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R - Uncle Sam

16/04/2024

XX

Uncle Sam non si era presentato direttamente con quel nome. Fu il suo tatuaggio sulla tempia sinistra, le iniziali U.S., a dirci come si chiamava. Al nostro arrivo lavorava con solerzia. Per questo, nessuna delle ragazze aveva osato interromperlo. Lo zio Sam era spettacolare in tutto ciò che faceva. Non era qualcosa che si vedeva tutti i giorni miscelare il sangue ad alcolici, fiori, erbe, frutti ed essenze varie.

Era rapido ma non faceva uso della velocità sovrannaturale degli immortali. Era veloce quanto i migliori bartender umani e i suoi movimenti erano eleganti e corretti, creava delle vere e proprie coreografie giocando con fumo, ghiaccio e fuoco. Shakerava gli ingredienti con forza e agilità, dando dei colpetti al filtro quando inseriva i liquidi, cambiando l'impugnatura delle bottiglie e passandosele da una mano all'altra. Il suo spettacolo era acrobatico come quello di un circense o di un funambolo, solo un po' più tenebroso perché preparava cocktail come un'alchimista, dosando meticolosamente i liquidi facendo uso di pipette e becher.

La maggior parte delle bottiglie che maneggiava erano in vetro nero e opaco. Il contenuto era visibile per pochi secondi e soltanto quando lo versava nei bicchieri. Una volta servito il cliente, il sangue spariva dalla vista di umani e immortali. La vista del sangue era istantanea, breve quanto uno sprazzo di luce in un giorno di pioggia.

« Sedute qui, davanti al bancone. Guardate me, non loro. » ordinò puntando il dito contro le shot girls e le dispose sugli sgabelli davanti ai suoi clienti - come abiti mostrati nella vetrina di un negozio di alta moda. Quelle obbedirono senza fare obiezioni perché lo zio Sam non era realmente l'incarnazione della severa icona simbolo degli Stati Uniti. Era diverso dall'uomo barbuto sui manifesti, niente capelli grigi o barba a punta, piuttosto testa rasata e ossigenata, tatuato dal collo all'addome - per quel che si vedeva - e molto, molto, molto sexy. Sì, non c'è che dire, lo zio Sam moderno mostrava gli addominali pallidi dei vampiri con naturalezza. Era coperto solo da una camicia in seta nera, totalmente sbottonata e con le spalle cadenti, una di quelle in voga nell'epoca della febbre del sabato sera.

Non era solo di bell'aspetto ma era l'unico che poteva stare dietro al bancone e manipolare sangue e alcol. L'uscita delle ragazze, così come quella dei vampiri, era pattugliata da due bodyguard. Una terza porta a doppia anta era presidiata da un numero più alto, all'incirca quattro uomini.

Sedermi era qualcosa che non avevo neanche preso in considerazione. La microgonna sarebbe salita vertiginosamente verso l'alto e, dopo aver bevuto il sangue di Molly, gli abiti sembravano essersi rimpiccioliti - oppure in qualche modo ero ingrassata. Quando Molly mi aveva dato quegli abiti mi calzavano a pennello. Poco dopo, la posizione del mio outfit prese una piega imprevista. Le mie chiappe erano avvolte dalla pelle tesa a più non posso e dal fondoschiena correvano gocce di sudore che peggioravano la mia situazione. La stessa sorte toccò al seno, soffocato dai lacci tirati del top.

Guardai le facce dei vampiri una a una, soffermandomi su qualsiasi dettaglio, scia o sentore che potesse ricondurmi a Leonard. Gènevieve non era lì, ma i suoi clienti erano tanti ed erano in trepidante attesa di essere serviti. Sbavavano dietro le shot girls, scommettevano su quale fosse la più stupida e su quella più appetibile.

« Gènevieve ha buon gusto. »

« La merce di Declan non ha rivali! »

Provai disgusto per quei commenti, ma questo passò in sordina. In realtà, il sangue di Molly mi aveva anestetizzato agli stimoli esterni e l'unica cosa su cui la mia mente era spontaneamente indirizzata, erano loro: le shot girls, il sangue.

« Ehi tu! Tu, come ti chiami? » mi domandò lo zio Sam.

« Candy. » risposi e lui sparì sotto il bancone, quando non lo vidi riemergere mi affacciai e vidi dove si era cacciato. Non c'erano espositori appesi dietro al bancone, ma sul pavimento c'era una scala a chiocciola con una botola in vetro che mostrava la provenienza delle bottiglie. La cantina era stata costruita sottoterra, tutt'attorno a una scala a chiocciola lunghissima.

Quando risalì, sbuffò contrariato, prese la cornetta di un telefono a muro e sbraitò: « Dove cazzo è il mio succo? Candy. Mi manca quello di Candy. »

Il mio succo? Forse voleva dire la mia acqua. Merda, sono fregata.

Impallidii, mi guardai attorno e tutte le ragazze avevano almeno servito un cliente.

« Fottiti. Trovami Molly e quel succo. » riagganciò esasperato. Si spettinò i capelli biondo ossigenati e le due folte sopracciglia nere si incurvarono in un'espressione di panico.

