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Capitolo 13: Fortis est ut mors dilectio, dura sicut infernus aemulatio.

Fortis est ut mors dilectio, dura sicut infernus aemulatio è una locuzione latina che significa letteralmente:
"L'amore è forte come la morte, la gelosia dura come l'inferno."
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«Hey, hey, hey, Y/N-chan!»

Bokuto era raggiante, la stella più luminosa in mezzo a quel cielo di pallavolisti già sudaticci ed esaltati, ancora in fase di riscaldamento: teneva una palla tra le mani grandi e callose, pronto ad esercitarsi nella battuta e, mentre la guardava chiudersi la porta di metallo della palestra alle spalle, il suo sorriso arrivava da un orecchio all'altro.

Quando una persona è felice lo si vede chiaramente, sprizza allegria da tutti i pori coinvolgendo anche le persone attorno a sé; poi se la ragione di quella felicità è colui che lo sta osservando, diventa impossibile non sentirsi contenti, appagati e benvoluti.
Era esattamente come si sentiva Y/N in quel momento, guardava il gufo e avvertiva di essere lei stessa la ragione di quell'espressione radiosa, di quegli occhi grandi e gialli come il sole estivo.
La consapevolezza di star facendo del bene a qualcuno, a Bokuto Kōtarō in particolare, che aveva fatto tanto, troppo, per lei, le scaldò il cuore come nient'altro avrebbe potuto fare: l'angoscia precedente dell'intera giornata, scomparve.

Si strinse il fedele taccuino al petto con entrambe le braccia, salutò velocemente il capitano della Fukurodani con una mano e sciolse i capelli h/c con la speranza che andassero a nascondere quel mezzo sorriso che era comparso sulle sue labbra senza il suo consenso, assieme al rossore delle sue guance.

Poteva cercare di nasconderlo quanto le pareva, ma era evidente che fosse arrossita appena un attimo dopo che lui l'aveva salutata.
Ce n'era voluto di tempo, di messaggi, di pazienza, ma alla fine Bokuto era riuscito ad ottenere l'effetto che aspettava fin dall'inizio: era abituato a veder arrossire le ragazze quando passava, quando sorrideva loro o le salutava, la cosa gli piaceva dato che non faceva altro che alimentare il suo ego smisurato, ma quando a farlo era la ragazza di cui si stava innamorando era tutt'altra storia.

Tanto era gongolante che non si rese conto della forza che applicò quando colpì la palla della battuta: il povero Konoha, che si stava riscaldando con l'asso dall'altra parte della rete, per poco non venne colpito da quel missile disumano, lasciandolo terrorizzato ed esterrefatto.

«B-Bokuto-san, più piano ti prego!»
Una gocciolina di sudore, e probabilmente di ansia, gli scendeva giù dalla fronte dritta e bassa, mentre ancora tremante si apprestava a ripassare la palla al suo capitano.
Quello, da parte sua, non si era minimamente reso conto del potenziale omicidio che stava per commettere e saltellava spensierato sul posto in attesa del servizio di Konoha.
Forse, pensò il compagno, era meglio così: lo preferiva sicuramente allegro a quando si abbatteva durante gli allenamenti o le partite.

Proseguendo lungo il grande perimetro della palestra, Y/N tentò di attenuare lo sfarfallio in atto nel suo stomaco salutando il resto delle due squadre.

Individuò le due manager della Fukurodani nell'angolo a sinistra: Suzumeda stava rimproverando Yukie per aver mangiato anche la porzione di pranzo di Komi, il quale gliela aveva offerta quando, per l'ennesima volta, lei gli aveva fatto gli occhi dolci.
Forse per sfuggire all'ira dell'altra o magari perché si era semplicemente accorta di quando era arrivata, Yukie si sbracciò per salutare Y/N, mentre con l'altra mano nascondeva il resto di un panino dietro la schiena.
Y/N nascose una risata divertita con il taccuino, ammiccando un saluto in direzione delle due ragazze: anche Suzumeda, con aria affranta, le lanciò un mezzo sorriso stanco.
Anche lei doveva avere il suo gran da fare, tra Bokuto e Yukie.

