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Capitolo 28

Dunkelheit fu colta così alla sprovvista, quando il giovane dai capelli rossi la baciò, che non ebbe il tempo di opporsi.
Nonostante avesse tentato di mantenere un aspetto indifferente nei confronti del Dio, dopo aver ascoltato il suo lungo racconto, non riusciva più a vederlo come uno spietato assassino dal cuore di pietra. Quello che aveva davanti, come lui stesso aveva detto, non era lo stesso Dio che aveva ucciso la sua famiglia e tentato di sterminare la sua gente. Era quello di cui Dalai le aveva parlato, anzi, era ancora un altro Dio: era fragile, perché aveva scoperto di provare dei sentimenti nei suoi confronti.
L'aveva detto in modo chiaro, l'aveva dimostrato, lo stava dimostrando.
L'amava, e lei?
Sentire le sue labbra sulle proprie, provocò nel suo corpo una reazione forte e improvvisa che non riuscì a contrastare.
Si sentiva al sicuro tra quelle braccia, avvolta con forza e con passione. Quel bacio così profondo, così violento, risvegliò una parte di lei che era sopita.
Ma non ebbe tempo di capire cosa le stava accadendo perché il Dio la lasciò andare.
Non appena lui fu di nuovo a distanza di sicurezza, tornò la lucidità e con lei, l'indignazione e la rabbia, non avrebbe dovuto lasciarsi sfiorare da lui.
Sentiva le guancie bruciare e aveva l'insana voglia di rigettarsi tra quelle braccia.
Ma non poteva e non voleva. Il suo corpo la stava spingendo contro la sua volontà, contro la sua missione, contro i suoi doveri, e non poteva permetterselo.
Guardò gli occhi arcobaleno che la fissavano cauti e tristi e dovette distogliere i suoi prima di cedere all'istinto.
Si sentiva una debole, fragile, giovane donna. Si arrabbiò, perché in effetti, alla fin fine, era pur sempre quello: una giovane nel fiore dei suoi anni, nonostante avesse visto la morte, il dolore, la guerra.
Ciò che le venne naturale, fu di scaricare la sua rabbia sul Dio degli Dei, incurante di una possibile reazione, incurante di tutto.
Ma lui la sorprese, le offrì la stessa libertà che le aveva offerto Darjetso. Gliela offrì gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio, sperando nel perdono, ma non esigendolo.
In quel momento capì che anche lei era cambiata in quel periodo. La sua missione non era più quella di uccidere il Dio degli Dei. Era inutile punire colui che già aveva capito i suoi errori, che era cambiato; sarebbe stato come punire il figlio per i crimini del padre, sarebbe stato sbagliato.
Questo Dunkelheit l'aveva capito. Il Dio degli Dei non era più un pericolo per lei, per gli uomini.
Darjetso invece, non dava garanzie, aveva fatto promesse certo, ma era pur sempre colui che si nutriva delle loro anime, che fondava il suo potere sul numero di morti che provocava. Forse, avrebbe dovuto rivendere la sua posizione nei suoi confronti.
Fece un lieve sospiro e osservò il Dio degli Dei, immobile imponente, illuminato dalla luce scarlatta delle torce, bello e regale come solo un Dio può essere. Fissò i suoi occhi, le sue iridi arcobaleno che aveva sempre segretamente ammirato.
Sentì rimbombare nella sua testa le parole che Dalai aveva pronunciato poco tempo prima:
"Io credo, Vostra Maestà, che il Padrone sia buono".
Ora che lo vedeva con i suoi occhi, anche se non l'avrebbe mai creduto possibile, non poteva negare la veridicità delle parole di quella vecchia serva.
Dunkelheit si sentì quasi una traditrice nei suoi confronti.
Non poteva permettere che l'impegno e la fatica che aveva fatto per cambiare venissero annullati insieme a lui.
Doveva avvertirlo che tutti i suoi l'avevano tradito, doveva dirgli di scappare, e non si meravigliò della sua sorpresa quando tentò di mandarlo via.
Ma ormai era troppo tardi.
Da ogni dove giunsero divinità maggiori e minori, con Darjetso e Atmek in testa.
Il Dio degli Dei si guardò intorno troppo confuso, troppo poco lucido, troppo stanco per poter reagire.
Dunkelheit fu testimone del primo attacco e fu l'unico oggetto di attenzione da parte del Dio.
In un secondo si ritrovò tra le sue braccia, in alto, così in alto che l'aria era rarefatta e le stelle sembravano a portata di mano.
- Perché? - le chiese con voce addolorata, - Perché mi hanno tradito? Perché tu, Dunkelheit, li hai aiutati? Perché mi obbligate ad essere un mostro? - continuò con voce triste e spezzata. Lei si sentì peggio di lui. Appoggiata al suo petto, sentiva il suo cuore battere forte, i suoi muscoli tesi.
Sentì delle lacrime scorrerle lungo il viso perché aveva per l'ennesima volta sbagliato i suoi calcoli, aveva rovinato qualcosa che avrebbe potuto essere la soluzione a tutti i problemi, aveva rovinato gli sforzi della più potente delle divinità.
Il Dio degli Dei non smise un secondo di stringerla a se, rimanendo sempre in alto, lontano dalle sue emanazioni che cercavano di risalire fino a lui.
Lo guardò in viso e vide la determinazione e allo stesso tempo il dolore di ciò che stava per fare.
- Dunkelheit... voglio proteggerti. Voglio che tu stia lontano da qui e quando tutto sarà finito, ti riporterò a casa, e finalmente potrai vivere in pace. È una promessa - sussurrò appena, ma le parole le arrivarono chiare in tutto il loro significato.
- Io ti chiedo scusa... - trovò il coraggio di parlare, e lui sorrise, - Non devi scusarti. Tu non hai fatto nulla di intenzionale, hai agito per il bene del tuo popolo. Posso immaginare... - disse, - Non hai nulla per cui scusarti. Al massimo sono io - aggiunse.
Dunkelheit strinse tra le dita la tunica del Dio e appoggiò la testa nell'incavo del suo collo, inspirando il suo profumo.
Era mancato anche a lei e ora sarebbe stata costretta a lasciarlo per sempre, senza aver occasione di conoscerlo come Dio buono.
- Staccati donna... - le disse dolcemente, - Ma così cadrò- esclamò sorpresa. Il Dio degli Dei rise, per la prima volta, una risata genuina e sincera.
- Non cadrai. Non lo permetterò- disse sicuro, poi abbassò lo sguardo con un sorriso malizioso, - Ma se ciò dovesse accadere... ci sarò io a prenderti al volo- spiegò. Dunkelheit sorrise un po' rincuorata e slacciò la sua presa.
Si ritrovò a fluttuare in aria e provò un fortissimo senso di vertigine.
Il Dio degli Dei la lasciò andare un po' per volta.
Per ultima, le lasciò la mano.
- Aspettatemi. Tornerò per portarvi a casa- disse, poi si fondò verso il basso, contro le sue emanazioni, contro se stesso.
Dunkelheit lo osservò volare via velocissimo, dietro di lui lasciò una scia dorata.

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