Capitolo quattordici: la principessa che aveva paura della luna
Eccola, la figlia del mostro, Beatrice, generata da Sitri Nieminem.
Si ergeva intrepida nella sua timidezza, flebile e delicata come le ombre danzanti di quel balcone. Lunghi capelli dello stesso color del cielo si muovevano leggiadri nell'aria, scoprendo un volto rotondeggiante e paffuto. La vitiligine impreziosiva un corpo tipicamente mediterraneo. Le smagliature biancastre le ricoprivano le coscie robuste e i fianchi larghi. Era di bassa statura e i grandi occhi azzurri l'investivano di un'amabile fragilità, una stella cerulea dispersa nella volta celeste. Le sue iridi bruciavano di una passione nascosta, un ardore antico e trattenuto, ma il suo sguardo puntava a terra, intimidito dalla luna.
Indossava un abitino sgargiante, perfettamente adatto alla festa, eppure i suoi piedi erano scalzi e nessun gioiello l'abbelliva. Quello che un tempo doveva essere trucco ora era semplicemente una sfocata sbavatura bluastra sulle palpebre e un pastrocchio nero sotto gli occhi.
C'era grazia nella timidezza di quella giovane ragazza.
Rimase ferma, tremante su una delle caselle nere della scacchiera, effimera in quella notte così distastrosa, come la fiamma di una candela. Non indietreggiava ne avanzava. Con il cuore in gola fissava il cameriere, in cerca di mute spiegazioni.
C'era potere nella debolezza di quella fanciulla.
Raffaele non parve dare molta importanza alla nuova arrivata.
Tornò a fumare guardando le stelle lontane, immergendosi in quei pensieri distanti, perdendosi tra quei demoni che solo lui vedeva e che provava a cacciare con le fiamme del suo accendino rotto. Non provò nemmeno vergogna per la precedente affermazione sul padre di Beatrice, troppo preso nel controllare che Castore non fosse scomparso nell'universo.
Steso a terra non si scomodò neppure ad alzarsi per la figlia del suo padrone. In quel muto gesto di protesta si celava un carattere forte, la stessa indole che anni orsono lo aveva fatto finire in riformatorio.
Si accarezzò i capelli biondi con il palmo della mano destra, mostrando alla nobile un ghigno furbo. Pareva che quella scena fosse già avvenuta milioni di volte dal modo in cui quel semplice plebeo si comportava, attori che recitavano la stessa parte da millenni in quel grande palco di cemento e arbusti.
Presto però lo spettacolo terminò.
Fu uno sguardo a rompere la giocosa complicità del momento. Non era un'occhiata arrabbiata, né un'espressione triste.
Era altro, qualcosa che solo chi condivide lo stesso inferno può capire.
Un cipiglio preoccupato volato in quei grandi occhi macchiati dal trucco colato.
Un cambiamento inaspettato nel copione.
I muscoli dell'alastoriano si irrigidirono come pietra mentre fingeva di non aver compreso, ma era troppo sveglio per interpretare la parte dello stolto.
Si rizzò in piedi a tentoni, mascherando le ansie con il suo modo di fare. Gettò giù dal terrazzo la "sigaretta" ancora accesa e si stiracchiò come un gatto. Era poco più lucido della sua socia, ora distesa supina sulla panca, ma questo non sembrava un problema per lui.
Alzò gli occhi al cielo e rispose ridacchiando
《Hey, tettona, stavamo parlando di quel pedofilo di tuo padre. Nessuno qui se lo vorrebbe fare, chissà come mai?》scherzò appoggiato con il busto al parapetto. Per quanto si stesse sforzando nel ritardarlo sapeva già quale atto stava per giungere.
Dentro provava un dolore atroce, così vivo da essere quasi fisico. Non voleva vivere ciò che stava per accadere, non aveva chiesto il compito di cui era stato investito, ma sapeva di non avere alternative. Spesso si sentiva come se fosse privo di pelle e ogni giorno la sua carne venisse esposta al vento, una tortura costante a cui non poteva sottrarsi.
La principessina socchiuse gli occhi e si morse il labbro inferiore, animata da una rabbia che andava oltre alla semplice offesa che egli le aveva arrecato.
Quel sentimento che le offuscava le iridi non era ira, ma odio nei confronti di se stessa.
Beatrice e il cameriere avevano una strana alchimia, più tipica dei fratelli che degli innamorati. Due persone così diverse erano unite da un legame unico, quasi sacro e al contempo sacrilego, odio e amore mescolati in un rapporto di emozioni confuse, un'affinità che per entrambi aveva radici nell'impotenza.