Un po' più in là Taketora aveva appena schiacciato evitando il muro di Washio e si era voltato verso di lei mimando la forma di un cuore con le mani: lei si limitò ad alzare gli occhi al cielo scuotendo la testa, ma senza impedirsi di sogghignare per un attimo.

Solo per un secondo, quando incontrò la figura di Kuroo, avvertì un tuffo al cuore: le era parso che lui la stesse osservando, ma probabilmente l'aveva solo immaginato dato che sembrava essere nel bel mezzo di una fitta conversazione con Yaku e Nobuyuki.

Infine, a due passi dalla solita panca dove si era già accomodato l'anziano coach della Nekoma, Y/N si trovò di fronte gli alzatori delle due squadre che parlavano tra loro: il che, pensò, era già di per sé una specie di miracolo.

Avanzò con passo silenzioso e felino alle spalle di Kenma, sperando che Akaashi di fronte a lui non la notasse: sarebbe stato uno studio interessante cercare di captare uno sprazzo di conversazione tra due persone solitamente riservate e taciturne che raramente rivolgevano la parola a qualcuno.

«Sawamura.»
Naturalmente Akaashi doveva rovinare il suo piano perfetto di spionaggio e salutarla alzando lievemente il mento, sia mai che si sloghi un polso agitando la mano e dimostrandole una volta tanto di essere leggermente entusiasta di vederla.

«Akaashi.»
Forse se avesse imitato quel suo fare apatico nei suoi riguardi avrebbe finalmente capito come ci si sentiva ad essere quasi totalmente ignorate: anche lei, allora, si limitò a fare quell'insulso gesto con il capo verso di lui.

Diamine, doveva assolutamente chiedere a Kaori come facesse a stare insieme a quel cuore di pietra.
No, ripensandoci era evidente che si comportasse in quel modo piatto solo con lei e per ciò che stava facendo al suo prezioso capitano: forse Bokuto avrebbe dovuto raccontargli di come aveva infilato le sue dita dentro di lei fino a farla venire tra le sue braccia, magari Akaashi avrebbe capito che non era l'unica a divertirsi in quella specie di...amicizia particolare.
Il solo pensiero di come avrebbe potuto reagire il corvino la fece sorridere sorniona, mentre ormai era a un palmo dal suo migliore amico.

«Sei in ritardo.»
Kenma la stava guardando con aria interrogativa e indagatoria allo stesso tempo.
Il biondo aveva sperato di cogliere lo stesso ritardo di Y/N in un membro della Fukurodani, avrebbe significato che si trovavano insieme e, finalmente, avrebbe scoperto chi fosse lo sfortunato finito negli artigli della manager.
Invece era arrivata da sola e niente gli era sembrato fuori posto: aveva salutato tutti nella stessa identica maniera, o almeno così gli era parso.

Peccato, però, che si fosse perso proprio il momento cruciale: il modo in cui i suoi occhi si erano accesi quando aveva visto Bokuto.
Si era perso un solo dettaglio l'alzatore della Nekoma, ma quello più importante.

«E tu non ti stai riscaldando.»
Il biondo, solitario, gatto le aveva soffiato contro l'accusa di essere in ritardo, per l'ennesima volta, ma lei non si era scossa più di tanto: si era limitata ad affilare gli artigli e rispondere a tono, come al solito.

Akaashi Keiji aggiunse alla sua lista immaginaria di persone che, non si sa come, sopportavano la manager della Nekoma, anche Kozume Kenma: lui era la persona più improbabile ad essere entrata a far parte di quell'elenco.
Aveva sempre pensato che loro due avessero dei tratti caratteriali in comune: taciturni, riflessivi e noti per lo spiccato senso di gioco e intelligenza.
Eppure, al contrario di lui, Kozume sembrava volere un gran bene alla gatta, dato che non replicò minimamente e, anzi, si allontanò da lei con un mezzo sorriso sulle labbra sottili: gli ricordò, non senza un pizzico di fastidio, il rapporto tra lui stesso e Bokuto.

