassò su di lei, le sue labbra a pochi millimetri dal suo orecchio destro.

«Pensavi a questo prima, Y/N-chan?
La sua voce roca, profonda, il suo respiro caldo che incontrò la superficie del collo di lei la fecero impazzire: Y/N avvertì l'orgasmo avvicinarsi in un attimo, le gambe presero a tremarle così intensamente che credette di abbandonarsi a lui completamente da un momento all'altro, se non l'avesse sorretta con l'altro braccio.

Non c'era davvero bisogno che gli rispondesse, il suo corpo parlò per lei: la sentì bagnarsi ancora e stringersi attorno alle sue dita, leggermente incurvate dentro di lei, per capire che la risposta era affermativa.

Se la strinse sul petto, cingendole la vita con il braccio sinistro, quando capì che stava venendo.
Y/N emise un lungo gemito di piacere, soffocato malamente premendo le labbra contro l'incavo della spalla, sperando quasi che non la sentisse.

Tolse le dita dall'entrata di lei lentamente, con delicatezza, come avesse il timore che le sfuggisse via, poi portò anche il braccio destro attorno al suo corpo.

Rimasero in quella posizione per un po', in silenzio: piaceva a entrambi, quell'abbraccio.
Forse, più di quello che c'era stato prima.

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Ciao cuoricini, come state? Come procede l'estate?

Sto divagando perché ho paura di sentire i pareri di questa prima lemon con Bokuto, ma sparate pure.

Love u.

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