Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

36) COSA FARE?

Saaràn, ora che finalmente aveva capito ciò che angustiava Frassinella, rimase costernato a guardarla.

Zűin stava arrivando!

La fissò, senza più parole da dire e con in testa tante domande che rischiavano di restare senza risposte.

Se anche la Sua Signora aveva perduto ogni controllo su quelle liane mostruose, chi tra essi avrebbe potuto fermarle?

I raggi del sole riflessi dagli specchi tutto al più le avrebbero scacciate durante il giorno, ma durante le ore notturne, cosa avrebbe tenuto distanti i Togril dai suoi aculei? Nulla.

Sarebbe bastato un attimo di disattenzione, una sentinella distratta, una giornata di pioggia o di nebbia fitta e restare all'aperto sarebbe stato pericoloso per chiunque.

Con Zűin libero di scorrazzare per la pianura, nessuno avrebbe più potuto muoversi liberamente e l'infinito spazio della Steppa sarebbe diventato il regno incontrastato dei Gin.

Con Zűin libero, gli uomini avrebbero dovuto vivere sulle montagne, come le capre e gli Yak.

Se quella creatura malefica fosse giunta fino alla valle avrebbe incontrato anche gli Un fuggiti dall'Urdu e ne avrebbe fatto strage.

Stretti da ogni parte dalle montagne, quei Clan si erano messi in trappola con le proprie mani e la colpa era sua, lui che li aveva convinti a seguirlo.

Non potevano sfuggirgli.

Prima o poi quell'essere infido li avrebbe uccisi tutti quanti, dal primo all'ultimo, singolarmente o a piccoli gruppi.

Se poi i tentacoli di quella Bestia fossero giunti fino a Togriluudyn, anche chi si trovasse al riparo dietro le mura del Castello di Pietra non sarebbe stato al sicuro.

Nemmeno lui, la sua famiglia, nessuno quassù a Togriluudyn, lo sarebbe stato del tutto.

Già una volta quell'essere infernale era riuscito ad attraversare la spessa coltre di roccia che separava quella gente dalla Steppa ed era giunto fino alle loro case, rischiando in quell'unico evento di sterminare l'intera popolazione della valle.

Il giovane Muu Atzai ne aveva fatto le spese per primo, ma poi era arrivato il morbo, la febbre, l'epidemia, con tutte le morti e il disastro che ne era seguito.

I danni che Zűin era già riuscito a provocare erano immani, tuttavia se fosse giunto un'altra volta fino ai Togril, cosa sarebbe successo a quella gente?

Non sapeva immaginarselo.

Con un groppo alla gola si rese conto che se lui e la Sua Signora non avessero saputo trovare un modo per fermare quella creatura, ogni altro tentativo fatto, sarebbe risultato inutile.

Fissò esterrefatto la donna rimasta immobile davanti a lui, sgomento dal compito enorme che li attendeva e gli venne in mente una sola domanda: Cosa fare?

Avrebbe voluto domandarlo a Frassinella, ma la Yaonai aveva gli occhi tristi, stanchi, per la prima volta la vedeva, al pari suo, impotente.

Nemmeno lei sapeva come agire e comprenderlo per Saaràn fu un momento tremendo, un colpo al cuore, carico d'angoscia e di vuoto.

Fino ad allora aveva fatto riferimento alla Sua Signora per ottenere forza e sostegno nel momento in cui le sue forze non fossero più bastate, ma ora avrebbe dovuto farne a meno e non sapeva se ne sarebbe stato capace.

Tuttavia il tempo passava.

A fatica deglutì e si sforzò di parlare.

"Mia Signora... è tutto... ora?" farfugliò incerto.

Attese, con la segreta speranza di non dover udire altre cattive notizie.

Fortunatamente, lei accennò di sì. Era tutto.

Saaràn poté finalmente lasciarsi andare a un sospiro di sollievo.

Farfugliò qualcosa.

"Allora credo... credo... sia meglio andare. Sì... Da dove iniziamo?" aggiunse ancora frastornato.

Lo sconcerto li lasciò entrambi senza parole per qualche attimo, poi, non sapendo cos'altro inventarsi, Frassinella e l'Un decisero che era meglio attenersi al piano che avevano stabilito in precedenza.

Per prima cosa avrebbero scelto uno stallone per Saaràn e sarebbero andati incontro agli Un che avevano abbandonato Muu-Gol.

Li avrebbero ricevuti nel miglior modo possibile e avrebbero fatto tutto quello che sarebbe stato in loro potere per convincerli a restare sotto il comando di Kutula.

