Capitolo 35
Quella mattina, alzarsi per andare a lavoro fu traumatico. Sentivo ancora i postumi della sbornia. La testa mi girava e credevo che da un momento all'altro mi sarebbe scoppiata.
Prima di uscire presi un'aspirina, e come ogni giorno mi diressi verso la caffetteria.
Quando cominciai il turno, mi sentivo così strana. Ero più lenta nei movimenti, ma non era solo questo, mi guardavo intorno forse un po' troppo, come se all'improvviso si fosse accesso un campanello di allarme dentro la mia testa. E la cosa più assurda era che mi pareva normale, potevo gestire senza alcun problema questa apparentemente immotivata ipersensibilità a tutto ciò che mi circondava. Mi veniva così naturale.
Sono riuscita perfino ad intercettare un bicchiere che un bambino stava per far cadere a terra. Ero anche più reattiva. Tutti i miei sensi sembravano essere tesi al massimo. All'inizio mi parse una cosa inconsueta, ma non ci misi molto per abituarmi.
Ad un certo punto sentii qualcuno alle mie spalle, e non so per quale motivo, ma invece di voltarmi direttamente, preferii alzare lo sguardo sull'orologio appeso al muro. Erano le otto.
Forse volevo semplicemente prepararmi, sapere chi si trovasse dietro di me ancora prima di voltarmi. Non avevo mai amato le sorprese.
Sam, mi sorrideva spensierato, come se il solo fatto di trovarmi lì, quel giorno, fosse una piacevole sorpresa. -Buongiorno, Sarah. Come stai oggi?-
Si comportava normalmente, come se non ricordasse quello che era successo la sera prima, quello che aveva fatto per me. -Benissimo, grazie. Vado a subito a prendere il tuo caffè.-
Lo vidi dirigersi al suo tavolo mentre io correvo a preparare la sua solita ordinazione.
Appena fu pronta corsi a servirlo, e non riuscii a tenere la bocca chiusa. -Comunque grazie.- Dissi tutto d'un fiato, e vedendo la sua espressione confusa finii la frase. -Per ieri, intendo dire.-
-Oh, non devi ringraziarmi. Ho solo fatto il mio dovere.- Ribatté lui serio.
-Che vuoi dire?- Chiesi confusa.
Lui parve preso in contropiede, come se si fosse lasciato scappare qualcosa che non doveva dire. -Niente. Io... mi sono solo trovato al posto giusto al momento giusto. Credo...- Era ovvio che non era convinto nemmeno lui di quello che stava dicendo, ma preferii non approfondire, perché sapevo che sarebbe stato inutile.
Mi stavo quasi abituando al fatto che tutte le persone che mi circondavano mi mentissero. Sembra quasi che quando una cosa si ripete così spesso, ad un certo punto tu non ci fai più caso. All'inizio ti lascia turbata, o sconsolata, ma poi cominci a pensare che sia normale, e che sei tu quella sbagliata. Sembra strano, ma è così.
-Allora, posso dire di essere fortunata, in fondo.-
Non rimasi ancora lì, ad aspettare che mi venisse propinata qualche altra bugia, ero stanca di tutta quella situazione. Avevo voglia di allontanarmi da tutti, di rifugiarmi nella solitudine, perché pensavo che fosse l'unico modo per impedire a chiunque di mentirmi. Non avevo tenuto conto di me stessa, che a volte mi mentivo da sola.
.....
Stare a contatto con le persone non era facile, non dopo quello che era successo. Alcuni momenti mi sentivo paranoica, e non riuscivo a fare un passo senza prima girarmi da tutte le parti per vedere se c'era qualcuno che mi fissava in modo strano. Poi c'erano dei momenti in cui mi sentivo completamente svuotata. Questi erano i peggiori, mi sentivo così sola. Tyler non c'era, Kyle non sarebbe tornato prima di qualche ora ed Evelyn, beh non mi andava ancor di parlare con lei. Da ore provava a chiamarmi al cellulare ma io continuavo ad evitarla. Non so esattamente il perché, in fondo non era stata tutta colpa sua, ero stata io a lasciarmi convincere, e in più lei non poteva avere lontanamente idea di quello che sarebbe successo. Altrimenti sono certa che non mi avrebbe mandato tra le braccia di quel lurido bastardo.
Se ripenso a come eravamo unite all'inizio, a come siamo riuscite a risanare il nostro rapporto anche dopo quello che mi aveva fatto Mark, mi viene difficile credere che adesso non sono più neanche in grado di guardarla in faccia.
Quel giorno, comunque, probabilmente avrei preferito rimanere a casa, ma l'idea di restare sola mi aveva costretta ad alzarmi dal letto per andare a lavoro, almeno in questo modo sarei stata al sicuro, in un certo senso, sotto gli occhi di tanta gente.
Servire ai tavoli all'inizio non era stato semplice, ma poi riuscii a lasciarmi trasportare dal lavoro e mi concentrai solo su di esso, dimenticandomi di tutto il resto. Quando si fece ora di andarmene perché il mio turno era finito mi sentii persa per un attimo. Non mi andava proprio di tornare a casa, così decisi di andare a parlare con Emmett. Lo trovai alla cassa, concentrato più che mai, aveva una fila enorme davanti a sé, quindi non era proprio il momento migliore per disturbarlo. -Emmett, quando hai finito posso parlarti un attimo?-
-Si, certo. Sono da te fra un quarto d'ora.- Disse senza nemmeno voltarsi.
Tranquilla, decisi di andare a farmi un panino in cucina e aspettarlo con calma.
Quando riuscì a liberarsi venne anche lui in cucina, era appena cominciata la sua pausa pranzo, quindi poteva dedicarmi qualche minuto del suo tempo. -Allora, cosa volevi dirmi?-
Andai subito al dunque, non volevo intrattenerlo troppo. -Non potrei fare il doppio turno oggi?-
-Perché? C'è qualche problema?- Chiese lui con la fronte corrugata.
-Assolutamente no.- Risposi io in fretta. -Ehm, diciamo che domani ho un impegno importante.- Il giorno dopo, avrei avuto sempre lo stesso problema di rimanere sola, se non fosse stato che sarebbe tornato Kyle, quindi, era meglio lavorare oggi, piuttosto che l'indomani.
-D'accordo, come preferisci, allora vai, su. Non perdere altro tempo.-
-Grazie mille.- Gli risposi con un sorriso stampato sulla faccia, un attimo prima di sparire dietro la porta che portava al locale.
.....
Quella sera ero veramente distrutta, mi ero gettata anima e corpo sul lavoro, per distrarmi, per provare a dimenticare, anche per ingannarmi in un certo senso. Volevo far finta che il giorno prima non fosse successo nulla, ma ovviamente era stato tutto inutile.
Era come se quel piccolo, anche se enorme, evento avesse cambiato tutto. Aveva sconvolto il mo modo di vedere ogni cosa, il mio modo di relazionarmi con gli altri e con me stessa.
Emmett vedendomi così affaccendata si era preoccupato, mi aveva preso per un braccio, fermando la mia corsa verso un tavolo in cui avrei dovuto predere l'ordinazione. Quel gesto non fu del tutto adeguato, o meglio, io non mi sentii a mio agio, adesso avevo il timore anche del più piccolo contatto fisico.
Credevo che mi stesse per venire un attacco di panico, ma fortunatamente Emmett mi lasciò subito andare quando io fermai la mia corsa. -Sarah, cosa stai facendo?-
-Coo.. cosa vuoi dire?- Riuscii a pronunciare nonostante le parole faticassero a uscire.
-Io non capisco perché ti stai sforzando in questo modo. Se continui così rischi di crollare. Non sei da sola, non c'è bisogno che corri da tutte le parti in questo modo, come se ne andasse della tua vita.- Ovviamente Emmett stava esagerando, ma lui faceva sempre così. Lui e i suoi discorsi iperbolici, non se ne separava mai.
-Sto solo facendo il mio lavoro, non vedo cosa ci sia di male.- Questa volta fui in grado di dire una frase di senso compiuto senza balbettare minimamente.
-Sai che non ti licenzio se non ti uccidi di lavoro, vero?- Ci scherzò su lui.
-Sì, tranquillo, e adesso, se non ti dispiace io vado, devo andare a ordinare il tavolo la in fondo.- Non aspettai che rispondesse e corsi via.
.....
Alla fine del turno, quando la caffetteria stava ormai chiudendo e avevamo sistemato tutto, fuori c'era già buio. Un buio pesto, e sapevo che ad attendermi vi era una temperatura molto più bassa di quella della mattina.
Appena misi piede fuori, una ventata gelida mi travolse, così mi incamminai velocemente verso casa mia, sapevo che non sarei riuscita a resistere molto lì fuori. Nonostante fosse ancora estate l'escursione termica tra giorno e notte non era per niente insignificante.
Quasi correvo tra le strade di Chicago per raggiungere casa. Ormai mi ero abituata a vivere in una città così grande, così caotica. Le strade principali erano affollate anche a quell'ora, così decisi di tagliare per qualche scorciatoia che avevo già utilizzato qualche giorno prima.
Di notte, però, era tutto diverso. Se si considerava poi che ero molto più paranoica di prima, la situazione era completamente diversa rispetto all'ultima volta.
Svoltai velocemente un angolo e quasi saltai dallo spavento quando sentii un rumore improvviso dietro di me. Mi voltai di scatto e riuscii ad espirare l'aria che avevo trattenuto solo quando mi resi conto che a causare quel trambusto era stato solo un gatto che si era buttato dentro un cassonetto.
Quel piccolo gatto, però, era capitato a proposito, se non fosse stato per lui non avrei notato le ombre dietro di me che si facevano sempre più grandi. Mi accucciai dietro il cassonetto in cui si era buttato il gatto e lasciai che l'oscurità mi avvolgesse interamente.
Dopo nemmeno due minuti intravidi due figure avvicinarsi nella mia direzione. Bisbigliavano soltanto, ma fortunatamente non erano così lontane da non poter sentire quello che stavano dicendo.
-Allora, l'hai vista?- Chiese la figura più robusta all'altro.
-No. Credo proprio che l'abbiamo persa.- Rispose l'altro.
-Bene. Appena il capo lo saprà non sarà affatto clemente con noi.-
-Che ne dici? È meglio andare via o proseguire lungo la strada? Magari riusciamo a ritrovarla.- Propose il secondo.
-No. Per oggi non ha senso. Tanto, da quanto ho capito è sola. Non ha dove altro andare. Prendiamoci la serata libera, domani continueremo da dove abbiamo interrotto. Tanto sappiamo dove abita.- Concluse il primo.
-D'accordo, allora andiamo.-
Li vidi tornare da dove erano venuti. E solo quando furono abbastanza lontani, riuscii a farmi scivolare accanto al cassonetto. Il terrore che mi aveva tenuto compagnia per tutto il tempo di quella conversazione sussurrata continuava a non volerne sapere di andarsene. Ormai non sentivo più nemmeno il freddo di prima, l'unica cosa a cui riuscivo a pensare erano le parole che avevo appena sentito. Tanto sappiamo dove abita.
Qualcosa mi diceva che quei due si riferivano a me. E sapevano che in quel momento ero sola e indifesa, e per di più sapevano dove trovarmi. Cosa potevo fare io? Niente.
Potevo solo stare a vedere come andavano le cose. Di rimanere lì non se ne parlava proprio, e non avendo dove altro andare, la casa di Tyler, casa mia, era l'unica opzione possibile.
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Ciaoo a tutti!!!
Sono tornata prima del previsto. ho deciso di farvi questa sorpresa perché oggi avevo un po' di tempo, quindi eccomi qui. L'ho fatto anche perché voglio farmi perdonare considerando che in questo periodo non sono riuscita a pubblicare molto spesso, e non sono sicura che adesso potrò farlo, quindi ogni occasione è buona per sfruttare il poco tempo libero che ho.
Spero che il capitolo si stato abbastanza interessante. Cosa ne pensate alla reazione di Sarah di fronte a quello che era successo con Mark? E Sam? Forse si comporta in modo ambiguo anche lui? E la conversazione che ha sentito Sarah tornando a casa? Come pensate che la prenderà questa volta?
Voglio solo fare una piccola parentesi e ringraziare tutti coloro che votano e commentano, ma anche i lettori silenziosi, spero di non deludere mai le vostre aspettative, anche se so che questa è solo una stupida storia scritta da una stupida ragazza che ama leggere e scrivere.
Alla prossima gente. :):)
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