Capitolo 3
Di ritorno a casa, sul treno, pensava di leggere After the Funeral, quando in realtà meditava su ciò che era successo alla ricreazione. Sebastián le aveva parlato per la prima volta e si era interessato a lei, al suo libro, al fatto che parlava in inglese, cosa che lei sapeva fare molto bene e lui, no.
Sua madre l'aveva anche iscritta ad un corso di lingua francese quand'era molto piccola, quindi sapeva anche il francese. Ovviamente, ora non partecipava più al corso; la quota era molto cara. Manteneva in piedi le lingue leggendo e affittando film.
Le risate di Paola e Ines alzarono di volume tra il brusio del vagone e le fecero alzare la vista dal libro. Si trovavano ad alcuni passi da lei, non erano sedute e spettegolavano e ridevano mentre lanciavano sguardi a Lautaro, il quale non dava importanza all'esame alla quale lo sottomettevano quelle ragazze. Si disse che, si lei fosse stata l'oggetto delle burle di queste due, non l'avrebbe tollerato e sarebbe scesa in qualsiasi stazione pur di levarsele di dosso. Lautaro, invece, continuava la sua conversazione con un ragazzo che reputavano anche lui un nerd. La confidenza con la quale Paola e Ines, ma soprattutto Ines, si mostravano agli altri risultava accattivante. Camila credeva che sarebbe stato facile anche per lei mostrarsi sicura di se stessa se il suo corpo fosse stato come il loro. Quelle ragazze si esponevano sapendo sfacciatamente di avere forme scultoree. I pantaloni stretti stavano loro alla perfezione, risaltando le loro gambe e i loro glutei duri e rotondi. Siccome faceva caldo, portavano canotte strette. Quella di Paola le lasciava l'ombelico scoperto, dove si poteva vedere lo strass viola di un piercing. Avevano il busto proporzionato e spalle magre e piccole. "Che bello sarebbe essere come loro!", pensò Camila.
Abbandonò il sedile e avanzò verso di loro con l'intenzione di ascoltare quel che dicevano.
-Non posso credere che l'hai incontrato al club!
-Ti giuro che è la verità! -Insisteva Ines- Sono andata al club ed era lì, con un gruppo di karate che doveva esibirsi.
-Sapevo che faceva karate -Ammise Paola- E com'è andata?
-Io non capisco niente di quelle cose, però mi sembrava che lo facesse molto bene. Poi, quando era terminata l'esibizione, sono salita sul tetto degli spogliatoi- Disse, e diede una gomitata con aria complice all'amica.
-No! E lo hai visto nudo?
-Si!
Il treno si fermò, le porte s'aprirono e Camila scese, rimanendo con la voglia di sapere chi era la persona nuda che la meravigliosa Ines aveva visto.
Oltre ad odiare il primo giorno di scuola, Camila detestava il suo nuovo quartiere. Avanzò stringendo i libri contro il suo petto e con lo sguardo al suolo. Ascoltò una signora ordinare al suo cagnolino di lasciare ciò che teneva in bocca, e questo la portò a riflettere con quale facilità aveva compiuto l'ordine di Sebastián. Il commento di Lautaro le provocò un brivido e aumentò il passo. La umiliò ricordare che era arrossita, Annabelle, sua cugina, le assicurava che arrossiva perché era ancora vergine. "Quando andrai a letto con un ragazzo, smetterai di essere tanto innocente e di scandalizzati per tutto".
Pensò si nuovo a Sebastián e nella sua esagerata esigenza. "Sono un'imbecille!", si sgridò. "Avrei dovuto mandarlo a fare un giro. Chi si crede si essere per venire a esigermi che legga questo o quello?". Ricreò la scena e le parve di aver fatto la figura dell'idiota. S'infuriò e desiderò che sua madre non fosse in casa. Non aveva voglia di discutere. Da un po' di tempo, era l'unica cosa che le manteneva in comunicazione: discutere.
-Sono appena ritornata da scuola -Disse Josefina, mentre preparava il purè- E già me ne devo andare. Accendi il forno e metti dentro le milanesi congelate. Camila, ti ha chiamata Annabelle. Dice che la devi richiamare. Ma non parlare troppo al telefono che dopo la quota telefonica fa paura -Camila si morse il labbro e chiuse gli occhi. Non voleva parlare con sua cugina- Camila, prima di lavarti le mani, porta alla vicina la lettera che c'è sul mobile d'entrata. Il portinaio si è sbagliata e lo ha lasciato qui.
-Lo metto sotto la porta, giusto?
-Sì, ovvio.
Era da più di un anno che vivevano in quest'appartamento di ottantacinque metri quadrati e ancora non conosceva il nome della sua vicina. Guardò la lettera. Alicia Buitrago. "Buitrago? Che classe di cognome è questo?", pensò. Uscì dal suo appartamento e andò davanti alla porta della vicina, inclinandosi per far scivolare la lettera sotto la porta, che si aprì di colpo e la spaventò.
-Ciao!- Esclamò la vicina, sorridendo.
-Io... Il portinaio si è sbagliato -Spiegò, goffamente- Questo è suo- Disse, e le estese la lettera.
-Grazie. Permettimi un momento che giusto stavo portando fuori la spazzatura -Camila la seguì con lo sguardo mentre andava al cassone della spazzatura. Era alta, con le spalle cadute, e, anche se era magra, Camila avvertì che avesse dei forti fianchi- Quindi Annibale si è sbagliato e ha lasciato questo a casa tua, eh? -Un bambino incominciò a piangere- È Lucio, mio figlio. Vieni, entra. Vado a cercarlo e te lo faccio conoscere -A Camila, l'allegria e la simpatia della donna la incomodavano. Rimase vicino alla porta, disposta a mettersi a correre se la tale Alicia Buitrago tentava qualcosa di sospettoso. Si presentò con un bambino tra l'un anno tra le sue braccia. Piagnucolava, di mal umore, con le guance rosse di sonno. La invase la tenerezza. I bambini erano il suo debole. Era da tanto che non vedeva i suoi cuginetti, i figli dello zio Humberto, da quando questo aveva litigato con suo padre a causa del fallimento della fabbrica tessile.
-Guarda, Lucito, la vicina è venuta a visitarci. Come ti chiami?
-Camila.
-Ah, che bel nome! Vero Lucito? Io sono Alicia- Si presentò, ed estese la mano. Il pianto di Lucito aumentò. Suonò il telefono. La vicina se lo mise tra l'orecchio e la spalla e rispose.
-Calmati, Aurora. Tranquillizzati, per favore.
Sembrava una chiamata importante. Il viso sorridente sella vicina si era fatto serio. Senza dire una parola, diede Lucito in braccio a Camila e si allontanò per parlare in privato. Lucio si sentì sorpreso al cadere tra le braccia di un'estranea e si zittì. Prese distanza e osservò la ragazza con un gesto che la fece ridere.
-Ciao, Lucio! Come stai? -Si sedette sulla poltrona e lo collocò sulle sue gambe. Gli fece il solletico e Lucio esplose in risate.
-Però, vedo che vi trovate bene voi due! -Esclamò Alicia- Scusami, Camila, dovevo rispondere alla chiamata. Era una paziente.
-Lei è dottoressa?
-No, sono psicologa e astrologa -"Psicologa e astrologa!". Sua madre non si era sbaglia a giudicare la vicina che sembrava una di "quelle della New Age"- Lucio si trova bene con te! È riluttante con gli estranei, perché sta qui, da solo, con me tutto il giorno. Vuoi qualcosa da bere, Camila?
-No, no. Stavamo per pranzare a casa.
-Ah, giusto. Io pranzo presto, perché dopo alcuni minuti arriva la fila di pazienti e clienti.
-A dopo.
-Ciao, Camila -Disse la vicina, e riprese il bambino- Grazie per avermi portato la lettera.
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