19) PRIGIONIERI (Seconda Parte)
Questo era il pensiero Un e lui lo sapeva bene, molto bene, purtroppo.
Sospirò, sperando che questo non diventasse un problema troppo difficile da risolvere.
Il cavaliere Togril che rispondeva al nome di Khűchtei, vedendoli tutti quanti arrivati e fermi ad ammirare il panorama che dava sulla valle, a un cenno di Chonyn fece voltare il cavallo e imboccò al passo la strada che avevano seguito le donne con i Tarpan.
Si diresse verso la vallata e senza più voltarsi disse a voce alta:
"Togriluudyn-d tavtai moril!" (Benvenuti a Togriluudyn!)
Uleg lo tradusse per tutti e prima che chiunque altro potesse dire qualcosa, Gerel disse l'unica parola in lingua Togril che avesse in precedenza scambiato con uno di quegli sconosciuti e di cui conoscesse il significato:
"Bayarlalaa". (Grazie).
Nell'udirla Khűchtei rallentò, fece voltare il suo cavallo e, fatta fermare un momento la colonna, le fece un cenno con la testa.
Di quell'uomo imponente si intravedevano appena gli occhi chiari spiare la bambina attraverso le fessure squadrate del copricapo, eppure Saaràn avrebbe giurato sopra qualunque cosa, che in quel momento il Togril stesse sorridendo a sua figlia.
"Bayarlalaa, Byatskhan Khatagtai shargal tsenkher nűdtei emegtei" le rispose il soldato. (Grazie a te, Piccola Signora dagli Occhi Azzurri).
Nonostante le parole uscissero distorte dai fori dell'elmo che gli ricopriva la bocca, a nessuno sfuggì una nota deferente nella voce del guerriero mentre le pronunciava.
Gerel arrossì leggermente quando Uleg tradusse quella che era stata la risposta e ricambiò incerta il gesto al Togril.
Lentamente la colonna s'incamminò e riprese a seguire la strada in pendenza.
Di quando in quando, Saaràn scorgeva molto più in basso le Togril procedere a passo lento con i suoi cavalli e poi di colpo le perdeva di vista, quando esse svoltavano seguendo un tornante che le portava a procedere in senso contrario al suo.
Man mano che gli Un scendevano avvicinandosi al pianoro, Saaràn notò gli imponenti lavori di scavo che erano stati necessari per ottenere quei terrazzamenti pianeggianti e irregolari che, seguendo le sinuosità del pendio, parevano aggrappati al fianco della montagna in un modo così saldo e duraturo, da diventarne una parte integrante.
La strada che seguivano, costeggiava muri a secco costruiti ad arte, posti a sostegno della montagna tra un livello di gradoni e il successivo, e appena poteva si insinuava sulla roccia nuda, rubando così meno spazio possibile al terreno coltivabile.
Da ogni terrazzamento l'acqua tracimava scendendo in quello sottostante attraverso saracinesche che ne regolavano la portata, ruscellando in stretti canali ben curati e riempiendolo completamente, prima di scendere a colmare quello sottostante ancora, in una catena di scoline continuative e ordinate che giungevano fino a valle, dove limacciosa e densa, essa confluiva infine nei campi del fondovalle, inondati anch'essi.
In ogni appezzamento allagato vi erano donne di tutte le età che al passaggio dei cavalieri Un si sollevavano per guardarli, tralasciando per qualche tempo quello che stavano facendo e fissandoli con sospetto.
Le mondine lavoravano chine fino all'acqua e in una mano tenevano mazzi di piantine ancora da mettere a dimora, piantandole una a una con l'altra nella melma.
Saaràn ne notò i corpi forti, ben nutriti e la carnagione chiara, differente dalla loro benché abbronzata dalla vita all'aria aperta.
Ne ammirò gli occhi quasi sempre chiari, tenaci, sicuri, che non si abbassavano davanti ai suoi.
Ne notò le gambe nude e i piedi scalzi, a mollo fino ai polpacci nel fango.
Si stupì a vederne i cappelli a tesa larga di paglia intrecciata, che ne riparavano dal sole la testa e le spalle.
Indossavano tutte un'ampia camicia in stoffa scura e calzoni corti, a lasciar le gambe scoperte fino alle cosce.
I capelli, i volti, gli occhi, le gambe diritte e ben tornite di quelle donne, tutto in quella gente era differente dagli abitanti della Steppa.
Quelli che lo scrutavano diffidenti al suo passaggio, erano occhi tondi contornati da lineamenti delicati, morbidi, che anche nella vecchiaia conservavano una gentilezza nelle fattezze sconosciuta nei volti degli Un.
La prima impressione che Saaràn ebbe quando vennero fatti prigionieri, si confermava in ogni nuova donna Togril che vedeva.
Quella gente era diversa.
Quello che scorgeva non gli piaceva granché, i lineamenti erano troppo gentili, lisci, quasi perennemente infantili, troppo differenti da quello a cui era abituato da sempre, ma ben presto si avvide che alle sue spalle qualcun altro pareva apprezzare molto più di lui quei volti così strani, dagli occhi grandi e incredibilmente luminosi. Omnod.
Il giovane Konghirato, benché conservasse lo sguardo duro e contrariato dell'Un offeso nel vedere la natura deturpata, al contempo osservava attentamente i volti e le gambe scoperte delle giovani Togril al lavoro e non era difficile immaginare quali pensieri gli stessero passando per la mente in quel momento.
Anche Helun se ne accorse e nell'orecchio gli bisbigliò:
"Chissà che non sia meglio tenerlo d'occhio".
Saaràn non seppe cosa risponderle e a quella affermazione scosse appena la testa.
La moglie aveva ragione. Era meglio se teneva d'occhio quel ragazzo, prima che potesse combinare qualche guaio.
Non voleva che gli uomini armati che li scortavano, si insospettissero.
Man mano che scendevano verso valle, la temperatura si faceva più gradevole e il tardo sole pomeridiano si sentiva pizzicare sulla pelle sudata.
Da quando avevano oltrepassato il versante della montagna, poco alla volta il caldo si era fatto opprimente.
Quella valle così protetta dalle montagne che la circondavano da ogni lato, godeva di un clima più caldo e umido rispetto a quello che gli Un avevano lasciato dall'altra parte del burrone.
Nella Steppa alle volte nemmeno in piena estate si percepiva una temperatura simile e i pesanti abiti che gli Un indossavano, se adatti fino a poco prima, qui iniziavano a essere eccessivamente caldi per quella temperatura.
Si slacciò la giubba e si tolse la sciarpa e il cappello.
Voltandosi, Saaràn vide che Uleg si era già liberato della giacca che portava, rimanendo in maniche di camicia come le Togril al lavoro nei terrazzamenti.
Si vedeva che il Taiciuto si sentiva a proprio agio tra quei campi lavorati e quelle montagne deturpate dall'uomo.
Vi apparteneva, ne faceva parte, esattamente come lui apparteneva alla Steppa.
Ad un certo punto della strada Khűchtei deviò, imboccando una biforcazione sulla destra quasi nascosta alla vista: una stradina lastricata, fiancheggiata da muri a secco, che risaliva la china intervallata da lunghi e bassi scalini adatti per gli zoccoli dei cavalli, anziché continuare a scenderla.
In basso, la colonna delle donne che accompagnavano i suoi Tarpan era quasi giunta al fondovalle e con dispiacere ben presto Saaràn le perse ancora di vista.
Risalendo per alcuni minuti al passo quella stretta deviazione, gli Un si ritrovarono in uno spiazzo ampio, allungato e piano, una piazza d'armi posta al di sopra dei terrazzamenti che ora si stendevano in basso, l'uno dopo l'altro a perdita d'occhio fino giungere al fondovalle.
Sulla sinistra, in fondo allo spiazzo, scavate a ridosso della china della montagna, Saaràn vide che vi erano lunghe e solide costruzioni in pietra a un piano solo.
Era verso a quelle che il Togril li stava conducendo.