«Hey Akaashi!»
Quando il suo assordante capitano richiamò la sua attenzione, Sawamura Y/N si era già accomodata a fianco del vecchio coach dei gatti, guardandolo con circospezione ed evitando fin troppo chiaramente di dare la schiena all'anziano.

«Fammi due alzate prima di iniziare a fare sul serio!»
Come se non lo avesse già sentito benissimo, dato il volume fragoroso della sua voce, Bokuto si era messo anche a sbracciare dall'altra parte del campo, attirando l'attenzione di tutti i presenti su di sé: era così ovvio che volesse gli occhi di quella ragazza puntati sulla sua persona, che Akaashi non poté trattenersi dal lasciarsi sfuggire un sogghigno divertito.

☆☆☆

L'allenatore della Fukurodani suonò il fischietto segnando la fine dei primi due set, i ragazzi di entrambe le squadre si riunirono attorno alle rispettive panchine e borracce colme di acqua e Y/N approfittò di quel momento di pausa per passare in rassegna ciò che aveva appuntato durante quel tempo.

I gatti avevano vinto il primo set.
Yaku aveva brillato come sempre, Y/N aveva disegnato una stellina accanto al suo nome per sottolinearlo: il libero della Nekoma era solito dare una sbirciatina sul suo foglio quando concludevano gli allenamenti e, da quando aveva scoperto il significato di quel simbolo, si gonfiava d'orgoglio e si impegnava ancora di più la volta successiva.

Anche Taketora sembrava essere in ottima forma, ma non aveva certo bisogno che glielo dicesse lei: durante tutta la partita, ad ogni punto segnato, si era voltato verso di lei facendole un occhiolino, mandandole un bacio o contenendosi ad un'occhiata eloquente.
Ogni volta Y/N era certa di aver visto Bokuto, dall'altra parte della rete, mordersi un labbro o sbuffare infastidito.

Decise di non soffermarsi troppo tempo a domandarsi il perché di quella sensazione di genuino orgoglio femminile che provò nel notare la gelosia del gufo.
Probabilmente era perché nessuno, prima d'ora, era mai stato geloso di lei e, in giusta misura, è una cosa che innegabilmente fa piacere.
Sì, doveva essere solo per quello: una sensazione nuova, tutto qua.

Il fatto che, oltre a quella sensazione, aveva anche mezzo scarabocchiato un cuore accanto al nome del capitano della Fukurodani, decise di ignorarlo completamente e affrettarsi a cancellarlo alla bell'e meglio.
Al massimo avrebbe potuto spiegare di aver sbagliato a scrivere e di aver dovuto cancellare e che, nella fretta, aveva creato un grosso alone nero sul foglio.
Questo non sarebbe successo se Nekomata non le avesse ordinato di appuntare anche il rendimento dei giocatori dell'altra squadra: così aveva dovuto stilare i nomi di tutti i gufi e, una volta arrivata a quello dell'asso, le sue dita avevano disegnato da sole.
Era tutta colpa dell'anziano, fine della storia.

«Ne, Y/N-chan...»
Se solo lo avesse visto avvicinarsi, invece che ritrovarselo tutto un tratto davanti agli occhi, sicuramente lo avrebbe guardato così male da fargli capire che avventurarsi dall'altra parte del campo per parlare con lei, in mezzo all'intera squadra della Nekoma, non era una buona idea.

Invece Bokuto Kōtarō sembrava essere totalmente ignaro di essersi inoltrato di sua spontanea volontà in un vicolo cieco in cui un branco di gatti randagi l'avrebbero azzannato alla gola, se si fosse azzardato a dire qualcosa di troppo alla loro gatta.

