20) DESIDERIO DI VENDETTA
Il mattino seguente Ten-gri si risvegliò nel blu intenso, terso e limpido che gli Un tanto amavano, ma il cuore di Saaràn non riuscì a rallegrarsene quando lo vide.
Ancora più del giorno precedente, egli si alzò dal suo giaciglio sconfitto e amareggiato, destandosi da un sonno agitato, colmo di pensieri di rivalsa e di vendetta.
Quel mattino uscì tardi dalla Yurta.
Quando aprì violentemente la sgangherata porta della casa sul carro, era oramai giorno fatto e il sole splendeva sul piccolo accampamento.
All'esterno, tranquilli a mangiare attorno al falò, Omnod e Uleg si erano accesi un fuoco e già consumavano un'abbondante colazione, in attesa di sapere quali fossero le sue intenzioni per la giornata.
Appena lo videro apparire sulla soglia della capanna, entrambi lo salutarono con un cenno della mano e sul volto un sorriso amichevole, che rasentava l'ammirazione.
Il giorno prima l'avevano visto compiere l'impossibile.
Era riuscito a compiere un'impresa a cui non avrebbero creduto se non l'avessero vista portare a termine con i loro stessi occhi.
Mai avrebbero pensato fosse possibile coprire così tanti Zai in una sola giornata di viaggio con un carro trainato da quattro vacche, eppure, contro ogni evidenza, il Naaxia vi era riuscito.
Ai loro occhi non era più soltanto un relitto umano, un traditore reietto dalla propria gente, un inutile cencioso che si trascinava per la Steppa.
Era di più, in quell'uomo dall'apparenza dimessa e trasandata si celava qualcosa che nessun altro Un che si trovava all'interno dell'Urdu possedeva e ne faceva una persona particolare.
In Saaràn vi era un ingegno, una sensibilità nei confronti dell'ambiente in cui viveva, che era unico.
Percepiva le pianure meglio del Khan stesso e di qualunque altro Un che Omnod e Uleg avessero mai conosciuto all'accampamento.
Nella Steppa il Naaxia si muoveva come se ne fosse il Signore e questo, agli occhi degli Un, era fonte di rispetto e incontrastata ammirazione.
Ma lui, ancora inconsapevole del cambiamento avvenuto nei due uomini che ospitava nel proprio campo, vedendoli, non provò il medesimo entusiasmo.
Grugnì nel vederli già svegli.
Ricambiò il loro saluto sgarbatamente e di mala voglia: li considerava solo degli estranei, degli incomodi sconosciuti che gli erano caduti addosso senza che egli li avesse cercati e desiderati e di cui ora non poteva fare a meno.
Li considerava un peso, un fastidio, un impedimento sia per lui che per la sua famiglia, troppo abituata alla solitudine degli spazi liberi per riuscire a condividere facilmente le proprie cose con altri.
Inoltre essi rappresentavano un pericolo, allo stesso modo di chiunque altro arrivasse dall'Urdu.
Avevano invaso il suo campo, la sua casa, la sua vita.
Per quanto nella Steppa l'ospitalità fosse un dovere sacro verso chiunque, dopo un giorno e una notte interi trascorsi insieme, ormai non li vedeva più come ospiti, bensì come compagni di viaggio e questo cambiava tutto.
Normalmente già non amava quel genere di compagnia, ma in quella mattinata così particolare per lui, a malapena sopportava la loro presenza e la loro vista.
Gettò uno sguardo truce attorno.
I suoi quattro pezzati brucavano tranquilli sulla riva del piccolo corso d'acqua che avevano raggiunto la sera prima e le mucche rimuginavano placide accanto al carro.
Quando Saaràn vide Monglik, fischiò come d'abitudine faceva per attirarne l'attenzione e il cavallo lo ricambiò, sollevando la testa e scuotendo forte la spelacchiata criniera.
Nonostante non fosse nello stato d'animo giusto per sorridere, nel veder compiere all'animale quel gesto così abituale tra loro due, gli sfuggì un ghigno e non riuscì a reprimere un pensiero: affaticato com'era dal lungo tragitto coperto il giorno prima, il vecchio Tarpan era ancora più brutto del solito.
"Ci assomigliamo anche in questo, vecchio mio!" pensò poi amareggiato tra sé e sé, visto che anche lui in quel momento si sentiva vecchio e brutto da fare schifo.
