Capitolo 23
Ventiquattro giorni erano passati, ventiquattro maledettissimi giorni di lacrime, urla, silenzi incessanti e squilli del telefono ad ogni ora del giorno e della notte, senza pietà.
Ventiquattro giorni da quando aveva capito cosa volesse veramente dire "Ci sono bugie che più che ferire, deludono... ed è più grave perché le ferite si curano, le delusioni no".
Il suo cuore gridava "Dolore" ad ogni battito, ma il suo cervello era il problema.
Le verifiche erano appena finite, tutte le interrogazioni anche e con esse i corsi di tutor, però quelle cose erano state l'unico modo per non pensare a quel giorno, a quel video, a quella sofferenza e ai ricordi. Si era concentrato a studiare e ripassare qualunque materia, da quelle obbligatorie a quelle non, pur di non lasciar il tempo alla sua mente di riflettere.
Tutto, però, era finito e tra qualche giorno lo sarebbe stata anche la scuola... non lo avrebbe rivisto mai più, si sarebbe chiuso in casa fino a quando non sarebbe stato il tempo di andare a prendere posto nel dormitorio dell'Università di Harvard.
Chiuse gli occhi lasciando che la sua spalla sbattesse contro quella di Fannie. Si aggiustò gli occhiali sul naso, continuò a camminare a testa bassa, gli occhi fissi sulle scarpe.
Sentiva lo sguardo azzurro della sua amica skater passarlo da parte a parte con tutta quella preoccupazione, che trasmetteva.
"Non mi dirai perché vi siete lasciati? A me lui piaceva... e credo anche a te."
Oskar riuscì ad avere la forza solo di fare un gesto vago con le spalle schivando dei ragazzini del primo anno.
"Uhm... chi ha lasciato chi?"
Il moro le lanciò un'occhiataccia borbottando "È proprio questo che importa a te?" in risposta.
Fannie scosse la testa. I suoi capelli tinti di fresco ancora con del viola ondeggiarono sulla schiena. "Certo che non è importante. Tanto, tutta la scuola sa che sei stato tu a lasciare Igor."
"E come dovrebbero saperlo?"
"Beh, da come ti cerca ad ogni pausa per parlarti... infatti è strano non vederlo correre verso di te."
Il moro non cambiò espressione, rimase serio come lo era stato per quei ventiquattro giorni. "Meglio così. Almeno posso respirare un po', è stancante respingere la voglia di colpirlo in faccia-"
"-con le tue labbra, delicatamente." lo prese in giro, e si bloccò alla vista di quattro ragazze popolari davanti a loro. Si infilò velocemente tra loro e il suo amico, con lo skate fra le mani "Cosa volete?" e il fuoco negli occhi.
Il fanboy la spostó, e fece un passo in avanti. Era stanco di essere protetto da tutti, da Igor in primis, adesso avrebbe affrontato tutto in una maniera diversa.
"Dovete dirci qualcosa?"
Le ragazze si osservarono parlando con gli occhi e poi, quella al centro si fece avanti con un "Sei un coglione ad avere lasciato Volkov-"
"-e di credere a quel falso di Kraven." si intromise un'altra a braccia conserte.
"Igor non c'entra niente con tutto quello, e noi lo sappiamo-"
"-perché abbiamo aiutato Kraven a farlo."
I due amici rimasero in silenzio. Fannie osservò Oskar e pregò che potesse capire di star sbagliando.
In un momento tutte sperarono che il tutor iniziasse a correre per trovare Igor e tornare insieme, ma fu tutto distrutto da un "Sarà stato sicuramente Igor a chiedervi di venire qui... non vi cre-"
Ricevette uno schiaffo dall'unica che non aveva mai aperto bocca dall'inizio della conversazione.
Lo prese per la maglietta e lo strattonò verso di sé,"Sei così accecato dal dolore che non riesci a riflettere lucidamente. Sai benissimo che Igor non chiederebbe mai aiuto, soprattutto non in questa situazione." lo lasció andare voltandosi verso le sue amiche, le quali annuirono sconsolate.
