Capitolo Diciotto - Inaspettata felicità
Ashton
Davanti all'immagine di Willow, che comprava i biglietti per il metrò, con quel cappotto sgargiante e l'espressione concentrata, mi chiesi, per la milionesima volta, che cosa diavolo ci facessi a Parigi.
Quando mi era arrivato quel messaggio, che poi avevo scoperto essere stato inviato da Brandi, ero rimasto come pietrificato. Mi sarei aspettato di tutto, meno che Willow mi invitasse a raggiungerla a Parigi.
Insomma, quasi nemmeno ci conoscevamo e lei mi proponeva di passare un weekend assieme in una stupenda città europea.
Avevo passato un quarto d'ora buono, seduto sul mio letto, con il cellulare tra le mani e lo sguardo fisso su quello schermo illuminato. Non avevo la più pallida idea di cosa rispondere, di cosa fare.
Così, per evitare di impazzire o di scrivere qualche stupidaggine, avevo deciso di chiedere aiuto a Edwin. In quanto a situazioni sentimentali non esisteva persona più esperta di lui, dato che portava avanti una relazione praticamente perfetta da anni e anni ormai.
Lui mi aveva consigliato subito di buttarmi, senza pensarci troppo. Mi aveva detto che se mi interessava conoscere meglio quella ragazza e che se passare del tempo con lei risultava piacevole per il mio umore, allora sarei dovuto partire.
Quella conversazione era stata origliata, dall'inizio alla fine, da Benjamin, che aveva deciso di intromettersi. Era saltato sul divano in stoffa di casa nostra, sedendosi scompostamente tra me ed Edwin.
E mi aveva detto solo questa frase: "Amico, se non vai te ne pentirai per il resto della vita".
Benjamin mi conosceva fin troppo bene e sapeva che non ero una persona che passava le sue giornate a scambiarsi messaggi con le ragazze o a sorridere come un deficiente davanti allo schermo di un cellulare.
Io e lui non avevano bisogno di parlare per capire come ci sentivamo. Bastavano le nostre espressioni facciali, i nostri gesti, per farci comprendere lo stato d'animo l'uno dell'altro.
Perciò Benjamin mi aveva rivolto quella frase, sapendo che, anche se non lo avrei mai ammesso ad alta voce, io, ormai, avevo un interesse nei confronti di Willow.
Un sentimento che non avevo mai più provato da quando mi ero arruolato nell'esercito. E nonostante avessi paura di far soffrire qualcuno, di rovinare tutto con i miei timori e i mostri del mio passato, che vivevano dentro di me, c'era come una vocina che mi spingeva a buttarmi in quella nuova conoscenza.
Quando poi, la sera stessa, al lavoro, Edwin e Benjamin si erano presentati con la carta d'imbarco, riportante il mio nome e come destinazione: Parigi, avevo capito che ormai non avrei più avuto scelta. Sarei dovuto partire.
E così avevo fatto.
Ma in quel momento, ritrovarmi lì, con quella donna così diversa dalle altre, così genuinamente bella e divertente, mi faceva sentire fuori posto.
Io, freddo, distaccato e diffidente, che salivo su un aereo per raggiungere una ragazza che a malapena conoscevo. Io che la seguivo per la città, ammaliato dal modo in cui mi spiegava la storia di quei palazzi e l'architettura di quei monumenti storici.
Non era assolutamente una cosa da me.
Mai e poi mai avrei pensato di vedermi sotto quella prospettiva di assoluta normalità. Lontano dalla guerra, dalla tristezza e dai brutti ricordi.
Eppure eccomi lì, a Parigi, con Willow.
«Vieni, dobbiamo salire su questo treno prima che riparta, altrimenti non riusciremo ad arrivare in tempo al ristorante» mi disse, afferrandomi la mano e trascinandomi dietro di lei.
Scendemmo quei gradini stretti e ripidi di corsa, seguendo la strana andatura a chiocciola di quelle scale.
Dovetti stare attento a mettere bene i piedi su quegli appoggi, dato che erano più piccoli del mio numero di scarpe e come se non bastasse stavo anche indossando degli scivolosi stivaletti in pelle.
Tenevo la mano sulla bretella del mio zaino a fantasia militare, accertandomi che non mi cadesse dalla spalla destra e al contempo cercavo di schivare le persone che mi si paravano davanti.
Andare in giro con Willow era stressante e divertente allo stesso tempo. Inspiegabilmente si era sempre in ritardo per qualcosa e si rischiava di perdere i mezzi che ci avrebbero dovuti portare alle nostre prossime mete.
Viveva una vita decisamente frenetica.
Riuscii ad arrivare sano e salvo alla fine di quella scala, per poi essere trascinato dentro quel treno, proprio un secondo prima che le porte si chiudessero.
Willow, subito dopo colazione, mi aveva portato a visitare la Basilica del Sacre Coeur, un capolavoro d'architettura, come l'aveva definito lei. E io non avevo potuto far altro che concordare con le sue parole. Era un edificio imponente, dal colore candido e le forme arrotondate, dominava l'intera città e regalava una vista mozzafiato di quest'ultima.
Poi mi aveva fatto scoprire l'eclettico quartiere a luci rosse: Pigalle. Dove sorgeva il caratteristico teatro del Moulin Rouge. Avevamo camminato per quelle vie, piene di sexy shop e ci eravamo divertiti osservando le loro vetrine e commentando gli oggetti esposti.
Willow era una donna molto libera e dalla mentalità aperta, non vedeva come un tabù conversare di sesso con qualcuno. Una cosa che già avevo potuto intuire qualche mese prima, durante quella cena al ristorante italiano, quando le avevo raccolto il vibratore e lei mi aveva risposto con assoluta nonchalance.
Apprezzavo questo lato di lei, il fatto che non fosse timida e non si facesse tanti problemi nel parlare di qualsiasi tipo di argomento. Questo lato del suo carattere riusciva a mettermi di buon umore, a farmi sciogliere un po' da quelle catene che mi tenevano ancorato alle sofferenze del passato.
Quando stavo con lei, inspiegabilmente, non mi soffermavo quasi mai a pensare all'Iran, alla guerra, alle molteplici morti a cui avevo dovuto assistere, alle persone che avevo dovuto uccidere o agli incidenti avvenuti.
«È la nostra fermata» la soave voce di Willow mi risvegliò dai miei pensieri. La seguii fuori, lungo quel corridoio sotterraneo decorato come l'interno d'un sottomarino, una cosa alquanto strana ai miei occhi.
Non mi aveva detto quale sarebbe stata la nostra prossima tappa, non sapevo cos'avesse intenzione di fare per cena, ma speravo niente di impegnativo. Willow non aveva voluto farmi passare da casa, per lasciare lo zaino e cambiarmi, sostenendo che non c'era bisogno di perdere tutto quel tempo.
Potevo scommettere sul fatto che, però, in caso contrario, lei si sarebbe rifiutata di girare per Parigi con gli stessi vestiti comodi che aveva indossato per un volo di undici ore.
Ma non mi lamentavo, dopotutto mi aveva portato a vedere dei posti fantastici e di ognuno di loro mi aveva raccontato la sua storia. E quando la piramide di vetro del Louvre si parò davanti ai miei occhi, decisi che avrei potuto sopportare quei jeans e quello zaino ancora per un po'.
«Non ti porto a vedere il museo, perché, prima di tutto, ormai è chiuso. E seconda cosa, non è un posto che si può visitare in pochi minuti» spiegò, mentre attraversavamo quella piazza, circondata dall'edificio a ferro di cavallo che ospitava il museo del Louvre.
«Ma sono sicura che cenare con questa vista sarà altrettanto interessante» concluse, fermandosi davanti al maître dell'elegante ristorante che si trovava sotto quei portici.
Mi sentii un po' fuori luogo nel notare come tutte le persone sedute a quei tavoli, perfettamente apparecchiati, indossassero abiti da sera. E non potei fare a meno di guardare quella giacca di pelle che copriva la mia semplice maglietta larga, con una stampa astratta.
Come se mi avesse letto nel pensiero, Willow mi sorrise e poi, nell'esatto momento in cui prendemmo posto al nostro tavolo, decise di rassicurarmi.
«Non preoccuparti, anche io non indosso nulla di elegante» mi disse, portando poi il suo sguardo su quella piramide in vetro illuminata.
«Allora, che ne pensi di questo veloce tour che ti ho fatto fare oggi?» mi domandò entusiasta, subito dopo aver ordinato per entrambi.
