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il destino prende il suo corso


Ho lasciato che accadesse
Che il destino prendesse il suo corso
Che il destino si prendesse il cuore
Il mio cuore

Ho lasciato che accadesse
Che i tuoi occhi mi vedessero fiorire per te
Che i tuoi occhi mi annaffiassero, per poi vedermi sfiorire
Che le mie gentilezze ti toccassero
Che le nostre dita si incontrassero
Che i nostri corpi si cercassero
Che le nostre labbra si desiderassero

Ho lasciato che accadesse
Che mi innamorassi di te

03/03/18

Ci sono giorni e giorni. Ci sono giorni che non fanno in tempo a trascorrere, vengono già dimenticati. Poi ci sono quei giorni. Quei giorni che non puoi dimenticare. Nulla di quei giorni puó essere dimenticato. Lo stomaco e la gola sono stretti in una morsa micidiale, il cuore cade a picco. Scivola sempre piú giú, nelle viscere melmose.
La tua maglia sporca dei miei baci. La mia anima sporca dei tuoi abbracci. Tu alla mia porta, tu piú bello che mai. Tu che non mi lasci lavarti la maglia, mi cingi la vita, mi baci la guancia. Il collo. Quanto ancora dovranno attendere le mie labbra? Subito lo scopro.
Non sentí nulla. Un bacio casto. Discreto... un bacio fanciullesco, dato quando ancora non si sa baciare e si pensa che i baci teatrali siano veritieri.
Ma non é un bacio se la sua lingua non tocca la tua, se non la cerca.
Non é un bacio se non arde di passione. Se il desiderio non prende il sopravvento.
Non é un bacio se non vorresti farti piccola sotto di Lui e grande sopra di Lui.
Non é un bacio se non inibisci i tuoi istinti, se non senti che dovresti domarli, eppure ti lasci andare contro il suo petto. Le mani si cercano, i corpi si avvinghiano. Il mio seno, nudo sotto il tessuto troppo ruvido, sta per schizzare. Vuole il contatto con la tua pelle liscia. Due cuori possono combaciare solo se si ritrovano nudi a scrutarsi, ma nessuno si scrutó in quell'angolo di letto. La paura che qualcuno irrompesse in camera. La mia. La tua naturalezza. Ti parlo di un domani che tu non vedi, che tu non hai mai visto. La paura di sbagliare che prende il sopravvento. Glenda mi confida che tu pensi ancira alla tua ex e non sai che fare con me ed io prontamente sbaglio e mi infervoro. Vado su tutte le furie. Sono fuoco e fiamme. Non c'é modo di spegnermi, puoi solo alimentarmi e tu mi alimenti. Bevo tequila e butto giú ció che provo per te, ma mi resta in gola. Tequila bum bum, mi dai alla testa. Pulsi vivido in me, ardi vivace in me. Che c'é? Parli con tutti, tranne che con me. Mi regali silenzi che non mi bastano mai, io sono tutta domanda di risposte che non sai sputare. Discutere nel buio della notte, vederci al chiaro di luna. La panchina ci subisce, il silenzio é testimone, s'insidia ovunque. Non dici nulla che il silenzio non abbia già detto per te. La borsa perisce. La sbatto sul ferro. M'incammino da sola. Due discussioni non sono abbastanza se non si é arrivati ad una conclusione. Vuoi che che ci dorma sù, io vorrei discutere con te fino ad addormentarci.
Avrei percorso a piedi l'intera Malta per te, avrei percorso a piedi, con la mia mano nella tua. L'intera isola, ma eri tu l'isola. Un'isola sperduta, circondata da un immenso e profondo mare, io.
Le risate invadono la mia solitudine, perché devo continuare ad essere una sconosciuta per le persone con cui condivido la stanza? Mi butto alla cieca, mi fido del trio. Finalmente mi guardano e mi vedono, non mi trapassano solamente. Emma, quella notte sei stava il mio essere umano preferito. La migliore amica che potessi trovare per una notte e quelle a seguire. E che cos'ero io, se non l'estate dietro le serrande? Un fiore da cogliere in un campo di ricordi. Amore fragile circondato da filo spinato. Tagliente sul capo, lacerante al petto, fatale per il battito, leggero all'anima.
Che cos'ero io, se non l'amore all'alba dei ricordi?
"Ho tempo." mi hai detto ed io ho riempito il tuo tempo con la mia tristezza. Mi hai rincuorata, mi hai fatta riflettere. Ti sei fidata, mi hai raccontato di te. Avrei voluto altre mille notti come quella. Avrei voluto averti nella mia vita. Avrei voluto viverti perché sei bellezza sconfinata. Mi faccio baciare la fronte e e dopo aver inzuppato il cuscino con i miei pensieri, trovo la quiete nel sonno.
Quanto pesa la paura mentre mi diletto a perderti?

