Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

42) IL DENTE D'ORO


Muu-Gol, reso completamente folle dalla febbre, quando vide le truppe dei Clan fuggiti dall'Urdu ferme davanti a lui a sbarrargli la strada, non comprese quello che stava accadendo.

Credendo che quegli uomini volessero sottomettersi a Saaràn prima di lui, si mise a gemere.

"No! No! È mio, lui è solo mio!" mormorò disperato.

Nella mente sconvolta dal terrore di dover morire in modo atroce da un momento all'altro, egli era convinto che per ottenere la salvezza promesse, doveva raggiungere per primo il Naaxia e portargli di persona quello che costui più desiderava: il Pugnale Azzurro del Khan.

Le parole di salvezza che aveva pronunciato dal Carro Reale, ancora gli rimbombavano nella mente come una canzone allettante.

Egli sul momento non gli credette, ma ora che vedeva sfuggirgli la vita, non desiderava altro che arrivargli ai piedi e domandargli perdono.

Incitò il piccolo cavallo sudato ad accelerare, ma quello era troppo stanco per potergli dare quello che voleva.

Era dall'alba che il Tarpan risaliva il greto del torrente senza un attimo di sosta e ora era esausto ancor più del cavaliere.

Roso dalla collera per il timore di vedersi portare via da quegli uomini la meta tanto ambita, fiaccato dal dolore fisico e dalla paura, Muu-Gol delirava.

Temeva di morire prima di riuscire ad arrivare da chi avrebbe potuto salvarlo e ogni parte del suo corpo gli si ribellava, quasi che complottasse per rallentarlo e ricordargli che la fine si avvicinava.

Le dita delle mani si erano fatte nere, ormai insensibili al caldo e al dolore, le piegava a fatica; la gola gli bruciava come se andasse a fuoco e un'arsura tremenda ai polmoni lo tormentava da quando era partito per risalire la valle.

La gamba infetta, poi, pulsava talmente forte che per non cedere al dolore era obbligato a cavalcare tenendola tesa, a penzoloni fuori della staffa.

Inoltre, da qualche tempo a quella parte, dal naso aveva preso a scendergli un filo di sangue che non riusciva a tamponare in nessun modo e questo, sopra ogni altra cosa, lo terrorizzava.

Benché si passasse continuamente sotto le narici la manica della casacca per asciugarlo, quello riprendeva subito a cadere e a colargli in bocca, sul mento, lordandogli poi il petto e le gambe, scendendo goccia dopo goccia.

Non che facesse male, ma era la propria forza vitale a scorrere via e perderla senza che potesse fare nulla per arrestarla, era come vedere il sole levarsi in cielo al mattino e non potere far nulla perché scendesse la notte.

Muu-Gol indossava abiti troppo pesanti per la temperatura che c'era nella valle e soffriva il caldo.

Sudava copiosamente e avrebbe dato qualunque cosa per poter bere un sorso di Khumish, nondimeno la fiasca era vuota da tempo.

Abituato al fresco vento della Steppa, quell'ambiente così estraneo per un Un lo opprimeva e faticava a respirare l'aria tiepida e asciutta delle montagne, ma poco importava.

Oramai era quasi arrivato. Saaràn! L'aveva visto, ne era sicuro.

Saaràn era laggiù e aspettava che lui gli portasse il Pugnale del Khan.

Parandosi come poteva gli occhi dal sole, Muu-Gol aveva scorto il Naaxia spuntare dalla montagna.

Era sul dorso di un cavallo enorme e brillava come fosse fatto di raggi di sole.

Non poteva capire che fossero le placche di metallo che rivestivano il possente animale da guerra a luccicare.

Nella follia che gli rodeva il cervello, da distante a Muu-Gol pareva che Saaràn stesso fosse diventato luminoso come il sole.

Nel vederlo, per un momento grugnì di rabbia.

Ten-gri l'aveva scelto al posto suo!

Per qualche attimo antichi rancori spuntarono e rischiarono di riprendere il sopravvento sul suo animo contorto.

Non era così che avrebbe dovuto andare.

Con una punta d'invidia lo detestò per avergli carpito il posto che gli spettava di diritto accanto a Bortecino.

Avesse potuto, Muu-Gol l'avrebbe ucciso con le proprie mani.

Se l'avesse avuto vicino l'avrebbe fatto a pezzi, ma al tempo stesso avvertì un sottile sollievo nel riconoscerlo.

Provò conforto nel vederlo, sapendo ormai prossima la fine della sua fatica nel raggiungere la salvezza che Saaràn gli aveva promesso.

Tuttavia, una convinzione perversa gli diceva che doveva arrivare dal Naaxia prima di quegli uomini che gli sbarravano la strada.