Non sembrava felice e spensierato com'era invece quando l'aveva salutata: le punte dei suoi capelli erano lievemente abbassate, anche se non in modo esagerato, e lui se ne stava in piedi di fronte a lei con gli occhi che fissavano il pavimento e una mano che passava un asciugamano azzurro dietro il collo, per tamponare il sudore.

Y/N non poteva certamente saperlo, ma non era stata solo frutto della sua immaginazione la gelosia di Bokuto.
Quello non era un sentimento che il capitano della Fukurodani conosceva bene: era entrato a far parte del suo carattere da poco tempo, o magari c'era sempre stato, ma aveva deciso di saltar fuori solo con lei.

La prima volta che aveva visto Taketora farle un occhiolino aveva avuto l'istinto di urlargli contro che lei apparteneva a lui, poi ci aveva ripensato e aveva concluso che non sarebbe stata una cosa opportuna da fare neanche se si fosse trattato della verità; inoltre, dato che non era neanche così, sarebbe stato senza dubbio fuori luogo.

La seconda volta invece si era addirittura spinto oltre mandandole un bacio per aria, con il risultato di farla persino sorridere: si era sentito così avvampare che dovette far finta di aver bisogno di bere per non farlo notare agli altri.

Inutile dire che Akaashi lo avesse capito già dal primo segnale: era naturale che una persona insicura, a tratti, come Bokuto, con la tendenza ad andare giù di morale per un nonnulla, diventasse geloso per niente.

Dalla terza moina dell'asso della Nekoma, Bokuto aveva sbagliato due servizi consecutivi mandando la palla contro la rete, proprio in direzione di Tora: se non ci fosse stata la suddetta rete, il povero gatto sarebbe finito molto probabilmente in ospedale.

Alla fine del primo set, vinto dai gatti, Akaashi era potuto finalmente intervenire.
Quella ragazza, come aveva previsto fin dalla prima sera, si stava rivelando un problema per Bokuto e, di conseguenza, per l'intera squadra: doveva risollevare l'umore del capitano o avrebbero perso anche i set successivi.

«Bokuto-san!»
L'aveva chiamato interrompendo il suo tentativo di pietrificare con lo sguardo il povero Yamamoto.

«Avete programmi tu e Sawamura per il fine settimana?»
Il modo migliore per prendere le redini della situazione era portarlo a distrarsi dalla sua stessa gelosia: il vicecapitano della Fukurodani sentiva di avere il solenne dovere di portare la sua attenzione su qualcosa di più allettante.

«Mh...no, ma tu hai detto di non esserci.»
Certo era che Bokuto necessitava di una piccola spintarella, per capire le cose: Akaashi non avrebbe voluto, per niente al mondo, mettergli in testa strane idee riguardanti anche la manager della Nekoma, ma non vedeva altra soluzione.

«Sarò a Miyagi da Kaori, vuol dire che sarete soli.»
Gli era costato un'enormità di sforzo sia mentale che fisico per marcare le ultime parole di quella frase, ma l'impegno sembrava aver dato i suoi frutti: vide il volto di Bokuto illuminarsi di felicità e, un attimo dopo, si stava già dirigendo verso la parte opposta del campo, probabilmente per fare alla gatta chissà quale bizzarra proposta.

«Bokuto-san, stiamo per ricominciare, glielo dirai alla fine del secondo set.»
Anche fermarlo faceva parte del piano e, nonostante sembrò pensarci un attimo con un'espressione incerta, alla fine il capitano acconsentì a rimandare la conversazione con Y/N.

Il secondo set, come previsto, lo vinse la Fukurodani grazie all'impazienza del loro capitano che segnò, uno dopo l'altro, tutta una serie di punti per far terminare la partita il prima possibile.

Bokuto si era davvero ripreso durante tutto il secondo set ed era andato tutto bene finché non si era trovato a pochi passi da lei e il malumore aveva ripreso il sopravvento: e se lei non avesse voluto passare il weekend con lui? Se non fosse ancora pronta ad un'uscita da soli? Se l'avesse, ancora una volta, rifiutato?

«Pensavo-»
Era appena riuscito a ritrovare un po' di coraggio per ricominciare a parlare quando lei si era alzata dalla panca su cui era seduta fino ad un attimo prima, vi aveva poggiato il taccuino e si era posizionata di fronte a lui, strappandogli di mano l'asciugamano.

«Tu che pensi?! Nevicherà sicuramente oggi!»
Nel momento in cui l'aveva visto con quell'espressione cupa, Y/N aveva sentito il bisogno di fare qualcosa: da quant'è che non sopportava di vederlo giù di morale?
Gli si era avvicinata dimenticandosi persino di essere nelle immediate vicinanze degli altri ragazzi della Nekoma, ignara del fatto che ben due paia di occhi giallo/dorati stessero osservando la scena fin dall'inizio.

«Crudele.»
Era bastato sentirla più vicina, vederla sorridere con quel ghigno furbo, per fargli tornare il buonumore: anche Bokuto, ironico e divertito, ricambiò il sorriso.

«Come sempre.»
Y/N gli aveva fatto un occhiolino sarcastico, mentre con la mano destra gli asciugava una goccia di sudore sulla tempia: le parve un gesto così naturale che non si accorse dei secondi che trascorse perdendosi nei suoi occhi grandi, chiedendosi come potesse essere possibile che due iridi potessero emanare così tanto calore.

Bokuto era rimasto talmente sorpreso da quel gesto affettuoso che aveva quasi paura di respirare e rovinare l'atmosfera, tuttavia si ritrovò a pensare che se fosse rimasta ancora un po' a guardarlo in quel modo, con la mano premuta sull'asciugamano al lato della sua testa, non avrebbe potuto più resistere alla tentazione di stamparle un bacio lì, di fronte a tutti.

Sfortunatamente per lui e forse, fortunatamente per lei, l'allenatore della Fukurodani suonò il fischietto per richiamare i giocatori in campo per il terzo set, frantumando quel momento magico.

Come se qualcuno si fosse appena divertito ad inserire un ago nella sua bolla felice, facendola scoppiare con un suono acuto e assordante, Y/N si ridestò di scatto e, con un velo purpureo sulle guance, fece per allontanarsi dal gufo.

«Aspetta Y/N-chan!»
Bokuto ovviamente non sembrava intenzionato a lasciarla andare: chiamò il suo nome così forte che non solo finì di attirare l'attenzione dell'intera squadra della Nekoma, compreso il coach Nekomata, ma anche quella di Akaashi e delle due manager della Fukurodani.

Finalmente ripresa coscienza di sé, del mondo che la circondava e, soprattutto, della situazione in cui si trovava e della catastrofe imminente in cui aveva già immerso un piede, Sawamura Y/N tentò di fare cenno al gufo per impedire qualsiasi cosa avesse in mente di dire.
Troppo tardi. 

«Volevo chiederti se ti andava di passare la notte da me.»

Silenzio.
Fu solo un incolmabile silenzio che sembrò squarciare il terreno sotto i suoi piedi, quello che seguì la frase di Bokuto: tra sé e sé Y/N suppose che, alla fine, avrebbe realmente preferito finire nelle viscere dell'inferno tra una pozza incandescente di anime dannate, piuttosto che trovarsi lì.

Quell'idiota aveva detto la cosa peggiore che potesse pensare: non solo aveva palesato che ci fosse qualcosa tra loro due, ma aveva anche fatto intendere che quel qualcosa fosse oltre la semplice amicizia o frequentazione, dato che aveva menzionato la notte e, si sa, quando si accenna alle ore notturne non si può fare a meno di pensare a qualcosa di molto intimo.

Il lieve rossore che era precedentemente sulle gote di Y/N si era espanso e aveva assunto la stessa tonalità delle divise della Nekoma, ma la cosa peggiore fu quando scostò lo sguardo verso destra, in direzione della squadra.
Non sembrava uno scenario poi tanto diverso dagli inferi: i gatti sono da sempre, in quasi tutti i popoli, associati al demonio e, in quel momento, i membri della Nekoma erano veri e propri demoni pronti ad azzannare il gufo.

«Bokuto-san!»
Per la prima volta, invece, Akaashi Keiji apparve a Y/N come un miraggio, quasi come se una luce divina avvolgesse la sua provvidenziale figura che aveva avuto l'accortezza di chiamare quel mentecatto di Bokuto e salvarlo dai denti aguzzi dei felini.

Incredibilmente anche Bokuto stesso dovette essersi accorto del madornale errore e non fiatò, allontanandosi in fretta verso il resto dei rapaci, in salvo.

Ormai arresasi al fatto che uno dei suoi peggiori incubi si fosse appena concretizzato, Y/N ebbe solo la forza di chiudere gli occhi e inspirare profondamente, prima di voltarsi con tutto il corpo verso la sua squadra.

«Non.»
Appena aprì bocca il tono della sua voce fece accapponare la pelle dei primini che, come micetti spaventati, spensero il loro sguardo d'odio.

«Una.»
Quando schiuse gli occhi, invece, la loro luce imperiosa diede loro la sensazione di poter essere inceneriti da un momento all'altro.

«Singola.»
Era più simile ad un serpente, a pensarci bene, dal modo in cui sibilò come se potesse avvelenarli.

«Parola.»
Quando alla fine concluse la sua minaccia, tutti i ragazzi, in religioso silenzio, si erano voltati per tornare a giocare.

☆☆☆

Doveva essere stata abbastanza chiara, dato che nessuno si era azzardato ad accennare all'accaduto per il resto del tempo.

Poteva ritenersi pienamente soddisfatta del suo operato e della sua fermezza, ma non altrettanto si poteva dire della squadra: gli ultimi due set erano stati vinti, entrambi, dalla Fukurodani, concludendo la giornata con un tre ad uno per loro.

Il sole era completamente scomparso già da un paio d'ore sulla città di Tokyo: Y/N non amava le cortissime giornate di dicembre, soprattutto se il cielo era cupo e nuvoloso come quel venerdì e la luce della luna non riusciva a filtrare dalla finestra dello stanzino, lasciandolo quasi completamente al buio.

Era lì dentro, lei, intenta a rimettere in ordine i palloni mentre i ragazzi finivano di prepararsi per andar via e, man mano che sistemava, ripercorreva gli errori della partita: era sicura che-

Il filo dei suoi pensieri venne interrotto bruscamente, con il rumore di uno schianto sordo che fece tremare il vetro della finestra, assieme a tutte le sue membra: la porta in metallo dello sgabuzzino era stata sbattuta violentemente per chiuderla, ma il bastone della scopa che era caduto ne impediva la chiusura completa.

Il capitano della Nekoma imprecò un paio di volte contro la porta e quel maledetto bastone, prima di riprendere ciò che stava facendo: quando Y/N lo riconobbe, il suo cuore riprese a battere, tirando un mezzo sospiro di sollievo.

«Cazzo, Kuroo.»
Y/N aveva una mano appoggiata sul cuore, come per assicurarsi che fosse ancora viva dopo lo spavento: lui parve sorpreso, quando la vide.

«Gomen, non sapevo fossi qui.»
Il tono della sua voce non era quello che usava con lei da qualche mese a questa parte, era più duro, sprezzante quasi.
La sorpassò senza degnarla di uno sguardo, poi posò una palla nel cesto assieme alle altre, in un modo violento quasi quanto quello usato per sbattere la porta, un modo che la fece sussultare ancora una volta.

«Devi darti una calmata.»
Anche la voce di Y/N suonava aspra, ma niente in confronto alla risata sarcastica, fredda e breve di lui, che la congelò.

«Tu mi stai dicendo di calmarmi?»
Aveva una luce sinistra negli occhi il corvino, la stessa luce intimidatoria che aveva quando si trovava nel bel mezzo di una partita e tentava di mettere pressione ad un avversario.