Infine li avrebbero convinti a cercare qualcosa che potesse riflettere i raggi del sole e li avrebbero spinti a mettersi per quanto possibile al riparo a ridosso delle rocce, lontani da Zűin e dai suoi aculei.

Avrebbero cominciato a fare questo e poi..., poi, nessuno lo sapeva.

Saaràn si augurava che Ten-gri tenesse l'onnipotente mano sulla gente che in quel giorno si sarebbe affidata alla sua guida e li sapesse consigliare per il meglio, ma per gli altri, per quelli che non l'avessero riconosciuto come Gran Khan, non avrebbe potuto fare nulla.

Si diresse verso la porta, malfermo sulle gambe.

Si sentiva mancare le forze.

Non sapeva assolutamente cosa aspettarsi dal futuro e se non si lasciava andare alla più nera disperazione, era soltanto per una lontana e cupa percezione che doveva tentare qualunque cosa pur di salvare ancora una volta la sua famiglia.

Ma come farlo? Si domandava in continuazione... Come... Come... Come!

Come farlo, questo era il cruccio che lo tormentava.

Non lo sapeva, eppure doveva trovare una soluzione.

Toccò ancora una volta il bordo sbeccato dello specchietto di Sangun che portava nella fascia, ma questa volta lo avvertì piccolo e fragile, una cosa minima in confronto all'enormità del compito che l'attendeva.

Sapeva che non poteva fare affidamento solo su di quello per sconfiggere Zűin, ma oltre a quello al momento non disponeva nulla, se non vaghe allusioni e sperdute memorie, che invece di portargli certezze gli arrecavano più tormento che speranza.

Se l'informazione data da Faggiola, Grande Madre Yaonai, a Frassinella era vera, poteva forse aspettarsi qualcosa dal Pugnale Azzurro, tuttavia non l'aveva in suo possesso e di quel folle di Muu-Gol non si fidava.

Quelle che la Sua Signora aveva avuto erano informazioni vaghe, incerte, troppo remote per farvi affidamento.

Inoltre non aveva idea di come avrebbe dovuto usarlo per sfruttare l'immenso potere di cui era dotato.

Tutto questo era troppo per lui e l'incertezza lo corrodeva.

Temeva d'impazzire al solo pensiero di quello che l'attendeva.

Le cose che la Yaonai aveva detto erano così tante, che il solo tentare di rammentarle tutte gli facevano ronzare il cervello.

Si sentiva stordito come se avesse cacciato la testa dentro un alveare e il vorticare disordinato delle api gli impedisse di ragionare lucidamente.

Faticava a mettere in ordine lo sfacelo che gli si presentava davanti e non sapeva da dove iniziare a sbrogliare quella intricatissima matassa.

Era disorientato da tutte quelle notizie e aveva paura.

Arrivato alla porta si fermò un momento e respirò a fondo.

Quando avesse aperto il battente che lo teneva chiuso nella sicurezza della Stanza dei Lupi non sapeva cosa avrebbe dovuto aspettarsi dal prossimo futuro, invece, quando lo fece con uno scatto improvviso, rimase stupito nello scorgere che ad attenderlo fuori c'era Chonyn, l'attendente di Tomor biye.

Fermo, in silenziosa attesa, tenendo con una mano la cavezza del suo imponente cavallo da guerra e con l'altra l'elmo, serrato sotto il braccio, Chonyn voleva parlargli.

Quando lo vide uscire, il militare si mise sull'attenti.

Benché gli sorridesse, il Togril era teso, rigido in un saluto che non aveva nulla di naturale.

Pareva volesse qualcosa.

Nel vederlo, Saaràn si ricompose.

Per quanto fosse sconvolto, non doveva trasmettere ad altri le sue insicurezze.

Notò che in volto il giovane portava ancora i segni lasciati dalla febbre.

La malattia che per poco non l'aveva ucciso, in pochi giorni ne aveva invecchiato i lineamenti gentili e attorno gli occhi, la bocca, la fronte, una sottile ragnatela di rughe ne aveva deteriorato la pelle.

Le prime cicatrici del tempo, pensò Saaràn, e gli sorrise andandogli vicino.

Con piacere vide che almeno la ferita al labbro che si era procurato nello scontro avuto con Monglik nella Steppa, si era rimarginata senza lasciare tracce visibili.

Il cavallo che Chonyn teneva al suo fianco era bardato di tutto punto, compreso di pettorale e placche di metallo che i Togril utilizzavano per proteggere le proprie cavalcature quando andavano in battaglia.

Il giovane soldato pareva turbato, nervoso, vedendo il Naaxia sorridergli fece un rapido cenno con la testa al quale l'Un rispose per metterlo a suo agio.