Vedendosi a così pochi Tesen dalla meta, incitò il Tarpan a correre, lo prese a pugni, a calci e lo maledì, tuttavia l'unico risultato che ottenne fu quello di vedere infine il povero animale crollare nell'erba, stremato dalla fatica come tutti quelli che l'avevano preceduto fin dal giorno precedente.

Non più in grado di reggersi in sella, anche Muu-Gol rotolò a terra lontano dal cavallo.

Nella caduta andò a sbattere violentemente sul fianco destro, proprio nel punto dove teneva infilato il Pugnale del Khan nella fascia.

In quel momento provò un dolore così lancinante nelle carni, da pensare di essersi trafitto con la sua lama.

Rimase senza fiato.

Uno strazio violentissimo e improvviso sul fianco lo bloccò a terra, certo ormai di essere prossimo a morire.

L'istinto lo portò a rotolare di lato e si trovò a ridosso di una roccia.

Spalancò la bocca in cerca d'aria, ma quando si voltò a guardare se qualcuno dei suoi seguaci potesse travolgerlo, nonostante il male fortissimo che provava, ghignò, deluso.

Dietro di lui ormai non vi era più nessuno.

Erano caduti tutti.

Cavalieri e cavalli, uno alla volta erano crollati a terra ed erano diventati cibo per i Gin.

Per qualche momento Muu-Gol rimase steso a terra incapace di muoversi, poi il male, poco alla volta, si placò.

Quando poté respirare abbastanza da mettersi seduto, trafelato si osservò il fianco e poi attorno.

Di Zűin non aveva visto più traccia, ma era certo che quell'essere mostruoso non fosse distante.

Lo capiva dai suoni orrendi che avvertiva alle spalle.

Di quando in quando udiva un nitrito terrorizzato o un urlo, ed era certo che fossero i Gin che si nutrivano di un Tarpan o di uno dei suoi uomini.

Appena quelle liane fameliche avessero terminato di nutrirsi con quei corpi, era certo che avrebbero ricominciato a seguirlo.

Se voleva tenerle a distanza, doveva rimettersi in piedi il prima possibile e ricominciare a camminare.

Se non fosse stato per quel dolore al fianco si sarebbe messo in piedi e sarebbe andato avanti.

Doveva controllare se era ferito, ma le mani insensibili non volevano saperne di rispondere ai suoi comandi.

Le dita erano gonfie e nere.

Rivoltando a fatica le pieghe della casacca, vide che il Pugnale non si era conficcato nelle carni, eppure da sotto l'indumento colava una sostanza collosa e maleodorante che puzzava come sangue marcio.

Sollevò un lembo della giubba e con orrore vide che sul petto gli erano comparse delle bolle scure, piene di un liquido denso.

Ne vedeva dappertutto.

Erano quasi tutte piccole, ma una di quelle, più grande delle altre, durante la notte gli era gonfiata sul fianco senza che lui se ne rendesse conto.

Si trovava proprio sotto al Pugnale Azzurro e nell'impatto della caduta era scoppiata, provocandogli quel dolore lancinante.

Ora il contenuto scendeva lungo il fianco e puzzava di carne marcia.

In quel punto la pelle era nera, lacerata, bruciava come se andasse a fuoco e dalla ferita colava quella sostanza maleodorante.

La toccò con la punta delle dita e vide che gliele imbrattava.

L'annusò, puzzava, come se il suo corpo stesse marcendo.

Osservandosele, disperato, gemette.

Disgustato per quello che questo voleva dire, a fatica si rimise in piedi e dondolando sulle gambe storte, si rimise in cammino.

Il dolore al fianco era lancinante e il sangue che non smetteva di colargli dal naso lo tormentava.

Doveva raggiungere Saaràn a tutti i costi e portargli il Pugnale del Khan.

Doveva fare presto, presto.

Solo lui poteva ancora salvarlo e con questo unico pensiero nel cervello si mosse più rapidamente che gli fu possibile, risalendo verso il bordo della valle, dove era più facile camminare.

Non aveva mai amato spostarsi a piedi, non l'aveva mai ritenuto degno di un Un del suo rango, ma ora, se voleva raggiungere la salvezza, non gli restava che affrontare anche questa umiliazione.

Soffrendo le pene dell'inferno per ogni passo che faceva su sassi, legni ed erba scivolosa, a un certo punto gli giunse all'orecchio il grido di guerra degli Un.

Erano i Clan. Erano vicini.

"No!" urlò incredulo.

I soldati schierati attraverso la valle iniziarono a spintonarsi e a muoversi per andare all'attaccò e allora finalmente comprese la verità.

Quegli sciagurati non volevano sottomettersi al Naaxia, lo volevano uccidere.

Un'ira improvvisa lo colse.

Non potevano fargli questo. Maledetti!

Per quanto la gola gli andasse a fuoco, urlò con tutte le forze che aveva in corpo:

"Che Ten-gri vi maledica tutti quanti!", poi, quasi che il cielo l'avesse ascoltato per davvero, udì un rombo giungere dal fondo della valle e dopo poco attimi scorse una massa scura comparire tra le pareti delle montagne alle spalle di Saaràn.

Temendo che tutto questo accadesse a causa della sua maledizione, spaventato e incuriosito dalla potenza della sua invocazione, si arrampicò più in alto che poté per vedere meglio cosa stava succedendo.

Faticava a piegare il ginocchio e ogni passo in salita fu un tormento, ma quando fu abbastanza in alto per vedere chiaramente gli Un arrestare la propria corsa e tentare inutilmente di voltarsi per fuggire, giunse la piena e li travolse.

Rimase inorridito scorgendo quella immensa massa d'acqua e fango crollare nella valle inondandola completamente.

La vedeva avanzare inarrestabile salendo sempre più.

Per chi si trovava nella valle non vi era scampo!

Dopo pochi attimi la vide travolgere i cavalieri che inutilmente tentavano di sfuggirle, spazzandoli via come fossero fuscelli.

Il rumore assordante di quelle acque tumultuose risalirono il fianco del monte, gli si avvicinarono, gli passarono accanto, gli lambirono le suole degli stivali, tuttavia egli si salvò.

Era terrorizzato da quello che aveva appena visto.

Una potenza inaudita si era scatenata davanti ai suoi occhi e nulla al mondo avrebbe potuto arrestarla.

Sollevò gli occhi a Ten-gri.

In vita sua non aveva mai visto nulla del genere e comprese di aver offeso troppo a lungo il Cielo Eterno della Steppa per meritarsi il suo perdono, ma egli l'invocò ugualmente.

Quando poi la piena esaurì il suo slancio e defluì a valle trascinando con sé ogni cosa che gli si parasse davanti, egli vide che il Naaxia era ancora al suo posto.

Con una nuova speranza nel cuore ridiscese il più velocemente possibile al piano, però l'erba viscida lo faceva scivolare continuamente a terra.

In breve divenne del medesimo colore del pantano.

Zuppo, inzaccherato dalla testa ai piedi di fango e dolorante in ogni parte del corpo, con la forza della disperazione Muu-Gol si trascinò passo dopo passo in una zona meno impervia delle altre, fino ad arrivare a circa un Tesen di distanza dai superstiti dei Clan.

Vide Saaràn scendere da cavallo e scorse qualcun altro salirvi al suo posto.

Quando comprese che si trattava di Kutula, capì che il suo fallimento era stato totale.

Il Khan non era morto!

Non era riuscito in nessuna delle cose che voleva ottenere.

Aveva avuto il potere nelle sue mani e l'aveva perduto.

Aveva fallito in tutto. Aveva sbagliato in tutto.

Quando infine scorse Bortecino e il suo branco scendere nel greto del torrente e avviarsi a raggiungere coloro che erano sopravvissuti alla furia di Ten-gri, inciampò e cadde malamente sopra una roccia arrotondata.

Colpì il fianco.

Il dolore folle che provò lo lasciò ancora senza fiato e non fu più in grado di rimettersi in piedi.

Estrasse come poteva il Pugnale del Khan dalla fascia e lo tenne stretto tra le mani davanti a sé.

Doveva portarglielo!

Saaràn non era molto distante, poteva vederlo chiaramente attraversare il pianoro tirandosi dietro Kutula a cavalcioni di quel cavallo immenso, tuttavia egli non era in grado di chiamarlo.

La gola gli ardeva e dalla sua bocca non uscivano che deboli rantolii.

Incapace di sollevarsi ancora in piedi, prese a trascinarsi nel pantano.

Strisciò sui gomiti.

Il Pugnale stretto tra le mani era l'unica cosa che gli diceva che poteva ancora farcela, purché potesse portarlo fino al suo salvatore.

Doveva fare in fretta. In fretta.

Dimenandosi nel fango come poteva, avanzò fino a quando udì la voce di una donna urlare e vide che tutti si voltavano a guardare nella sua direzione.

L'avevano visto! Ce l'aveva fatta!

Agitandosi per avvicinarsi più in fretta verso quella gente, sorrise al pensiero di essere al termine delle sue sofferenze, ma la forte luce del giorno lo tormentava e per un momento si voltò verso il cielo.

Digrignò, come se volesse strapparlo a morsi.

Nell'istante stesso in cui spalancò le fauci, il dente d'oro che aveva in bocca, luccicò al sole.

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro