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Capitolo 18: Errata corrige.

Errata corrige è una locuzione latina che significa letteralmente:
"correggi gli errori."
▲▲▲

La settimana precedente alle vacanze natalizie era passata in modo estremamente bizzarro.

Quando le cose andavano bene, Y/N aveva sempre avuto la tendenza a credere che si trattasse solo di una tregua prima dell'ennesimo uragano che sarebbe arrivato a stravolgere la sua esistenza.

Ebbe l'assoluta certezza che si trattasse di una messa in scena architettata da chissà chi con il solo scopo, alla fine, di mandarla al manicomio, quando il mercoledì mattina di quella stessa settimana Akaashi Keiji, alzatore e vicecapitano della squadra di pallavolo dell'accademia Fukurodani, ragazzo della sua migliore amica e, ultimo titolo ma non ultimo per importanza,  nemico numero uno della sua pseudo relazione con Bokuto, l'aveva invitata a trascorrere l'ultimo weekend prima del Natale in compagnia sua, di Kaori e di Bokuto stesso.

La cosa l'aveva talmente sconvolta che, nonostante stesse chiudendo proprio in quel momento la valigia, stentava ancora a credere che fosse tutto reale.

La metro era affollata come al solito, il pavimento era tutto sporco di fango per via della neve che, rimasta incollata alle scarpe dei passeggeri, si scioglieva una volta raggiunta la temperatura del vagone, lasciando pozze qua e là che finivano per insudiciare l'intero ambiente.

Non che a Sawamura Y/N importasse molto: la sua attenzione era totalmente catturata da Bokuto che, come ogni mattina, ci metteva tutto sé stesso per cercare di impressionarla con qualche mirabolante racconto della sua bravura durante gli allenamenti.
Lei gli sorrideva, annuendo di tanto in tanto: non avrebbe avuto bisogno di colpirla in alcun modo, per lei era già l'asso migliore del mondo.
Tuttavia sapeva anche quanto gli piacesse mettersi in mostra, perciò, ogni giorno, lasciava che attirasse gli sguardi di ammirazione degli altri viaggiatori e nutrisse il suo ego smisurato.

«Sawamura.»
Ad interrompere gli sproloqui del capitano della Fukurodani era stato niente meno che il suo vice.
Akaashi di solito se ne stava con la schiena appoggiata allo scompartimento della metro per tutta la durata della tratta senza aprire bocca, se non per salutarla o redarguire Bokuto per aver alzato troppo la voce.
Ma quel mattino doveva aver bevuto un caffè di troppo, oppure, stanco ormai di fare da balia al suo capitano, si era dato alle droghe leggere: non c'era altra spiegazione.

«Hai?»
Il solo fatto che si fosse espressamente rivolto a lei, e non a lei e Bokuto insieme, l'aveva già fatta insospettire: per poco non fu sul punto di darsi uno schiaffo e verificare che non fosse un sogno.

«Hai programmi per questo fine settimana?»
Quella poi era l'ultima domanda che si sarebbe mai aspettata di sentire uscire dalle labbra di Akaashi Keiji: non era lui, era sicuramente un clone.
Deglutì, la manager della Nekoma, cercando in quelle pozze chiare un indizio che la aiutasse a capire dove si celasse l'inganno.
Non trovando niente di più che la sua tipica apatia, si voltò disperatamente verso l'unico che, forse, aveva capito dove volesse andare a parare il corvino: inutile, Bokuto era più esterrefatto di lei.

Il gufo aveva le pupille talmente dilatate dall'eccitazione da occupare l'intera iride e far scomparire il giallo che di solito brillava più del sole: un vero rapace notturno intento ad acciuffare la sua preda non avrebbe avuto lo sguardo così attento.
Dopo interminabili secondi e uno scossone da parte del mezzo su cui si trovavano, il pallavolista riuscì a farle cenno di no con la testa.
Incredibile come, per la prima volta, Bokuto Kōtarō fosse più reattivo di lei: era un giorno da segnare sul calendario, quello.

«...no?»
Y/N sembrava imbambolata, Bokuto pareva nel bel mezzo di una rivelazione estatica e Akaashi guardava entrambi con un'espressione talmente confusa che a vederlo da fuori portava a credere che non capisse la loro lingua.
L'alzatore sospirò, decidendo di sorvolare su quei comportamenti assurdi.

«E' caduta molta neve di recente, Kaori ed io approfitteremo per passare un weekend in una località di montagna.»
L'idea gli balenava in quella mente geniale già da qualche giorno, ma aveva aspettato a parlarne a quei due, dopo ciò che era avvenuto dopo l'amichevole con la Nekoma.
Quando Bokuto, però, gli aveva riferito di come erano andate le cose in seguito, Akaashi era stato più deciso che mai della sua pensata e ne aveva parlato alla sua ragazza, naturalmente entusiasta della cosa.
Certo era che se Sawamura Y/N continuava ad interromperlo non c'erano speranze che la trovata andasse a buon fine.

«Me lo stai dicendo perché hai intenzione di chiederle la mano e vuoi la mia approvazione?»
La gatta aveva rilassato le spalle e fatto spuntare un sorrisetto furbo sulle labbra piene: il vice della Fukurodani non aveva intenzione di tenderle una trappola, le stava solo facendo sapere che non avrebbe visto Kaori fino alla fine delle vacanze natalizie, molto probabilmente.
Davvero premuroso da parte sua.

Akaashi nell'ultimo periodo era stato, a pensarci meglio, più affabile con lei, ma Y/N non riusciva in alcun modo a trattenersi dal provocarlo come sempre, se non addirittura di più: in un lampo il suo volto si contorse nella solita espressione indispettita, ma un velo di rosso gli colorò il viso di norma pallido.

«Akaashi!»
A proposito di Natale, il volto di un bambino che sorprende il vecchio panciuto vestito di rosso scendere dal camino non sarebbe stato niente in confronto alla meraviglia che esprimeva il sorriso di Bokuto Kōtarō: quell'idiota le aveva creduto davvero.

«Non pensavo fossi pronto al grande passo così giovane!»
Nonostante proprio di fronte a lui Y/N stesse ridendo a tal punto da far voltare la maggior parte dei passeggeri con occhi carichi di rimprovero, il gufo era troppo preso dalla notizia per rendersi conto che quella era stata solo una battuta.

«Promettimi che farò da testi-»
La sua grande mano destra era già appoggiata sulla spalla del vice che, paonazzo in volto dall'imbarazzo, era riuscito appena in tempo a fermarlo prima che proseguisse con quelle assurde fantasie: se lo vedeva già incravattato, sempre che la cravatta se la sapesse mettere, e con le lacrime agli occhi per il discorso da testimone.
Un vero incubo.

«Non ho intenzione di sposare nessuno!»
Y/N stava letteralmente piangendo dalle risate, le lacrime le sgorgavano così copiosamente dagli occhi che le dispiacque solo di non aver potuto apprezzare a pieno le facce dei due gufi.
Il sorriso di Bokuto si era spento come se avesse appena scoperto che a scendere dal camino non fosse stato Babbo Natale, ma solo Konoha caduto ubriaco dal tetto.
Il cipiglio di Akaashi, invece, non era mai stato così a disagio; chissà come mai, però, tutto a un tratto arrossì di nuovo.

«Per ora.»
Molto probabilmente credette di averlo solo pensato, ma quelle due parole arrivarono distintamente alle orecchie degli altri due: Y/N e Bokuto si scambiarono un'occhiata d'intesa, sornioni.

«Ve lo sto dicendo per chiedervi se volete unirvi anche voi.»
Ecco, tutta l'ilarità che l'aveva fatta quasi morire dal ridere fino a quell'istante scomparve per lasciare spazio al più totale shock: Akaashi Keiji le stava chiedendo, di sua spontanea volontà, di trascorrere del tempo con lui e la sua ragazza.
C'era qualcosa di estremamente sbagliato, Y/N ne era sicurissima.
Il punto era scoprire che cosa.