Aveva dormito poco e male e si era assopito soltanto poco prima dall'alba, in un sonno tormentato dai peggiori incubi che potesse immaginare.
Provava dolore in ogni punto del corpo e ricordandosi di come se l'era procurato, detestava anche solo la vista dei due uomini che lo salutavano.
Entrambi arrivavano dall'Urdu e questo gli bastava.
Era arrabbiato, deluso, scosso fin nel profondo del suo essere.
Il collo e la testa ancora gli dolevano, ma quello che lo feriva maggiormente e gli faceva stringere la bocca dello stomaco tanto da fargli male, era ben altro.
Saaràn guardò Ten-gri e nel vederlo così limpido provò una stretta al cuore che lo fece sentire impotente.
Strinse gli occhi e sospirò: il giorno prima gli Un avevano violentato entrambe le sue donne e lui l'aveva saputo dalla moglie durante la notte.
Gerel, la sua bambina, e Helun, la sua donna, erano state ambedue così fiere e coraggiose da sopportare in silenzio un oltraggio simile, da farlo sentire un verme per non essere stato in grado di proteggerle.
Quando la moglie gli raccontò cosa successe veramente dopo l'arrivo del manipolo Un al campo, egli si vergognò di essere un uomo.
Vedendolo sconvolto nell'ascoltare la verità, dopo avergli detto ogni cosa, Helun aggiunse che poteva andare peggio, che avrebbero potuto ucciderle entrambe, invece le avevano risparmiate ed erano ancora vive.
E Saaràn sapeva che aveva ragione, che se fossero morte sarebbe stato molto peggio, ma ogni parola che lei gli disse, ogni cosa che egli udì durante quella notte tremenda, fu una pugnalata che ricevette in pieno petto.
Prima di iniziare a confessargli l'accaduto, Helun gli fece promettere che avrebbe ascoltato in silenzio ed egli esaudì il suo desiderio.
Ascoltò in silenzio tutto quello che la moglie aveva da dirgli.
Trattenendo il fiato non l'interruppe mai, nemmeno quando avrebbe voluto urlare dalla rabbia.
Prestò attenzione ad ogni sua parola serrando gli occhi, immaginandosi qualunque cosa lei narrasse.
Costoro arrivarono poco dopo la sua partenza in compagnia di Omnod per raggiungere l'Urdu.
Erano in cinque e una coda nera di cane pendeva dal cappello che ognuno di loro indossava. Erano Hanbakai, del Clan del Cane Nero.
Era un manipolo intero di Hanbakai, quattro Scengun guidati da un nobile Un-han.
Appena arrivarono nella Yurta presero Saryn senza tante spiegazioni e lo portarono fuori, poi due alla volta si fermarono con loro.
Prima il nobile, poi gli altri.
Non ebbero pietà, se ne andarono soltanto quando tutti quanti ebbero finito di fare i loro comodi.
Prima di andarsene, il nobile Un-han, con il disgusto ancora dipinto sul volto, rivolse alla donna, per la prima e ultima volta, la parola.
"Il Khan saluta il Naaxia" le ringhiò contro, con in volto un sorriso trionfante, beffardo, anche nel vederla ricomporsi sconfitta.
Anch'egli lo fece, si lisciò i capelli, la barba rada e a tratti grigia, i vestiti, mentre lei lo faceva.
Poteva avere più o meno l'età di Saaràn e in bocca, quando sorrideva, nell'arcata superiore tra gli altri denti ne luccicava uno d'oro.
Aveva un volto lungo, affusolato, strano per essere un Un.
Era curato tanto nell'abbigliamento, quanto nella capigliatura.
In mezzo ai capelli aveva una ciocca bianca che gli scivolava sulla guancia sinistra.
Sulle guance aveva vecchie scarificazioni.
Era alto, magro, dal fisico asciutto e muscoloso.
"Muu-Gol, su ordine del suo Signore e Khan, gli ha reso onore visitando la sua casa. Diglielo, donna" aggiunse ridendo mentre usciva dalla Yurta. Subito dopo Helun lo sentì sbraitare un ordine ai suoi uomini e i cinque cavalieri partire al galoppo.
Lei e Gerel erano salve, ma Saryn era con loro e lei non poté fare nulla per fermarli.
Quando ebbe finito di dirgli tutto, dimostrando una forza d'animo inaudita, Helun si mise a dormire, mentre lui, sconvolto da quello che aveva udito, rimase a pensare, steso nel buio accanto a lei.
Gerel dormiva già da tempo e dopo poco essersi voltata, Saaràn avvertì anche il respiro della moglie farsi lento e regolare.
Solamente lui rimase sveglio nella Yurta, disperato e impotente davanti a quello che era successo soltanto il giorno prima.
Quello che gli Un avevano inflitto al suo fisico, le percosse, le umiliazioni, le corde, il Syedan, tutte queste cose contavano poco in confronto a quello che Kutula era riuscito a fargli nell'animo e nello spirito, toccandogli le donne.
Gli aveva mentito, l'aveva tradito, aveva spedito i suoi uomini a fare la cosa più sordida che potesse fare nei confronti di un altro Un, colpendolo alle spalle.
Soprattutto, per fare questa cosa indegna, aveva inviato la persona più adatta per una missione come quella: Muu Gol.
Violento e spietato com'era, costui era la persona giusta per quello scopo.
Saaràn se lo ricordava bene Muu-Gol, sordido, violento, avido di potere fin da giovane.
Le ultime cose che sapeva di lui risalivano a quarant'anni prima, quando ancora ragazzi, lo ferì alla schiena.
Da allora ne perse le tracce e non ne seppe più nulla.
Per lungo tempo lo rimosse completamente dalla sua memoria, tuttavia quel nome, quel volto a punta, quegli occhi così invidiosi della sua amicizia con Kutula, quel dente mancante che Saaràn stesso gli ruppe durante uno sfida a Boke, gli riportarono alla mente cose scomparse dalla sua vita ormai da quaranta anni.
Ricordò cose che aveva seppellito sotto una vita di stenti e di fatica.
Rammentò le risate con il suo Anda, la ferita alla schiena, la fuga dall'Urdu.
Quanta cattiveria ci fu allora da parte di quel ragazzo e quanto astio doveva aver covato nel suo animo, se persino ora, dopo tutto quel tempo, Muu Gol si divertiva a tormentarlo.
Kutula e Muu-Gol alleati insieme, incredibile!
Faticava a crederlo possibile.
Il giorno e la notte uniti in un imbrunire perpetuo!
La negazione stessa del Ten-gri, la fine di tutto!
Eterni avversari fin dalla nascita, Kutula e Muu Gol si contesero qualunque cosa, persino la sua amicizia.
Quasi forti uguali, di pari valore, nobiltà e coraggio, i due erano in perenne rivalità su ogni cosa, però mentre l'uno vinceva, l'altro puntualmente veniva sconfitto.
Muu-Gol, l'eterno secondo!
Il vile, l'infido, il maneggiatore di ingenui, il superbo Muu-Gol divenuto il fedele servitore del potente signore che mai riuscì a sconfiggere nella lotta.
Entrambi potenti come lupi, ora si erano alleati, eppure con lui si erano comportati ambedue come sciacalli.
Avevano atteso che lui fosse partito dal carro lasciando le donne sole e poi si erano avvicinati.
Erano arrivati alle sue spalle, scivolando nella Steppa come mangiatori di carogne, come Un, che sapevano farlo molto bene contro un nemico troppo forte da essere affrontato frontalmente.
Assieme lo avevano ferito ed erano riusciti a farlo nel modo più doloroso possibile.
E vi erano riusciti nel modo più crudele, lasciandolo vivere perché lo scoprisse da sé.
Avevano ancora bisogno di lui, di questo era certo, altrimenti l'avrebbero ucciso ben prima del suo arrivo all'Urdu.
Nonostante tutto quello che gli avevano fatto, lo volevano vivo.
Perlomeno il grande condottiero, Kutula, lo voleva vivo.
Dal momento che il giorno prima arrivò in vista dell'Urdu, la sua vita rimase appesa a un filo e se il Khan avesse voluto ucciderlo, avrebbe potuto farlo in qualunque momento.
Lo sapeva, l'aveva sempre saputo, l'aveva capito fin da quando vide i Baltai corrergli incontro e lo Scengun pararglisi davanti, per sbarrargli la strada. Ma questo!
Allora, perché fargli questo? Perché Helun, Gerel!
Colpire la sua famiglia in questa maniera: Vigliacchi, branco di sciacalli!
