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capitolo 22

La città era molto grande e molto malmessa.
Le mura possenti che la circondavano erano crollate in più punti e alcuni bambini giocavano tra le macerie.
Mi avviai verso una delle brecce per entrare con passo trascinato e zoppicante da buon vecchio quale ero.
I bambini quando mi videro scapparono lanciando gridolini striduli e spaventati, estremamente fastidiosi, ma che mi strapparono un sorriso.
La mia essenza rossa era ancora la predominante dopotutto... spaventare i bambini mi aveva risollevato il morale, nonostante non avessi sparso nemmeno una goccia di sangue.
Quando entrai nella città fui travolto dal caos e dai rumori che la riempivano, ma soprattutto dal cattivo odore che appesantiva e rendeva l'aria irrespirabile.
Mi rammaricai di non poter evitare di respirare nella forma umana perché in quel momento l'avrei fatto volentieri.
Le strade erano sporche così come le case decadenti, in mezzo alle vie strette e buie scorrevano rivoli di liquido di cui avrei preferito non conoscere la natura. Mi addentrai sempre di più verso il cuore della città che, rispetto alla periferia si faceva sempre più vivibile. Ad ogni angolo c'erano sempre i mendicanti, sporchi, smunti, malati, che allungavano le mani nella mia direzione.
Erano esseri davvero miserabili...
Mi chiesi come gli umani potessero sopportare una situazione del genere. Per certi versi mi facevano pena, dall'altra ero felice di vederli soffrire; a momenti mi veniva voglia di chinarmi ad aiutare il primo pezzente che incontravo, e subito dopo mi veniva voglia di prenderlo a calci fino ad ucciderlo. Le mie nature combattevano dentro di me, man mano che i miei occhi si riempivano di esperienze umane, il loro contrasto diventava sempre più violento. C'erano tre cose che mi permettevano di mantenere una sorta di equilibrio: Dunkelheit, la bambina, e i due giovani che avevo appena visto. Queste tre cose erano fisse nella mia mente e mi ricordavano incessantemente quanto in realtà il male che avevo causato fosse... male.
Raggiunsi il centro della città senza cedere alla tentazione di uccidere nessuno e ne fui fiero.
Era un gran successo per me non torcere nemmeno un capello a un umano; non era mai accaduto che, avendone trovato uno, l'avessi risparmiato.
La piazza principale in cui ero giunto era affollata come le precedenti, probabilmente erano giunti lì anche molti profughi delle città vicine, più distrutte o totalmente rase al suolo. C'erano intere famiglie, uomini soli, giovani e vecchi, soldati e contadini, tutti.
Osservai curioso le facce della gente, il loro abbigliamento, i loro gesti.
Ascoltai le loro voci, disperate, arrabbiate, impaurite, consolatorie e confortanti, alcune piene di speranza, altre solo un sussurro di resa nell'attesa della fine.
Scrutai i loro occhi e nascosi i miei, sempre arcobaleno, sempre troppo riconoscibili.
Vidi molte cose, e ne capii altrettante. In pochi attimi imparai a conoscere l'umanità. In quella piazza era radunato uno specchio di ciò che Dunkelheit mi aveva solo lasciato intravedere.
A quello che avevo imparato da lei sugli umani, aggiunsi quello che avevo imparato in quei giorni di viaggio e che stavo imparando in quel momento.
La mia attenzione passava da una scena all'altra, da un individuo ad un altro, dalla madre con un bambino in braccio, al vecchio seduto sui gradini di una casa che scrutava nascosto dalla ragnatela di rughe i suoi simili, aspettando che per lui arrivasse il momento di morire e lasciare quel mondo di sofferenza.
Scivolai silenzioso verso il punto in cui la folla si faceva più densa per capire quale fosse la ragione per quella concentrazione.
In un angolo al riparo di due spioventi pericolanti, era stato allestito un punto di distribuzione di beni di prima necessità; qualcosa di straordinario e stupefacente, non mi sarei mai aspettato una organizzazione e una cooperazione del genere. Avevo immaginato che in un periodo difficile e delicato come quello per loro natura gli uomini si sarebbero massacrati tra loro. Invece, a quanto pareva, si erano evoluti da quando li avevo creati. Poi pensai che forse era un fenomeno solo locale, magari per davvero nel resto della terra gli uomini combattevano tra loro per un tozzo di pane.
Mi avvicinai ancora per osservare tra la calca una decina di persone che si affannavano per distribuire vestiti stracciati, coperte lacere e una brodaglia calda a vecchi e bambini. Erano cose insignificanti e praticamente inutili tanto erano rovinate e la minestra era poco più che acqua, ma la riconoscenza con cui quei doni erano accettati era evidente, profonda e sincera.
Una giovane ragazza, sporca in viso ma dagli occhi vivaci, si avvicinò a me con una mano tesa.
- Signore... venga con me. È quasi ora di pranzo, lasciate che vi offra un piatto di minestra- disse con gentilezza invitandomi a seguirla, prendendomi così di sorpresa che mi indusse a fare un passo indietro.
La sua risata argentina mi stupì e mi trabquillizzò,ripresi subito il controllo.
- Venite con me. Non vi mangio- disse la giovane avviandosi.
La osservai avanzare veloce verso uno dei grandi pentoloni appesi su delle braci. La seguii senza altri indugi.
Mi sentivo un po' in colpa, stavo accettando cibo che avrebbe potuto sfamare altri rispetto a me che non ne avevo bisogno, ma dopo poco la mia aura rossa mi ricordò che ero il Dio degli Dei e avrei potuto fare qualunque cosa.
Raggiunsi la ragazza che aveva già preparato per me un mestolo della brodaglia calda e dall'odore poco invitante.
Le sorrisi senza alzare gli occhi e accettai i sorsi della mia porzione. La minestra non era così male, in effetti non sapeva di nulla.
Ringraziai la giovane e feci per andarmene quando un gran baccano attirò la mia attenzione.
-Prendetelo! Prendetelo! Al ladro! Aiuto! - una donna arrivò correndo preceduta di poco da un ragazzino smilzo e agile. Tra le mani teneva un pacco, probabilmente del cibo, e sul volto aveva dipinta un'espressione determinata.
Lo vidi arrivare nella mia direzione; sguscuava dalla presa di chiunque sfuggendo alla cattura e alla donna esasperata e infuriata.
- Torna qui! Furfante! Se ti piglio... - sbraitava, - Tua madre dov'è? Non ti ha insegnato le buone maniere quella buona donna?! Fermati!- urlava.
Io osservavo la scena divertito e guardavo il ragazzino avvicinarsi sempre di più.
Mancavano pochi istanti.
In un attimo mi parai sulla sua traiettoria e lo afferrai per le braccia e poi per la collottola.
Non sapevo perché l'avessi bloccato, ma ero certo che ciò che aveva fatto fosse sbagliato e che avesse da imparare qualche lezione. Quel ragazzino mi aveva incuriosito, mi piaceva, aveva l'aria di un ribelle, un po' come Dunkelheit.
La donna ormai isterica ci raggiunse e mentre il ragazzino tentava di liberarsi dalla mia presa la gente si fece stretta tutta intorno a noi.
- Brutto ladruncolo! Consegnami ciò che hai preso!- gridò la donna con il fiatone, lei non mi comunicò niente, era una donna banale, dall'aria capricciosa.
- Signore grazie infinite per averlo preso- aggiunse rivolgendosi a me, - ora potete consegnarmelo. Lo punirò come merita- aggiunse la donna.
Io fissai prima lei e poi il giovane che si era bloccato e fissava a terra stringendo il suo bottino convulasamente.
- Ragazzo... restituisci alla donna ciò che hai preso- gli intimai. Avrebbe restituito ciò che aveva preso ma non avrei permesso alla donna di picchiarlo. Lui mi fissò con astio, - No - rispose fermamente con uno sguardo di sfida che mi ricordò quello regale della regina degli uomini.
- Perché? - gli chiesi, volevo saperlo. Il ragazzino sotto il mio sguardo severo si intimorì un po', abbassò lo sguardo, - Mia mamma sta male... non posso curarla... non ho cibo, non ho medicine... ho rubato un po' di tutte e due le cose per lei... -. Mi disarmò la sincerità con cui si espresse e mi fece tenerezza; aveva un bel coraggio.
- Restituisci ciò che hai rubato. Sono un dottore... curerò io tua mamma- dissi convinto; avevo deciso di aiutarlo.
Il ragazzino mi fissò prima dubbioso poi sempre più speranzoso.
- Allora?! - esclamò in quel momento la donna impaziente, -potrei riavere indietro i miei averi? - chiese.
Io annuii, sfilai con garbo l'involucro dalle braccia del giovane e lo consegnai alla donna, - Di lui me ne occupo io... Non si preoccupi - le dissi e lei non se ne lamentò. Il cerchio di curiosi si sciolse e rimasi solo con il ragazzino.
- Vecchio... sei davvero un dottore? - mi chiese di nuovo e io annuii, - Sì lo sono. Dimmi un po' come ti chiami? - chiesi io a mia volta. Il ragazzino sorrise e mi tese una mano - Rubrick- esclamò. Io sorrisi, - Molto bene... portami da tua madre - dissi, dimenticandomi di stringergli la mano.

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