5.Why I beat Ryan Warren up
Sono passati un paio di giorni dalla nostra visita al Norwest Christian College e ancora non mi sono ripreso del tutto. È davvero difficile realizzare il cambiamento avvenuto in Mark Yates, ma devo farmene una ragione. Il lato positivo è che non ha alcuna intenzione di togliersi la vita, fortunatamente, ma questa non sarà altro che una reazione a catena: per colpa mia è diventato un bullo, le cui vittime potrebbero trovare nella morte l'unica soluzione per non dover più affrontare i suoi attacchi, perciò ho concluso ben poco. Tuttavia, non posso perdere troppo tempo a riflettere su questo piccolo problema, dato che il prossimo nome presente sull'agenda nera e sulla lista degli indirizzi non fa altro che tormentarmi.
Ricordo alla perfezione Ryan Warren: corpo fin troppo magro, coperto da ridicoli vestiti di numerose taglie in più della sua, capelli neri e occhi azzurri, coperti da un paio di occhiali dalle lenti piccole e la montatura in metallo. Ricordo anche i suoi stupidi voti perfetti in matematica, motivo della mia grande invidia nei suoi confronti, visto che non me la sono mai cavata in quella materia. Una persona detestabile, insomma, ma forse non poi così tanto, anche se ammetterlo ad alta voce sarebbe troppo umiliante per me che nei miei primi tre anni di liceo non ho fatto altro che prendere in giro Ryan Warren, pur essendo ricorso alle mani soltanto una volta.
È proprio questo ricordo in particolare a tormentarmi, perché in quell'occasione sono stato un vero idiota.
«Ho sentito che te la prendi con i più piccoli, Hood,» è stato il suo commento, dopo che la questione fra me e Mark Yates ha fatto il giro di tutta la scuola. Mi sono accorto di Ryan accanto al mio armadietto e ho alzato gli occhi al cielo. «Non è una cosa che ti fa tanto onore, sai?»
Ho sbattuto rumorosamente l'anta dell'armadietto, cercando di mantenere la calma: Ryan Warren non c'entrava nulla con i miei problemi, così come il povero Yates, perciò era inutile dare troppo peso alle sue parole, altrimenti avrei rischiato di picchiare l'ennesima persona incapace di difendersi nel giro di pochi giorni.
«Non deve interessarti.»
Un grande stupore ha attraversato i suoi occhi color ghiaccio, come se fosse l'ultima risposta che si aspettasse.
«Ma certo, facciamo finta di nulla, così come ha fatto metà scuola, escludendo quelli che si sono persino fatti quattro risate!» ha urlato, la voce piena di rabbia. «Mi spieghi che cazzo ti ha fatto Mark, eh? Sei davvero in grado di umiliare una persona per averti sporcato i jeans? Non ho mai conosciuto una persona più patetica di te, mi fai schifo.»
Ho preso un respiro profondo, cercando di trattenere la rabbia. «Stai zitt-»
«No!» mi ha interrotto, attirando lo sguardo di molti studenti su di noi. «Cosa vorresti fare, eh?» ha chiesto poi, notando le mie mani stringersi in due pugni. «Scommetto che sei talmente codardo da non riuscire a picchiare me. Non qui, non davanti a tutti.»
Davanti al suo sguardo di sfida, nemmeno la consapevolezza che mi sarei messo in guai seri mi ha bloccato dal compiere un gesto a dir poco orribile: un pugno dritto nello stomaco, così potente e pieno di rabbia da far piegare il suo corpo in due, mentre gli studenti accanto a noi, per la prima volta di fronte a un atto di bullismo, non hanno accennato una sola risata. Sono rimasti tutti in silenzio, sconvolti dalle mie azioni, e la mia vista si è appannata, mentre prendevo atto di ciò che stavo diventando: non molto diverso da ciò per cui provavo più disgusto in assoluto, già.
Ho pensato di scusarmi subito per ciò che avevo fatto ma, abbassando lo sguardo dopo quelle che mi sono sembrate ore, non ho visto alcuna traccia di Ryan, ma solo un biglietto per terra: doveva essere caduto dalla tasca dei suoi pantaloni enormi mentre scappava via per non farsi vedere da mezza scuola in lacrime, cosa non molto improbabile.
«Sparite,» ho detto semplicemente alla gente che ancora mi guardava con occhiate sconvolte e nel giro di pochi minuti non è rimasto più nessuno nel corridoio. «Che cazzo ho fatto?» ho mormorato semplicemente, per poi afferrare in fretta il bigliettino e scappare fuori dalla scuola, sapendo che tanto sarebbe stato impossibile finire in guai più grossi che per aver picchiato Ryan Warren. Avevo impressa nella mente la sua espressione sconvolta, così simile a quella di Mali Koa, mia sorella, ogni volta che tornava a casa la sera tardi, il volto livido e gonfio.
Non ho mai buttato quel pezzetto ripiegato di carta, è rimasto nascosto fra i miei vestiti per quattro anni e solo adesso sono riuscito a prenderlo in mano per leggerlo una seconda volta, pur ricordando ancora alla perfezione ogni parola.
Non mi sembra il caso di iniziare questa lettera, se così vogliamo chiamarla, con un semplice e scontato "Caro Calum", anche perché non siamo poi così in confidenza. Voglio dire, non hai fatto altro che prendermi in giro dal primo giorno di scuola per tutto, il mio corpo, i miei vestiti e il mio nome, già abbastanza ridicolo senza il bisogno che una persona come te me lo ricordi ogni mattina, quindi forse potremmo anche dire di conoscerci, paradossalmente, visto che "parliamo" tutti i giorni, ma non è così.
Per la maggior parte del tempo ti guardo da lontano, ho iniziato a farlo al primo anno per capire se ti comporti così con tutti o lo fai solo con me. Ovviamente sai quale sia la risposta, anche se mi sorge spontanea un'altra domanda: perché?
Non sono un granché, lo so, eppure potremmo essere amici io e te. Potrei aiutarti in matematica, volendo. O magari sarebbe carino parlare di sport (sei stato grande nell'ultima gara di nuoto!) o di computer. Di sicuro non lo sai, ma sono le mie passioni insieme alla matematica.
Comunque è inutile che alzi gli occhi al cielo (lo stavi facendo, non è vero?), so che non succederà mai.
Ryan
Piego nuovamente il foglietto e lo sento quasi bruciare nella mia mano, ma non riesco a liberarmene. Domani Michael e io andremo a trovare Ryan Warren, ma non so se sia il caso di restituire il biglietto al mittente, anche perché non penso che fosse nelle sue reali intenzioni farmelo avere, non dopo che ho picchiato Mark Yates dimostrando a tutta la scuola di essere molto più idiota di quanto già non sembrassi.
Sospiro e scuoto la testa, provando ad allontanare questi pensieri.
«Hood, se non la smetti di sospirare-»
«Scusa, Mikey,» interrompo la minaccia del mio migliore amico e spengo la luce, cercando finalmente di dormire almeno un po'. Tuttavia, dopo aver chiuso gli occhi, vengo tormentato dal colore azzurro ghiaccio di quelli di Ryan e so che anche questa notte la passerò insonne.
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