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24) RITROVARE UN AMICO


Subito dopo il rientro di Gerel nella mensa dei Togril, anche un uomo alto, corpulento e dal volto rubizzo, entrò nel locale affollato.

Appena dentro, costui si guardò attorno, attento, curioso, come se fosse alla ricerca di qualcuno.

Identificati i capelli biondi della bambina muoversi con agilità tra i tavoli del refettorio, si fermò e aspettò di capire dove si dirigesse.

Saaràn lo notò subito, in quanto il suo aspetto non gli giungeva nuovo.

Indossava un copricapo simile a quello di Uleg, lungo, molle, floscio sulla schiena e con un anello di metallo al fondo a rimbalzargli sul dorso ad ogni passo che faceva.

Anche l'abbigliamento, verde come un prato di montagna in primavera, ricordava quello del Taiciuto.

Portava una barba corta, folta, ormai grigia come i capelli.

Dimostrava più o meno l'età di Uleg e come lui non portava scarificazioni sulle guance.

Sorrideva e tra le labbra mostrava meno denti cariati dell'anziano Nonun.

Il taglio degli occhi scuri era lungo, stretto, il mento squadrato esprimeva forza e determinazione, così come il ventre prominente sottolineava in quell'uomo dall'aspetto pacifico una predilizione per il bere e il mangiare.

Non pareva pericoloso, eppure osservava attentamente ogni mossa della bambina che stava tornando al tavolo, guardando dove si dirigeva, dove sedeva e chi erano i commensali che dividevano la mensa con lei.

Un'espressione di felicità gli si disegnò sul volto barbuto, poi, facendosi spazio tra la folla, dopo un attimo d'incertezza l'uomo la seguì, avvicinandosi al tavolo degli Un.

Saaràn lo teneva d'occhio.

Non gli piaceva il modo in cui si avvicinava al loro tavolo e cercò con la mano l'impugnatura del pugnale, ricordandosi solo allora che i Togril glielo avevano tolto.

Era già pronto a difendersi, quando, giunto a pochi passi da loro, l'uomo panciuto esclamò qualcosa in un dialetto che gli Un non compresero, esplodendo in una sonora risata, prima di dare una forte pacca sulla schiena a Uleg.

Per poco al Nonun seduto di spalle non andò di traverso il riso che stava masticando, ma ripresosi in fretta dalla sorpresa, dopo un attimo d'incertezza, si alzò in piedi e voltandosi verso il nuovo venuto, esclamò:

"Bi itgekhgűi baina, Nuuts aa!". (Non ci posso credere,Nuuts!).

I due si abbracciarono, parlando veloci e concitati sotto gli sguardi sbalorditi degli altri che li osservavano, non capendo una sola parola di quello che si stessero dicendo.

Ora che Saaràn li vedeva uno accanto all'altro, i due uomini erano più o meno alti uguali, vestivano nel medesimo modo, entrambi non avevano il naso prognato degli Un e il colore della carnagione era talmente simile, che nessuno avrebbe dubitato che appartenessero alla medesima Tribù.

Si stringevano per le braccia e parlavano fitto fitto tra di loro, come se in quel momento non esistesse null'altro al mondo di così importante come quell'incontro.

Dopo non molto, accortosi della sconvenienza del suo gesto, Uleg tornò al tavolo con il suo amico e lo presentò a Saaràn.

"Padrone, ti presento Nuuts!" esclamò entusiasta il servo "Un mio vecchio amico. Apparteniamo alla medesima Tribù e non ci vediamo da almeno venti anni".

Per quanto sorpreso, anche Saaràn si ricordò delle buone maniere.

Pur non conoscendo la lingua in cui i due parlavano, fece il cenno che per tutta la gente della Steppa aveva come unico significato:

"Accomodati e dividi con noi il pasto".

Nonostante la gentilezza del gesto, Nuuts declinò l'invito.

Scambiò ancora qualche parola con Uleg, poi salutò i commensali Un e se ne andò.

Tornato a sedersi, il Taiciuto, con ancora il sorriso stampato in volto, disse:

"Ha detto che era venuto soltanto per vedere se era vero che un altro come lui era arrivato a Togriluudyn. Accidenti, neanche lui voleva crederci... eppure! Nuuts, chi l'avrebbe mai detto!".