Una rabbia sorda si impossessò di lui e passò tutta la notte a pensare a Muu-Gol.
Al solo pensiero di quell'Un che disprezzava sua figlia, sua moglie, dopo averle violentate, le mani gli si serravano fino a fargli male, tuttavia nel silenzio della notte dovette controllarsi, perché non voleva che le due donne si accorgessero della sua rabbia.
Non voleva che Helun e Gerel dovessero subire anche questo.
Alla fine, stanco e affranto, si assopì, ma si svegliò di soprassalto, per un rumore avvertito all'esterno della casa.
Questo l'aveva spinto a uscire a prendere un poco d'aria fresca e pulita.
Ora, fuori della Yurta dopo aver passato quasi tutta la notte insonne, ebbro di rabbia e di delusione, alla vista di Omnod e Uleg che lo salutavano gioviali, avesse ascoltato la furia che celava dietro l'impassibilità del suo volto, invece di rispondere al gesto dei due uomini, li avrebbe sgozzati all'istante entrambi, ma il pensiero di Saryn in pericolo nelle mani del Khan, lo fece voltare e rientrare nella capanna.
Tornò all'interno lasciandosi aperta la porta alle spalle.
Voleva che vi entrassero aria pura e luce.
Dentro vi era un lezzo che lo disturbava: il profumo del tradimento.
All'interno, accovacciate accanto al fumoso focolare, Helun e Gerel preparavano le focacce di miglio e il latte rappreso per la colazione.
Moglie e figlia lavoravano fianco a fianco, apparentemente tranquille.
Nessuna delle ombre del giorno prima aleggiava ancora sui loro volti impassibili.
Erano più coraggiose di lui, che invece non sapeva darsi pace e volgeva lo sguardo ovunque.
Mangiarono restando in silenzio e poco alla volta Saaràn riuscì a far passare un poco di Khumish tiepido attraverso la gola arrossata.
Seduto a sorseggiare la sua bevanda preferita durante la colazione, guardandole sottecchi le osservò.
Anche loro erano stanche e provate.
Sebbene nemmeno un lamento uscisse dalle loro bocche mentre mangiavano lente il pane di miglio, era evidente che anch'esse apparivano affaticate dalla giornata precedente.
Saaràn sapeva a cosa era dovuto.
Il giorno prima aveva voluto esagerare, aveva portato al limite massimo la resistenza delle vacche per allontanarsi il più velocemente possibile dall'Orda, ma ora tutti, donne, uomini e animali, ne portavano i segni.
Lui stesso, per la prima volta dopo decenni passati a fare il Naaxia, quel mattino non se la sentiva di partire.
Al pari degli altri anch'egli aveva bisogno di riposo e le profonde occhiaie che vedeva sui volti tirati delle donne lo convinsero che per quel giorno doveva cambiare i suoi piani.
Sarebbero partiti soltanto il giorno dopo, con maggiore calma.
Ne avrebbero approfittato per controllare il carro e le attrezzature.
Inoltre nella notte gli erano venute in mente delle modifiche da apportare al traino degli animali e aveva bisogno di tempo per provare a metterle in atto.
Tutti quanti avevano bisogno di riposare, altrimenti sia uomini che animali avrebbero ceduto e sarebbero crollati a terra sfiniti, se avesse insistito oltre.
Aveva bisogno di riordinare le idee, perché nella confusione che si era creata nella sua mente, di una cosa sola era certo: sarebbe tornato indietro a cercare Saryn e solo dopo averlo trovato avrebbe portato la sua famiglia ancora più lontano, al sicuro, il più distante possibile dal Khan e da Muu Gol.
Per ora dovevano restare nascosti e reputò che quel posto fosse abbastanza sicuro.
Il giorno precedente erano riusciti a mettere una distanza sufficiente tra loro e l'Urdu e questo gli dava il tempo necessario per mettere in chiaro alcune cose che dovevano avere subito una risposta.
Prima di tutto, doveva parlare a Omnod e a Uleg.
Così, dopo aver finito di fare colazione con Helun e Gerel, uscì nuovamente dalla Yurta, ma prima sfilò il pugnale dallo stivale e se lo infilò nella manica destra della giacca.
Doveva chiedere un favore al Taiciuto e se ne vergognava, eppure non sapeva cosa altro fare.
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