Le ipotesi non erano più di tante e Y/N iniziò a vagliarle segnando un punto interrogativo sulla sua lista immaginaria accanto all'opzione dell'omicidio: se avesse voluto ucciderla non avrebbe invitato anche Bokuto, ma c'era una remota possibilità che volesse uccidere anche lui.
La seconda alternativa era che fosse uno scherzo per vendicarsi dei suoi continui dispetti e che, alla fine, la volesse abbandonare in mezzo ad un bosco buio e innevato per qualche giorno, mentre si divertiva con Bokuto e Kaori alle sue spalle e al caldo di un camino.
Qui disegnò mentalmente un triangolo con un punto esclamativo nel mezzo: doveva prestare attenzione.
La terza scelta, però, era quella che la convinceva di più: Y/N prese il cellulare dalla tasca della sua giacca.

«Il posto dista solo due ore di macchina da...»
Mentre Akaashi continuava a parlare con Bokuto, già fin troppo elettrizzato, lei non aveva ascoltato un'altra parola di quella conversazione: al suo orecchio destro rimbombavano gli squilli di una telefonata.
Stava per riattaccare quando, finalmente, una voce rispose.

«Kaori.»
L'ipotesi vincente corrispondeva allo scenario più drammatico: non per lei, ma per Akaashi; ed era giusto che fosse la sua migliore amica a darle la sconvolgente notizia.
Sawamura Y/N sembrava più seria che mai.

«Y/N sto per entrare a scuola non ho tempo per-»
Nella prefettura di Miyagi, Ukai Kaori era ad un passo dall'ingresso dell'istituto scolastico e dal tono della sua voce pareva sul punto di attaccarle senza neanche lasciarla parlare: non poteva permetterglielo, era di vitale importanza.

«Devo darti una brutta notizia.»
L'aveva detto in modo così solenne e severo che anche i due ragazzi smisero di parlare, guardandola allarmati.

«Y/N?! Che cosa è successo?!»
Kaori gridò così forte il suo nome che a Y/N parve di sentire, dall'altra parte del telefono, la voce preoccupata di suo fratello che, come un ficcanaso avvoltoio, chiedeva se stesse parlando proprio con sua sorella minore.

Y/N si gustò per qualche secondo il panico generale che aveva suscitato con la sua piccola recita, poi si concedette di lasciar andare un sorriso.

«Credo che il tuo ragazzo sia prossimo alla pazzia.»
Era riuscita appena in tempo a finire la frase, prima che l'altra iniziasse ad inveirle contro, lei cominciasse di nuovo a ridere e Akaashi, più rosso di prima, le si scagliasse contro come un rapace inferocito.

«SAWAMURA!»
Il corvino le strappò il telefono dalla mano con facilità, mentre lei si reggeva con un braccio l'addome e Bokuto, assieme ad altri due passeggeri che avevano assistito al teatrino, si univa alla sua risata.

«Hai. Sto bene.»
Gli occhi di Akaashi che la osservavano di sbieco sembravano più che mai assassini, mentre tranquillizzava Kaori al cellulare.

«Sì, glielo stavo chiedendo.»
Tra uno sghignazzo e l'altro, reggendosi al braccio di Bokuto per non finire addosso a qualche persona attorno a loro, Y/N riuscì a capire che Kaori doveva essere al corrente di tutto il piano e che, in tal caso, non ci sarebbe stato neanche bisogno di spiegarle: era certa che la sua migliore amica avesse già capito il suo sgomento.

«A più tardi.»
Quando l'alzatore pose fine alla chiamata e le porse il telefono, Y/N si sentì lievemente in colpa. Era vero che avesse un carattere totalmente differente dal suo, ma la gatta aveva iniziato a volergli bene dal più profondo del cuore: si era ricordata solo la domenica pomeriggio di come Akaashi fosse intervenuto durante la discussione con Kuroo e, per di più, aveva avuto il tatto di non farne parola i giorni successivi.
Kaori aveva trovato un ragazzo davvero magnifico.

