Capitolo 4: Gutta cavat lapidem.
Gutta cavat lapidem è una locuzione latina che significa letteralmente
"la goccia scava la pietra."
▲▲▲
Quella settimana, come tutte le altre da un bel po' di tempo a questa parte, era stata davvero, incredibilmente, estenuante.
Il periodo delle piogge, lei, lo odiava con tutta sé stessa, soprattutto se erano accompagnate da un fastidiosissimo vento: finché c'erano solo piccole gocce d'acqua, che al massimo le bagnavano la divisa e i capelli, andava tutto bene, ma quando ci si metteva quella dannatissima corrente d'aria di mezzo i suoi nervi erano così tesi da sembrare corde di violino perfettamente stirate.
In più, era la stessa fase dell'anno in cui non si sa mai come diavolo doversi vestire: troppo freddo per i trench da pioggia, troppo caldo per i parka da neve.
Così la gente se ne andava in giro vestita completamente a caso: Sawamura Y/N, in particolare, aveva optato per la divisa invernale e una giacca il primo giorno della settimana, ma aveva avuto caldo, così l'aveva lasciata a casa la mattina seguente e aveva indossato solo una sciarpa abbastanza coprente da usare, in caso di necessità, per coprirsi anche le spalle.
Naturalmente, quel martedì aveva iniziato a soffiare un vento gelido e lei era quasi congelata aspettando la metro. Allora mercoledì si era portata dietro sia giacca che sciarpa: che grande idea quella, se solo non si fosse maledetta per l'intera giornata quando aveva cominciato ad evaporare e aveva capito di aver esagerato.
Giovedì aveva tentato di nuovo di affrontare le intemperie con la sola giacca e, infine, il venerdì era uscita di casa solamente con la divisa, sbattendosi furiosamente la porta alle spalle, sotto lo sguardo sconcertato di suo padre: magari le sarebbe presa una gran bella polmonite e sarebbe morta agonizzando per la strada.
Sì, sarebbe stata una fine gloriosa, avrebbe lasciato questo mondo sinceramente felice: forse nell'aldilà le avrebbero spiegato il motivo dell'esistenza delle mezze stagioni e lei, polemica come non mai, avrebbe protestato fino alla fine dei tempi.
Aveva la pelle d'oca per il freddo, quel venerdì, i denti le battevano incessantemente e le persone avvolte nei loro cappotti la guardavano come se fosse un alieno, ma ormai era guerra aperta, tra lei e il meteo: per orgoglio non sarebbe mai tornata indietro per coprirsi, era chiaro che il cielo ce l'avesse con lei e si divertisse un sacco nel vederla ammattire.
Con il capo chino e gli occhi puntati sulle sue scarpe bagnate dalla pioggia, si era infilata nel vagone della metro senza guardarsi minimamente intorno: con quell'umore nero non avrebbe voluto vedere nessuno.
Si limitò a tirare fuori il cellulare dalla tasca e sbloccare lo schermo: sul display compariva un nuovo messaggio.
Bokuto Kōtarō
Buongiorno Y/N-chan!!!
Oggi mi dirai di sì?
Ven 8.07
Sorrise, la manager della Nekoma.
Dopo quella lunga chiacchierata domenicale al telefono, lui l'aveva salutata con la promessa di riscriverle per l'intera settimana, chiedendole ogni santissimo giorno di uscire insieme e giurando che non avrebbe smesso finché non avesse accettato.
Lei aveva risposto con una risatina nervosa e aveva scrollato le spalle, una volta riattaccato, pensando che si trattasse solo di parole che sarebbero finite gettate al vento, ma la mattina del più infernale giorno della settimana si era dovuta ricredere.
Il telefono aveva cominciato a vibrare intorno alle sette del mattino, ma lei, appena alzata, già con il piede sbagliato e un cipiglio scontroso, era stata troppo impegnata a scagliare svariate maledizioni contro il folle che aveva inventato il lunedì, per accorgersi dei messaggi del gufo.
Non aveva rivolto minimamente attenzione all'apparecchio elettronico e si era invece concentrata sul prepararsi per la scuola, sperando di non arrivare in ritardo.
Un altro messaggio le era arrivato una mezz'ora dopo e, mentre sfregava rumorosamente lo spazzolino sui denti, decise di cedere alla curiosità e visualizzare il mittente.
