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Capitolo 3

La Terra si presentò ai miei occhi verde e blu, vestita di candide nubi. La conoscevo, perché ero io che l'avevo creata. Lì tutto mi apparteneva e sapevo che anche lei ne era cosciente. La Terra aspettava, si doleva nell'animo perché sapeva cosa stavo per fare. Ma non aveva nessun potere per potersi opporre. Io stavo giocando con lei come con gli uomini. Sentii il suo gemito disperato quando la mia ombra rossa calcò la sua superficie.
Mi guardai intorno. Ero giunto in un luogo che conoscevo molto bene: ero vicino alla capitale degli uomini. Ero molto vicino al nemico.
La mia schiera arrivò poco dopo, facendo con rumore gran mostra di sé. Sorrisi per la gioia insana che mi dava la consapevolezza che di lì a poco avrei ucciso. Avrei strappato e lacerato corpi e avrei privato le madri dei figli, e i figli delle madri. Tutto l'entusiasmo di quella mattina era tornato più forte di prima.
Sicuro di me, diedi il segnale. Osservai la terra piangere mentre gli Dei attaccavano i suoi abitanti e ne fui felice.
Risi, risi per la sofferenza che stavo causando.
La capitale era illuminata come una torcia dalle fiamme di Arsiel e Morte passava per le vie raccogliendo anime su anime. Tutti gli Dei si stavano impegnando e stavano facendo un ottimo lavoro.
Ora era arrivato anche il mio turno: era ora di sporcarsi le mani.
Corsi e giunsi alla città in pochi istanti. Sotto la mia lama caddero centinaia di donne, vecchi, uomini, giovani e bambini. Nei loro occhi vedevo il terrore, il coraggio, la pazzia, la disperazione, la felicità per aver finito di soffrire; migliaia di emozioni. Ma soprattutto vedevo il mio riflesso: terribile, spaventoso e magnifico allo stesso tempo, con una scintilla di follia nello sguardo e un ghigno disegnato sul volto.
Ero un demone, non un dio.
Ero un demone e un dio.
Ero un dio che aveva voluto diventare demone.
D'un tratto nel bel mezzo della battaglia una forza sconosciuta e allo stesso tempo famigliare scagliò me e i miei servitori lontano dalla città martoriata. Ci misi solo un istante per capire che si trattava di raffiche di vento fortissime. Era quasi impossibile rimanere piantati in un punto solo e molti dei miei Dei vennero spazzati via, verso casa, verso il centro dell'universo.
Sentii montare la rabbia e l'ira per ciò che stava accadendo, totalmente imprevisto, totalmente fuori controllo. Non era così che avevo pianificato che andasse. Oggi avrei dovuto schiacciare gli uomini. Oggi non avrebbe dovuto concludersi con gli uomini vittoriosi.
Sapevo chi era il vento ribelle che proteggeva quella razza: Fidiven, la dea dei venti e delle correnti dell'universo. L'avevo creata da poco, era giovane e timida, ma a quanto pareva l'avevo sottovalutata. Lei e la Terra si stavano ribellando a me, e se loro erano in grado di sfuggire al mio controllo, ora che gli altri Dei avevano visto che era possibile, come avrei fatto a controllarli tutti?
La mia rabbia fu per un attimo celata da un velo di preoccupazione che scacciai subito. Io ero Il Dio. L'unico. Immortale e imbattibile. Non avevo motivo di preoccuparmi. Ma mentre lottavo contro i venti di Fidiven e i sussulti potenti della Terra, non potei evitare al dubbio di scalfire la mia armatura.
Avevo perso credibilità. Avevo rischiato mettendomi contro delle creature che io stesso avevo creato senza mettere in conto che anche i miei Dei avrebbero potuto ribellarsi, e ora, gli uni e gli altri potevano mettersi contro di me.
Scossi la testa cercando di convincermi che Terra e Fidiven non sarebbero state in grado di sconfiggermi. Tuttavia mi stavano tenendo testa, ed era probabile che altri Dei seguissero il loro esempio nell'ostacolarmi. Dovevo fare qualcosa. Dovevo assolutamente trovare un modo per dimostrare che ero ancora io il più potente. Dovevo rapire e uccidere la regina. Solo così sarei riuscito a riacquistare la mia posizione.
Anche se Fidiven avesse continuato imperterrita a proteggere con il suo scudo d'aria la Terra degli uomini, ci sarei riuscito. Avrei usato l'inganno.
Ora però avevo bisogno di un nuovo piano e di riposo. Avevo comunque ucciso più uomini quella mattina che in tutta la durata della guerra.
Decisi di convincermi che, tutto sommato, anche quello era stato un gran giorno.
Feci segno alle truppe, che fino a quel momento avevano resisito, di retrocedere e tornare a casa.
Tutti obbedirono all'istante e ciò mi rincuorò molto, infine, da solo come ero arrivato, me ne andai anche io.
Quando giunsi di fronte al mio Palazzo ciò che vidi mi piacque poco: gran parte dell'esercito umano era ammassato alle porte principali della mia dimora e combatteva ardentemente per cercare di entrare.
Ero stato uno sciocco.
Avevo agito di impulso. Altro che piano brillante, ero caduto come un bambino nella trappola della regina.
I corni, il mio fedele generale, li aveva sentiti davvero; il fatto che nessun esercito si fosse presentato aveva solo contributo a rendermi cieco di rabbia, ero stato spinto ad attaccare la Terra. Gli uomini si erano fidati del fatto che Fidiven l'avrebbe protetta, e nel frattempo, avevano attaccato la mia casa, che era rimasta sguarnita. Mi resi conto che la regina era molto più astuta e abile di quanto avessi voluto credere e che stava per spuntarla sul serio.
Le porte di bronzo stavano per cedere e dopo un terribile istante in cui credetti di aver perso tutto mi ripresi e scoppiai.
Sentivo la mia essenza bollire nelle vene del mio corpo da umano, sentivo la rabbia, la frustrazione, la paura, la sorpresa premere su ogni centimetro della pelle. Stavo per tornare alla mia forma divina originale e non desideravo altro.
Nel cielo esplosi in una palla di luce.
Gli umani avevano superato ogni limite, mi avevano spinto a livelli talmente bassi che avrei dovuto faticare per riprendermi, quindi dovevano essere puniti.
Io, il Dio Universale, avrei giudicato quella razza impura e l'avrei sterminata.
Feci un profondo respiro, chiusi gli occhi e, in un istante, sprigionai tutto il mio potere.

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