Capitolo 14
Dunkelehit aveva passato nelle segrete del palazzo i tre peggiori giorni della sua vita. Certamente aveva sofferto il freddo, la fame, l'umiliazione, il dolore delle percosse e delle torture che il Dio degli Dei o i suoi carcerieri le avevano inflitto, tuttavia non riusciva a provare niente per quelle cose...
Era piena di un grande dolore, un dolore talmente forte che la stordiva.
Era un dolore che non poteva esprimere e che era esploso nel momento in cui aveva perso tutto. Tutto ciò che era, tutto ciò che amava, tutti i suoi sogni, i suoi desideri, i suoi motivi per vivere. Tutti tranne uno.
Se non se n'era ancora andata era perché aveva giurato più volte che avrebbe vendicato tutti coloro che il Dio degli Dei aveva ucciso e ora che era vicina a lui, ora che ne aveva la possibilità reale, non si sarebbe arresa.
Fino a quando ci fosse stato anche solo un umano da salvare, lei avrebbe combattuto.
L'ultimo giorno che aveva passato nelle segrete era successo qualcosa che però l'aveva fatta tentennare.
Il Dio degli Dei l'aveva torturata, l'aveva quasi uccisa e lei si ricordava ancora bene il dolore di quelle ferite, ogni colpo che le aveva inferto. Aveva pensato che per lei sarebbe giunta la fine, ma si era sbagliata. Il Dio dall'aspetto di giovane uomo, l'aveva accolta tra le sue braccia, per motivi a lei sconosciuti, con un'incredibile e probabilmente involontaria gentilezza, l'aveva stretta a sé e l'aveva guarita. Era stata una sensazione grandiosa, il tocco della divinità aveva avuto il potere di farla rinascere.
Si era chiesta come mai un tale potere, così forte, così buono, era stato represso. Perché il Dio degli Dei racchiudeva in sé due entità, due poteri complementari, due estremi? Si era chiesta perché il Dio avesse scelto di scatenare la sua essenza negativa, perché aveva deciso di farlo contro gli uomini. Avrebbe potuto risparmiare moltissimo dolore, avrebbe potuto decidere di salvare la sua famiglia... ma per un triste scherzo del destino solo lei era stata salvata, proprio da lui, lui che se avesse saputo chi era probabilmente l'avrebbe lasciata morire.
Il destino le era contro, era questa la conclusione a cui era giunta in quel breve, ma intenso periodo di prigionia.
Dopo che il Dio aveva scoperto la sua identità, lo stesso giorno in cui le aveva salvato la vita aveva deciso di distruggergliela per l'ennesima volta, legandola a lei con un vincolo eterno.
La regina degli uomini, senza mai lasciare veramente l'esistenza, era già morta più e più volte.
Ma ogni volta Dunkelheit tornava a vivere perché odiava quel Dio e aveva ancora un ultima missione da portare a termine; nelle mani del Dio, stava aspettando in silenzio l'occasione giusta per eliminarlo, e avrebbe atteso anche anni per poterlo fare.
Sperava che qualche altra divinità si ribellasse al suo Signore e si unisse alla resistenza degli uomini. Se non aveva perso del tutto la sua ragione, aveva intuito che molti degli dei sottostessero a quel mostro solo per paura, e ora che la paura se ne stava pian piano andando, avrebbero trovato la forza per opporsi. Lei sperava con tutto il cuore che ciò accadesse.
Al contrario di suo padre aveva infatti capito che il popolo degli uomini da solo non sarrbbe mai riuscito a vincere, e per questo, fin da subito, aveva pregato e cercato le divinità. La Madre Terra e Fidiven erano state le prime, probabilmente altre si sarebbero unite a loro. Allora la guerra sarebbe stata tra pari. Lotta tra Dei maggiori e divinità minori affiancate dagli uomini.
Il Dio degli Dei sarebbe rimasto da solo, ne era quasi certa, e avrebbe dovuto soccombere.
Sospirò. Nella solitudine i pensieri erano molto, troppo potenti e la invadevano; erano una cascata interminabile e impossibile da arginare.
Aveva passato la mattina da sola. Nessuno si era fatto vedere, nessuno le aveva portato da mangiare o da bere e lo stomaco aveva iniziato a brontolare. Se non altro nelle segrete le davano almeno un tozzo di pane, invece lì, tutti l'avevano dimenticata. Chissà quando il Dio degli Dei sarebbe tornato, quando le avrebbe di nuovo ricoperto il corpo di ferite. A pensarci le venne un brivido.
Tornò, trascinando la catena, verso il davanzale della finestra, si sedette e spinse lo sguardo lontano. Il sole era alto e il cielo azzurro era privo di nuvole; era una giornata splendida.
Il palazzo si estendeva per centinaia di metri in larghezza e in altezza, riluceva nelle sue pietre dorate e ramate, circondato da verdi e rigogliosi giardini e poi, subito fuori dalla mura, dal deserto.
Sorrise nel notare quanto quel Dio Distruttore avesse voluto costruire il suo nido proprio nel posto più inospitale dell'universo.
C'era qualcosa di malato nell'isolamento di quel piccolo angolo di paradiso, ma anche una sorta di tristezza.
La giovane donna si chiese per l'ennesima volta chi fosse quel Dio, che cosa fosse.
Si voltò verso la stanza e sospirò di nuovo. Se avesse avuto le catene più lunghe avrebbe potuto esplorare, capire di più su quella divinità.
Lasciò il davanzale e fece qualche passo.
Nella stanza del Dio c'era un buon profumo: era un odore esotico, pungente e avvolgente, scacciava i pensieri e per la sua mente era un balsamo.
Respirò a fondo chiudendo gli occhi.
Si chiese che cosa avrebbe dovuto fare, e la risposta fu chiara: avrebbe dovuto aspettare, avere pazienza, resistere per il suo popolo, avrebbe dovuto conquistare la fiducia del Dio e poi colpirlo. Solo così sarebbe riuscita a liberare l'universo della sua esistenza.
D'un tratto la porta della camera si aprì facendole balzare il cuore in gola. Si immobilizzò facendosi scivolare addosso la sua regale maschera di impassibilità e attese che chiunque fosse, facesse il suo ingresso.
La Regina degli uomini si stupì quando il Dio della Morte entrò; era cambiato, era ringiovanito e sembrava più forte di quando l'aveva visto la prima volta.
Lo guardò con sospetto e si chiese che cosa avesse intenzione di fare lì, nell'ala privata del suo Signore.
- Mia regina... buongiorno- disse il Dio con voce cordiale e senza una minima traccia di sarcasmo. -Il mio Signore è in assemblea ed è alquanto occupato e ho pensato, a ragione, che si sarebbe dimenticato di voi... vi ho fatto preparare la colazione- spiegò poi lasciando entrare una delle creature che servivano a palazzo. Questa portava tra le mani un vassoio stracolmo di cibo e a quella vista lo stomaco della ragazza gorgogliò. Non sapeva se poteva fidarsi quindi non si avvicinò a nessuno dei dolcetti che facevano bella mostra sul tavolino dove erano stati appoggiati; non riuscì però a distogliere lo sguardo.
-Non sono avvelenati. Se avessi voluto la vostra anima me la sarei già presa, non è la vostra morte che voglio. Voglio parlare con voi e fare un accordo, un accordo che sarà vantaggioso sia per gli Dei sia per le creature mortali...- disse Darjetso.
Dunkelheit si protese verso un biscotto.
Il Dio aveva catturato la sua attenzione ma voleva metterlo alla prova. Mangiò e non accadde nulla così sorrise e annuì.
-Parlate dunque...Io vi ascolto-.
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