Uleg era raggiante mentre lo diceva.

Poco mancava che l'anziano Nonun avesse le lacrime agli occhi dalla contentezza.

Ci mise un attimo prima di poter ricominciare a parlare:

"Aveva fretta" disse "ma ci aspetta alle stalle. Mi ha detto di dirti che ha un dono per te".

Saaràn corrugò la fronte e guardò Helun, che, al pari suo, nemmeno lei seppe cosa dire.

Fu Saryn a parlare per tutti: "Un regalo, Aab. Andiamo a vedere di cosa si tratta!".

Incuriosito, Saaràn diede una scrollata di spalle e annuì.

In fondo si alzava volentieri per uscire.

Quell'ambiente troppo affollato lo soffocava un po', inoltre era stanco di essere guardato come se fosse un animale selvatico.

Non gli piaceva essere al centro dell'attenzione e lì dentro, disarmato e con tanti Togril a tenerlo d'occhio, si sentiva a disagio.

Ormai avevano tutti quanti mangiato a sazietà e restare ancora nella mensa non serviva a nulla, perciò fece cenno a Uleg di precederli verso l'uscita.

"Va bene! Andiamo, allora" disse al servo.

Il Nonun non se lo fece ripetere, si voltò e partì veloce.

Dopo che Helun e i bambini si mossero per andargli dietro, Saaràn fece cenno a Omnod di seguirli e per ultimo si avviò lui.

Nessuno dei commensali presenti in quel momento nel refettorio fece caso alla loro uscita, ma lui sapeva che non era così e preferiva essere certo che nessuno facesse qualche gesto sconveniente verso la sua famiglia.

Quando fu fuori, oltre alla moglie, i figli, il Nonun e Omnod, Saaràn trovò anche i due lupi ad attenderlo.

Khar e Zurvas avevano terminato le ciotole di riso che Gerel gli aveva portato e appena tutti quanti si mossero dietro a Uleg, gli si accodarono lentamente, senza mai perderlo di vista.

Nel breve tempo che gli Un avevano passato nel refettorio, la vita nel Castello si era animata e ora la piazza d'armi era gremita di gente. Ovunque c'erano Togril che andavano e venivano, ognuno indaffarato a fare qualcosa.

Sugli spalti del Castello di Pietra i Margaash seguitavano a fare la ronda e alcuni Togril a cavallo, corazzati di tutto punto, si dirigevano verso la galleria che portava al ponte levatoio.

Saaràn ne contò una ventina, prima che entrassero nel tunnel e scomparissero alla vista.

Si domandò dove andassero a quell'ora, poi scrollando la testa si disse di lasciar perdere.

Non era più il Naaxia dell'Orda Un e quello non era affar suo.

Fece uno sforzo per ricordarsi che in quel momento era un prigioniero a cui i carcerieri avevano concesso il privilegio di non restare chiuso in una stanza e non voleva perdere questo lusso per nessun motivo al mondo.

Per il bene di sua moglie e dei suoi figli, doveva smettere di osservare ogni cosa.

Doveva trattenere la sua curiosità, altrimenti avrebbe corso il rischio di mettere in pericolo la vita della sua famiglia.

Così, facendo buon viso a cattiva sorte, sorrise a chiunque incontrasse, tuttavia, da certe occhiate torve che alle volte ricevette in cambio, comprese che non tutti i Togril erano contenti da saperli liberi di muoversi come volevano.

D'altronde li comprendeva, lui avrebbe fatto lo stesso.

Forse anche peggio.

Kutula e gli Un, sicuramente non avrebbero concesso a dei prigionieri tutta quella facoltà di muoversi per l'Urdu.

Come minimo li avrebbero pestati a sangue e poi li avrebbero legati al Syedan, proprio come era successo a lui.

Ricordava molto bene l'accoglienza avuta solo pochi giorni prima al suo arrivo all'accampamento. Grugnì, al ricordo dei colpi ricevuti.

Il dolore provocato da alcune di quelle percosse era ancora presente e i ponfi sulla faccia solo ora stavano sgonfiando, ritornando a dargli un aspetto normale.

S'incupì al pensiero di quello che avrebbero fatto gli Un se avessero potuto entrare in quel forte.

Guardandosi attorno, rimase perplesso sulla libertà di cui disponevano.

Per quanto non tutti i soldati fossero amichevoli, nessuno di loro tentava di fermarli.

Non aveva ancora capito se quei Togril fossero così sicuri di se stessi da lasciare che dei nemici temibili andassero avanti e indietro a curiosare tra le loro case, oppure se non avevano compreso a fondo quale pericolo corresse la valle in cui vivevano.

Non li capiva.

La sua Signora era convinta che fossero gli Un che dovevano fare attenzione a quello che facevano, ma preferì tenere per sé quello che Frassinella gli aveva detto.

Gli Un avrebbero dovuto scegliere se vivere o morire, ma cosa, quando e perché?

Di quello non aveva fatto parola agli altri.

Era un segreto del quale nemmeno Helun era al corrente e per il momento era meglio così.

La sua donna era già preoccupata per quello che poteva accadere a Gerel e non se la sentiva di darle un'altra preoccupazione.

Prima di dirglielo voleva saperne di più, su ciò che voleva fare quella gente e su quello che intendeva dire la Signora con una minaccia del genere.

Dopo non molto, nel sentirsi chiamare da lontano da Uleg, si riscosse e gli diede retta.

Il Nonun si era allontanato a passo svelto.

"Padrone, credo che Nuuts ci aspetti laggiù!" gli disse concitato.

Il Taiciuto era raggiante.

Saaràn vide che il servo gli indicava una costruzione bassa e lunga addossata alla montagna, con una larga porta al centro e varie finestre con imposte a dare luce all'interno.

Era la più lontana dalla loro stanza, ma era anche la costruzione più grande di tutte e la si vedeva chiaramente, in fondo allo spiazzo.

A vedere il movimento che vi era davanti, non gli ci volle molto a capire che si trattava di una stalla.

Saaràn poteva capire l'eccitazione di Uleg nel voler ritrovare al più presto il suo amico e gli fece cenno di aver capito, ma al contempo gli fece anche dei gesti perché non camminasse tanto veloce.

Il Taiciuto aveva fretta ed era comprensibile, i bambini e Omnod non facevano fatica a mantenere il medesimo passo veloce, tuttavia Helun era rimasta distaccata e arrancava a fatica per stare dietro al gruppo.

Con una gamba più corta dell'altra, la donna zoppicava vistosamente e non riusciva a camminare veloce.

Si fermò e l'attese. Arrancando Helun lo raggiunse e gli sorrise.

La donna si appoggiò volentieri al suo braccio e proseguirono insieme, lasciando che gli altri andassero avanti.

Dopo non molto, Nuuts il Taiciuto fece la sua comparsa davanti all'ingresso a doppio battente del fabbricato.

Vedendoli arrivare fece un ampio gesto di benvenuto verso Uleg, poi, a una sua voce verso l'interno, alcuni stallieri Togril condussero fuori dei cavalli.

Erano Tarpan, già strigliati, sellati e pronti per partire.

Saaràn li riconobbe, vide il giovane cavallo che aveva sostituito Monglik, Filli, il morello di Saryn. Erano i loro cavalli e tutti quanti sembravano stare bene.

Nel rivederli sorrise.

La giovane puledra bianca e marrone quando vide arrivare la sua piccola padrona, nitrì.

Gerel emozionata la indicò alla madre, poi le corse incontro.

Grato, Saaràn sollevò gli occhi a Ten-gri.

Se era quello il dono del Taiciuto, era quanto mai il benvenuto, perché non soltanto Helun faticava a camminare, ma anche le sue gambe arcuate gli dolevano e iniziavano ad averne abbastanza di proseguire a piedi.

Arrivato nei pressi della stalla, Uleg andò verso Nuuts.

I due Taiciuti si strinsero nuovamente per le braccia e si salutarono a lungo, parlando fitto fitto nella loro lingua.

Erano felici di essere assieme e non si facevano scrupolo di farlo vedere a tutti.

Saaràn si stupì di vedere il vecchio servitore così allegro, gioviale.

Da quando aveva incontrato l'altro Taiciuto pareva essere diventato un'altra persona, ma poi pensò che forse era quella la sua vera natura, contento, aperto, disponibile al dialogo, allo scherzo.

Forse quella era la vera natura della gente Taiciuta.