Mi aveva detto di non guardare il menù, che avrebbe fatto lei. Mi aveva chiesto di fidarmi, un qualcosa che io facevo davvero di rado, con tutti, perfino con me stesso. Ma in quel momento, mi ero sentito sicuro di lasciarmi andare, di fidarmi di lei.
Nonostante ordinare la cena, senza farmi scegliere, fosse un gesto alquanto normale e anche un po' banale, per me era comunque difficile dare fiducia a qualcuno. L'ultima volta che l'avevo fatto, il mio migliore amico era morto e io non potevo fare a meno di pensarci in quelle occasioni.
«Credo che sia stato molto istruttivo e che stavi dicendo la verità quando ti proclamavi come un'ottima guida turistica» decisi di rispondere, allontanandomi dai miei pensieri tristi e oscuri.
«Avevi dubbi?» scherzò, sorseggiando poi quel vino rosé frizzante, una vera e propria specialità francese.
Una specialità tanto quanto quella che mi si presentò sotto il naso pochi minuti dopo. Un piatto piano, suddiviso in due cerchi, uno dentro all'altro, nei quali erano disposti dei piccoli gusci ripieni.
Storsi il naso, aggrottando le sopracciglia. «Cosa sono queste cose e soprattutto, come dovrei mangiarle?» le chiesi curioso e allo stesso tempo timoroso della possibile risposta.
«Lumache» mi rispose semplicemente, facendo spallucce, come se davanti avessi un cheesburger e delle patatine fritte.
La mi espressione divenne alquanto disgustata, soprattutto quando i miei occhi si posarono su una salsina verde, che il cameriere aveva appena posato accanto al mio piatto.
«Non fare quella faccia» mi riprese, scoppiando a ridere. «Sono buonissime, sanno di pollo» aggiunse, afferrando poi una specie di pinza e sollevando uno dei gusci.
Nella mano destra strinse uno scovolino argento, dalla punta arcuata, con il quale andò ad estrarre quella piccola lumachina, mostrandomela fiera.
«Ashton, fidati, sono davvero buone» insistette ancora. Willow allungò il braccio, avvicinandomi quella lumaca alla bocca. Con le sopracciglia alzate e lo sguardo divertito mi incitò ad aprire la bocca.
Ero sicuro che se Benjamin o Edwin mi avessero visto in quel momento, non mi avrebbero riconosciuto. Era incredibile come quella ragazza riuscisse a tenermi tanto lontano dalle mie brutte abitudini.
«Oh, al diavolo, va bene» mi rassegnai, allungando di poco il collo e mangiando quella lumaca. Masticai con incertezza, con un'espressione esilarante -così l'aveva descritta Willow- dipinta in volto.
«Allora? Avevo ragione o no?» mi domandò, nell'esatto momento in cui deglutii. Per un attimo pensai di mentire, giusto per non darle soddisfazione, ma quella roba era davvero buona e non avrei rinunciato a cenare per il mio orgoglio.
Due bottiglie di rosé, parecchie fermate della metro e cinque piani di scale dopo, io e Willow stavamo ridendo come due deficienti, davanti alla porta di casa.
Eravamo entrambi abbastanza alticci e lei era inciampata sull'ultimo gradino, finendo con le ginocchia a terra. Confermandomi il fatto che fosse davvero poco affidabile quando si ubriacava, ma al contempo alquanto esilarante.
«Shh...» le dissi, mettendole l'indice davanti alla bocca e cercando di farla smettere di ridere in modo così rumoroso. Non sapevo se ci fossero altre persone che abitavano in quel palazzo, ma la cosa era molto probabile e noi avevamo fatto già abbastanza casino solo salendo quelle scale. Volevo evitarmi qualche possibile ramanzina.
Improvvisamente, Willow smise di cercare di infilare la chiave in quella piccola serratura, facendosi seria e incatenando i suoi occhi ai miei.
Schiuse la labbra e il suo sguardo si fece furbo. Aggrottai le sopracciglia, non capendo dove volesse arrivare, ma poi sussultai, sorpreso da quello che aveva appena fatto.
Senza che nemmeno ebbi il tempo di rendermene conto, Willow si era fatta scivolare il mio indice in bocca.
Era un contatto fisico al quale non ero più abituato da tempo. Un qualcosa che normalmente mi avrebbe messo molto a disagio, facendomi allontanare di scatto.
Ma in quel momento non riuscivo a staccare gli occhi dai suoi. Ero completamente rapito da quello sguardo, da quelle iridi dal colore indefinito. Degli occhi che erano capaci di riportare a galla sensazioni profonde nella mia psiche.
Nonostante mi ricordassero quelli della bambina incontrata in Iran, non mi intimorivano, non mi catapultavano indietro con la mente agli orrori vissuti in guerra. Ma mi trasmettevano la bellezza pura che c'era in quei ragazzini innocenti che giocavano tra le rovine di quella città.
Fu un contatto visivo forte, quasi come se stessi ricevendo un pugno nello stomaco, che non mi permise nemmeno di aprire bocca per dire qualcosa.
Ero come imbambolato.
Willow passò delicatamente la lingua su tutta la lunghezza del mio indice, fermandosi proprio sopra all'anello argento. Deglutii rumorosamente, quando si staccò e con una mossa veloce aprì quella porta in legno. Facendomi quasi pensare che, in realtà, non fosse poi così ubriaca come voleva far credere e che il buco di quella serratura l'avesse trovato già da tempo.
A che gioco sta giocando?
Mi afferrò la mano, trascinandomi dentro casa e chiudendo poi la porta con un colpo del piede. Osservai quell'appartamento dagli arredi vintage. Era davvero molto caratteristico, con quel frigo verde acqua e quel tavolo in legno grezzo.
Willow si tolse la giacca, lanciandola malamente sul divano in pelle marrone. Si sfilò poi gli stivali, abbandonandoli accanto a una delle sedie del tavolo e rivelando un paio di calze a fiorellini rosa.
«Carine» commentai appena, cercando di distogliere la mia attenzione da ciò che era successo qualche minuto prima, fuori dalla porta.
«Sono forse le più sobrie che ho» mi rispose. «E comunque, fa come se fossi a casa tua, non startene lì in piedi, con ancora quello zaino in spalla. Mi fai venire l'ansia» mi riprese, avvicinandosi alla portafinestra.
Feci come mi era stato detto, appoggiando lo zaino accanto a quegli stivali bianchi e togliendomi poi la giacca di pelle, adagiandola sullo schienale della sedia.
«Vieni» mi invitò a raggiungerla davanti a quella finestra. Quando l'ebbi affiancata, presi ad osservare la città dall'alto. Vidi tutte quelle luci accese, che illuminavano le vie e quei tetti dalla forma irregolare, così tipicamente parigini.
Guardai alcune persone passeggiare nella via sottostante e poi notai un anziano signore, che si sedeva su una panchina, tirava fuori un bloc-notes e iniziava disegnare gli alberi davanti a lui.
Sembrava tutto come avvolto da un'atmosfera magica, quasi fiabesca.
Era come un deja-vu della Viglia di Natale. Io e Willow, affacciati a una finestra, ad ammirare il paesaggio sottostante.
E sono certo del fatto che entrambi stessimo pensando alla stessa cosa. Che entrambi ci stessimo tormentando le menti con quella domanda.
Dovremmo baciarci?
«Sembra di stare dentro una poesia di Prévert» disse Willow, distraendomi da quei pensieri irrazionali. La guardai confuso, non riuscendo a capire cosa volesse intendere.
«Non hai mai letto Prévert?» mi chiese, con la testa leggermente piegata a sinistra.
«No» risposi semplicemente, un po' in imbarazzo davanti all'ennesima dimostrazione della sua intelligenza e cultura.
Io non parlavo altre lingue, non avevo mai girato il mondo semplicemente per divertirmi e non avevo mai letto Prévert.
Io ero un semplice uomo, un militare che aveva vissuto molteplici traumi. Pieno di insicurezze e di paure.
Ma lei non mi prese in giro, non mi fece sentire inadeguato o fuori posto. Decise di recuperare la coperta che stava adagiata sul bracciolo del divano e di stenderla sul pavimento, proprio sotto la finestra. Ci poggiò sopra due cuscini dalla forma quadrata e poi si allontanò.
Sparì dietro una porta bianca, sempre in legno, decorata da inserti azzurri. E ne uscì poco dopo con un libro rilegato, dall'aria vissuta, tra le mani.
«Brandi l'ha comprato appena siamo arrivate, in una di quelle bancarelle che si trovano lungo la Senna, vicino a Notre Dame» spiegò, facendomi ricordare un altro dei posti che mi aveva fatto visitare quel giorno.
Quando tornò nuovamente accanto a me, sedendosi su quella coperta e invitandomi a fare lo stesso, compresi cosa fosse quel libro.
Sulla copertina vi era disegnata a mano la Tour Eiffel e sopra, stampato a caratteri cubitali, c'era il nome: Jacques Prévert.
Willow si sdraiò, adagiando la testa su uno di quei cuscini blu cobalto. Copiai il suo gesto, stendendomi accanto a lei. Mi tolsi le scarpe, allungando poi le gambe e adagiando i piedi sul serramento bianco della finestra.
Prese a sfogliare le pagine di quel libro, toccandole delicatamente con le dita sottili e curate. Soffermandosi poi su una, che presentava delle parole poste proprio nel centro.
Non riuscivo a comprendere nulla di ciò che vi era scritto e nemmeno quando Willow me la lesse in francese ci capii qualcosa. Ma non mi importava, sentirla parlare in quella lingua era una delle musiche più belle che avessi mai ascoltato.
Quell'accento, quella cadenza e la risatina nervosa che si lasciò sfuggire alla fine, mi avevano completamente stregato.
Cercai di osservare quella scena dall'esterno, come se fossi un semplice spettatore della felicità altrui. Smettendo di ascoltarla, quando prese a spiegarmi cosa significavano quelle parole.
Noi due, sdraiati a terra, in un semplice appartamento di Montmartre. Lei che mi leggeva una poesia e io che l'ascoltavo con attenzione.
E mi chiesi se fosse giusto.
Se avessi il diritto di essere felice in quel modo, dopo ciò che avevo fatto a Kyle.
Avrei potuto mettere in pericolo anche lei?
L'avrei fatta soffrire con tutti i miei problemi?
Non volevo trascinarla nel mio mondo.
Io avevo passato una giornata nel suo e avevo potuto vedere come fosse pieno di bellezza e spensieratezza.
Volevo davvero che scoprisse in che razza di mondo triste e oscuro passavo la maggior parte del mio tempo?
No, non sarebbe stato giusto per lei.
Ma poi le parole del mio psicanalista mi tornarono in mente. Ricordandomi di come quel mio atteggiamento di protezione non facesse altro che aumentare le mie sofferenze e trascinare gli altri in una tristezza che non li riguardava affatto.
«Tu pensi troppo» mi disse Willow, poggiando il libro dietro le nostre teste e voltandosi su un fianco. Aveva notato come mi fossi subito estraniato da quella conversazione.
Mi guardò negli occhi, ancora, come se ormai avesse capito che quelle sue iridi magnetiche erano il mio punto debole.
«Ho le mie buone ragioni» le risposi, cercando di non sembrare scortese, come mio solito. Lei alzò gli occhi al cielo, avvicinandosi di poco, annullando quasi del tutto la distanza tra i nostri volti.
«Ashton, riuscire a decifrarti è praticamente impossibile. Ma questa giornata mi ha fatto capire alcune cose su di te» parlò, con i nostri nasi che quasi si sfioravano.
«Non so cos'hai passato prima di arrivare a Vancouver, non posso nemmeno immaginare quello che hai vissuto. Ma lo percepisco dai tuoi gesti furtivi e da come rimugini sempre su ogni cosa, anche la più banale» continuò, spostando il suo sguardo sulle mie labbra, che in quel momento mi stavo mordicchiando per il nervosismo.
«So che hai pensato molto a questa cosa, ma non so se sei già arrivato ad una conclusione. Perciò, nel caso in cui non fossi d'accordo, fermami» concluse.
Non ebbi il tempo di rispondere o di chiederle a cosa si stesse riferendo, perché le sue labbra morbide furono presto sulle mie.
Un normalissimo bacio, esattamente come quello che ci eravamo dati fuori dalla villa, ormai tempo prima. Un bacio che, però, quella volta non interruppi.
Non la fermai, anche se ebbi un primo istinto di farlo.
Ero teso, ogni mio nervo era sull'attenti, pronto a scattare, nel caso in cui qualche brutto ricordo fosse dovuto riaffiorare.
Le nostre lingue si sfiorarono appena e poi iniziarono una danza erotica, che mi diede come una scossa di adrenalina.
Quanto tempo era passato dall'ultima volta in cui avevo svuotato la mente e mi ero beato di quelle sensazioni di piacevole calore umano.
Quanti anni di solitudine avevano segnato la mia crescita e il tutto sembrava potersi cancellare così in fretta, grazie ad un semplice bacio.
Era una strana sensazione, capace di farmi sentire leggero, come se stessi fluttuando nel cielo. Era una felicità che, finalmente, in quel momento, sentivo di poter meritare nuovamente.
E così decisi di mettermi in gioco.
Le afferrai i fianchi, facendola rotolare sopra di me, senza mai far staccare le nostre bocche.
Le sue mani si insidiarono tra i miei capelli, tirandoli appena e facendomi emettere un gemito gutturale.
Willow decise di interrompere il nostro bacio, solo per sfilarsi via quel vestitino e lanciarlo da qualche parte indistinta della sala. Rimase solo con l'intimo in pizzo bianco addosso, donandomi una spettacolare vista del suo corpo.
Passai le dita lungo il suo braccio destro, spostandomi poi sui suoi seni, piccoli ma sodi. Accarezzai la pelle chiara appena sopra quel pizzo, beandomi del calore che emanava e dei brividi che il mio tocco le stava provocando.
Mi fissò con malizia, mentre si spostava col sedere sul cavallo dei miei pantaloni, diventato ormai troppo stretto. Iniziò ad armeggiare con la cintura, sfilandola e poi slacciò anche il bottone, abbassando la cerniera dei jeans.
Si alzò di poco, mantenendo il suo peso sulle ginocchia e permettendomi di sfilarmi quegli odiosi pantaloni.
Willow si slacciò il reggiseno, togliendolo con estrema lentezza, volendo sicuramente farmi assaporare il momento.
Si piegò su di me, facendo venire a contatto il suo petto nudo con il mio, coperto dal tessuto di quella maglietta. Le labbra si avvicinarono al mio orecchio, iniziando a mordicchiarne il lobo e scendendo poi a lasciare umidi baci sul collo.
Il respiro si era ormai fatto irregolare e il mio corpo bramava di più. Voleva sentirla davvero, sperimentare quella sensazione di infinito piacere fino in fondo.
Perciò decisi di prendere in mano le redini del gioco, facendola rotolare nuovamente e portandola sotto di me.
Con i nostri occhi incatenati, che trasmettevano più di quanto avremmo mai potuto fare a parole, svuotai la mente.
E quando lei si sfilò quelle mutandine in pizzo, capii che voleva la stessa cosa. Mi tolsi i boxer neri, prendendo un lungo respiro, prima di scivolare dentro di lei.
Willow si lasciò scappare un gemito acuto, che io invece trattenni, chiudendo gli occhi e godendomi appieno quell'avvolgente calore.
Fu così che facemmo l'amore per la prima volta. Stesi a terra, su quella coperta in pile, sotto la portafinestra che poco prima ci aveva regalato quella spettacolare vista di Montmartre.
E anche se non riuscii a concedermi completamente a lei, a spogliarmi del tutto e mostrare le cicatrici che segnavano il mio corpo. Anche se non riuscii a togliermi quella dannata maglietta e mettermi a nudo del tutto, ero felice lo stesso.
Perché quello era stato un grande passo per me.
Una prima tappa del mio vero e proprio percorso di guarigione.
Un percorso che, senza Willow, non sarebbe mai potuto iniziare per davvero.
🌟🌟🌟
Eccomi con il nuovo capitolo!
Allora questa volta è venuto un tantino più lungo del solito.
Ma spero non vi dia fastidio.
Ho preferito allungare un po' con le parole, piuttosto che dividerlo in due parti, così da rendere al meglio le sensazioni del nostro Ashton.
Cosa ne pensate di questa versione più sciolta del protagonista?
Secondo voi ha fatto bene a lasciarsi finalmente andare?
Ma soprattutto ve lo aspettavate da uno come Ashton?
E ora come si evolverà la storia tra lui e Willow?
Per scoprirlo non dovrete far altro che continuare a leggere...
Lasciate una stellina nel caso il capitolo dovesse esservi piaciuto e non dimenticatevi di commentare facendomi sapere cosa ne pensate.
Per qualsiasi cosa non esitate a contattarmi.
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XOXO, Allison 💕
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