10) NEKO
Saaràn avrebbe voluto rispondere a quell'uomo, ringraziarlo, domandargli chi fosse e da dove venisse, ma la gola gli bruciava troppo.
Se avesse parlato, temeva di tossire ancora.
Quasi che ne avesse compreso le intenzioni, l'anziano trasse fuori dallo zaino un contenitore in legno ricavato da un ramo, cavo all'interno e tappato.
Dentro vi erano delle piccole palle verdastre, dei boli dall'intenso odore di erbe essiccate, miele e cera.
Ne porse una a Saaràn e gli fece il gesto di porla sotto la lingua:
"Succhiala lentamente, ti allevierà il bruciore alla gola e la tosse" affermò sereno, poi porse il contenitore a Frassinella.
"Seguita a dargliene una ogni volta che tossirà, lo farà sentire meglio. Se potrò ne porterò altre, altrimenti cerca di farle bastare" le disse un poco in apprensione, poi vedendola allontanare:"Aspetta" aggiunse velocemente, la richiamò ancora.
Cercando a fondo nello zaino, l'uomo ne trasse un sacchetto di stoffa dal quale emanava un forte e pungente aroma.
Porse anche quello alla Yaonai rimasta in attesa.
"Ormai devi aver quasi finito le altre. Nel caso ti servissero ancora, queste ti basteranno per almeno tre giorni. Solo per la febbre e non più di quattro al giorno, mi raccomando. Per la mano invece va bene l'unguento che hai usato finora. Il paziente è robusto, dovrebbe riprendersi rapidamente".
Frassinella ascoltò attentamente, poi ritornò al suo posto.
Infine l'uomo parlottò sottovoce con la Grande Madre e ambedue fecero per alzarsi.
La donna salutò con un cenno il malato, poi si avviò verso l'uscita della grotta.
Quando si mosse dal capezzale, il vestito della Yaonai sparse tutto attorno al giaciglio un profumo di viole selvatiche e liquirizia e l'Un, vedendola andare via, avvertì immediatamente un senso di abbandono che lo portò a seguirla con lo sguardo.
A riportarlo al presente ci pensò l'attempato medico, che con un tocco leggero gli sfiorò la spalla: "Tornerò presto, uomo. Se mi sarà possibile, prima di sera, altrimenti appena potrò farlo. Riposa e resta al caldo. Vedrai che in poco tempo starai meglio" affermò il vecchio accennando a sua volta ad andarsene.
I suoi occhi brillavano di fiducia e conforto.
Saaràn gli credette.
Incuriosito da quel tipo così strano e mite, vedendolo andare via e sforzandosi a parlare, riuscì a emettere qualche faticosa parola:
"Tu... chi sei?" gli domandò.
L'anziano si fermò, quasi stupito della domanda.
Pareva non dare nessun peso alla cosa.
Si voltò e sorrise:
"Il mio nome è Neko. È strano, lo so, ma appartiene a una terra troppo lontana perché tu la conosca, Vuol dire Nessuno. Ora riposa, ci vedremo ancora" sorrise, dandogli qualche pacca d'incoraggiamento sulla spalla.
Detto questo, senza attendere altre domande alle quali non avrebbe avuto tempo per rispondere, raccolse lo zaino, il bastone da viaggio e si allontanò deciso, seguendo Faggiola a lunghe falcate.
Era pressato, aveva fretta d'andarsene.
Quando l'uomo passò accanto a Frassinella, la Yaonai lo salutò riverente, mentre lui accennò appena un veloce gesto con la testa.
Rimasti soli lui e la Sua Signora, l'Un volle saperne di più su quei due.
Soprattutto gli premeva sapere qualcosa sugli occhi di quell'uomo, grigi come i suoi, che se sul momento l'avevano sorpreso e ora l'incuriosivano.
Sforzandosi a mettersi su di un fianco, deglutì a forza un bolo di saliva che gli era salito in bocca masticando la pallina che il vecchio gli aveva dato.
Il sapore di quel medicamento era la cosa più amara che Saaràn avesse mai messo in bocca, eppure, qualunque cosa contenesse, le erbe da cui era costituita parevano funzionare bene e la gola sembrava già meno infiammata di prima.
Con questa speranza azzardò a parlare, anche se le parole che gli uscirono dalla bocca, furono basse e graffianti come il gracidare di un rospo.
"Chi è quella donna, mia Signora?" domandò a Frassinella.
Lei sorrise, imbarazzata e raggiante al tempo stesso per i suoi sforzi.
"È la nostra Grande Madre. Si chiama Faggiola. L'equivalente del Khan per voi Un, ma con qualcosa in più. Noi Yaonai ci affidiamo a lei. Ci protegge, conforta e consiglia tutte quante al bisogno ed è venuta qui perché il momento è grave".
"Zűin?" fece lui, cercando di esprimersi con meno parole possibili.
Sentiva i polmoni in fiamme e dubitava di poter rimanere in quella posizione ancora a lungo, però la voglia di sapere che provava era troppa.
Doveva resistere ancora un poco.
Quando vide la Yaonai annuire, non perse tempo a formulare l'altra domanda che gli premeva soddisfare.
"Quell'uomo... chi è, come fa a conoscere la mia lingua?".
Questa volta Saaràn vide Frassinella scuotere la testa.
"Di lui conosco poche cose, mi dispiace. So soltanto che la Grande Madre lo tiene in grande considerazione e che la madre era una Yaonai come me. Anche la sua sposa, Pino Argentato, è una Yaonai. Così come lo sono le undici giovani figlie che ci hanno protetti nel viaggio per raggiungere gli Anunna. Comunque non temere. Questo è un posto sicuro per tutti noi. Gioturna non può arrivare fino a qua".
A sentire parlare di quell'essere orrendo, Saaràn si osservò il palmo bendato.
Era gonfio e livido. Pulsava.
Si ricordò del momento in cui svenne e tutto divenne scuro.
La febbre, il suo malessere, arrivava da lì?
"Da quanto tempo siamo qua?" domandò in preda a un dubbio improvviso.
Vide la donna abbassare gli occhi, quasi si sentisse colpevole a rispondere.
"Questa è la seconda notte che passi sotto questo riparo. Dopo che sei svenuto, hai delirato, scottavi. Nella notte la febbre è salita ancora e poteva esserti fatale. Ho fatto quello che potevo per abbassarla, però è stato inutile. Il morbo che Gioturna ti ha trasmesso è molto potente. Se sei ancora vivo non lo devi a me, ma a Pino Argentato che è andata a cercare suo marito. Solo quell'uomo conosce i rimedi per guarire questa febbre.
È una malattia feroce, che deve essere fermata il prima possibile, altrimenti conduce alla morte".
"È per questo che ti senti in colpa? Perché non sapevi come curarmi?".
Lei, in un primo momento indecisa, confermò.
Poi l'attenzione di Saaràn si posò sul braccio della Yaonai.
Anche lei era stata ferita da Gioturna.
"Quindi anche tu sei in pericolo?" aggiunse trepidante indicandole il callo legnoso che ricopriva il muscolo lacerato, ma la vide scuotere ancora la testa.
Delicatamente la vide tastarsi la piaga ormai cicatrizzata.
Frassinella sorrise.
Nel momento che toccò quella sorta di corteccia, dalla ferita ne sfogliò un pezzo quasi staccato e lasciò cadere in terra.
"Al contrario di voi umani, noi Yaonai siamo immuni al suo veleno. Entro un paio di giorni questa crosta seccherà e si staccherà del tutto".
Sbuffò, sollevato dal sapere che almeno la Sua Signora non correva pericoli.
Ciononostante il conforto fu di breve durata, perché subito dopo venne colto da un altro dubbio atroce.
Suo padre gli aveva insegnato che quel genere di febbre poteva diffondersi velocemente da una persona all'altra.
Ricordava che una volta Ebuken gli narrò di una febbre che tanti anni prima devastò le Sette Tribù dell'Urdu.
Era avvenuta prima della sua nascita, quando suo padre era giovane e inesperto.
Gli disse che fu tremenda.
Durò per quasi tutta una luna.
Comparve tra i Clan all'improvviso e in pochi giorni dimezzò il numero degli Un nell'Urdu.
Cavalli, buoi, vacche, nessun animale ne fu soggetto, soltanto gli uomini.
Dal carro del potente Khan a quello dell'ultimo Fugai, all'interno dell'accampamento nessun poté dirsi al sicuro.
In una manciata di settimane, morirono in migliaia.
Uomini, donne, bambini, caddero ogni giorno come mosche e rimasero insepolti nella Steppa, lasciati indietro dall'Orda in movimento.
L'unica Yurta a non esserne toccata fu proprio quella del Naaxia che nell'essere emarginata, trovò la salvezza dall'essere distante da tutti.
Suo padre e la sua famiglia osservarono la strage soltanto da lontano.
Non c'era modo di sapere chi avrebbe colpito il morbo, né come, né quando.
Non esisteva cura o rimedio. Nulla di conosciuto pareva funzionare.
Gli Sciamani provarono a fare quello che poterono, eppure fallirono miseramente.
I sintomi che il padre gli descrisse erano simili a quelli che egli stesso aveva provato su di sé e ricordò perfettamente che gli disse che non vi era cura per quel genere di malattia.
Ebuken la chiamò la Febbre del Terzo Giorno e nel rammentarlo, a Saaràn vennero i brividi. Di paura.
Quando comparivano i sintomi del male la temperatura saliva rapidamente, in un paio di giorni il malcapitato arrivava al delirio e prima della fine del terzo, spesso tra atroci sofferenze, giungeva alla morte per soffocamento.
Solo pochi fortunati superavano le violente crisi di tosse che il morbo provocava, ma i più morivano soffocati, sputando catarro e annegando nel sangue che saturava i polmoni.
Poco alla volta tutto gli ritornò alla mente.
Fece velocemente i conti.
Se erano già due notti che dormiva al riparo di quella roccia, quello era il terzo giorno dalla comparsa della febbre.
Poteva dirsi fortunato a essere ancora vivo.
Sospirò, toccandosi la fronte in segno di rispetto e ringraziando Ten-gri per avergli tenuto la mano sulla testa, ma subito un pensiero tremendo gli gelò il cuore.
La Valle, i Togril!
Anche loro erano stati aggrediti da quelle liane infernali e la sua famiglia era lassù, assieme a quelle persone.
Helun, Saryn, Gerel, Omnod, Uleg, la sua gente, tutto il suo piccolo mondo, se la febbre arrivava a Togriluudyn, anche loro sarebbero stati in pericolo.
Come colto da un presentimento nefasto e temendo la risposta che avrebbe potuto ricevere da lei, sforzandosi a essere più chiaro possibile, chiese trafelato a Frassinella:
"Mia Signora, dove sono andati quell'uomo e la Grande Madre?".
"A Togriluudyn" gli rispose lei, abbassando lo sguardo.
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