Esse fuoriuscivano dalla roccia per tre, quattro Tese, erano alte abbastanza per ospitare uomini e cavalli e terminavano con una facciata liscia, semplice e un tetto piano.
Tutte quelle costruzioni avevano porte in legno e finestre con imposte aperte verso il piazzale.
Dal soffitto di alcune di esse, camini alti e stretti disperdevano nell'aria un fumo acre e grigiastro.
La grande riserva di legna che vi era nei pressi di alcune e il profumo di cibo che ne usciva dalle finestre aperte, fecero pensare a Saaràn che quelle fossero le cucine.
Al di sopra di quelle costruzioni e per tutta la lunghezza dello spiazzo, adattandosi a salire o scendere dove ve ne era bisogno con comodi e ampi gradini, un largo camminamento correva lungo le creste delle montagne, modellate in modo tale che un uomo in piedi accanto a esse ne rimanesse coperto dalla vista, pur potendone osservare comodamente l'esterno.
Di guardia a quel camminamento, Saaràn contò almeno dieci uomini di ferro che andavano avanti e indietro ognuno lungo un tratto di esse, non fermandosi mai nel loro andirivieni, se non per farsi un cenno ogni volta che si avvicinavano l'un l'altro.
In fondo al lungo spiazzo, sulla destra, alla loro medesima quota e collegata alla piazza d'armi dalla larga strada lastricata che correva di fianco ai bastioni, Saaràn vedeva l'imbocco della galleria da cui poco prima erano usciti per entrare nella valle e sopra di essa, meravigliosa, scorse la più massiccia e imponente costruzione in blocchi di pietra che avesse mai visto in vita sua.
Chuluun Tsaiz!
Ora capiva perché Khűchtei l'aveva definito il Castello di Pietra e pareva fiero di mostrarglielo al loro arrivo.
Saaràn non poté che rimanerne impressionato.
I Togril avevano murato l'imbocco della valle con una serie di ridossi in pietra spessi almeno cinque Tese l'uno, elevandosi per almeno venti Tese sopra il livello della montagna, fino a portarlo all'altezza delle creste circostanti.
Per una lunghezza di almeno cento Tese, il ciglio del burrone era stato sopraelevato dalla galleria in cui essi erano passati a cavallo, sopra alla quale vi erano altri due piani, l'ultimo dei quali colmo di merlature, costruzioni e magazzini in cui ricoverare soldati, munizioni e armi.
Visto dall'esterno, tutto quel grandioso muro pareva essere un prolungamento della montagna, ma dall'interno si vedeva chiaramente che esso era tutto frutto del lavoro e dell'ingegno di quegli uomini.
Ne vedeva i blocchi squadrati, scolpiti ad arte e sovrapposti sfalsati una fila dopo l'altra.
Ne ammirava i contrafforti, dove era necessario sostenere la montagna.
Ne osservava gli archi, dove serviva rapidamente passare da un punto all'altro.
Guardandolo a bocca aperta, Saaràn non poté che provare ammirazione per chi seppe concepire un'opera simile e chi, con la forza di volontà e la dedizione di chi sapeva cosa voleva realizzare, seppe ottenere un risultato simile.
Giunti infine nei pressi di una lunga costruzione che dall'odore di strame Saaràn riconobbe subito per essere una stalla, dalle retrovie Chonyn passò lo scudo su cui teneva Kha-Cik a due inservienti e disse con voce sicura al cavaliere di testa:
"Bi chamd tushaal őgiye, Khűchtei" (Ti affido il comando, Khűchtei).
Poi rivolto al cavaliere al suo fianco:
"Tedniig neg khorom ch gesen bűű aldaarai, Chimeegűi" (Non perderli di vista nemmeno un istante, Chimeegűi (Cimegui).
Infine voltò rapido il proprio cavallo, tornò indietro e si diresse al trotto verso il Castello di pietra.
Era la prima volta che Saaràn ne vedeva la schiena e si accorse che nella parte posteriore del suo elmo vi erano impresse tre linee verticali bianche.
Non ebbe bisogno della traduzione di Uleg per comprendere che erano arrivati.
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