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Chapter 28: Choking

Ci sono momenti in cui tutto ció che vuoi fare è urlare, scomparire, prendere a calci qualcuno o fare tutte e tre le cose contemporamente.
E adesso è esattamente uno di questi.
"Tra due giorni sarai di nuovo da me, piccola pesca. E se proprio non ce la fai, sai di potermi chiamare quando vuoi e verró a prenderti" promette Luke sorridendomi leggermente, rassicurandomi con il tono dolce che usa quando sa che la mia mente lavora troppo velocemente.
Grazie a Dio è stato lui ad offrirsi di accompagnarmi fino a casa di mio padre, quella che ormai è diventata la dimora di Joy e Calum Hood, due degli esseri meno simpatici del mondo e con la perenne puzza sotto il naso.
Credo che stare ad ascoltare i pettegolezzi che girano a scuola su di me sarebbe più divertente di questo weekend, ma anche guardare il sugo bollire sarebbe più affascinante.
"Mio padre con quella donna e quel ragazzo per quarantotto ore. Ma non puoi portarmi via per due giorni? Andare in centro a Sydney e perderci?" Propongo quasi piagnucolando, ma lui si limita a guardarmi, prendendomi poi il viso tra le mani per posare un bacio sulla mia fronte.
Eccomi, eccomi mentre mi piego, inchinandomi quasi senza forze davanti al fantasma di mio padre.
Posso resistere forte come una torre a tutto, alle voci, ai sensi di colpa, alle sofferenze per Luke, ma quando si tratta di lui sono fragile quanto un filo d'erba nel bel mezzo di una tempesta.
"Scrivimi" è il saluto velato di Luke che mi osserva aprire la portiera, guardandomi quasi avesse paura che da un momento all'altro possa cadere a terra in preda a un attacco di panico.
E non sarebbe il primo a cui assisterebbe.
"Ci posso pensare, Hemmings" sorrido, cercando di mascherare il mio disagio, tornando ad essere la solita Peach, e lui sorride scuotendo piano la testa.
Con il mio borsone nero, stretta nella giacca troppo grande per me, osservo la porta bianca, l'elegante maniglia in ottone e i cognomi nella targhetta che cerca di farli sembrare più aristocratici di quanto in realtà non sono.
E Luke è ancora in macchina dietro di me che aspetta, e so che aspetterebbe ore, se queste ci volessero.
Sono abbastanza coraggiosa?
Lo voglio vedere?
Li voglio vedere?
E in pochi secondi sono di nuovo in macchina, la borsa ai miei piedi e la sensazione di soffocare che non se ne va.
"Piccola, respira".
"Pesca, guardami. Guardami".
E lo guardo, lo vedo, lo guardo e lo vedo, lo vedo e lo guardo, e sento la sua pelle bruciare contro la mia mentre mi accarezza cercando di calmarmi.
E respiro, respiro pesante, respiro forte prima di crollare contro la sua spalla, respirando a pieni polmoni.
"Ti prego, ti prego, ti prego" ripeto, crollando completamente per quanto lo odi, per quanto mi odi, ed in un secondo le sue labbra sono sulle mie tempie.
"Vieni, ti porto lontano da qui".

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