L'indomani mi sveglio, faccio mente locale e spero si sia trattato di un brutto sogni. Invece no. É cambiato tutto. Ho litigato con Paride, ho discusso con Glenda, ho finalmente conosciuto Irene, Sara ed Emma.
É tutto diverso, il mio mondo si é completamente ribaltato. Con i piedi tocco il cielo, con il corpo trapasso le nuvole.
L'ordine delle cose non viene prestabilito. Glenda é scostante e finge di non serbarmi alcun che, Paride é silenzioso. In autobus me lo ritrovo di fronte, gli tocco il ginocchio "cosa c'é?" "Niente, mi da fastidio il sole." Forse ti da solo il fastidio aver intrapreso una mezza relazione con una persona che non sei in grado di conoscere ed affrontare, forse. 

Se non c'è nulla di più bello del guardare una persona e scoprire che quella ti stava già guardando, allora non c'è nulla di più brutto di una persona che evita il tuo sguardo.

Scendiamo dal primo autobus e ripenso al consiglio di Glenda di dargli spazio ed aspettare che sia Lui a darmi una risposta. Ripenso a quel saggio gufo di Emma che, inutile dirlo, mi ha consigliato il contrario. Poi ascolto il mio piccolo cuore sospeso. ''Allora, ci hai dormito sù?'' non mi guardava, nè mi parlava, ma io, forte della sera prima, dei discorsi della sera prima, mi esposi ''okay... allora ti dirò che io sono arrivata alla conclusione che non mi importa che sei più piccolo di me, con te io sto bene e basta. Mi scuso per ieri sera, sono stata troppo impulsiva, avrei dovuto parlartene.'' ''non lo so.'' fu tutto ciò che fu in grado di dirmi ''si o no? è molto semplice, vuoi chiudere si  o no?'' ''si.'' sempre a testa bassa. Sempre senza degnarmi di alcuna attenzione. Il mio cuore lacrimava. I miei occhi erano zuppi, ma non mi feci vedere così. Lo dissi a Glenda G., avrebbe dovuto abbracciarmi, ma non lo fece. Rimasi isolata con le mie cuffiette per tutto il viaggio. Scendemmo dal secondo autobus, io ero dietro all'autobus insieme ad una decina di persone, quando Lui iniziò ad arretrare ed io feci un passo, credendo di star salendo sul marciapiede. In pratica caddi colpendo la rotula e lo stico, mi aggrappai ad i pantaloncini di un uomo. Sotto lo sguardo di chiunque. Chiunque al posto mio sarebbe voluto sprofondare, ma io no, io risi nel raccontare l'accaduto. Paride si era sporto per vedere che cosa fosse successo, ma non mi chiese nulla.

La spiaggia non era calda come pensavo, il mio top era fuori luogo. Io mi sentivo nel posto giusto solo... con le persone sbagliate. 

Vicini, ma distanti. Ci allontanavano mille miglia di conchiglie. Eri tu la mia isola, la mia terra, la mia spiaggia della salvezza. Eri tu quello che da tempo aspettavo. Qualcuno che non avesse paura della mia dolcezza e dei miei giochetti strambi, qualcuno che reggesse le redini del gioco meglio di me.

Facemmo qualche foto di gruppo, per farle Glenda G. si tolse la giacca in pelle ed io le chiesi se me la potesse prestare momentaneamente, pur di non farmela mettere la diede ad una nostra compagna che la tenne a malavoglia. ''Chiedi a Saladanna, Lui ha la giacca.'' scorsi in Lei il primo segno di malignità. Stupido egoismo umano.

Mi allontanai, lì non c'era nulla per me, chiamai Martina. Piansi. Urlai. Mi disperai. Il mare mi calma, il mare mi culla ed io mi lascio andare. Lascio che il mare mi lecchi ferocemente le ferite. Lascio che scorra. Lascio che cicatrizzino, ma certe cicatrici non cicatrizzino mai. Te le porti sulla pelle, come a ricordarti cosa vuol dire avvicinarsi al ghiaccio ardente.

Tornai dagli altri, non finsi sollievo, ero sollevata. La situazione si era completamente capovolta, Paride si sentiva a disagio. Ma si sa come si dice, no? Il karma è una puttana.


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