Chiedendosi a cosa dovesse quella visita inattesa: "Chonyn, lieto di vederti" gli chiese in Murlag.

Era curioso di saperlo e quella era l'unica lingua che entrambi comprendessero abbastanza bene per potersi scambiare semplici nozioni e, benché grezza e limitata, sarebbe stata molto utile per capirsi.

Frassinella, assunte le sembianze di Bortecino per sopportare la luce del sole ormai troppo forte, si fece accanto all'Un per udire a sua volta cosa desiderasse il militare.

Anche lei, al pari del Naaxia, non sapeva nulla delle intenzioni del giovane.

A dire il vero, a quell'ora lo credeva sugli spalti assieme a Tomor biye a preparare le difese della fortezza e non lì, nel piazzale ad attenderli.

Entrambi osservarono il Togril curiosi di sapere cosa volesse, quando lo videro porgere le redini della sua cavalcatura a Saaràn.

"Oi, tu bisogno cavallo, prendi mio" gli disse Chonyn con poche, stentate parole in Murlag, evidentemente emozionato.

L'Un e la Lupa Azzurra si scambiarono uno sguardo allibito.

Saaràn si domandò come facesse il giovane a sapere quali fossero le sue intenzioni, poi comprese.

Era presente quando ne parlarono a Tomor biye e benché si tenesse in disparte, doveva aver udito ugualmente il loro piano.

Ancora frastornato dalla generosa quanto imprevista offerta, Saaràn accettò le briglie che gli venivano porte e l'enorme cavallo sollevò di scatto la testa.

Al contrario dei due umani, non sembrava molto contento dello scambio. Chonyn lo calmò, accarezzandogli il collo.

"Perché dai tuo cavallo a me? Lui prezioso per te" gli domandò Saaràn incredulo.

Con sua sorpresa, l'Un vide il soldato indicare il fianco della montagna lungo la quale erano scesi assieme a rotta di collo alcuni giorni prima.

Comprese subito che Chonyn alludeva alla sfida che per poco non costava la vita al suo morello, ma quella folle corsa suicida conclusasi senza vinti né vincitori, doveva aver impressionato il Togril più di quello che sul primo momento Saaràn avesse pensato.

Se ne sentì inorgoglito e raddrizzò la schiena. Non era così vecchio, allora.

"Tu buon cavaliere. Tu vai, io resto. Tu bisogno, io no. Lui buono con te, se tu saldo con lui" gli disse ancora il Togril, sfoderando un timido sorriso.

Ancora sorpreso da quel gesto inatteso, Saaràn gli rivolse un: "Oi!" sincero di ringraziamento e si avvicinò un po' emozionato al fianco sinistro del cavallo. Da vicino era immenso.

Sarebbe stato un onore cavalcare un così imponente quadrupede, ma sarebbe stato in grado di farlo?

Man mano che gli si accostava dondolando sulle gambe arcuate, lo vedeva diventare sempre più grande.

Giunto al fianco dell'animale, il garrese del quadrupede lo sovrastava in altezza di tutta una spanna.

Saaràn si sentiva rimpicciolito davanti a quella massa enorme di muscoli scattanti e si trovò impacciato nel non sapere come fare a salirvi sopra.

Si domandò se sarebbe stato in grado di cavalcarlo, ma il tempo stringeva e non poteva più permettersi di perderne altro in considerazioni inutili.

Sospirò e fece un cenno di gratitudine a Chonyn.

Si avvicinò ancora di più all'animale e ne percepì l'odore.

Lo stallone nero portava su di sé aromi di strame, di fieno, di cuoio, di sudore, di acciaio e di potenza.

Saaràn inspirò a fondo quell'effluvio a lui così familiare e se ne sentì rinvigorito, perché era quella l'aria che amava da tutta la vita.

La sua aria, quella che sapeva di spazi immensi e di libertà. Di solitudine e di pace.

Poggiò un mano sul manto liscio e scuro dell'animale e lo sentì fremere sotto la pelle delle sue dita.

Il cavallo era sensibile al minimo tocco. I muscoli, pronti e tesi come la corda di un arco, scattavano immediatamente.

Il garrese dello stallone lo sovrastava e si chiedeva come avrebbe fatto a salire sulla sella.

A malapena riusciva ad afferrarne il pomo con la punta delle dita.

Comprendendo la sua incertezza, Chonyn si abbassò, unì le mani a coppa e gli disse deciso: "Sali".

Appoggiandovi sopra il piede, subito dopo Saaràn si sentì sollevare in alto.
Con l'abitudine di una vita passò la gamba oltre l'enorme sella e di botto vi si ritrovò seduto sopra.

