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Capitolo undici: Mia dolce Innania

Se Raziel puzzava di bourbon, Sitri sapeva di impotenza. Un tanfo forse peggiore di qualsiasi olezzo, che si insinuava nella sua bocca e governava i suoi pensieri. Provava a coprire quell'odore con ricchezze sfuggenti, ma nemmeno il profumo più costoso poteva nasconderlo. L'uomo maggiormente benestante del paradiso non era altro se non un codardo alla ricerca di approvazione, un mero vile che zuppo di fango si era accasciato sul trono, inzozzandolo e privandolo del suo valore. Come ogni essere umano era incapace di vivere, così, rannicchiato nell'oro, si lasciava morire trai suoi averi.
Esiste forse cosa  peggiore di un re debole desideroso unicamente di compiacere se stesso?

Il console si era alzato lentamente dalla poltrona con un sorrisetto furbo sul volto, una malizia poco celata che dimostrava fin da subito le sue vere intenzioni da imprenditore. Giocherellava con l'erba che fino a poco prima stava fumando, facendola passare tra le dita come se fosse una penna.
《Mia dolce Innania, sta gradendo la festa che ho dato in suo onore?》chiese l'uomo guardandola con attenzione negli occhi. Fermo a pochi centimetri davanti a lei la studiava con sguardo felino, prestando attenzione ad ogni centimetro della sua pelle e ad ogni cicatrice che la sfregiava, come fosse un quadro astratto a cui cercava di trovare un senso nella sua caotica bellezza.
《È la prima festa a cui partecipo, ma mi sto trovando molto bene! Ci sono tante persone interessanti che hanno preso parte all'evento, sono quasi in imbarazzo- ammise abbozzando un sorrisetto- Una compagnia così ricercata può essere degna solo di una persona acculturata e saggia come lei, non certo di una poveraccia del mio calibro. Per non parlare della vostra villa! Sono rimasta ipnotizzata da questa casa, sembra proprio la reggia di un principe. Non avevo mai visto cose così belle in vita mia. Mi sento onorata da questa vostra accoglienza》con furbizia la minore aveva finto un entusiasmo che non possedeva, sapendo di dover puntare sull'orgoglio di quell'omuncolo spavaldo. Pur non essendo molto istruita aveva finito per imparare, anche se in minima parte, il lessico forbito (per gli standard di Mimica) che spesso sfoggiava il padre. Non avrebbe mai pensato che quella qualità un giorno le sarebbe tornata utile
《Sono lieto che la mia ospite d'onore sappia apprezzare la ricchezza e il fasto. Vedrà! Faremo grandi cose insieme, mia cara Inannia- esultò, sazio di complimenti poco onesti- ma non perdiamoci in chiacchiere! Ho un regalo da farle》disse con uno strano scintillio negli occhi.

La donna non aveva mai visto un cellulare vero e proprio fino a quel momento. Spesso, quando ancora era una ragazzina, andava a giocare in una discarica insieme ad alcuni suoi compagni di bravate. Era un luogo desolato, privo di malviventi e dalla proprietaria gentile, un'anziana che li lasciava giocare tra i rottami. Andavano in quel posto nei tardi pomeriggi estivi, appena tutti finivano di lavorare e il sole macchiava di rosso il cielo. Passavano anche ore ad esplorare trai rifiuti, ma tornavano sempre a casa con il muso lungo, dato che la loro ricerca era inevitabilmente infruttuosa. Accadde però che, in una serata d'agosto inoltrato, la più piccola della loro banda, Xie Caping, ai tempi del nostro racconto pericolosa trafficante di esseri umani, trovò per puro caso il monitor di un computer. Probabilemnte qualche ricco signorotto del limbo lo aveva buttato prima di trasferirsi definitivamente ad Alastore, sostituendolo con un oggetto più tecnologicamente avanzato, ma per loro quella era fantascienza. Non sapendone l'utilità né lo scopo lo chiamarono "cellulare", convinti fosse un telefono. Provarono a rivenderlo, ma nessuno pareva interessato ad uno schermo rotto che neppure si accendeva. Alla fine Lucas aveva corrotto un suo amico per comprarlo ad un prezzo stracciato. Con quei soldi il gruppetto era riuscito a comprarsi una bottiglia di liquore.
Fu la prima e ultima sbronza della nostra amata protagonista.

Potete capire quindi la sorpresa che provò la giovane quando il console le passò quella che a lei subito parve una lastra di vetro sottilissima. L'ispezionò con cura quasi scientifica per una ventina di secondi, spaventata all'idea di rompere quel prezioso oggetto. Appena il misterioso arnese si illuminò senza una ragione precisa, la plebea per poco non lo fece cadere per terra a causa dello spavento. Il maggiore rise di gusto dell'ingenuità della Mimicana, in un modo ben lontano dall'amichevole. Ma la vera magia avvenne quando su quel piccolo manufatto comparve il volto dell'amato padre della ragazza.

Lucas era scarno, pallido, sfigurato dai lividi e con lo sguardo vivido e rassegnato di chi aveva già accettato la morte. Si sforzava di sorridere mentre la guardava con amore dall'altro lato del cellulare, ma le sue labbra non indicavano gioia, anzi, quella era una smorfia amara, un'espressione che non avrebbe mai voluto vedere sul viso che l'aveva allevata.
《Ciao, papà》sussurrò quando calde lacrime presero a scorrere sulle sue guance.

Non sapeva se in lei prevalesse l'angoscia o la gioia. Non conosceva la ragione per cui il suo cuore batteva con tanto impeto. Non riusciva a discernere ciò che provava in quel momento. Quella stanza ricca divenne priva di fascino, semplicemente un lontano sfondo, Belial e Sitri due sconosciuti che vivevano ai margini della sua esistenza, e quello schermo luminoso la sua unica ragione di vita.
Faticava a respirare, tanto che il volto le divenne livido, e lo stomaco si strinse in una morsa di dolore e paura.
《Bam- fece una breve pausa prima di ripetere la sillaba un paio di volte- bambina, perché piangi?》domandò dolcemente lo zio con voce flebile e sottile, fermata da un colpo di tosse improvviso. Il cardio della figlia parve morirle in petto, le vene divennero puro gelo e lentamente si accasciò sul pavimento, inchinandosi davanti al dolore. Aveva già udito quel suono, il canto della morte. Ormai per l'amore della sua vita non rimanevano che una manciata di giorni. Gli aeroporti non si sarebbero aperti in tempo. L'uomo che l'aveva cresciuta sarebbe morto lontano, senza che le sue braccia potessero stringerlo un'ultima volta. La malattia era degenerata prima del previsto e ora poteva solo sperare in un miracolo divino, ma gli dei, a prescindere dal nome con cui li si voglia chiamare, sono insensibili alle sofferenze umane.

《H-Hey, qui è tutto fantastico. Vorrei tanto fossi con me, papà. Qui mi sento così persa senza di te. Qui...mi manchi tanto. Ti prego, resisti. Ho bisogno di te》supplicò la Mimicana con voce smorzata dal pianto.
《Tu non hai bisogno di me, sei più intelligente e forte di quanto credi. Promettimi di cambiare il mondo come avevi promesso, sei abbastanza per farlo- nelle sue condizioni era uno sforzo immane persino comporre una vocale, ma continuava a rassicurare la nipote, nonostante il dolore- Mi ricordi tanto tua madre, sai? Due donne determinate e coraggiose, che non hanno paura della vita. Io in confronto a voi non valgo nulla. Il suo grande errore fu quello di fidarsi di un Alastoriano, non commetterlo anche tu. Sei più di quanto pensi, Innania Leroux. Brucerai questo mondo, ma io sarò già terra da vermi. Lasciami andare, morirò in pace sapendoti felice sulle nuv...》prima che potesse continuare, una forte interferenza bloccò la chiamata.
Cinque secondi dopo la connessione saltò completamente, facendo scomparire quel piccolo incantesimo.
Il telefono tornò ad essere una semplice lastra di vetro luminosa, e Innania scoprì per la prima volta in vita sua il vero significato di "solitudine".

La giovane fissò per un lasso di tempo indeterminato il suo volto riflesso nel cellulare. Si sentiva perduta, così sola e fragile, dispersa in quel paradiso di insidie. Chiamava flebilmente il nome del padre tra le lacrime, stringendo al petto quell'oggetto che per poco li aveva uniti. Tremava su se stessa, lasciando che il dolore prendesse il sopravvento sul suo corpo ormai accasciato a terra, privo di forze.
《T-ti prego- sussurrava appoggiando la testa sul pavimento- salva il mio papà》
Pregava quel console con tutto il fiato che aveva in gola. Prostrata ai piedi di colui con cui prima aveva dimostrato una spavalderia e un'intelligenza unica. Ma alla fine lei era solo una sciocca Mimicana analfabeta, non avrebbe mai potuto seriamente competere a quel gioco. L'orgoglio e la dignità che sembrava aver ottenuto scomparvero come neve al sole, mentre inchianta ai piedi del suo Dio si umiliava chiedendo la pietà ad un uomo che non conosceva nemmeno l'amore.

Sitri scosse piano la testa, quasi divertito da quella scena. Non si mosse per raccoglierla o aiutarla, come avrebbe fatto Belial, ma rimase a fissarla con i suoi occhi rossi da squalo. Era un predatore pronto a colpire la sua preda. Aprì le fauci voraci, camminando con calma intorno alla giovane.
《Oh, mia dolce Innania, che destino tragico il tuo. Se solo potessi fare qualcosa per aiutarti》disse con finta dolcezza, accarezzando una delle sue statue neoclassiche. Con il pollice sfiorava le labbra di quel Ganimede terrorizzato, ammirandolo silenziosamente, sentendosi appagato. La mora alzò lo sguardo rivelando i suoi occhi arrossati e colmi di lacrime. Il muco le scorreva fino alle labbra arrossate, nel mentre il trucco era colato giù dalle gote scure. Tremava e singhiozzava abbracciata al telefono ormai spento, come se fosse la sua ancora di salvezza. Provava a parlare, ma dalla sua bocca uscivano solo vagiti e guaiti senza alcun senso.

《Oh, mia cara Innania, mi sono appena ricordato che posso fare qualcosa- si concesse una breve pausa nella quale fece scorrere il palmo sulla sua amata statua- ma una donna con dei valori come te non farebbe mai una cosa così...》 non finì la frase
《Farò qualsiasi cosa tu voglia! Ma salva il mio papà》aveva sussurrato, condannandosi a morte.

Il console, soddisfatto del suo lavoro, si era viziato con l'ennesimo tiro della droga che continuava a portarsi dietro.
《Bene, immaginavo questa riposta》affermò mentre le passava dei fogli di carta, prima appoggiati su uno dei tanti fanciulletti di marmo, ignorando la scomoda posizione a cui era ridotta la giovane.
《Innania Leroux, ti andrebbe di finanziare la mia compagnia? Si occupa della rivendita di carne umana guadagnata dalla Lotteria》propose osservando attentamente la canna che teneva tra le dita bruciate 《Se mi farai questo piccolo piacere tuo padre verrà portato qui, ad Alastore, dove sarà curato dai migliori medici della zona. Altrimenti...ti consiglio di comprare una bara molto robusta per lui. Sai che tanti vostri compaesani non sono felici dell'esito che ha dato la lotteria? Mi dispiacerebbe se alcuni di loro sfogassero la loro rabbia contro le sue spoglie》

Le parole che aveva scelto non possedevano il tono tipico delle minacce, ma quello che si usa per parlare di un patto. Sfoggiava quel suo potere con estremo vanto, godeva sapendo di avere in mano la vita di un essere umano. La forza gli dava un piacere quasi sessuale. Il controllo era la sua ossessione; essere in grado di scegliere della vita e della morte delle persone più deboli lo eccitava, forse più di qualsiasi altra cosa al mondo. Si cibava del volto pallido della giovane Innania, della sua paura e della sua battaglia morale. Messa alle strette e sotto il suo dominio anche una donna brutta come lei veniva riempita di bellezza. Piangeva, la poveretta, implorava pietà, ma quei vani gesti servivano solo ad aumentare la smania che provava Sitri.
Dopo avrebbe chiamato Raziel e si sarebbe fatto fare un sevizzietto. Era questo tutto ciò che riusciva a pensare, mentre osservava quella ragazza.

La terra stessa parve inghiottire la mora quando sentì le parole dell'uomo. Si fece piccola su se stessa implorando di avere pietà, di costringerla a finanziare qualsiasi altra cosa, ma lui rideva. Lui rideva. La minore capì che quell'essere non avrebbe cambiato idea quando dalla tunica che vestiva spuntò un'erezione mal celata. Il politico era un sadico; la sua impotenza aveva scaturito in lui un malato senso -anzi, il bisogno primordiale- di avere il predominio sulla vittima designata. Forse era la cosa più vicina all'amore che conoscesse.
Non voleva avere nulla a che fare con una persona del genere, non voleva contribuire al genocidio dei suoi compatrioti, non voleva...ma aveva altra scelta? Sì, poteva lasciar morire quell'uomo da cui dipendeva in modo totale e completo. Poteva lasciar morire la persona che l'aveva allevata, cresciuta, il suo primo amore e colui a cui aveva giurato estrema lealtà.
Era più importante salvare chi amava o un popolo intero? Conosceva la risposta. Avrebbe dovuto rifiutare subito, avrebbe dovuto...
Ma, senza alzare gli occhi dai fogli, sussurrò con voce flebile 《Devo pensare. Domani verrà messo a conoscenza della mia decisione》
Eppure in cuor suo l'egoismo sapeva già la risposta che il mattino seguente avrebbe dato a quel mostro, doveva solo accettarlo la sua anima.
《Bene, sono ansioso di avere il responso》dichiarò 《Mia figlia, Beatrice, le darà una mano a sistemarsi. Non può farsi vedere dagli ospiti conciata in questo modo, non ci farebbe certamente una bella figura. Senza offesa, ma sembra proprio una stracciona, e non mi sembra il caso di presentarsi così ad un evento dell'alta società, considerando anche che ho dato questa festa in suo onore》affermò con tono duro e frettoloso. Era impaziente di cacciarla, anche a costo di mandare una cannibale nella stanza della figlia. In quel momento stava morendo di un piacere che doveva essere colto.
Con un sorriso aprì la porta alla Mimicana 《Vai sempre a sinistra, appena vedi dei fiori rossi e una porta chiara sei arrivata》concluse licenziandola velocemente. Non aspettò nemmeno che la plebea facesse un solo passo fuori dalla stanza prima di prendere un cameriere e ordinargli impazientemente di portare nel suo studio il bambino dagli occhi azzurri.

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