Capitolo 16
Dunkelheit rimase sola nella stanza, piena di incertezze e di domande, ma l'unica, più grande domanda era: chi è quel Dio?
Ciò che le aveva raccontato quella notte era praticamente una buona parte dei suoi secoli di vita, e lei aveva appreso molte cose che nemmeno le leggende raccontavano.
Aveva cambiato prospettiva e a tratti, aveva avuto l'impressione di capire il comportamento di quella divinità.
Il giovane dai capelli rossi e gli occhi arcobaleno le aveva parlato tutta la notte di lui e del suo punto di vista, le aveva fatto pena perchè, nella sua immortalità, quel Dio non aveva avuto modo di sperimentare niente.
Si chiese se fosse giusto distruggerlo, le sembrava già messo male così.
Ovviamente avrebbero dovuto fermarlo, o lei, o le altre divinità, ma non le sembrava necessario annullarlo completamente come le aveva proposto Morte.
Sapeva che in lui c'era qualcosa di buono, quell'aura dorata che aveva visto nelle prigioni, la stessa di cui Darjetso e il Dio le avevano parlato, quell'aura esisteva e non voleva essere colei che l'avrebbe spenta.
Avrebbe voluto trovare un modo per separare e distruggere solo l'aura rossa ma era solo un'umana e non aveva nessun potere per farlo...
Morte le aveva proposto una soluzione allettante che però aveva un paio di criticità non trascurabili, almeno dal suo punto di vista.
Morte voleva spodestare il Dio degli Dei, voleva prendere il suo posto e governare l'universo, forte delle anime umane che in quei secoli aveva raccolto. Era diventato potente tanto quanto il suo Creatore e lei in quanto regina degli uomini era, a detta del Dio, il punto debole del Signore dell'universo.
Lei, donna prigioniera, era colei che stava portando alla rovina l'essere più potente esistente.
Darjetso voleva usarla per distruggere le barriere del Dio degli Dei e per indebolirlo e al momento giusto avrebbe attuato il suo piano: con il sostegno delle divinità minori che aveva portato dalla sua parte, Morte avrebbe annullato il suo Signore.
In cambio del suo aiuto lei avrebbe ottenuto la pace per il suo popolo, il perdono delle divinità traditrici e aiuto nella ricostituzione dell'ordine, che non era poco.
Darjetso le aveva inoltre chiesto se avesse voluto unirsi a lui e rimanere in quel palazzo per regnare sull'intero universo, ma a lei il potere non interessava, voleva la sua libertà, voleva tornare a casa, consolare il suo popolo e ricostruire il suo regno.
Se fosse riuscita ad ottenere la pace per davvero, se fossero riusciti ad annullare il Dio degli Dei, lei sarebbe tornata a casa.
Ma nulla era ancora detto, tutto era da vedere.
Ci sarebbe voluto ancora un po' di tempo e lei avrebbe dovuto fare la sua parte.
Si guardò intorno e passeggiò per la stanza per quanto le catene le limitassero l'area in cui poteva muoversi.
Studiò tutto con attenzione estrema per l'ennesima volta.
Stava lentamente memorizzando ogni più piccolo dettaglio di quell'appartamento: il letto grande e pieno di cuscini, protetto da veli leggeri e dai colori caldi, i tappeti, morbidi e arabescati, puff sparsi qua e là, tavolini da tea e da gioco, su uno di essi c'era ancora preparata una scacchiera inutilizzata, le grandi finestre senza vetri lasciavano entrare l'aria fresca, erano ad arco a tutto sesto e profonde, sui davanzali c'erano cuscini e anche sul suo, dove si sedeva sempre, ce n'era uno.
C'erano diversi armadi e diverse cassettiere e lei sapeva dire con certezza che nel terzo cassetto dell'armadio a sinistra c'era un coltello e che in un'anta c'era parte dell'armatura.
Sulle pareti si aprivano diverse porte: una dava per certo sulla sala da bagno, un'altra portava a un balcone, ma il Dio degli dei non l'aveva mai usata, e infine ce n'era una terza che non era mai stata aperta. Era molto incuriosita da ciò che conteneva.
I suoi occhi si posarono sul vassoio di cibo che il Dio degli Dei la aveva fatto portare, era stato un gesto cortese che non si era aspettata, aveva gradito il pensiero e ora che il suo stomaco si stava facendo sentire il gesto del Dio le parve ancora più buono.
Si avvicinò al tavolino e vi si inginocchiò di fronte, sistemò la catena alla caviglia in modo che non le facesse male, visto che era già irritata, e ringraziò per quel cibo prima di iniziare a mangiare. Il cibo era ottimo come quello della colazione e per fortuna era mangiabile anche da freddo. Assaporò tutto con lentezza e finì tutto con calma, avrebbe voluto pulire ma essendo vincolata dalle catene non avrebbe potuto fare niente.