Oskar non riusciva bene a capire perché fossero venute da lui. Se non era stato Igor a mandarle, cosa avevano da ricavare a venire da lui?
Glielo chiese. Le chiamò prima che potessero allontanarsi troppo da lui nella calca.
"Igor mi ha aiutato una volta... mi ha salvato da qualcosa più traumatizzante di un video dove uno ci prova con te e poi ti porta al piano di sopra." gli rispose la ragazza, che lo aveva preso per la t-shirt. "Antares, meglio che trovi la risposta a questa domanda: Chi, invece, ha salvato te?"
Prima che il fanboy potesse richiamarle, un ragazzo entrò nel corridoio dal portone del cortile della scuola, dove tutti passavano le belle giornate quasi estive.
"IGOR STA COMBATTENDO CONTRO KRAVEN!"
Tutti gli studenti, grandi e piccoli, lo seguirono, spingendo per entrare dal portone per primi e prendere dei bei posti.
Fannie lo prese per un polso, "Devi fermarlo, Oskar!" lo trascinò nel fiume di studenti senza ascoltare i ma e i se del fanboy.
"Perché dovrei farlo?"
La skater si immobilizzò di colpo, sguardo freddo, non come quello di Igor che, decisamente, gli piaceva di più. "Sta combattendo contro un giocatore di football, caro Oskar..."
Il moro rimase in silenzio realizzando dopo pochissimo cosa significava quel "-contro un giocatore di football". Non appena si fu fatto spazio tra la massa capì di essere arrivato troppo tardi, la squadra di football era arrivata per aiutare un compagno.
La penna era l'unica distrazione che aveva trovato in quella lezione. Il rumore lo rilassava dalla tempesta nella sua testa, la quale non si era fermata neanche un momento da quel giorno.
Chiuse gli occhi per un attimo e aumentò la velocità con cui premeva la parte superiore della penna. Era straziante non avere Oskar al suo fianco, sentire il freddo che aveva lasciato andandosene. Per fortuna, Igor non mollava e cercava di spiegargli che la colpa non era solo sua. Ne aveva una buona parte, lo ammetteva, tuttavia non era l'unico colpevole di tutta la faccenda.
Sentiva i suoi compagni sbuffare e fissarlo per cercare di farlo smettere dal fare rumore. Non smise, o la voglia di uscire da quella stanza si sarebbe fatta sentire, e nessuno lo avrebbe fermato dal correre via.
La voglia di prendere qualcosa e spaccarla in mille pezzi era forte in lui, così forte da fargli rompere la penna nella mano mentre immaginava di prendere a pugni il muro.
Il silenzio scese tra le persone come pioggia in autunno, fredda e pesante. Tutti erano concentrati sulla sua mano, la quale teneva ancora i pezzi tra loro. L'aprì di scatto. Vide la penna cadere in frantumi sia sul suo banco sia sul pavimento, mentre la molla rimbalzava fino a rotolare via.
Scrollò la sua mano per far cadere gli ultimi residui di plastica, i quali si erano infilati nella pelle bianca.
Sospirò stanco di quella situazione. Non era la prima volta che distruggeva qualcosa che aveva in mano, in quei giorni. Si abbassò sulle ginocchia, iniziando a raccogliere il caos a terra.
Sospirò di nuovo per rilassarsi, però tutto quello che ricevette fu ancora più dolore.
Chiuse gli occhi, in piedi davanti al cestino della spazzatura. Aveva bisogno di respirare.
Ho bisogno di aria. O aveva solo bisogno di far pace con Oskar, portarlo da lui, abbracciarlo e non lasciarlo più andare fino alla fine dei tempi. Aveva bisogno di uscire da quella classe, allontanarsi da quegli sguardi sconosciuti. Voleva solo un paio di occhi sul suo corpo, e nessuno in quella stanza li aveva.
Tornò indietro, al suo posto, preparó lo zaino e, scusandosi con il professore, uscì.
Sarebbe potuto tornare a casa senza che la scuola avvertisse i suoi genitori, ormai era maggiorenne, da due anni nello stato del Massachusetts. Sarebbe potuto entrare in auto e partire per lasciare alla mente il tempo per riflettere, si sarebbe fermato solo quando la benzina fosse finita.
Si sentiva solo anche se circondato da tantissime persone tutto il giorno, tuttavia quelle persone non erano abbastanza perché nessuno di loro era quella persona speciale per Igor.
Nella scuola non sapevano per quale motivo Oskar avesse lasciato il biondo. Era solo successo. Il giorno prima coppia perfetta, e il giorno dopo Oskar urlava contro il russo, se quello provava solo a guardarlo.
Il segreto era rimasto tra Igor, Oskar, Kraven e qualcuno che era dentro già dall'inizio.
Il pugile diede un'occhiata all'orologio nell'atrio centrale della scuola, mancava poco alla pausa pranzo.
Proverò a parlare con Oskar un'altra volta. A casa sua non posso neanche avvicinarmi che suo padre esce con il mattarello di Delilah, pronto a lanciarlo.
La campanella suonò proprio quando Igor si sedette su una delle panchine, dove gli studenti mangiavano durante gli ultimi mesi di scuola. Infatti iniziarono arrivare da ogni porta della scuola, chi con il vassoio della mensa, chi con il porta pranzo. Tutti gli girarono attorno, allontanandosi da dove sedeva. Tutti tranne uno, il quale, con passo sicuro, si avvicinava sempre più alla figura del biondo.
"Come va la vita, Igor?"
"Vattene prima che possa perdere il controllo, Kraven."
"Perché mai sei cosí maled-"
Non lo fece finire, lo alzò per la maglietta e lo tirò a terra, la sua schiena fece uno strano rumore per il colpo. Non doveva scherzare con lui, non in questo momento quando voleva sotterrarlo vivo con delle formiche velenose e farlo penare per il resto dei suoi minuti.
Quando vide il sangue fuoriuscire dal naso, poi dalla bocca, sorrise. Voleva fargli male, voleva fargli sentire il dolore che stava provando lui. Voleva... voleva staccargli le corde vocali e impiccarlo con esse. Sorrise, la mano sporca di sangue, i vestiti schizzati e i le punte dei suoi capelli, quasi bianchi, rosse. Gli piaceva quello che stava facendo, lo stava bramando da troppo tempo, ormai.
Ricordava i suoi incontri illegali, ricordava quanto sangue colorava la folla e i muri, gli era sempre piaciuto quel colore, e rivederlo sulle sue mani era elettrizzante.
Kraven rideva, come un pazzo, sotto i colpi ben assestati del russo. Rideva, facendo arrabbiare ancora di più Igor.
"PERCHÉ LO HAI FATTO? SONO PASSATI QUATTRO ANNI ORMAI!"
Kraven sputò del sangue voltando il viso di lato, riprendendo a ridere coi denti tutti rossicci, "Divertimento?"
"Diver-divertimento?"
"Certo, Igor.- tossì un poco sempre col sorriso sulle labbra- Cosa ti aspettavi? Che io fossi geloso della vostra relazione?!- rise così forte da trasformare quel suono in tosse- Non sono mica un succhiacaz-"
Igor partì con un altro pugno, dritto dritto al Pomo d'Adamo, prima di fermarsi a qualche millimetro dal suo obiettivo.
Cosa sto facendo?
Tenne gli occhi sul viso martoriato della sua vittima. Cosa sto facendo? Non era da lui sfogare tutta quella rabbia su un'altra persona, almeno non sul suo corpo. Da quando si era trasformato in qualcosa di quel genere? Da quando sapere come boxare gli dava il diritto di picchiare le persone fuori dal ring?
Si alzò in piedi, nascose il tremolio delle gambe tenendole bene fisse al pavimente, non staccò gli occhi chiari da quei pozzi neri di Kraven.
Osservò i compagni di squadra della sua vittima accerchiarlo, tornò sul viso martoriato dell'altro.
Se lo ricordava quando di anni ne aveva solo quattordici. Un codino nero e capelli rasati ai lati della testa, un orecchino al lobo sinistro e il sorriso di chi non aveva mai fatto male a una mosca. Era un ragazzino solare, sentiva la sua risata cristallina suonare in testa... adesso lo guardava, sangue da tutte le parti, nessun sorriso solare a colorare il viso bianco, niente di quello che lo caratterizzava da bambino era rimasto.
Sospirò, e allungò una mano per aiutarlo ad alzarsi. Kraven con stupore l'accetto, gemendo quando si ritrovò in piedi e non più disteso.
"Vieni, ti accompagno in infermeria." lo tenne stabile e sfilarono davanti alla scuola nel cortile.
Ci misero un po' ad arrivare, nessuno parlò nel tragitto dal centro del cortile alla porta dell'infermeria. Nell'aria ci furono solo i mal trattenuti gemiti di dolore da parte di Kraven.
Lo lasciò nelle mani dell'infermiera con un "Ti aspetto fuori", ma il ragazzo corvino non si mosse.
"Cosa c'è? Sbrigati a farti medicare, o perderai ancora più sangue."
L'altro non si mosse, guardò la porta dell'infermeria e tornò sul viso del pugile. "Perché mi aiuti? Ho distrutto la tua storia con Oskar, ho fatto quel video esagerando veramente quella notte... ho fatto picchiare Oskar per quattro anni, e non so cos'altro io-"
"Il colpevole della storia sono io. Tu eri solo un ragazzino, avevi solo quattordici anni e io ti ho usato per fare quello scherzo a... ad Oskar, sono io che-"
"Tu avevi quindici anni, Igor, anche tu eri un ragazzino."
Il biondo rifletté su quelle parole. Kraven aveva ragione sul suo essere stato anche lui un ragazzino a quel tempo, ma era stato anche più grande di Kraven e avrebbe dovuto sapere che quello scherzo avrebbe portato brutte conseguenze.
"Lascia stare, vai a farti disinfettare la faccia che dopo ti accompagno a casa."
"Ho la macchina."
Il russo rimase in silenzio, occhi negli occhi. Neanche tre secondi dopo Kraven si arrese, entrò chiudendo la porta e lasciando il pugile solo con i suoi pensieri e sensi di colpa.
Chiuse gli occhi e come ogni volta, in quei ventiquattro giorni, gli tornava in mente il suo ultimo giorno di calma, quando ancora non sapeva di stare per entrare in un tornado.
Si era svegliato presto, come sempre. Era andato a correre, si era fatto una doccia, appena tornato a casa, e si stava preparando per andare a prendere Oskar in biblioteca. Avrebbero mangiato insieme al loro ristorante cinese, perché di sabato faceva All can you eat, poi avrebbero preso Athena e Merida da casa di una loro amichetta portandole al parco a fare un picnic. Era tutto perfetto, anche il tempo lo era e niente lasciava presagire che qualcosa di brutto sarebbe successo da lì a poco.
Era quasi mezzogiorno e Igor si apprestava ad aprire la porta del suo appartamento, chiavi in mano e portafoglio insieme al telefono in tasca, quando "Oskar? Che ci fai qui?" si sorprese della presenza del suo fidanzato sulle scale.
Controlló l'ora dall'orologio dell'Ikea affisso al muro per essere sicuro di aver visto bene. L'orario non era cambiato, era quasi mezzogiorno. "Forse ho capito male... dovevo venirti a prendere in biblioteca... vero?"
Il moro non si voltò, rimase a dargli le spalle ancora seduto su uno scalino. Quel rimanere in silenzio iniziò a spaventare Igor, il quale continuò a parlargli, ma molto lentamente. Sentì il petto dolere, il cuore era in gola e non riusciva più a far entrare l'ossigeno nei polmoni. "Oskar... scriccio-"
"Non chiamarmi così."
Il biondo spalancò gli occhi dalla sorpresa e dal tono così tagliente, con cui il minore aveva parlato.
"Cosa vuoi dire con questa frase? Non ti ha mai dato fastidio... potevi dirmi che ti disturbava essere chiamato così... entriamo? O vuoi parlare sulle scale?" abbozzò una risata nervosa, e appoggiò una mano enorme sulla piccola spalla di Oskar, il quale si scostò bruscamente, mandato ancora più dolore al petto del pugile.
"Non voglio essere toccato da un bugiardo, non voglio essere chiamato in quel modo da un traditore."
Bugiardo? Traditore? Ma cosa...
Il russo fece un passo indietro alla vista degli occhi rossi e freddi su di lui, dietro gli occhiali. Tenne una mano sul cuore, la paura a crescergli nel petto.
"Cosa... cosa vuoi dire con-"
"Lo sai benissimo cosa voglio dire!" gli mise sotto il naso il suo cellulare, il quale stava trasmettendo un video... quel video. Igor si rivide quindicenne, i capelli platino lunghi racchiusi in un codino, il sorriso birichino di chi la sapeva lunga. Era di spalle e spiegava a quattro ragazzine il loro compito quando sentì qualcuno chiamarlo... era Kraven. "Cosa stai facendo Kraven?"
"Niente, Volkov... solo una foto ricordo."
L'Igor più giovane annuì lasciandolo fare, gli ordinò di non fare casini e di fare solo il suo compito.
"Tranquillo capo, farò la mia parte e Oskar non scoprirà niente dello scherzo."
Partí il secondo video in cui non si vedeva lui, ma solo un minuscolo Oskar e una birra davanti al viso. Il resto del video fu solo una macchia mobile di colore davanti agli occhi ghiaccio del maggiore.
Avevano litigato per ore. Oskar ad accusarlo del suo dolore in quegli anni, dei lividi, del sangue, delle bugie dette ai suoi genitori. Gli urlò addosso la sua sofferenza, e tutte le lacrime scese a bagnargli le guance. Se fosse stato una litigata normale si sarebbe avvicinato, gli avrebbe preso il viso, gli avrebbe accarezzato le guance morbide e vellutate con i pollici asciugando anche le lacrime, e lentamente lo avrebbe baciato, per fare pace, per farlo smettere di piangere, per tutto... ma non era una discussione normale.
Igor cercava in tutti i modi di spiegare, tuttavia il moro non voleva sentire spiegazioni, non voleva essere toccato. Infine, quando urla e lacrime furono finite, gli comunicò la sua voglia di prendersi una pausa e di non scomodarsi a prendere quell'appartamento a Boston, perché Igor non lo avrebbe seguito in quella città. Sarebbe dovuto rimanere lontano da lui, avrebbe dovuto non pensarlo, non cercarlo, non amarlo più.
Lo aveva lasciato con i sensi di colpa, la rabbia verso un lui quindicenne, e un lui codardo per non aver fatto nulla o detto nulla. Rimase la rabbia per Kraven, il quale aveva deciso di fare quel video senza chiedere, e di chiedere al ragazzo, che avrebbe flirtato con il piccolo fanboy, di portarlo sopra in camera e fare quello che voleva. Quando lo aveva scoperto era furioso, gli aveva dato un pugno in faccia e aveva chiamato la polizia, dicendo di aver visto della droga girare per la festa.
Si era sentito colpevole e lo era anche, però da vigliacco che era, non aveva fatto niente per fermare Kraven in quegli anni e poco a poco si era convinto che non fosse stata colpa sua, era solo uno stupido obbligo. Aveva nascosto nel profondo tutto quanto... fino a quando non lo aveva rivisto in biblioteca. Quel livido enorme sul viso, tuttavia sempre sorridente e gentile con tutti. Aveva cercato di restare impassibile davanti a quella vista. Tutto inutile... il primo pensiero dopo averlo riconosciuto era stato un doloroso Che ho fatto?
"Prima picchi le persone e poi le aiuti portandole in infermeria? Se avessi saputo che si faceva così mi sarei fatto aiutare ad arrivare qui in questi anni."
Igor non si mosse per paura di far scappare Oskar con un piccolo movimento.
"È da settimane che cerchi di parlarmi e adesso rimani in silenzio, neanche mi guardi negli occhi?"
Aprì gli occhi respirando profondamente per calmarsi. Era lì davanti a lui, di sua spontanea volontà. Lo continuava a guardare come se fosse un mostro, e Igor rise internamente a quanto fosse strano che avessero lo stesso pensiero.
Si guardò le mani. Le nocche erano spaccate e il sangue di Kraven si era seccato su di esse, sicuramente le mani non era le uniche cose sporcate di sangue.
"Non avrei dovuto picchiarlo... "
"Allora perché lo hai fatto?"
"Ehm... ero incazzato per quello che ci ha fatto-"
"-non è stato lui a-"
"-lo so, okay? Smettila di ripeterlo, so cosa ho fatto e sono pentito anche per quello." lo interruppe con voce dura.
Oskar abbassò gli occhi, sistemò gli occhiali e con un "Dobbiamo parlare" fermò, definitivamente, il cuore di Igor.
Quel "Dobbiamo parlare" era sinonimo di "Lasciamoci" e questo il pugile non lo accettava. Aveva sbagliato, ne era consapevole, però non poteva non lasciarlo spiegare. Doveva lasciarlo spiegare.
Si spostarono di qualche metro per avere un po' di privacy tra un armadietto e l'altro. Non dissero niente per i primi minuti, restarono in silenzio a riflettere su qualcosa che solo i loro cuori potevano capire, tutto questo fino a quando "Potresti almeno spiegare perché lo hai fatto? E perché non me lo hai detto?" il minore non ebbe il coraggio di iniziare la loro conversazione.
Ad Igor si illuminarono gli occhi, e non perse tempo a raccontare tutto, senza tralasciare neanche un dettaglio.
Gli svelò di come stesse giocando ad Obbligo e Verità, di come aveva scelto Obbligo e di quella strana richiesta, di come non voleva accettare ma poi l'aveva fatto perché, hey, era solo uno scherzo, di quanto si era sbagliato, di quando aveva scoperto il secondo piano di Kraven e della sua chiamata alla polizia, di quanto si era sentito in colpa a vederlo scendere dalle scale in lacrime e con i vestiti sgualciti, di quanto fosse stato codardo a non averlo aiutato mentre veniva bullizzato, e di quando era stato preso dal panico a scoprire della cotta per lui e di avesse cercato di nascondere i suoi sentimenti, di quanto si sentiva bene e di come quanto lo amasse. Non provò a incolpare qualcun altro, non provò ad alleggerire la sua colpevolezza, non provò a mentire o qualsiasi altra cosa che lo avrebbe portato ad un maggiore allontanamento da parte del suo scricciolo.
Ci mise un po' a spiegare tutto. Lasciò che il tempo si fermasse mentre non rompeva il contatto visivo tra loro due. Oskar non fece niente, non lo interruppe mai.
Kraven uscì dall'infermeria pronto a protestare contro il passaggio di Igor. Non si sentiva più la faccia, anzi erano più cerotti che pelle, ma percepiva la vita scorrergli nelle vene.
Appena alzò gli occhi dal pavimento non trovò il russo ad aspettarlo come pensava. Si sentì preso in giro da quella strana gentilezza da parte del più grande, perché gli aveva detto quelle cose? Perché non aveva continuato a colpirlo fino alla morte, come meritava per quello che aveva fatto?
Scosse la testa, pentendosi subito del movimento. Aveva un mal di testa terribile e il cuore che doleva. Sospirò affranto, e senza più speranza di poter far ricambiare i suoi sentimenti, non che prima ne avesse tanta.
Stava per ripercorrere i suoi passi, il foglietto verde, per andare via prima, stretto in pugno.
Aveva quasi percorso tutto il corridoio, era pronto per voltare l'angolo quando delle voci lo fermarono. Erano sussurri, singhiozzi, dei "ti amo" detti a mezzavoce e aveva quasi paura di scoprire chi fossero, però lui si voleva far male, quindi prese coraggio e avanzò di un passo.
Il suo sguardo non aveva ancora toccato le due figure, tuttavia sapeva che avrebbe fatto male e infatti, lo fece. Li vide vicini, i nasi a toccarsi, le lacrime a mischiarsi fra loro, i singhiozzi a far tremare le loro spalle.
Kraven sentì il suo cuore percorso da brividi e poi crack spezzato in due insieme al suo respiro. Quanto avrebbe voluto essere lui in quell'abbraccio? Quante avrebbe voluto scambiarsi di posto con Oskar, solo per qualche minuto, solo per farsi osservare con così tanto amore negli occhi.
Era stata colpa sua. Si era innamorato di Igor quando aveva avuto quattordici anni. Era bello, sorridente, quell'aura di perfezione a circondarlo ed era stato il suo pensiero a farlo addormentare in quelle notti di tanto tempo fa. Avrebbe fatto di tutto per parlare con lui anche solo per un piccolo momento, e lo aveva fatto... aveva tradito il suo migliore amico credendo che questo sarebbe stato abbastanza per fargli vedere quanto lo amasse. Sospirò, quanto si sbagliava.
Non aveva mai provato ad andare a parlarci, a diventare suo amico. Non credeva che Igor potesse 'cambiare' per qualcun altro, era sempre stato con ragazze e con tutte quelle storie di botte e via che giravano su di lui... non ci aveva neanche mai provato.
Tornò sui suoi passi, sarebbe uscito dall'altra porta e sarebbe andato via da lì, da tutti. Voleva rimanere solo, doveva riflettere senza rumori che lo avrebbero disturbato, senza quella dolorosa vista davanti agli occhi.
Aveva rovinato la sua amicizia con Oskar per un amore impossibile. Non si era accettato per quello che il cuore volesse che fosse. Si era nascosto dietro una maschera di menefreghismo e neutralità, sarebbe scoppiato a ridere se non avesse fatto così male.
Era divertente scoprire quanto tempo avesse vissuto con i rimorsi, quanto tempo fosse passato dalla scoperta di essersi innamorato di un ragazzo, il ragazzo per cui tutti avevano una cotta.
Chiuse gli occhi seduto in camera sua. Sua madre era al piano di sotto a preparare la cena, suo padre ancora con la segretaria dopo l'orario di chiusura dell'ufficio. Era da un po' che la sua famiglia non si sedesse a tavola tutti insieme a mangiare. Era da tanto che non parlava con sua madre di quello che sentiva. Era da tanto che l'avrebbe voluta far finita.
Solo per un amore non corrisposto, solo per quel sentimento di rabbia aveva fatto tutto. E si pentiva di aver fatto, quattro anni fa, quel video a quella festa. Si pentiva di aver bullizzato Oskar. Si pentiva di aver minacciato. Si pentiva di non aver detto che quel video non lo aveva mandato lui. Si pentiva di tutto.
Scese le scale e trovò sua madre intenta ad apparecchiare.
Fissò il tavolo e rise internamente trovando tre piatti, tre bicchieri e sei posate. Sua madre si ostinava ad aggiungere un piatto anche per quell'idiota di suo padre, mentre lui si stava facendo la segretaria sulla scrivania.
"Mamma, sai che sei bellissima?"
Sua madre si voltò, un piccolo sorriso a brillare sulla pelle chiara "Cosa ti serve, Kraven?"
Kraven si passò una mano tra i capelli lunghi e neri, sentì la voglia di piangere iniziare a tornare per quello che stava per fare.
"Perché ti ostini ad apparecchiare per papà quando sai benissimo che non tornerà per cena?"
Sua madre abbassò lo sguardo sui piatti sul tavolo "Perché... spero che torni da me, da noi."
Kraven l'abbracciò e "Lascialo. Divorzia, togligli tutto, fallo piangere per averti trattata come un giocattolo rotto e non perdonarlo... io sarei felice se trovassi qualcuno di migliore." le sussurrò dandole un bacio sulla guancia.
"Kraven..."
"Sei una mamma bravissima, sei una donna bellissima, gentile, intelligente e papà non ti merita, forse una volta ma adesso non più."
"Kraven-"
"Ti amo, mamma. Sei stata eccezionale a crescermi e mi dispiace di aver rotto il set di piatti di porcellana della nonna."
"Avevi cinque anni, Kraven-"
"Mi dispiace anche di non essere stato presente a molte cene per colpa del football, ti ho lasciato a mangiare sola."
"...perché mi stai dicendo queste cose? Sembra quasi un addio... mi stai spaventando."
La lasciò libera dal suo abbraccio "È solo un arrivederci. Verrai anche tu un giorno con me.", aggiungendo alla fine che sarebbe andato a fare una passeggiata, una lunga passeggiata... forse una passeggiata eterna.
La scuola era silenziosa.
La campanella era suonata da più di mezz'ora, ma lui non aveva trovato la forza di alzarsi e camminare fino alla sua classe.
Guardava l'altro lato del corridoio, gli armadietti colorati e scritti con pennarelli indelebili, si sentiva quasi come loro. Loro così soli, usati, rotti, colorati, con nessuno che si prendesse cura di loro, con nessuno che potesse pensare che anche loro avessero dei sentimenti.
Perché la sua mente gli faceva pensare a queste cose? Perché non aveva chiamato Jared, che non vedeva da tanto forse troppo, e non gli stava già raccontando la sua situazione? Perché non stava piangendo come aveva fatto prima? Perché sentiva solo freddo, fuori e dentro di sé?
Percorse con le dita le labbra. Se passava la lingua su di esse riusciva ancora a sentire il sapore di quelle di Oskar. Sarebbe stato il loro ultimo bacio, un bacio dal sapore di lacrime salate e un addio amaro.
Quanto avrebbe voluto tornare a un mese prima, in quella foresta del Vermont, solo loro due e le gemelline. Quante avrebbe voluto vederlo sorridere di nuovo per qualcosa detta da lui.
Forse, era stata solo una bugia e tutti quei sogni non avevano alcun valore. Forse lo aveva amato solo per i sensi di colpa che provava per quello che aveva fatto... allora, perché si sentiva andare in pezzi? Perché li sentiva cadere a terra uno alla volta?
Era tutto finito con quel singhiozzato "Ti lascio", era tutto grigio adesso e avrebbe voluto solo sentirsi meno solo, non percepire quel freddo e avrebbe voluto addormentarsi insieme a lui, lasciando le tende aperte per riuscirlo a vedere la mattina illuminato dai delicati raggi del Sole, come nei film.
Tutto questo era impossibile adesso, perché lo aveva lasciato, perché la tempesta che lo aveva accompagnato era scomparsa lasciando dietro di sé solo distruzione e un inquietante silenzio.
Era questo ciò che si provava dopo essere stato lasciato?
Era questo che milioni di persone provavano? Un "Ti lascio" e via? Senza pensare, senza riflettere sul dolore?
Era questo che Igor stava provando seduto da solo in mezzo a un corridoio scolastico?
Era questo l'amore?
Era questo che voleva provare per tutta la vita?
Tutta la vita... senza Oskar...
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