«Gomen, Akaashi.»
Ripose l'apparecchio elettronico all'interno della cartella, poi gli rivolse un sorriso caldo, sincero.

«Ti ringrazio davvero per l'invito.»
Era stato l'inizio della giornata più inaspettato che avesse mai vissuto, ma era talmente contenta che avrebbe potuto accettare anche in quell'istante.
Se non avesse dovuto chiedere prima il permesso a suo padre l'avrebbe fatto sicuramente.

«Beh, pensaci.»
Il gufo dagli occhi del colore del ghiaccio le sorrise a sua volta: Y/N capì che Akaashi non la considerava più una minaccia per la quiete della sua vita, ma era ufficialmente entrata a farne parte.

«Bokuto-san, andiamo.»
La salutò infine con un rapido gesto della mano, prima di dare una pacca sulla spalla al suo capitano e avviarsi verso le porte di uscita.

«Hai!»
Mimando il saluto militare, anche Bokuto voltò le spalle larghe seguendo l'altro: la metro si era appena fermata.

«Bye, bye Y/N-chan.»
Lo vide scomparire dietro le porte della metro dopo averla salutata scompigliandole i capelli con la mano destra, ma nulla di più: il fatto che la trattasse ancora come un'amica, o peggio una sorella minore, cominciava a darle davvero sui nervi.

Dato che Kaori sarebbe dovuta arrivare da Miyagi, erano stati tutti d'accordo per partire il sabato mattina: se l'avessero fatto il venerdì avrebbero dovuto viaggiare di notte e, in ogni caso, non si sarebbero goduti la sera in montagna.
Era stato stabilito che sarebbe stato Akaashi a guidare, anche se Bokuto si era messo a piagnucolare per un'intera giornata dopo aver capito che nessuno si fidava della sua capacità di guida alle sette del mattino.

Il telefono di Y/N segnava le sei e cinquantasei minuti, fuori dalla finestra era ancora buio e lei, incredibilmente, era già sulla soglia d'ingresso con la piccola valigia chiusa e la sciarpa di Bokuto imbacuccata intorno al collo, pronta per uscire.
Il fatto che Kaori avesse seriamente minacciato di lasciarla a Tokyo se avesse fatto anche solo un minuto di ritardo aveva contribuito non poco alla sua puntualità.

«Ci vediamo domani sera, otousan
Suo padre era sempre stato un bell'uomo: Daichi gli somigliava moltissimo in questo, con quell'aria autoritaria ma allo stesso tempo gentile e di un'eleganza rara.
Quella mattina, in vestaglia casalinga e ciabatte, le sembrava ancora più bello che tutto incravattato per il lavoro.
Y/N gli sorrise, stampandogli un bacio sulla guancia ruvida di barba appena fatta: le piaceva vederlo riposare a casa.

«Sta' attenta, bambina mia.»
Il signor Sawamura accarezzò la testa della piccola di casa con fare amorevole: anche lei, purtroppo, stava crescendo.

«Anche tu pensi che vogliano assassinarmi?»
La gatta della Nekoma si lasciò sfuggire quella battuta infelice con una smorfia tra il divertito e lo spaventato, facendo aggrottare la fronte del suo vecchio.
Non aveva ancora abbandonato del tutto il pensiero che Akaashi fosse un serial killer sotto copertura.

«Cosa?!»
La guardò con aria vagamente preoccupata e, per poco, non rovesciò il caffè dalla tazzina sbeccata, ma prima che lei potesse lasciargli il suo testamento orale il suono di un clacson la fece scattare verso la porta.

«Lascia perdere, ti ho voluto bene.»
Ridacchiò tra sé e sé, infilandosi la giacca pesante e controllando un'ultima volta che avesse preso tutto l'occorrente: sarebbe stata via solo un giorno, ma se per disgrazia si fosse dovuta ritrovare a chiedere qualcosa in prestito a Kaori, quella le avrebbe dato della disorganizzata per il resto dei suoi giorni.