Bokuto Kōtarō
Buon lunedì, Y/N-chan!
Oggi ti va di uscire con me?
Lun 7.12
Bokuto Kōtarō
Stai ancora dormendo?!
Lun 7.47
Non si era potuta impedire di sorridere, leggendo il nome del capitano della Fukurodani, ma si era limitata a quello, evitando deliberatamente di rispondere: aveva già passato il resto della domenica tormentandosi per il senso di colpa, non aveva intenzione di illuderlo ulteriormente.
Così aveva ripreso la sua routine lanciando il telefono sul letto, sperando di dimenticarsene: aveva indossato la divisa della Nekoma appuntandosi bene il fiocco al collo, aveva riposto i libri necessari nella cartellina di cuoio e si era data una sistemata ai capelli h/c.
Una volta pronta, era uscita di casa in direzione della fermata della metro: a bordo del mezzo di trasporto le vibrazioni provenienti dalla tasca della giacca avevano cominciato ad attirare l'attenzione di altri passeggeri e così si era ritrovata costretta a sbloccare nuovamente lo schermo.
Quel dannato gufo le aveva mandato almeno un'altra quindicina di messaggi.
Bokuto Kōtarō
Y/N-chan farai tardi!
Lun 8.02
Bokuto Kōtarō
Alzati Y/N-chaaaan!
Lun 8.11
Bokuto Kōtarō
Y/N-chan sto cominciando a preoccuparmi!!
Lun 8.16
Stremata, irritata, spossata, la manager della Nekoma non ebbe altra scelta se non quella di rispondere, prima di ritrovarsi inondata di messaggi per l'intera giornata: avrebbe smesso dopo una risposta, no?
Y/N
Sono sveglia, Bokuto-san.
Lun 8.20
Neanche trenta secondi dopo era arrivata la risposta del capitano della Fukurodani.
Bokuto, in quel momento, era chinato sul sedile della metro affollata e, al suo fianco, il suo vicecapitano lo osservava con un sopracciglio alzato, mentre Y/N, a soli due vagoni di distanza, tentava di aggrapparsi alle maniglie del soffitto per non cadere ad ogni scossone del mezzo di trasporto.
Bokuto Kōtarō
Non hai risposto alla mia domanda :(
Lun 8.20
Dopo un secondo di riflessione per capire a quale dannatissima domanda si riferisse, tra tutti i messaggi che le aveva inviato, Y/N si portò una mano sulla fronte, disperata: stava ancora insistendo con quella storia dell'uscire insieme?
Y/N
Non uscirò con te.
Lun 8.21
Se aveva davvero sperato di liberarsi di lui in quel modo, Y/N si era sbagliata di grosso: Bokuto non aveva smesso di mandarle svariati messaggi per l'intera giornata, tanto da costringerla a spegnere il telefono durante le ore scolastiche.
Quando l'aveva riacceso, verso l'ora di cena, il numero dei messaggi ricevuti era esorbitante, ma lei non se n'era curata più tanto e aveva continuato ad ignorarlo fino a quando, una volta sotto le coperte, si era ritrovata a ridacchiare leggendo quello che le aveva scritto: dal semplice racconto di una noiosa lezione di letteratura, al richiamo dell'insegnante per averlo beccato ad usare il telefono, al fantastico allenamento che aveva fatto, il tutto contornato da una serie di suppliche e sbalzi d'umore dovuti al silenzio da parte di lei.
Si era sentita talmente in colpa che, alla fine, gli aveva mandato una secca buonanotte, alla quale lui aveva replicato con mille cuori.
I giorni seguenti non erano passati molto diversamente: lui le aveva mandato il buongiorno ogni mattina e lei aveva risposto subito, memore della lezione impartitale il lunedì.
Solo il secondo giorno della settimana le risposte della ragazza erano passate da due a cinque: Bokuto si era premurato di contarle ed aggiornare il povero Akaashi, una volta arrivata la sera, su quel grande passo in avanti.
Il corvino si era limitato a visualizzare la notizia senza degnarsi di rispondere, rigirandosi nelle coperte con un sonoro sbuffo contrariato.