L'esatto opposto di quello che erano gli Un, permalosi, irritabili, cocciuti, poco propensi allo scherzo e sempre pronti allo scontro.

Quasi a dargli conferma dei suoi pensieri, vide Omnod scostarsi da loro e guardarli con una smorfia attonita scolpita sul volto.

Un guerriero Un considerava sconveniente vedere due uomini adulti abbracciarsi in quel modo.

Se non era per affrontarsi in un incontro di Boke o durante un duello mortale, gli uomini Un non si toccavano tra di loro.

Alla fine della contesa solamente uno dei contendenti avrebbe vissuto ancora, ma questo non aveva nessuna importanza per loro.

Per la gente dell'Urdu era bello morire in uno scontro leale.

Con un gesto di stizza, Saaràn comprese che questa era la differenza tra quella gente e gli Un: gli Un non scherzavano, uccidevano.

Uccidevano e basta.

Lui, la sua famiglia, i suoi avi, i Naaxia che l'avevano preceduto nella Steppa alla guida dell'Orda, erano sempre stati banditi da tutto questo, erano stati considerati diversi da tutti gli altri Un.

Ne aveva sofferto a lungo per questa esclusione, in gioventù e anche oltre.

Tuttavia ora, vedendo come si scambiavano reciproci saluti i due Taiciuti, ne fu lieto, perché lui di sconveniente, in tutto quello a cui assisteva tra Uleg e il suo amico Nuuts, non ci vedeva proprio nulla.

Anzi, a dire il vero gli faceva piacere.

Arrivati presso i Tarpan, lasciò andare il braccio di Helun e si avvicinò a Monglik.

Gli lisciò il pelo, lo accarezzò, il morello gli parve subito in buona salute, pulito, strigliato, nutrito e, soprattutto non era spaventato.

Qualcuno lo aveva già preparato bardandolo con la sella Taiciuta che Uleg aveva costruito per l'altro Monglik, il vecchio pezzato, ma a vedere l'arcione si adattava bene anche alla sua groppa.

Ne fu lieto, ora che ne aveva provato i vantaggi, gli sarebbe dispiaciuto non poterla più utilizzare.

Al pari degli altri Tarpan, il suo cavallo era pronto per partire e scalpitava dalla voglia di sgranchirsi le gambe.

I Togril avevano avuto cura di lui e di tutti gli altri nel migliore del modi.

Saaràn era contento, soddisfatto di come erano stati trattati i loro cavalli.

A poca distanza, vide Gerel giocare felice con Filli, la sua pezzata marrone e bianca.

Si strofinavano l'una all'altra la fronte e il naso, ma dopo poco dovette distogliere lo sguardo.

Per un attimo Saaràn pensò all'altro Monglik, il suo vecchio pezzato, e gli si strinse il cuore.

Anche lui faceva come Filli, gli andava incontro, gli strofinava contro il pelo arruffato e lo spingeva lontano soltanto per riaverlo poi ancora vicino.

Era un gioco, l'unico che l'uomo e l'animale avessero avuto da condividere nei lunghi anni di isolamento nella Steppa.

Prima che Helun comparisse nella sua vita a salvarlo dall'inedia della solitudine, alla mattina Saaràn usciva dalla Yurta e fischiava.

A quel richiamo Monglik nitriva, ovunque fosse, sempre, tutte le mattine. Saaràn ancora soffriva al pensiero di averlo abbandonato.

Non se lo sarebbe mai perdonato.

Abbassò lo sguardo, sentendosi gli occhi umidi.

Senza sapere perché, si ritrovò a zufolare le poche note che per tanti anni aveva usato come richiamo per il suo amico, sempre quelle, sempre le stesse, lo fece piano, pieno di dispiacere e dolore.

Lo fece per il vecchio e per il nuovo Monglik, per ricordare l'uno che aveva perduto e per preparare l'altro a rispondere a quel richiamo in futuro.

Forse lo fece per punirsi per la sua colpa, per non scordare il suo errore e per farsi del male.

Eppure, appena l'ebbe fatto udì un debole nitrito uscire dalla porta della stalla, un flebile richiamo, appena un sommesso, stanco, soffio.

Spalancò gli occhi e si voltò a guardare Helun, Gerel, Saryn, tutti.

Tutti guardavano lui. Anche loro avevano udito.

Non poteva essere vero.

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