«Anche io Y/N-chan.»
La porta era già mezza aperta e lei si stava trascinando all'esterno imprecando per il freddo agghiacciante quando suo padre la salutò urlando dalla cucina.

«Saluta Bokuto da parte mia!»
Chissà come mai, al signor Sawamura Bokuto era risultato simpatico fin dal primo momento e, durante tutta la settimana, non aveva fatto altro che chiederle di lui e di come fosse diventata la sua ragazza.
Quando lei aveva replicato, piuttosto innervosita, di non essere la sua ragazza, lui non le aveva creduto, ma era la pura verità: Bokuto non aveva mai accennato alla cosa, nonostante si comportassero come una coppia.

Era da qualche giorno che il serpente del dubbio si era insinuato nella sua mente.
Bokuto era una persona fin troppo sincera, schietta e impulsiva, ed era esattamente questo che la preoccupava: se l'avesse voluta come sua ragazza glielo avrebbe detto senza troppi giri di parole e, anzi, non avrebbe fatto altro che sbandierarlo ai quattro venti.
Perché non lo aveva fatto, allora?

Y/N aveva già sbagliato due volte: la prima con Wakatoshi, la seconda con Kuroo; non l'avrebbe fatto una terza, non si sarebbe costruita castelli di fantasia prima di avere tutte le certezze che cercava.
Il dubbio, dopo tutto, è un sentimento privo di presunzione: Bokuto Kōtarō la faceva stare bene più di chiunque altro, se la sarebbe goduta finché il cielo glielo avrebbe concesso e poi, qualora fosse finita, lo avrebbe accettato con la consapevolezza di non aver sognato con eccessiva arroganza.
Almeno questo era ciò che si imponeva di pensare a mente lucida, ma quando lo vedeva non poteva fare a meno di chiedersi che intenzioni avesse con lei.

Maledizione, era una sensazione disgustosa quella di avere paura di fidarsi ancora: non era colpa di Bokuto, non lo sarebbe mai stata, ma la ferita della delusione non l'aveva mai abbandonata.
Le si era incenerita l'anima per ciò che aveva passato, lui si era fatto spazio in quelle ceneri con coraggio, si era preso un pezzo di lei e l'aveva ricomposta, ma le rimaneva sempre la nociva sensazione che fosse tutta un'illusione.

«Ohayō!»
Salutò il trio allegramente con la mano, mentre con l'altra tentava strenuamente di non lasciar scivolare il bagaglio sul cemento ghiacciato.

Akaashi inarcò leggermente le labbra in quello che doveva essere una sottospecie di sorriso e Y/N, osservandolo, notò come fosse l'unico nel piccolo gruppo a non avere alcun segno di stanchezza: doveva essere per forza un pazzo scellerato, o non si spiegava.
Accanto a lui Kaori l'aveva salutata, probabilmente, sbadigliando sonoramente a bocca aperta e beccandosi un'occhiataccia dal suo ragazzo.

«Vuoi una mano?»
Infine, seduto nei sedili posteriori, Bokuto aveva abbassato il finestrino per sorriderle e offrirle il suo aiuto: era davvero un essere così spregevole e malfidato se dubitava di una persona così gentile?

«E' leggera.»
Aveva ricambiato il sorriso, scacciando quei brutti pensieri dalla testa: non avrebbe permesso a niente e nessuno di rovinare quella mini-vacanza.

«Hai solo quella valigia?»
Una volta entrata in macchina e chiusa la portiera posteriore, Akaashi mise in moto il motore e Kaori si affacciò dal sedile anteriore: aveva già una caramella in bocca ed erano appena le sette del mattino.
Quella ragazza aveva dei seri problemi con gli zuccheri.

«Immagino che il bagagliaio sia pieno a causa tua.»
Aveva impiegato non poca fatica per incastrare la valigetta che si era portata e già quella le era sembrata esagerata: poi aveva visto le due enormi valigie dell'amica.