Il mercoledì c'era stata la vera svolta: a Y/N era parso di essere stata chiara, quando l'aveva scongiurato di non inviarle alcun messaggio durante le ore scolastiche, eppure doveva aver sbagliato qualcosa, dato che un attimo dopo il suono della campanella della pausa pranzo il suo telefono aveva cominciato a vibrare all'impazzata.
Lei e Kenma, ormai suo fidato migliore amico, l'unico, oltre suo fratello, che l'aveva vista piangere, erano soliti pranzare insieme in religioso silenzio.
Affermare che il biondo stesse effettivamente mangiando sarebbe stato, in realtà, errato: Kozume Kenma non mangiava, sbocconcellava tra una partita e l'altra sul suo cellulare.
Non che a lei desse fastidio, anzi: Y/N adorava quel momento della giornata in cui poteva rilassarsi in totale assenza di confusione.
Il motivo per cui non trascorressero la pausa assieme al resto della squadra non era un mistero: a Kenma sarebbe stata tolta la possibilità di giocare, mentre lei sarebbe stata privata della sua sanità mentale, trascorrendo altro tempo con il capitano della squadra.
Sempre che gliene fosse rimasta un briciolo, di quella sanità.
Quel giorno infrasettimanale i due amici non ebbero la possibilità di crogiolarsi nel loro silenzio, dato che fu interrotto da un rumore meccanico, elettronico, che non accennava a cessare.
«Spero davvero che sia il tuo cellulare.»
Dopo una decina di minuti, in cui lei aveva sperato che il biondo non se ne accorgesse, ecco che l'alzatore aveva sollevato impercettibilmente lo sguardo dallo schermo e l'aveva fulminata.
«Che cos'altro dovrebbe essere?!»
Era sbottata lei, indignata e rossa in volto: d'accordo che non fosse una santarellina, ma presumere che si fosse portata chissà che cosa, a scuola, era da matti.
«Non si sa mai, con te.»
Con un'ulteriore occhiataccia, Kenma era tornato a concentrarsi sulla partita, scuotendo la testa quando lei gli aveva fatto una linguaccia infantile.
Y/N
Piantala con tutti
questi messaggi!
Mer 13.28
Bokuto Kōtarō
Perché? :(
Mer 13.28
Y/N
Kenma comincia
a fare domande.
Mer 13.29
Bokuto Kōtarō
Hey, hey, hey!
Vuoi una relazione segreta, Y/N-chan?
Eccitante ;)
Mer 13.30
Quando aveva letto quel messaggio le sue guance erano tornate a colorarsi di rosso, sia per la rabbia, che per l'imbarazzo, e aveva scaraventato di nuovo il telefono all'interno della borsa: loro non avevano una relazione, per prima cosa.
Inoltre, non stava nascondendo quei messaggi al suo migliore amico perché trovava la cosa "eccitante", semplicemente non aveva la minima voglia di rispondere alla cascata di domande che ne sarebbero conseguite: gliene rivolgeva già abbastanza riguardo quello che era o non era accaduto con Kuroo, ci mancava solamente che venisse a sapere del capitano della Fukurodani.
«Si può sapere chi è?»
Senza staccare gli occhi felini dallo schermo, il biondo era tornato all'attacco: fino a pochi giorni prima c'era stata solo una persona capace di farla arrossire in quel modo, ma Kenma era più che sicuro che non si trattasse di quella persona.
«Sei geloso, Kodzuken?»
Sul volto di lei era comparso un ghigno divertito, aveva appoggiato il mento su una mano e aveva gli risposto con un'altra domanda: odiava quando lo faceva, era il chiaro segnale per dirgli che non aveva alcuna intenzione di rispondere seriamente.
«Mi distrae questo rumore infernale.»
La vena sulla fronte dell'alzatore aveva cominciato a pulsare dal nervosismo, che si era accentuato quando era arrivato l'ennesimo messaggio e l'ennesima vibrazione rumorosissima: alla fine si era visto costretto a stoppare la partita e puntare le iridi gialle sulla sua migliore amica, finché non l'aveva vista sbuffare e roteare gli occhi al cielo.
«Kaori.»
Aveva mentito lei, abbassando lo sguardo sul telefono: era una cosa plausibile, no?
Due normali migliori amiche si potevano scambiare anche milioni di messaggi al giorno.