Il colpo che ricevette alla base della schiena quando si assestò sul cuoio, fu violento e improvviso.

Il dorso su cui poggiava l'arcione era solido e massiccio come una roccia, ben diverso da quello dei Tarpan.

Nel duro contatto che provò, la vecchia ferita gli diede una fitta tremenda, però non ci volle fare caso.

Quando fu sopra allo stallone, guardando il mondo dall'alto in basso, scorse il soldato sorridergli e Bortecino, ferma al suo fianco, che storceva la testa da una parte all'altra, incuriosita dal vederlo così in alto.

In quella, saltellando malfermo sulle tre zampe sane e con le orecchie ritte a cogliere ogni suono, dalla porta della Tana dei Lupi comparve anche Cha-Cik e pure lui osservò stranito il Naaxia, che dalla sella li sovrastava tutti quanti.

Il lupo riconobbe Chonyn e Bortecino e scodinzolò a entrambi, prima di arrotolarsi a terra in uno sbuffo di polvere, accompagnato da un grugnito soddisfatto per essere arrivato fino a lì.

Abituato alla esile groppa dei Tarpan, Saaràn si sentì strano nel trovarsi sopra a quella dello stallone Togril e gli parve di essere seduto a cavalcioni di un tronco d'albero.

Sotto le gambe l'Un avvertì immediatamente il fremere nervoso dei muscoli scuotere i fianchi del possente animale.

I suoi nervi erano fruste pronte a schioccare.

Si chiese come avesse fatto il piccolo Monglik a tenergli testa lungo il fianco della montagna.

Era come se un caprone avesse fatto a testate con uno Yak sperando di vincerlo.

Volse lo sguardo vergognandosene un poco, ma rendendosi conto che non vi era più tempo da perdere, rivolse al giovane soldato un sorriso e gli disse l'unica parola in Togril che conoscesse bene:

"Bayarlalaa! (Grazie!)".

Dovevano andare, ma quando Saaràn tirò le redini per far voltare il cavallo, l'enorme collo rivestito di metallo dell'animale non si spostò.

Tirò con tutte le sue forze un'altra volta, ma quello non si mosse.

Chonyn, vedendolo in difficoltà, toccò appena il muso della bestia e quello si voltò docilmente.

"Non forza, saldo!" aggiunse il Togril.

Mimò all'Un la posizione che le mani avrebbero dovuto assumere per ottenere un risultato sulle corregge di cuoio che portavano al morso e Saaràn ne imitò la postura.

Chonyn assentì, scrollò la testa soddisfatto e disse: "Prova ora".

Saaràn fece come gli veniva detto e con sorpresa vide che lo stallone seguiva il movimento delle sue mani senza opporre resistenza.

Stupito che il cavallo gli desse retta, gli fece fare altri movimenti.

Il Togril aveva ragione, non serviva la forza per farlo girare, avanzare, arretrare, partire al passo o al trotto, bastava un solo tocco deciso, delicato e preciso alle redini.

Al contrario dei Tarpan che diventavano una cosa sola con il proprio cavaliere e ne assimilavano ogni desiderio senza opporre resistenza, quegli stalloni da guerra non dimenticavano mai chi erano.

Erano animali fieri, superbi, ostinati al limite dell'arroganza.

Quell'animale era così sensibile e ben addestrato, da accettare soltanto un ordine dato in modo semplice e chiaro, ma non non avrebbe mai ammesso di obbedire a un'imposizione confusa.

Era orgoglioso, forte, una potente arma da guerra e lo sapeva.

Si metteva a disposizione dell'uomo, tuttavia non ne accettava il dominio.

Saaràn grugnì, stupito e soddisfatto al tempo stesso di riuscire a cavalcarlo, nonostante ciò si rese conto della grande differenza che esisteva tra quegli enormi animali allevati sui monti e i cavallini della Steppa a cui la sua gente era abituata da sempre.

I Tarpan per gli Un erano come dei compagni di vita, fedeli e sempre presenti, per i Togril invece quegli stalloni erano delle armi estremamente potenti, autonome, forti, pronte a mettersi a loro disposizione e a entrare in azione in qualunque momento, ma mai disposte a sottomettersi ai loro voleri.

Quella stupenda bestia da guerra aveva dato una lezione al Gran Khan.

Una lezione che difficilmente avrebbe dimenticato.

Il rispetto bisognava guadagnarselo, sempre, anche da un cavallo.

Annuendo a Chonyn, ora lui e Bortecino potevano andare.

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro