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quant'é piccolo il mondo

Quant'é piccolo il mondo insieme a te
Ti vedo in ogni angolo di quest'immensa città
Sei l'albachiara stonata dalle piú alte vedute
Rigoglioso ruggito della natura
La brezza che gelosamente mi adorna

Quant'é grande il mondo insieme a te
L'estate non é mai stata cosí profumata
Deserto rigoglioso
Incolto prato di maggio
Straripante fiume
Affollata città che di innamoramenti, di funesta gelosia ed allucinogena gioia si nutre
Deserta città che la quiete della sera ci dona

5/3/18

La mia pelle di riso, la tua pelle d'alabastro. I tuoi occhi irraggiungibili osservano tutto con diffidenza, non amano nulla che non gli appartenga. La mia bocca da sfamare mi imbocca di rancore, nei tuoi occhi non vedo il mare, vedo l'alta marea. Mi tuffo nei tuoi occhi, annego nei tuoi occhi.
Ibernata in un cielo d'inverno, io ibernata dalla diffidenza di ció che non mi tocca, ibernata dal tuo saluto che non ha passato né futuro.
Quanto fa male, sei un ricordo a portata di mano.
Vorrei afferrarti le spalle. Scuoterti fino a scrollarti il ghiaccio di dosso, ma lascio che il sole faccia il suo corso. Ma lascio che il tempo prenda il suo corso.
Vorrei prenderti le mani, baciarne le nocche. Non sai quanto mi piaceva, mi piaceva poter essere miele senza paura dell'appiccicosiccio. Era un gesto cosí intimo, chissà se l'hai mai notato. Chissà se ci hai mai pensato.
Vorrei stringerti le dita. Subito dopo i mostri occhi, si sono incontrate le nostre mani. Prima delle nostre bocche, prima delle nostre lingue hanno danzato insieme le nostre mani. Dimenticandone i calli e le cicatrici.
Puoi stringermi ancora una volta le mani?

Senza te tutto é perduto e quel ch'é perduto, é perduto in un eterno infinito. Io lo penso, sempre io lo nego mentre ti guardo conversare con Glenda e Glenda soltanto. Mi presto attenta alla conversazione, ma converso con Lei e con Lei soltanto.
Mi annoio, questa gente inizia a starmi stretta, questa situazione inizia a starmi stretta. Solo tu, sembri sempre andarmi bene. Solo tu sei sempre comodo per me.
Scrivo ad Irene e Sara, sono dall'altra parte della strada, le osservo mentre si intrattengono di risate, le stesse che escono dalla bocca di Paride e Glenda. Loro due avrebbero dovuto trovarsi e piacersi. Loro due, non noi due.
Irene legge, ma non capisce, poi si volta e finalmente mi vede, finalmente capisce. Sono la terza incomoda. L'autobus passa e le tira sú, il nostro tarda.
Glenda si siede vicino a me ed io parlo, dico tutto ció che non ho detto prima. Perché se  io taccio fuori, dentro é tutt'altro che silenzio. Dentro é tempesta. Perché se fuori é quiete, dentro é tempesta. Le parlo di tutto e di niente, lei mi ascolta, accenna e non si sbilancia, Glenda non parla mai troppo, non parla mai abbastanza. Glenda non si sbilancia mai, resta finemente nel suo, ma quello che pochi sanno é che Glenda é una spugna, un vulcano pronto ad esplodere. Lei accumula ed accumula, finché non esplode e quando esplode puoi dirle la qualsiasi, Lei non ti ascolterà perché avrà la presunzione della ragione.

In struttura ci dividiamo, loro si occupano di burocrazia, io piuttosto che stare con loro due mi metto in cucina a pulire e ci metto tutta la buona volontà di questo mondo, ma ci sono punti di quella cucina che rimangono sporchi da morire. Apro tutti gli scaffali e scopro dove sta ogni cosa. Riordino, disordino e poi riordino.
Rimango sola con Eminem a basso volume finché non arrivano le ragazze, per ultimo arriva Steff e mi ritrovo a parlarci. E lo vedo, finalmente lo vedo. É affascinante. Ha due enormi occhi blu in cui mi ci perdo dentro. Un grosso e lungo naso cosparso di puntini neri. Delle rosee e morbide labbra carnose. La perfezione dell'imperfezione non ha limiti, non ha paragoni. E finalmente lo vedo. Oltre che affascinante é anche piacevole, é simpatico. Sino ad allora gli avevo insegnato come salutarmi in italiano e Lui ogni giorno mi salutava in italiano, non ci avevo dato peso a queste piccolezze, ma ora mi riscaldavano il cuore le sue attenzioni. Ovviamente io non ricordavo come si dicesse nella sua lingua, ma a Lui non importava ed a me andava bene cosí.
Andai a cercare Marc e quando tornai ritrovai Steff intento a fare delle uova sode. Voleva toglierle dall'acqua ancor prima che fossero sode ed io gli feci capire che doveva aspettare che si crepasse il guscio, solo in quel momento sarebbe potuto essere sicuro che fossero sode. A Lui sembró una grandissima scoperta. Quando vidi che le uova si erano rassodate le tirai fuori ed iniziai a picchiettarle, poi le spelai. In quel momento entrarono Glenda e Paride, io e Steff eravamo vicinissimi tra noi, ci voltammo a guardarli e loro guardarono noi. Piú che altro loro guardarono me, Glenda impassibile fuori, ma sapevo che dentro la sua mente vagava. Paride aveva un'espressione quasi indecifrabile, un misto tra sorpresa e fastidio, insomma... era pur sempre una reazione.
Dopo il lavoro io e Glenda ci fermammo al parco dei gatti, mangiammo i nostri panini di fronte al mare ed io mi sfugai per Paride, Lei ci aveva parlato. Lui, a detta sua, non mi parlava perché io avevo smesso di parlargli. Che razza di storia era mai questa? Non si sapeva nemmeno rigirare bene la frittata. Perché anima pia, Anima restia, Anima mia.
Anima che troppo amai, chi troppo ama, poi troppo odia. Anima che or odio.

Fu da quel giorno che iniziai davvero a godermi la mia vacanza studio, ricominciai ad usare i social e tornai alle mie vecchie usanze: parlare con gli sconosciuti. Lo avevo fatto il primo giorno quando mi ero ritrovata faccia a faccia con la ex di un mio ex, Lei mi guardava male, una delle cose che piú non sopporto al mondo ed io lo avevo inutilmente riferito a Glenda C. Invece di ascoltarmi Lei, mi aveva ascoltata Cecilia. Cosí in fila nell'aereoporto avevamo avuto modo di parlare. Cecilia mi era subito apparsa affine al mio umorismo, ma Glenda C. mi aveva voluta avvisare. Secondo Lei, o meglio secondo la sua migliore amica, non era una persona vera, ma stava a me giudicare. Ed in questa vacanza giudicai e capí tutto, piú di tutti e di tutto, capí Lei, Glenda.
Questa mia smania di parlare, soprattutto con gli sconosciuti, mi portó a conoscere Bavithram. Bavithram se ne stava seduto da solo nel bel mezzo dell'autobus con un'aria tra il sereno ed il trasognante. Di fianco a Lui c'era un posto vuoto e Glenda si sedette lí, dietro di Lei c'era un posto vuoto ed io mi sedetti lí. Lui osservava tutto dal suo posticino ed inaspettatamente ci chiese se volessimo fare cambio di posto, rifiutammo, non ci sembrava il caso. Ci scambiammo le foto che avevamo fatto al giardino, quel posto ci era davvero piaciuto, pullulava di gatti e di turisti che amavano i gatti. Vidi che Bavi stava guardando il mio telefono, che avevo dato a Glenda, cosí colsi l'occasione e gli parlai. Gli domandai di dove fosse e cosí dicendo perdemmo completamente la cognizione del tempo e dello spazio. Il suono della sua voce era cosí rilassante, il suo accento era cosí allegro, i suoi modi cosí garbati ed il suo viso cosí elegantemente bello, che mi stupí il fatto che Lui mi chiese di mantenerci in contatto, il che in poche parole voleva stare a significare: prendere il suo numero di telefono. Scendemmo un paio di fermate dopo la nostra, nonostante avessimo già visto che non eravamo poi tanto vicine e per tutto il tragitto verso casa non facemmo altro che chiacchierare allegramente.
Spalancai la porta della camera delle ragazze e quasi urlai per farmi sentire "chiamatemi regina di cuori!" e presi a raccontare per farmi sentire da Paride nella stanza accanto, per farmi invidiare.
Una volta in camera fui contenta di vedere Emma e le altre, raccontai tutto l'accaduto, ma inutile a dirsi e nulla da fare, il pensiero va ove il cuore duole.

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