Certo, loro due non erano proprio il ritratto della normalità: gli unici messaggi che si mandavano contenevano foto imbarazzanti o outfit per richiedere l'approvazione dell'altra.
Preferivano di gran lunga chiamarsi o, ancora meglio, videochiamarsi.
«Non ti scrive mai per messaggio.»
Kenma non era un idiota, non lo era per niente: lei poteva anche essere la miglior bugiarda che avesse mai conosciuto, ma non poteva mentire a lui.
«E' per una cosa importante.»
Si era morsa l'interno della guancia, fingendo nel frattempo di rispondere a un messaggio per non incontrare lo sguardo del suo migliore amico: poteva ancora salvarsi, doveva solo inventare una scusa plausibile, velocemente.
«Ma davvero?»
Il biondo aveva assottigliato gli occhi, sarcastico: non avrebbe mollato la presa facilmente, aveva addirittura smesso di giocare pur di svelare il mistero.
«Hai.»
Fu in quell'istante che Y/N si ricordò quale fosse il modo più facile e indolore per farlo desistere: bastava imbarazzarlo a tal punto da ammutolirlo.
Si costrinse di non scoppiare a ridere, ripose il pranzo all'interno della borsa, la chiuse con cura e si alzò in piedi, guardandolo poi negli occhi con un sorriso sornione.
«Un porno lesbo, useremo anche il vibratore che ho nella cartella.»
Come da manuale, Kozume Kenma divenne letteralmente viola, cominciò a boccheggiare spasmodicamente e si affrettò a riprendere il suo telefono per darsi un contegno.
Soddisfatta, Sawamura Y/N uscì, ancheggiando, dall'aula.
Nella metro affollata e umida di passeggeri grondanti di pioggia, Y/N dovette mordersi il labbro inferiore per non sorridere, ripensando alla faccia sconvolta del suo migliore amico: si concentrò invece sullo schermo ancora illuminato del suo telefono.
Era passata una settimana precisa dalla notte in cui aveva avuto la brillante idea di sedurre il capitano della Fukurodani: in soli sette giorni, non sapeva spiegarsi come, il loro rapporto si era evoluto velocemente.
Soprattutto negli ultimi tre giorni Y/N aveva scoperto che tutti quei messaggi non erano poi così fastidiosi, che raccontargli, a fine giornata, come aveva passato il pomeriggio era liberatorio, che leggere i racconti dei suoi allenamenti e di quanto fosse stato grandioso, secondo lui, era divertente.
Inconsapevolmente, negli ultimi due giorni, la prima cosa che aveva fatto appena aveva aperto gli occhi era stata sbloccare il telefono per leggere quale bizzarro messaggio del buongiorno le avesse mandato.
Non aveva risposto subito, figurarsi, lei doveva farsi attendere: anche quello stesso venerdì aveva aspettato di salire sulla metro, prima di decidersi a rispondere.
Stava giusto picchiettano con le dita sullo schermo componendo il buongiorno, quando una voce, proprio accanto al suo orecchio, la fece sussultare e sollevare di scatto la testa.
Quando Bokuto l'aveva vista salire sul vagone della metro, una manciata di secondi prima, era stato così felice che aveva afferrato il braccio di Akaashi e se l'era trascinato dietro, spintonando in malo modo gli altri passeggeri, che si erano voltati accigliati verso il disgraziato vicecapitano il quale, paonazzo in volto, aveva arrancato qualche scusa.
La manager della Nekoma gli dava le spalle e lui, una volta arrivato dietro di lei, non aveva potuto fare a meno di fermarsi un attimo ad assaporare quel momento.
Era da tutta la settimana che sperava di incontrarla: sapeva che prendevano la stessa metro, dato che l'Accademia Fukurodani e il Liceo Nekoma non erano così distanti tra loro, eppure ogni mattina era rimasto deluso, fino a quel momento.
Akaashi Keiji, accanto a lui, aveva roteato gli occhi al cielo una volta appreso il motivo di quella corsa sfrenata tra le fila di gente accalcata.
«Y/N-chan puoi darmi il buongiorno di perso-»
Aveva pensato che fosse una buona idea, quella di coglierla di sorpresa, così avrebbe potuto vedere l'espressione di lei una volta resasi conto della sua magnifica presenza.
Tuttavia, l'unica cosa che vide fu la testa di lei sollevarsi così velocemente da risultargli impossibile evitarla, finendo inevitabilmente sul suo labbro inferiore.
Y/N si era voltata completamente quando si era accolta di aver colpito qualcosa: Bokuto Kōtarō torreggiava su di lei con una smorfia sofferente, gli occhi serrati e una mano sulla bocca; alle sue spalle il suo vicecapitano si era portato drammaticamente una mano sulla fronte.
«Bokuto-san mi hai fatto prendere un col-»
Si interruppe quando il gufo scostò la mano dalle labbra, dandole la possibilità di vedere un rivolo di sangue sul suo labbro inferiore: fantastico, adesso si sentiva doppiamente in colpa nei suoi confronti.
«Gomen nasai.»
Con un'espressione mortificata sul suo volto, la manager della Nekoma ripose frettolosamente il telefono nella tasca della cartella di cuoio, prendendo a cercare qualcos'altro.
«Oh? E' solo un taglietto Y/N-chan!»
Il dolore era passato solo qualche istante dopo e, quando aveva sentito il sapore ferruginoso del sangue sulla punta della lingua, era scoppiato in una risata: non era certamente la prima volta che succedeva, anzi, durante gli allenamenti era la prassi.
«Cosa-»
Si era stupito quando l'aveva vista tirare fuori dalla borsa un fazzoletto e avvicinarlo a lui con una mano, appoggiandolo delicatamente sul labbro e tamponando lievemente.
«Sta' fermo.»
Gli ordinò: quando lui ebbe l'istinto di ritirarsi, lei lo fulminò con lo sguardo appoggiando l'altra mano sulla sua guancia per tenergli ferma la testa.
Era sicura di non aver premuto in modo eccessivo sulla ferita, eppure lo vide sussultare improvvisamente.
«Ti ho fatto male?»
Istintivamente ritirò entrambe le mani dal gufo, portandosele al petto, preoccupata di avergli recato un ulteriore cruccio.
«Y/N-chan hai le mani gelide!»
L'asso della Fukurodani aveva ancora la pelle d'oca dopo quel tocco ghiacciato: afferrò in un lampo le mani di lei, le strappò il fazzoletto accartocciandolo in una tasca e racchiuse quelle piccole mani dentro le sue, cercando di scaldarle.
Se per lui quello era un normalissimo gesto di altruismo e bontà, Y/N si sentì avvampare dalla testa ai piedi, costringendola ad abbassare il viso verso il pavimento della metro, bagnato dallo zampettare delle scarpe dei passeggeri.
L'aveva colta di sorpresa, non aveva avuto il tempo di impedire quel contatto che ora, chissà per quale motivo, la stava facendo arrossire vergognosamente: se ne stava in silenzio, a capo chino, mentre cercava disperatamente di non pensare alle sue mani strette in quelle grandi del gufo.
Dannazione, era una cosa da coppia, quella.
«Hey Y/N-chan, non è niente, davvero!»
Per nulla consapevole del vero motivo dietro quel silenzio e quello sguardo rivolto verso il basso, Bokuto era convinto che la ragazza si stesse colpevolizzando ancora per quel misero taglietto che gli aveva procurato per sbaglio.
A pensarci meglio però, poteva sfruttare l'occasione a suo favore, se davvero lei si sentiva in colpa: quando gli venivano quei colpi di genio si stupiva sinceramente di sé stesso.
Akaashi sarebbe stato fiero di lui, ne era certo.
«Ma se proprio vuoi farti perdonare, domani sera esci con me.»
Aveva impercettibilmente stretto le mani attorno a quelle di lei, rivolgendole un sorriso speranzoso, gonfiando il petto, orgoglioso.
«Come scusa?!»
Y/N non aveva decisamente reagito come aveva sperato: aveva bruscamente ritirato le mani ed era sbottata alzando la voce, facendo voltare alcuni passeggeri attorno a loro.
Quel maledetto gufo era incredibilmente sfrontato!
Aveva appena finito di dire che non gli aveva fatto niente, che era una cosa da nulla, aveva preso le sue mani nelle sue e adesso tornava ad assillarla per uscire insieme?!
«Per favore Y/N-chan! Non saremo soli!»
Lei aveva fatto un passo indietro, indignata, per allontanarsi, lui ne aveva fatto uno in avanti, chinandosi su di lei con le mani giunte, disperato.
In che senso non sarebbero stati soli?
Y/N aveva alzato un sopracciglio, scettica e confusa.
C'era un'altra persona, oltre l'avvenente manager, ad aver assunto un'aria preoccupata e disorientata: Akaashi Keiji stava attendendo il peggio.
«Akaashi mi ha detto di voler portare Kaori in un locale un po' distante dal centro, ci uniremo a loro!»
Quella era la seconda idea geniale in una sola mattinata: sarebbe stata una giornata brillante, Kōtarō Bokuto ne era convintissimo, non poteva andare diversamente!
Non stava mentendo: solo pochi minuti prima, il suo vice gli aveva confidato di non poter passare il weekend con la squadra proprio per l'arrivo in città della sua ragazza che, si dà il caso, era la migliore amica della manager della Nekoma.
Era un piano perfetto, ingegnoso: Y/N non avrebbe rifiutato facilmente una serata con la sua migliore amica e non avrebbe certamente potuto dire che si trattasse di un'uscita romantica, dato che erano in quattro.
Y/N stava ancora analizzando la situazione, passando in rassegna ogni parola della frase del gufo, cercando allo stesso tempo l'inganno e la via di fuga: non poteva rifiutare utilizzando la solita scusa del non avere intenzione di intraprendere una relazione romantica, dato che sarebbero state presenti altre due persone, inoltre Kaori l'avrebbe tempestata di telefonate fin quando non avesse accettato.
Alla fine poteva considerarla come una semplice uscita tra amici, no?
Eppure, una parte di lei urlava di rifiutare, di scappare.
«Ah! Siamo arrivati!»
Non ebbe il tempo di cercare una scusa adatta, che Bokuto aveva dato una sonora pacca sulla spalla al corvino di fianco a lui per intimarlo ad avviarsi verso l'uscita: Akaashi aveva ancora gli occhi spalancati e la bocca semiaperta, scioccato.
«Ti scriverò i dettagli per messaggio!»
Sotto lo sguardo sconcertato ed allibito, sia del migliore amico che della ragazza, il vivace asso sventolò una mano in direzione di lei, prima di bloccarsi e tornare velocemente nella sua direzione.
«Y/N-chan, non dovresti uscire solo con la divisa di questa stagione.»
Si era abbassato su di lei come se avesse dovuto confidarle un segreto, si era tolto la sciarpa scura e l'aveva avvolta in un lampo sul suo collo.
Lei non era stata capace di reagire in modo diverso dall'arrossire violentemente, quando se l'era trovato a così pochi centimetri dal suo viso, rimanendo inebetita fin quando non fu abbastanza lontano da concederle di riprendere coscienza di sé.
«Bokuto-san non-»
Aveva tentato di raggiungerlo infilandosi tra gli altri individui che gremivano la metro, ma si era arresa quando aveva visto le porte cominciare a chiudersi per proseguire la corsa.
«Me la restituirai domani!»
Lo aveva sentito urlare dalla banchina e, prima di vederlo sparire dal suo campo visivo, le aveva sorriso ancora una volta, facendole un occhiolino.
Che cos'altro avrebbe potuto fare, lei, se non ritrovarsi a sorridere di rimando e sussurrare un "baka" che solo lei stessa avrebbe udito, mentre si stringeva, nel frattempo, nel tessuto di quella sciarpa blu come la notte.
Inspirò profondamente: aveva un buon profumo.
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
Solo in una settimana il caro Bokuto riesce a farla reagire in quel modo, va a finire che è lui che ne sa una più del diavolo.
Almeno in questi primi capitoli i due protagonisti avranno maggiori contatti telefonici, che di persona: può sembrarvi noioso, forse, ma tutto ha un senso!
O meglio, io da scrittrice il senso ce lo vedo, capisco sia più difficile come lettori.
Il punto è: Y/N fa la spaccona dietro uno schermo, ma sono bastati pochi minuti sulla metro, faccia a faccia, per rendersi conto che qualcosa sta cambiando, anche se non sa ancora cosa.
E ci vorrà pazienza, perdonatemi.
Come sempre, fatemi sapere che ne pensate e ricordatevi che per me siete preziosissimi, bellissimi, fantasticissimi vi amo ciao ◭,◭
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro