Capitolo 28: Amans iratus multa mentitur sibi.
Amans iratus multa mentitur sibi è una locuzione latina che significa letteralmente:
"un amante irritato mente anche a se stesso."
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Y/N non aveva mai giocato a pallavolo in prima persona, ma quello sport era sempre stato una parte fondamentale della sua vita.
Aveva segnato la sua infanzia, legando i suoi più bei ricordi ai pomeriggi trascorsi in tribuna a fare il tifo per suo fratello maggiore, quando i loro genitori stavano ancora insieme e la sera potevano mangiare tutti in compagnia commentando la partita comunque fosse andata a finire.
Poi aveva conosciuto Ushijima e aveva visto per la primissima volta cosa significasse essere destinato a qualcosa e dare tutto sé stesso per un unico obiettivo, finanche a rinunciare alla propria vita privata, alle amicizie, all'amore.
L'eccesso portato ai limiti estremi.
Non si era affatto sorpresa quando Kenma, che sarebbe presto diventato il suo migliore amico, le aveva rivelato di essere un palleggiatore: in quel momento si era messa a ridere e il biondo l'aveva guardata male, probabilmente fu la prima volta che le diede l'appellativo di pazza sclerata, ma sorrise anche lui quando gli spiegò come la sua esistenza fosse sempre stata caratterizzata dalla presenza di persone esclusivamente vincolate alla pallavolo.
Diventare una manager era stata invece una scelta presa consapevolmente in vista del suo grande sogno di diventare un medico sportivo: certo, avrebbe potuto esserlo di una qualsiasi squadra di un qualsiasi sport, ma il fatto che lo divenne proprio di una squadra di pallavolo fu l'ennesimo tassello da incastrare nel puzzle.
Grazie a quel mondo si era innamorata per la prima volta, aveva sofferto per la prima volta ed era cresciuta tanto da essere pronta per la relazione che ora la stava rendendo felice come non mai.
Doveva tantissimo alla pallavolo, la vedeva come una vecchia amica o qualcuno da ammirare e a cui ispirarsi, qualcosa che le era sempre stata accanto e sentiva ci sarebbe sempre stata: perché sognare un futuro accanto a Bokuto Kōtarō significava anche e senza dubbio un futuro accanto alla pallavolo.
Eppure, proprio come due migliori amiche, a volte litigavano: Y/N ce l'aveva avuta con lei quando suo fratello aveva perso la prima partita agli inter-liceali durante il suo secondo anno al Karasuno, quella volta in cui la Nekoma aveva perso ad un passo dalle semifinali e anche durante il match contro la Nohebi, quando sia Yaku che Kuroo si erano infortunati.
Ma era arrabbiata soprattutto in quel momento, mentre applaudiva sugli spalti del palazzetto secondario di Tokyo e la squadra della Fukurodani faceva i suoi inchini di fronte a un pubblico con le lacrime agli occhi: per i gufi, il torneo nazionale di pallavolo finiva quel giorno.
Ormai avrebbe dovuto sapere che nella pallavolo, come in qualsiasi altro sport, si vince e si perde, che non è una sconfitta a decretare la forza e il valore di una squadra o della singola persona, e che ci sono tantissime variabili che possono portare ad un risultato o a un altro.
Tuttavia non poteva fare a meno di maledire quel campo, quel palazzetto, quella palla che era caduta troppo in fretta e che era sicuramente la causa dell'espressione furiosa e allo stesso tempo affranta di Bokuto, che non aveva avuto neanche la forza di rivolgerle un singolo sguardo.
La platea si svuotò in fretta, il caos dei tifosi si spense gradualmente fino a lasciare che gli unici rumori ad echeggiare nella struttura rimanessero quelli delle pulizie in campo e il vociare allegro della squadra vincitrice dagli spogliatoi, in netto contrasto con quello sottotono dei gufi.
Lei non era mai stata brava a consolare, non era particolarmente empatica come Daichi e non sapeva portare l'allegria dovunque andasse come Bokuto, ma spettava a lei stargli accanto in quel momento.
Lui era sempre stato presente quando ne aveva avuto bisogno, anche con poco era riuscito ogni volta a tirarla su di morale e molto di più: adesso era il suo turno, il suo dovere e ciò che sentiva di voler fare dal profondo del cuore.
Inoltre c'era una cosa in particolare che voleva confessargli, una cosa di cui aveva avuto la conferma solo durante la chiacchierata con Kuroo: lo amava.
E, forse, quel "ti amo" che il capitano della Fukurodani aveva atteso tanto a lungo e che nessuno gli aveva mai detto, sarebbe stato molto di più di qualsiasi frase di consolazione.
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Bokuto aveva giocato male, di questo era perfettamente consapevole.
Era stato meno brillante del solito fin dall'inizio, non era riuscito ad ingranare neanche con i continui incitamenti di Suzumeda e Yukie e nonostante tutti gli sforzi da parte di Akaashi e della squadra.
La Fukurodani, però, non era Bokuto: Washio aveva spiccato tra gli altri murando una dopo l'altra le azioni degli avversari nel primo set, ma venendo poi raggirato facilmente durante il secondo, Sarukui aveva segnato con due diagonali strettissime che avevano mandato in visibilio il pubblico, sbagliando tuttavia quasi ogni parallela successiva.
Konoha e Akaashi si erano coordinati perfettamente solo quando, ormai, la partita aveva preso una brutta piega e il morale era già sotto terra, perfino Komi non era sembrato in gran forma.
Non aveva perso Bokuto come singolo, aveva perso l'intera squadra: non era colpa di nessuno in particolare, semplicemente era successo.
Tutti la pensavano in quel modo e se ne sarebbero fatti una ragione presto o tardi, anche se adesso prevalevano rimorsi e rimpianti, tristezza e rabbia.
Era sempre stato così anche per il loro capitano, ma quel giorno c'era qualcos'altro dietro il suo pessimo umore: non era il solito sconforto, non c'erano le deprimenti lagne e le sceneggiate teatrali ed esagerate, c'era solo silenzio da parte sua.
La maggior parte dei compagni, soprattutto quelli del primo anno, pensarono che fosse per il fatto che quella era stata l'ultima partita ufficiale con la divisa bianca, nera e oro della Fukurodani, ma quelli del secondo e terzo, soprattutto Akaashi, erano quasi certi che dovesse essere successo qualcosa al di fuori dell'ambito sportivo.
Che cosa, però, non fu dato loro saperlo: anche quando tutti ormai erano usciti dagli spogliatoi per dirigersi fuori dalla struttura, Bokuto era rimasto dentro dicendo loro che li avrebbe raggiunti al più presto.
Nemmeno Akaashi fu in grado di entrare in quella mente bizzarra, ma quando si chiuse alle spalle le porte dello spogliatoio, sospirando, andò a sbattere con l'ultima speranza per l'animo affranto di Bokuto: Sawamura Y/N.
Si era già fatta mille paranoie, si era preparata i più svariati discorsi di conforto e frasi trite e ritrite ripetendole come un mantra prima di avviarsi verso gli spogliatoi, concludendo alla fine che si sarebbe limitata a dire ciò che le sarebbe venuto in mente sul momento.
E proprio quando si era finalmente decisa ad aprire la porta dello spogliatoio Akaashi doveva finirle addosso?
Ci fu qualche momento di imbarazzo, la classica scenetta comica in cui per far passare l'altro ci si sposta alla propria destra, ma nello stesso identico istante anche l'altra persona si è spostata nella stessa direzione e così ci si ritrova a ripetere quel ridicolo balletto finché uno dei due non prende in mano la situazione.
Ovviamente, tra loro due, fu Akaashi a fermarla saldamente per le spalle e farsi largo verso l'uscita.
Il solito pragmatico.
«Non è proprio di ottimo umore.»
Quando le passò accanto non si fermò a fare due chiacchiere di circostanza come avrebbe sicuramente fatto in un'altra occasione, non le fece neanche il minimo cenno di saluto, le disse solo quelle poche parole, fin troppo chiaro a chi si riferisse.
Anche lui, molto probabilmente, aveva bisogno di parlare solamente con una persona: la sua ragazza.
Y/N annuì, appuntandosi mentalmente di ringraziarlo quando le acque sarebbero state più calme.
Solo dopo aver sentito il rumore della porta d'uscita chiudersi alle sue spalle, la gatta della Nekoma prese un profondo respiro e appoggiò una mano sul legno dell'ingresso agli spogliatoi.
In tutti gli spogliatoi in cui era stata c'era sempre lo stesso strano odore: l'acre del sudore dei giocatori era la prima cosa che si avvertiva, quell'insopportabile sentore che le faceva venir voglia di uscire immediatamente, ma subito dopo si sentiva il profumo dei bagnoschiuma proveniente dalle docce e le fragranze dei profumi da uomo che, non sapeva spiegarsi il perché, sembravano sempre più buoni di quelli delle donne.
Ma nemmeno riconoscere, tra tutti, quello usato da Bokuto riuscì a farla sorridere dopo aver visto il suo ragazzo con le mani tra i capelli ancora bagnati, con le punte che gocciolavano sul pavimento e un'aria distrutta che si avvertiva nonostante non potesse vederlo in faccia.
«Kōtarō...»
Lo chiamò sottovoce, incerta sul da farsi: se correre verso di lui e avvolgerlo in un abbraccio confortante o limitarsi a delle parole da lontano, per il momento.
La punta del suo piede destro si era già sollevata sul punto di avvicinarsi, quando lui la gelò.
«Ah, sei qui.»
Il gufo aveva alzato di scatto la testa, prendendo ad armeggiare nervosamente con il borsone ai suoi piedi come se non volesse per nessun motivo al mondo dare a vedere quello che era il suo reale e pessimo stato d'animo.
Aveva usato un tono parecchio acido, per niente da lui.
Le aveva dato fastidio, e Y/N dovette sforzarsi non poco per non darlo a vedere.
«E dove dovrei essere se non qui?»
Al contrario di ciò che avrebbe veramente voluto fare, ovvero rimproverarlo per il modo in cui le aveva risposto, gli aveva sorriso.
Addirittura il suono della sua voce le era uscito un po' troppo smielato e falso: insomma, capiva il suo stato d'animo, ma c'era davvero bisogno di rivolgersi in quel modo?
Lei che diamine c'entrava?
Inspirò lentamente per calmarsi: gli avrebbe fatto notare più tardi il suo comportamento sbagliato.
«Non è la prima volta che perdi una partita...»
Avanzò verso di lui di un passo, cercando di collegare la marea di parole sconclusionate che si affollavano nella sua mente, memore di tutti i discorsi pre-impostati che si era studiata dal momento in cui l'arbitro aveva fischiato la fine dell'ultimo set.
Naturalmente niente di ciò che aveva progettato le uscì fuori: fece una pausa, poi riprese ad avvicinarsi a quelle spalle larghe e scolpite che, ormai, conosceva più di sé stessa.
«...e non sarà l'ultima.»
Forse era stata fredda, brusca e cinica, ma era la verità.
Prima si sarebbe abituato a quel tipo di sensazione e sconforto naturale dopo una sconfitta, meglio sarebbe stato per tutti.
Soprattutto se vedeva ancora la pallavolo nel suo futuro e nella sua carriera.
«Ma per me sarai sempre il migliore, Kōtarō.»
Mentre pronunciava quella frase smielata che mai si sarebbe lontanamente sognata di dire in vita sua, la manager della Nekoma si rese conto che artefatti costrutti filosofici non sarebbero stati veri come quello che aveva appena detto: dritta al punto, niente di più e niente di meno.
Questo era lui per Y/N: il migliore di tutti, anche dopo un fallimento.
La voce della sua ragazza gli arrivava come un eco lontano, attutito dal rumore del sangue che gli ribolliva nelle vene per la rabbia e la frustrazione.
Nella testa del capitano della Fukurodani c'era una sola immagine, una sola cosa che gli impediva di prestare attenzione a ciò che gli stava dicendo la gatta: lei e Kuroo, insieme.
C'erano gli occhi felini del suo migliore amico che la guardavano alla soglia degli spalti, carichi di quel sentimento che tanto si era ostinato a rinnegare, le sue mani sui capelli di lei e il sorriso di Y/N che rispondeva a quel gesto fin troppo amichevole, per i suoi gusti.
«L'unico che-»
Gli avrebbe voluto dire che era l'unico al mondo capace di farle provare un amore così puro, l'unico per cui aveva messo da parte il suo orgoglio in svariate-anche se non molte-occasioni, l'unico a cui era pronta a dire "ti amo".
Le stavano uscendo così spontanee quelle parole che sarebbe stata una dichiarazione d'amore degna di una persona romantica come lui, tanto che le si sarebbe fiondato addosso e avrebbero finito col farlo lì, negli spogliatoi del palazzetto secondario di Tokyo.
Non successe niente di tutto ciò: prima ancora che potesse appoggiargli una mano sulla spalla come conforto lui si alzò prontamente in piedi, di spalle, non rivolgendole un singolo sguardo.
«L'unico?»
Bokuto marcò duramente quella domanda: come poteva definirlo unico, se neanche due ore prima era in compagnia di Kuroo?
Lo stesso ragazzo che aveva definito come il suo primo amore, quello di cui aveva sempre parlato con una passione che, con lui, non aveva mai avuto?
Bugiarda.
Traditrice.
«Sì.»
Y/N non esitò un millesimo di secondo per rispondere: lui era l'unico su tutti i fronti.
Si bloccò seduta stante, le spalle ferme, le braccia stese lungo i fianchi e i pugni chiusi, l'espressione dura e fermamente decisa.
Era ben consapevole dello stato depresso in cui si trovava il suo ragazzo e lei doveva essere la sua colonna portante.
Qualsiasi sciocco motivo lo stesse portando ad avere quello strano atteggiamento lei non si sarebbe scomposta: era lì per lui, solo per lui.
«Ma davvero?»
Fu solo quando il gufo, finalmente, si voltò e la guardò in faccia che Y/N capì che qualcosa non andava.
Qualcosa al di là della partita finita male, era qualcosa di molto più grande, qualcosa che riguardava lei, che riguardava loro.
«Non capisc-»
La smorfia sul volto di lui era un misto di scetticismo, irritazione e divertimento, quell'aria di chi sa, ma prima di scoprire tutte le carte vuole vedere se l'altra persona sta al gioco.
«Dov'eri prima di venire qui?»
Sputò quella domanda con la fretta di chi se l'era tenuta dentro per troppo tempo e adesso non ce la faceva più ad aspettare: voleva una risposta, anche se Y/N ebbe l'impressione che la sapesse già.
«Con la squadra, lo sai che sono sempre con loro.»
Quella replica fu il primo e fatale errore della gatta della Nekoma.
Non che gli avesse mentito, Bokuto non aveva specificato esattamente il quando, perciò dirgli che fosse stata effettivamente con il resto dei suoi compagni non era una bugia.
Aveva solo omesso quei dieci minuti scarsi con Kuroo.
Lo sapeva perfettamente che non ci sarebbe stato niente di male nel dirgli la verità, nel raccontargli quello di cui avevano parlato, ma non le sembrava il momento adatto, ecco tutto.
Era un'omissione a fin di bene, nella sua testa, e glielo avrebbe detto quando le acque si sarebbero calmate.
«Ti ho vista con Kuroo.»
Colpita e affondata: lui sapeva.
Bokuto Kōtarō era una persona fin troppo sincera, le menzogne non gli erano mai andate a genio semplicemente perché non ne comprendeva il bisogno, anzi, lo facevano infuriare.
E se a mentirgli era la stessa ragazza per cui lottava da mesi, per di più su un argomento delicato come Kuroo, quello che provava andava ben al di là della normale frustrazione.
«Ti ho vista arrivare qui con lui.»
Dentro di sé sentiva la stessa cieca gelosia che aveva provato il giorno in cui lei gli aveva raccontato di ciò che era successo con il capitano della Nekoma, quella netta e irrazionale sensazione che un giorno sarebbe tornata da lui, che se la sarebbe vista sfuggire tra le mani per finire in quelle di Kuroo Tetsuro.
Stava per esplodere, lo avvertiva chiaramente.
«Si è offerto di accompagnarmi, che c'è di strano?»
Il secondo errore: si era messa sulla difensiva.
Y/N aveva incrociato le braccia al petto, sollevato un sopracciglio, e lo guardava con aria di sfida.
Era consapevole di essere nel torto, ma solo ed esclusivamente per evitargli inutili paranoie in una giornata già deprimente.
«Assolutamente niente.»
Al capitano della Fukurodani l'ironia non si addiceva proprio per nulla e, allo stesso modo, non gli donava neanche quella insensata gelosia.
Lei attese qualche secondo prima di riprendere la parola, alla fine optò per raccontargli tutto.
Se voleva la verità, la verità avrebbe avuto, anche se gli avrebbe provocato un fastidio che aveva in ogni modo tentato di evitargli: sentirsi dire che uno dei propri migliori amici si era praticamente dichiarato alla propria ragazza non era sicuramente piacevole.
«Abbiamo anche avuto modo di parlare.»
La ragazza sciolse le braccia dalla morsa ferrea in cui se l'era portate al petto come a volersi difendere con uno scudo, lasciandole ricadere morbide.
Anche la sua espressione cambiò, da severa a comprensiva Y/N era pronta perfino a scusarsi di quella piccola bugia bianca, se solo lui l'avesse chiesto.
E che lei mettesse il suo orgoglio da parte era la prova evidente di quanto lo amasse.
«Parlare?!»
Non se n'era accorto, non lo aveva assolutamente fatto di proposito, ma aveva fatto un mezzo passo verso di lei sporgendosi in avanti con uno sguardo furioso.
Allo stesso tempo aveva alzato il tono della voce.
Per una frazione di secondo Y/N rivide di fronte a sé Kuroo mentre le dava praticamente della puttana, il giorno in cui avevano discusso nello stanzino della palestra della Nekoma.
«Voi due non avete mai parlato in tutto questo tempo e vuoi farmi credere che avete solo parlato?»
Conosceva Kuroo da una vita si poteva dire, da quando era un ragazzino scontroso e taciturno ai tempi delle medie fino alla pubertà che l'aveva portato ad essere lo spavaldo capitano che era adesso.
In una cosa non era mai cambiato: non parlava mai dei suoi sentimenti.
Figurarsi se aveva cominciato proprio a farlo con una persona che, da quel punto di vista, era identica a lui.
La rabbia del gufo non era solo data dal fatto che, secondo lui, era stato tradito dalla sua ragazza, ma anche da uno dei suoi migliori amici.
«Che cosa stai insinuando?»
Lei era stata tradita da Ushijima.
Era stata abbandonata da Kuroo, tradita in un certo senso anche da lui.
Sapeva cosa significava quello sguardo inquisitore dietro le iridi gialle: Bokuto dubitava della sua fedeltà.
La stava accusando di una cosa che non avrebbe mai e poi mai fatto: non era solo il suo orgoglio ad essere ferito stavolta, era tutta sé stessa.
«Voglio la verità Y/N.»
Le pupille attente di lui saettavano sul viso della gatta cercando una crepa, un indizio, qualsiasi cosa che desse il via libera a uno sfogo che doveva avere un movente.
«Abbiamo solo parlato.»
Dentro di lei si agitava una vasta tempesta di emozioni che comprendeva rabbia, dolore, delusione.
Ma ancora una volta, quel giorno, si disse fermamente che non era lei la protagonista, che avrebbe fronteggiato i suoi sentimenti offesi più tardi e ora era Bokuto al centro dell'attenzione: aveva bisogno di essere rassicurato e lei l'avrebbe fatto.
«E mi è servito, ho capito che-»
sono pronta a dirti quello che provo per te.
La frase rimase sospesa lì dove era cominciata, incapace di essere conclusa.
«Hai idea di che cosa voglia dire giocare una partita così importante dopo quello che ho visto?»
Bokuto non aveva ascoltato minimamente quello che gli aveva detto, accecato com'era dalla rabbia.
Sawamura Y/N era la causa di tutto: aveva perso i nazionali, il suo migliore amico, aveva perso del tempo prezioso dietro una persona che non se lo meritava.
«Adesso la vostra sconfitta sarebbe colpa mia?!»
Si era messa ad urlare anche lei, ora.
Aveva accettato e compreso la gelosia di Bokuto, anche se ci era rimasta male, aveva sorvolato sul brutto modo in cui l'aveva aggredita quando aveva solo cercato di stargli accanto, ma quell'accusa no, non poteva accettarla.
«Che domanda stupida, è ovvio che non sai cosa voglia dire: sei sempre stata un'egoista.»
Un'egoista: era la verità.
Faceva parte del suo carattere da sempre, l'egoismo.
Un brutto difetto, assieme all'orgoglio, di cui però non aveva mai potuto fare a meno.
Ma non con lui: Y/N era cambiata, Bokuto l'aveva cambiata.
Glielo aveva dimostrato, glielo stava dimostrando in quel preciso istante ma lui sembrava non vederlo: c'era, al mondo, qualcosa di peggiore?
«Hai solamente voluto sfruttarmi fin dall'inizio per far ingelosire Kuroo.»
Le parole del gufo erano veleno, per sé stesso e per lei.
La tossina di quel fiume di parole amare e crudeli si era insinuata dentro di lui rendendolo un'altra persona, non il bravo ragazzo che era abituato ad essere, quello comprensivo anche se permaloso, lunatico ma non isterico.
«Dovevo aspettarmi che sarebbe finita così.»
Alla fine sospirò, un sospiro sommesso e stanco, poi le diede le spalle riprendendo a trafficare con l'armadietto delle scarpe, ignorandola.
Y/N aveva le mani tremanti, il battito accelerato del cuore che pompava il sangue a infiammarle il petto dal respiro affannato e spezzato a tratti.
Si sentiva davvero quando parlava? Aveva ascoltato le frasi appena pronunciate? Si era reso conto del dolore che le stava causando di proposito?
Quello non era il ragazzo di cui si era innamorata, quello che l'aveva sempre capita senza dire nulla, figurarsi cose come quelle.
«Non lo pensi davvero, Kōtarō.»
La voce della gatta era tornata calma e rassicurante, per quanto si distinguesse chiaramente il nodo che le attanagliava la gola.
«Sei solo arrabbiato per la-»
partita.
Aveva allungato una mano sulla sua spalla per accarezzarlo, per dare un taglio a quella distanza che li separava e le faceva male, lo faceva ad entrambi.
Pensava che se le parole non bastavano sarebbe passata ai fatti e che il calore di una carezza, di un abbraccio, di un bacio, l'avrebbero sciolto da quella freddezza che non gli apparteneva.
«Non toccarmi!»
Le aveva scacciato bruscamente la mano, il petto muscoloso che si muoveva al ritmo pesante del suo respiro.
Y/N aveva ritirato il braccio come un animale ferito: nessuno l'aveva mai rifiutata in quel modo, né Wakatoshi, né Kuroo.
«Adesso che hai ottenuto quello che volevi puoi andartene da lui.»
Le parve di cogliere un bagliore di pentimento negli occhi del suo ragazzo: lo era ancora, vero?
Anche il tono si era abbassato, così come lo sguardo: sembrava essersi arreso e questo era ancora peggio della rabbia.
«Non voglio andare da lui!»
I ruoli si erano invertiti, adesso era Y/N a strillare.
Aveva la vista appannata, sentiva il peso di un pianto che presto o tardi le avrebbe inondato le guance arrossate.
«Se sono qui c'è un motivo!»
Bokuto Kōtarō la guardava quasi impassibile, così lontano da quello che era sempre stato il suo sguardo perdutamente innamorato da sembrarle impossibile da raggiungere.
Il motivo era uno solo, evidente, inconfutabile e così ovvio che chiunque lo avrebbe capito: Y/N lo amava più di qualsiasi altra cosa.
«Non voglio sentire altro Y/N, sono stanco.»
Era solo una bugiarda, l'ennesima ragazza che si era presa gioco di lui per i suoi scopi, era solo stata più brava delle altre a mentirgli e fargli credere, per un momento, che lui fosse speciale e che la loro sarebbe stata una storia da favola.
Non ce la faceva più a sopportare quelle grida, quelle parole vuote e false che gli avevano portato solo un'amara delusione.
«Kōtarō io-»
ti amo.
Gli aveva promesso che sarebbe stata sempre sincera, che tutto ciò che pensava glielo avrebbe detto per evitare gli sbagli commessi in passato.
Lui le aveva insegnato che esprimere i propri sentimenti non era una cosa di cui vergognarsi, aveva bisogno di urlare al mondo intero di amare Bokuto Kōtarō.
Ma proprio quando stava per farlo, lui l'aveva allontanata.
«Vattene ho detto!»
Un ultimo sguardo carico di rancore, un ultimo ordine: andarsene.
Sarebbe stato meglio sentirsi dire che lui, al contrario, non l'amava più.
Oppure essere accusata di aver detto l'ennesima menzogna.
Una volta ancora Y/N rinchiuse dentro di sé sentimenti che rischiavano di distruggerla dal profondo, ricacciò indietro le lacrime e annuì, voltando le spalle a colui che le aveva fatto il torto più grande.
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Mi dispiace essere sparita, davvero, mi scuso tantissimo per quest'attesa.
Spero di riprendere a pubblicare con regolarità, ma non vi prometto nulla (anche se il prossimo capitolo è già in stesura).
Vi lascio qui i miei progetti, nel caso qualcuno mi volesse ancora bene :')
-vorrei innanzitutto finire questa storia (mancano 3 capitoli quindi dovrei fare presto);
-concludere l'altra Kurooxreader;
-iniziare finalmente quella su Demon Slayer;
Vi ho pensati sempre, amati lettori.
Un bacio
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