Realtà
Non romanticizzare la realtà.
Io che piango in mezzo alla strada,
senza un posto dove andare, spaventata,
con la tua voce gelida che mi ricorda
come sia tutta colpa mia: se non fossi
andata al cinema con Lui a vedere quel
cazzo di film sull'obesità, se fossi rimasta
a parlare con te tutto il pomeriggio,
non mi sarei ritrovata in quello stato.
Io che ti chiedo scusa, non so per cosa.
La morte ha bussato di nuovo alla porta
della mia famiglia, ma tu non puoi
ascoltare certi farfugliamenti sconvolti:
tu devi farti la doccia in piena notte.
Io che mi distruggo in bagno, per terra,
perché non riesco a gestire da sola
il mio dolore e tu hai di meglio da fare.
Io che ti chiamo in lacrime, tremando,
perché mi hanno appena molestata
e tu nemmeno mi ascolti perché, boh,
probabilmente ti ho interrotta.
"Ma non è stato solo questo.
Non è stato tutto orribile. Mi ama".
Ci credo, altrimenti non saresti rimasta.
Ma mi hai accusato di aver messo il mio
dolore davanti a noi - hai accusato me,
che ho sempre cercato di farcela da sola.
Ora mi dici che non volevi allontanarmi
negandoti a me, eppure dimentichi che
quella che piangeva perché non riusciva,
perché non era soddisfatta e soffriva
ero io. Tu neanche volevi toccarmi.
Ti ho supplicato di farlo, ma tu eri stanca.
Sempre stanca. Sempre annoiata.
Fa più male un "no" o sapere che tutti
quei gemiti, quei "sì", quelle ore di amore
alla fine ti hanno causato sofferenza?
E ora mi dici che non sono un mostro.
No, vero, non lo sono.
Ma mi ci sento, cazzo.
Mi ci sento eccome.
A tal punto che mi chiedo se mai
tu mi abbia davvero voluta in quel senso.
Se qualcuno mi abbia davvero voluta
o mi vorrà mai in quel senso.
Quindi fanculo i tuoi versi.
Fanculo i tuoi messaggi.
Fanculo i tuoi discorsi vuoti, di cui non
mi fido e non mi fiderò mai più.
Avevi detto che ti saresti arresa.
Ebbene, fallo.
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