«Sì.»
Tuttavia Ukai Kaori era orgogliosissima del fatto che ogni qualvolta mettesse piede fuori di casa sembrava dovesse fare un intero trasloco e, incrociando le braccia sotto il seno prosperoso, si impettití nel suo sedile.
Akaashi, di sottecchi, le lanciò uno sguardo disperato.

«Facile non scordarsi mai niente se ti porti dietro tutto l'armadio...»
Anche se aveva sussurrato, Bokuto l'aveva sentita lo stesso e, il più silenziosamente possibile, rise sotto i baffi.

«Hai detto qualcosa?»
La corvina, con non si sa bene quale udito ultrasonico, doveva aver captato qualcosa: si voltò di scatto verso di loro, i suoi occhi ambrati erano minacciosissimi.

«No!»
Y/N e Bokuto risposero all'unisono, con una complicità da far invidia anche alle coppie più datate, per poi scoppiare a ridere come due bambini all'ennesima marachella scoperta dalla madre.

Nei sedili anteriori del veicolo, Akaashi aveva sollevato la mano dal cambio e l'aveva appoggiata dolcemente sulla coscia della sua ragazza, che intrecciò le sue dita a quelle di lui.
Si sorrisero, capendosi con un solo sguardo: quello che stava succedendo alle loro spalle non era nient'altro che l'inizio di una lunga storia d'amore.

«Ne, Akaashi...»
A Y/N piaceva davvero tanto stare in macchina e, come per la maggior parte dei neonati, a volte quello era stato l'unico modo per farla addormentare quando era piccola.
Ma Bokuto, ovviamente, era tutt'altro tipo: non erano passati neanche due minuti da quando avevano smesso di ridere e instaurato un pacifico silenzio all'interno del mezzo, che lui aveva già sentito la mancanza della parola.

«Hai, Bokuto-san?»
Come facesse l'altro a rimanere sempre rilassato quando veniva chiamato, come minimo, ottocento volte al giorno, era un mistero.

«Posso mettere un po' di musica?»
Bokuto si era sporto in avanti con il busto, infilando i capelli dritti nel mezzo dei due sedili, intanto Y/N si stava sfilando giacchetto e sciarpa.

«No.»
Era il momento di fargli capire come sarebbero state gestite quelle due ore circa di viaggio: lo afferrò per il pesante maglione in lana che fasciava le sue spalle imponenti e lo spinse nuovamente accanto a lei.

«Perché?!»
Mentre lui se ne stava con un'espressione stupefatta ad osservarla, la manager della Nekoma ripiegava la sciarpa su sé stessa a mo' di cuscino, per poi appoggiarla sulle gambe del gufo.

«Perché voglio dormire.»
Con un sorrisetto furbo a fior di labbra Y/N guardò il volto di lui mutare in una delusione totale: sicuramente aveva sognato di cantare a squarciagola fino alla cima della montagna, finendo col far venir giù una valanga.

«Cosa?! Kaori!»
Chiamò il nome della corvina come un lamento, una supplica o una preghiera nel tentativo di trovare qualcuno dalla sua parte, ma non Kaori non gli rispose neanche.

«Ha già chiuso gli occhi.»
A farlo ci pensò Akaashi, che scagliò un'occhiata comprensiva al capitano dallo specchietto retrovisore.
Kaori intanto aveva allungato una mano alle sue spalle e Y/N, ridacchiando, le diede il cinque: erano migliori amiche pur per qualche motivo, dopo tutto.

«Y/N-chan, ma io-»
Prima che potesse iniziare a lamentarsi più di quanto già potesse fare con il solo sguardo da cucciolo abbandonato, Y/N diede due colpetti leggeri sulle sue gambe lunghe per assicurarsi di stare comoda e, infine, vi si accucciò sopra.

«Shh...»
La gatta chiuse gli occhi dopo un profondo respiro, la testa appoggiata sulle gambe di lui.
Bokuto si zittì, più felice che mai: gli andava benissimo così.