Poco dopo però arrivò la serva che aveva il compito di occuparsi di lei, che l'accompagnava in bagno e che la lavava e la vestiva. Si chiamava Dalai e non aveva un aspetto umano, era bassa ed era esile, aveva la pelle verde chiaro e gli occhi di un rosso acceso, grandi e dolci, i capelli erano lunghi e ricci di un colore tra il viola e l'arancione. Indossava sempre la divisa delle serve con naturalezza e non parlava mai, se non era strettamente necessario.
A Dunkelheit piaceva molto, la sentiva vicina e si sentiva libera di rilassarsi quando era in sua compagnia, purtroppo però, Dalai veniva solo tre volte al giorno e per poco tempo.
Quando arrivò, la regina l'accolse con un sorriso che venne ricambiato.
-Oggi devo lavarvi- comunicò la serva con un aria cordiale e allegra e Dunkelheit annuì contenta, ne aveva proprio bisogno. Prima di seguire Dalai le indicò il vassoio, - Quando hai finito con me potresti riportarlo nelle cucine? - le chiese e lei annuì sorridendo, -Lo farò-.
Dopo il bagno Dalai la lasciò di nuovo sola e Dunkelheit tornò sul suo davanzale. Era di nuovo notte, era passato un altro giorno.
Il Dio degli Dei non si era fatto vedere e la regina degli uomini si chiese dove fosse finito.
Avrebbe voluto parlare ancora con lui, scoprire cose di lui che nessuno sapeva, non solo per aiutare Darjetso ma anche per lei, per sua curiosità.
-Hai mangiato tutto...-.
Al suono di quella voce la ragazza sobbalzò e si voltò di scatto.
Il Dio degli Dei si era materializzato a pochi centimetri da lei.
-Hai mangiato ciò che ti avevo fatto portare...- ripeté il Dio dai capelli rossi con un tono quasi incredulo. La regina annuì e cercò di capire a cosa stesse pensando il Dio.
-Perché non riesco a capirti?- le chiese a un tratto fissandola dritto negli occhi e facendola sentire estremamente scoperta. Era troppo vicino, troppo pericoloso, ma non sembrava intenzionato a farle del male. Dunkelheit sentiva il suo cuore in gola e non poteva evitare di trattenere il respiro, fissava a sua volta i suoi occhi in quelli del Dio e non riusciva a muoversi.
Il Dio degli Dei le sembrava perso, spaventato, fragile e allo stesso tempo terribilmente potente.
Capì che cosa aveva inteso Darjetso quando le aveva detto che lei era ciò che stava rendendo il Signire dell'universo debole. La sua sola esistenza stava bastando a rovinarlo.
La regina degli uomini recuperò le distanza e una volta che fu a un paio di passi dal Dio, che era rimasto immobile, gli pose a sua volta una domanda, la sua domanda.
-Chi sei?- sussurrò e il Dio degli Dei si spezzò definitivamente. Non sembrava essere in grado di rispondere. Si prese la testa tra le mani e si sedette sul letto rimanendo a lungo immobile e in silenzio, la sua aura era debole, arancione ma alla fine parlò.
-Quando sei superiore a tutto... quando nessuno è sopra di te...come è possibile capire cosa è giusto e cosa è sbagliato? Se volessi potrei uccidere tutti e decidere che è giusto; potrei decidere di rimanere solo o di creare qualcosa o qualcuno; potrei essere perfetto o imperfetto; potrei decidere qualunque cosa e ciò avverrebbe.
Potrei fare di te la mia sposa, potrei costringerti ad amarmi, potrei costringerti a essere ciò che non sei... Ma non è questo che voglio... ormai non lo so più...e ho bisogno di aiuto...- alzò lo sguardo e Dunkelheit vide che ciò che aveva detto era tutto vero. Da una parte avrebbe voluto aiutarlo, dall'altra vederlo soffrire la rendeva felice, stava solo pagando per ciò che aveva fatto. Lo guardò con occhi di sfida, non l'avrebbe piegata al suo volere, non sarebbe caduta ai suoi piedi, nè se avesse usato la forza nè le parole. Si ricordò che dopotutto, era stato lui a crearla proprio a quello scopo. Non sarebbe caduta, nonostante quegli occhi arcobaleno fossero per lei irresistibili, in realtà non voleva fare niente di ciò a cui era stata destinata: non voleva uccidere il Dio, non voleva amarlo, non voleva essere controllata ma nemmeno controllare.
Voleva essere libera di fare ciò che voleva, e avrebbe assecondato questa sua volontà. Avrebbe fatto tutto di testa sua, da sola, come sempre.
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