«Te l'ha detto anche il coach.»
Se pensava di intimorirla, però, si sbagliava di grosso: non era lei dalla parte del torto, non era lei ad aver sbagliato una battuta dopo l'altra, non era lei che era stata talmente disattenta negli ultimi due set da far perdere alla squadra la maggior parte dei punti.

«Tu-»
Era sul punto di rimproverarlo allo stesso modo in cui aveva fatto Nekomata, ma se non aveva dato retta a lui, come poteva sperare di riuscire a farsi ascoltare?

«Fa' come ti pare.»
Concluse che fosse meglio lasciar perdere: sarebbe stato fiato sprecato.
Gli aveva appena voltato le spalle, pronta ad uscire da quella stanza buia, quando lui la afferrò per il polso.

«Cosa c'è tra te e Bokuto?»
Kuroo non ce l'aveva più fatta a trattenersi: erano settimane che sopportava, settimane che si consumava dall'interno facendo finta di niente, settimane che tentava di dimenticare la sera del suo compleanno in cui l'aveva visti ad un passo dal baciarsi, o del pomeriggio al centro commerciale.
Dopo quello che aveva sentito oggi, era arrivato al limite.

«Non c'è niente.»
L'aveva colta talmente di sorpresa e impreparata che le parole erano uscite dalla sua bocca senza pensarci e si era subito messa sulla difensiva, negando l'evidenza.

«Niente?! Quello lo chiami niente?!»
Non sopportava di essere preso in giro e neanche, anzi, soprattutto lei non doveva farlo: quasi le urlò contro, per la frustrazione.

«Abbassa la voce.»
Gli si era avvicinata tanto da essere ad un palmo dal suo viso, guardandolo negli occhi, immobile e fiera: si era allontanata solo quando le parve che il suo respiro si fosse leggermente calmato.

«Siamo amici, lui-»
Aveva ripreso a parlare con calma, allontanandosi dal volto del corvino: se voleva parlare tanto valeva farlo in un modo civile.

«Amici?!»
Lui, tuttavia, non sembrava essere dello stesso avviso: alla parola "amici", Kuroo era scattato di nuovo di rabbia.

«Com'è che Kenma non ti ha mai proposto di passare la notte da lui?»
Il suo tono era tornato sarcastico, oltre che furioso: il motivo per cui lei si ostinasse a nascondergli la verità era un mistero, ma non si sarebbe lasciato ingannare così facilmente.

«Anche se fosse più di un amico non sarebbe affar tuo, Kuroo.»
Dove stesse trovando il coraggio di rispondergli in quel modo, di farsi rispettare e non crollare, una volta tanto, Y/N non lo sapeva, ma ringraziò mentalmente sé stessa per il suo sangue freddo.

«Tu sei affar mio, Y/N!»
Quello fu il culmine della sua collera: Kuroo Tetsurō non era più un semplice gatto, era diventato una pantera il cui ruggito si espanse in tutta la stanza.

«Non più.»
Gli avrebbe tenuto testa, costi quel che costi: lui poteva anche essere una pantera, ma lei era un leone.
Erano stati alla pari, fino a quell'istante, forse Y/N un palmo più in alto addirittura, poi Kuroo in un lampo sputò la sua risposta: senza pietà, senza pensare a ciò che stava per dire, al male che le avrebbe fatto.

 «Cos'è, sei diventata la sua puttana, adesso

Silenzio.
Respiri pesanti.
E ancora silenzio.

Poi, lacrime.

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Come avrete già capito dal titolo e in corso di lettura, il capitolo è fondamentalmente sulla gelosia, ma attenzione: quella di Bokuto è una gelosia buona, innocente, esattamente come lui, quella di Kuroo invece è più possessiva, lo porta addirittura a far male a Y/N consapevolmente.

Si pentirà, si è già pentito un secondo dopo averle detto quelle cose, ma ormai il danno è fatto.

Era tanto che non mi sentivo così fiera di un capitolo, sono veramente taaaaanto felice.
Spero sia piaciuto anche a voi, amori lettori.

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