Il resto del viaggio proseguì in completo silenzio e tranquillità, la strada era sgombra e il cielo coperto, ma non nevicava: tutto sembrava avvolto in uno strano alone misterioso e magico, come il ricordo di un sogno.
I respiri delle due ragazze profondamente addormentate scandivano il tempo con leggerezza, cullando gli altri due nel paesaggio che mutava dal caos della città alla quiete delle montagne innevate.

Bokuto non si era mosso di un solo millimetro per paura di svegliarla, sembrava così serena immersa in chissà quali utopistici sogni.
Solo ad un certo punto, mentre le accarezzava piano una spalla, il pensiero che gli investì la mente lo fece arrossire e, in un sussurro, si rivolse al saggio gufo che era al volante.

«Come si capisce di essere innamorati?»
Era da un bel po' di giorni che Akaashi Keiji aspettava una domanda del genere e, quando vide le guance di Bokuto lievemente colorate di rosso, sorrise.

Il suo capitano aveva avuto innumerevoli ragazze prima di Sawamura Y/N e ogni volta che veniva scaricato si metteva a frignare sulla sua spalla dicendo di aver appena perso la donna della sua vita.
In tutte le occasioni, naturalmente, gli aveva ricordato che l'amore era ben altra faccenda, qualcosa di diverso e talmente difficile da spiegare a parole che nessuno ci era mai riuscito, ma che sicuramente non era quello vissuto con una qualsiasi ragazza dopo una settimana di frequentazione e sesso.

Bokuto l'aveva sempre guardato stralunato, all'inizio, ma poi finiva sempre col dargli ragione quando, passati un paio di giorni, si era già dimenticato il nome della ragazza in questione.

Non c'era alcun modo di illustrare l'amore, di renderlo comprensibile e commentarlo, ma Akaashi era sicuro che il capitano l'avrebbe capito lo stesso, con una spintarella o due.

«Sei riuscito a rimanere in silenzio fino ad ora, Bokuto-san.»
Se ci fosse stata anche solo una singola mosca a ronzare all'interno del veicolo sarebbe bastata quella per tappare il sussurro del vice, tanto aveva parlato sottovoce.
Bokuto s'impermalosì: insomma, gli sembrava quello il momento di rimproverarlo? Era una cosa importante, per lui.

Ma prima che il suo umore scendesse così in basso da risultare poi irrecuperabile, Akaashi riprese a parlare, sorridendogli.

«E l'hai fatto solo perché lei sta dormendo.»
Bokuto Kōtarō sorrise con quello che Akaashi amava definire il sorriso della vittoria: era lo stesso che aveva quando vincevano una partita o quando segnava un punto importante, quello che lui e gli altri ragazzi della squadra aspettavano sempre con ansia perché non c'era niente di più bello che venire trasportati nel suo stesso energico entusiasmo.

Era stato fermamente convinto, fin dall'inizio di quella strana storia, che fosse sbagliato.
Ma a vederlo in quel modo, con gli occhi grandi e luminosissimi che guardava la ragazza addormentata sulle sue gambe come se fosse il diamante più prezioso al mondo, veniva solo da pensare che la loro fosse l'unione più azzeccata dell'intero universo.

Sempre attento alla strada di fronte a sé, il vicecapitano della Fukurodani si concesse un altro paio di volte di osservare Bokuto dallo specchietto.

Più lo guardava accarezzarle i capelli, più si convinceva di non aver mai visto una persona così felice di essersi innamorata.

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Sono sotto esame, bambini miei, perciò vado a rilento.
Inoltre è successa una cosa strana mentre scrivevo questo capitolo: mi sono venute in mente un sacco di idee per i due capitoli finali, perciò ho appuntato diverse parti che mi serviranno più in là, anche se non è ancora del tutto chiaro nella mia testa.

Chi scommette su un altro dramma?✋
Giuro, è quasi finita con i drammi, ma sapete quanto li adoro.
Avete capito qual è il problema, stavolta?👀

Comunque spero di avervi anche fatto sorridere, io mi diverto sempre un sacco a scrivere questi battibecchi con Akaashi.❤️

Stellinatemi e recensitemi, splendide creature.✨💓

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