《Il fatto che tu stia passando un periodo di merda non ti giustifica nel drogare l'ospite d'onore della festa- sbottò aspra battendo un piede scalzo a terra e incrociando le braccia- Dio, sei così infantile!》
《Chi se ne frega di questa qui- affermò passandosi nuovamente una mano trai ricci biondi- ho cose più importanti a cui pensare in questo momento》
Bestrice abbassò lo sguardo, imbarazzata per un crimine che sapeva di non aver commesso. Stringeva le mani tremanti al petto e fissava il pavimento a scacchi con un groppo in gola, incapace di alzarsi verso quella luna pronta a giudicarla.
Se Innania in quel momento non riusciva a percepire alcun senso di colpa nel tradire la propria gente, quella duchessa dannata ne provava fin troppo per qualcosa di cui non era colpevole.
《Pensi che fumando canne rubate lui si sentirà meglio? Mio padre ha- fece una piccola pausa, diventando minuscola tra le ombre- sai che non lascia che io mi avvicini a lui dopo che- prese un lungo respiro- ha bisogno di te, del vero te, penso che questa volta gli abbia fatto seriamente del male》 confessò ella con la voce spezzata.
Calò un silenzio assordante.
L'aria di colpo si fece pesante, di angoscia profumavano le rose e di paura sapevano i gelsomini. Il volto di Raffaele divenne cadaverico e i suoi occhi dorati si tinsero con i colori della paura.
Persino la Mimicana si rese conto che qualcosa non andava, ma non ebbe il coraggio di alzarsi dalla panchina. Capì che quel momento era delicato, intriso di un dolore che non poteva capire. Osservava dall'esterno quel secondo dipinto di terrore. Era immobile sullo sfondo di quella vicenda a lei sconosciuta, ma di cui non si curava. Nel suo cuore un solo uomo era importante, una sola storia aveva significato, tutto il resto era privo di valore. Gli occhi pieni di lacrime di Raffaele non le sfioravano il cuore. Le pene altrui non le turbavano l'anima in quell'istante.
Allora perchè stava rimandando la sua decisione? Perchè non andava direttamente da Sitri ad accettare la proposta?
Forse era la sua bontà che glielo impediva.
No, non era quello. Tergiversava nella speranza di trovare umanità in se stessa.
Persa nei suoi dubbi giaceva ai margini di quella segreta tragedia, ammirando la luce lunare che accarezzava la figura di Beatrice, la quale tentava invano di afferrare la mano dell'amico.
《Lui- il biondo iniziò a tremare su se stesso- ti prego dimmi che sta bene. Almeno fisicamente. Dimmi che sta bene almeno fisicamente》
Ma lei non rispose, anzi, ritirò lentamente il braccio con cui aveva provato ad accarezzarlo.
《Mio padre ci ha chiesto di portare l'ospite da Belial, poi ti lascerà andare da lui- ella fece una pausa- Ho provato ad aiutarlo, ma sai come si comporta quando...io ci ho provato, ti giuro, ma lui si è spaventato. Penso stia abbastanza bene, ma sta sanguinando ed è più sconvolto del solito, non so cosa sia successo》
Beatrice si chiuse in se stessa, abbassò lo sguardo ed ingoiò un boccone amaro.
Fissava le mattonelle come una bambina che era appena stata scoperta a fare una marachella. Con le braccia strette al petto aveva creato uno scudo tra lei e il resto della gente, voleva proteggersi dal mondo e voleva proteggere il mondo da lei. L'altro fissava il nulla svuotato, la paura, come un parassita, lo aveva divorato dentro e ora vigeva sola in lui. Rimase paralizzato sulla sua casella bianca, un pedone contro tutta la scacchiera
《Perdonami, Raf, mi sento colpevole...》ammise l'Alastoriana. Non riuscì ad aggiungere altro perchè il biondo, ancora con il volto smunto e gli occhi spalancati, l'interruppe《Non hai scelto tu di essere sua figlia- sussurrò atono- prendi Innania e muoviamoci, non voglio che rimanga nemmeno un secondo da solo》
E la giovane, con il cuore pieno di angoscia e senso di colpa, obbedì.
Fu un tragitto silenzioso, segnato unicamente dal rumore insistente delle risate provenienti dal piano inferiore. Innania stanca e poco lucida si appoggiava a turno sulle spalle dei due ragazzi, cercando un appiglio mentre il pavimento pareva affondare. Gli accompagnatori non aprirono bocca per tutto il percorso, lasciando posto a sguardi soffocanti. Entrambi provavano una forte ansia, un sentimento che potevano comprendere solo e unicamente loro. Beatrice più di tutti gli altri non faceva altro se non guardare in basso e serrare la bocca, vittima dei suoi stessi pensieri. Raffaele spesso tentava di farle qualche sorriso rassicuratorio, ma questi non riuscivano nel loro scopo.
Nonostante provasse a nasconderlo sotto quei falsi gesti fraterni, una parte del suo cuore, una parte così oscura che forse nemmeno lui ne era a conosceva, sentiva un forte astio nei confronti di quella ragazza. Lo si intuiva dal modo in cui socchiudeva gli occhi o stringeva maggiormente la presa sul braccio della Mimicana quando ella lo fissava timidamente.
《Vai pure a riposarti Bea, la porto io al piano di sotto- sussurrò lui- sei scalza e tuo padre non vuole che tu ti faccia vedere alle feste. Non ti preoccupare》
La nobile annuì febbrilmente, scomparendo tra le ombre dalle quali era venuta, il triste fantasma di quell'opulenta casa.
Il biondo si fece largo a suon di spintoni e urla tra l'ammasso di gente. Serrò la mano della giovane ospite per evitare che cascasse o si perdesse, più preoccupato per il suo "Lui" che per lei. Innania invece salutava tutti i commensali con la mano e sorrideva graziosamente agli Alastoriani, come se nulla fosse successo. Il suo cervello era offuscato dalla droga e dallo shock, incapace di reggere altre tensioni, raggiungendo in quel panico uno stato di totale benessere. In un misto di follia e affanno riuscì finalmente a brillare nel suo personale palco. Rispondeva alle domande con calma, rideva alle battute sul suo popolo e si mescolava tra loro. Tanto che, anche con il suo corpo particolare, un osservatore esterno avrebbe fatto fatica a capire chi di loro non era nato sulle nuvole.
Belial intanto si era isolato dalla folla. Aveva anch'egli un'aria stanca e preoccupata, che però mascherava con incredibile maestria davanti agli occhi dei pochi riuniti presso di lui per ascoltare uno dei suoi tanti discorsi.
In quel preciso istante, nascosto sotto la finta cortesia che lo contraddistingueva, si poteva cogliere nel suo sguardo un riflesso misantropo. Parlava con quella nicchia composta da poco meno di dieci persone, bevendo una coppa di vino senza toccare cibo. Quelli che lo ascoltavano parevano perdersi nelle sue parole, come se stesse rivelando loro i misteri dell'universo. In quegli eventi sociali il politico riusciva sempre ad attirare l'attenzione degli invitati grazie alle sue orazioni che cambiavano di volta in volta. Il suo pensiero mutava a seconda della casa in cui si trovava e a chi pagava di più per il suo supporto. Con quella stessa bocca intrisa di menzogne sarebbe tornato a casa quella sera, avrebbe baciato le labbra dell'uomo che amava e nel silenzio della notte si sarebbe concesso una sigaretta, pensando al radioso futuro che lo attendeva. Con quella stessa bocca che aveva pronunciato tante sentenze di morte avrebbe finto di osculare in pubblico la tomba del padre ad ogni anniversario della sua morte, avrebbe cantato una ninna nanna alla neonata a cui voleva dare una famiglia e riso alle battute della governante su quanto lui fosse incapace di tenere lo studio pulito. Con quelle stesse labbra macchiate di sangue aveva promesso tempo prima di fare la differenza e diventare colui che avrebbe salvato il suo popolo.
È incredibile come da quella bocca malignia sia potuto scaturire tanto amore.
Appena Belial vide i due ragazzi fece loro cenno di avvicinarsi, licenziando i suoi compagni con un gesto veloce della mano. La folla si diradò delusa, continuando a sussurrare le parole del loro profeta, pronti a ripeterle a compagni ed amici, come uccellini addestrati.
Il politico però non pareva fiero di se, anzi, sembrava agitato e il suo colorito era più pallido del solito, ma solo un osservatore attento poteva cogliere quei particolari. Batteva in modo impaziente il piede a terra e giocava con una ciocca di capelli raccolti con finto tedio, era un bravo attore, forse il migliore in quel palco. Sapeva come raccontare la storia che desiderava narrare, prestava attenzione ad ogni piccolo gesto e cronometrava ogni respiro.
Era così bravo nel suo lavoro che ogni tanto persino lui finiva per chiedersi dove morisse la finzione e iniziasse il vero. E spesso nemmeno lui, saggio com'era, sapeva la risposta.
Abilmente finse un colpo di tosse per coprire il rumore dello stomaco in subbuglio, scosso dalla presenza di tutta quella carne intorno a lui. Erano anni che non mangiava più selvaggina e la sola vista gli faceva tornare alla mente ricordi che aveva preferito seppellire. Prese per un braccio Innania, ormai mezza addormentata, e le cinse la vita con una mano per aiutarla a rimanere alzata.
Velocemente ringraziò quello che per lui non era altro se non un povero cameriere e si diresse a passo svelto verso l'uscita.
Qualcosa aveva scalfito persino il ghiaccio nel quale era seppellito un uomo morto.
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