« Li vedi quelli, Candy? » mi indicò dei vampiri che avevano alzato la mano, chi mostrando un dito, chi due, chi tre o chi l'intera mano. Ed erano un bel po' di vampiri, circa una decina sui trenta presenti. Con quel gesto specificavano per quanti minuti volevano intrattenersi con me.

« Tutti quelli vogliono te. Ma c'è un problema, non puoi andare senza drink. » lo guardai confusa, ci pensai su e poi intuii che il drink era una specie di contentino. Un premio di consolazione per non poter gustare direttamente il sangue delle ragazze - o come diceva Gènevieve, il loro odore.

« Non possono mordermi in pubblico. Sono innocui. »

E lui con parole di scherno precisò: « Sono uomini. Pensano anche ad altro, oltre al sangue. »

« E se mi rifiutassi? » e rise di gusto, « Nessun "se". Quella è la porta. » mi afferrò il mento e inspirò facendo una smorfia di piacere. Finsi di sfuggire al suo sguardo, dimostrai una falsa debolezza che mi diede il tempo di calibrare la prossima mossa.

Gli tenni stretto il polso e, dandogli le spalle, mi aggrappai al suo braccio. Se fosse stato un mortale avrebbe già avuto il braccio spezzato.

« Non è misogino? Avere soltanto shot girls. Esistono anche altre preferenze. »

Lo zio Sam si liberò e applaudì sorridente: « Business. Guardati in giro, la maggior parte dei vampiri sono uomini e hanno in media centocinquant'anni. Noi diamo ciò che il mercato chiede. » disse schiettamente, « Sei una mezzosangue deliziosa, honey. »

Annuii, tenni il mio sguardo fisso sul suo e dissi: « Toglimi una curiosità. Il succo è l'acqua della vasca, ma il sangue non è il loro. In questo modo gli date l'illusione di sentire la pelle sotto i denti. Ma... così facendo quelle ragazze non possono essere seguite fuori di qui? Non sono più rintracciabili? »

Lui mi regalò un sorriso a trentadue denti, « No, non lo sono. Non uso il sangue di un solo individuo, ma di un gruppo di individui che ha caratteristiche simili per età, sesso, condizioni di salute... e ci vuole un palato molto fine per saperli distinguere... », gli venne un'idea, una specie di lampo di genio. Mi invitò a scendere con lui nella cantina. Ma a un tratto, qualcuno alle mie spalle mi strattonò.

« Ehi, non puoi toccarla. Questa è roba mia. » disse lo zio Sam incalzandolo e venendo quasi alle mani.

« Nahuel, che ci fai qui? » chiesi perplessa e spiegai, « Lui... lui è un mio amico. »

« Deve pagare, honey. » e lo zio Sam attese che Nahuel pagasse per potermi parlare. Cinque minuti gli costarono 500$. Il mio tempo non era mai valso così tanto.

Ci sedemmo nel tavolo più distante del locale, allontanò i quattro uomini con cui si trovava e domandò preoccupato: « Hai bisogno d'aiuto? »

Negai. Feci una rapida ricognizione, osservai i presenti e gli sfiorai la guancia per spiegargli il motivo della mia visita ai coniugi Walker.

Cambiò espressione, si fece serio e disse lapidario: « Non troverai niente qui. »

Dopo il caos creato da Leonard, Gènevieve aveva rimesso a nuovo il locale. Il pavimento in marmo bianco e nero era stato lucidato come mai prima d'ora, le vetrine con le bottiglie erano sparite - e finite sottoterra, nella cantina a chiocciola - la sicurezza era raddoppiata.

« È meglio se andiamo via insieme. » propose schiarendosi la gola, « Franklin non è cattivo, ma Gènevieve sa essere vendicativa. »

Mi pizzicai le guance, stavo ribollendo per il profumo di sangue - tra cui il suo. Nahuel era appetitoso e io avevo sete, come se non avessi appena svenato un'umana abbandonandola in un bagno pubblico.

« Voglio delle risposte e le avrò, costi quel che costi. » provò a prendermi per mano.

« E Arthur te lo ha permesso? » disse il suo nome quasi disprezzandolo e io colsi l'occasione per aggiustare le cose, lo pressai tanto da dire: « Arthur è rimasto solo. Lo avresti saputo se gli avessi parlato. Ma non lo hai fatto, ho ragione? »

« Questo è il momento giusto per farlo. » e dalla mia voce uscì una specie di monito, gli strinsi la mano in un pugno, bloccando il suo tentativo di prolungare la nostra conversazione.

« Ma non ho niente da dirgli. Io... semplicemente, non me lo aspettavo. »

« Non c'è niente di male a provare qualcosa per qualcuno. »

« Sì, ma non in questo caso. Quando si tratta di un uomo e di una donna... » lo interruppi bruscamente e dichiarai la mia posizione a voce alta, senza vergogna o timore di essere ascoltata « Da quando amare è un tabù? Guardaci, io e te... noi siamo a metà... noi siamo un tabù. La nostra razza è stata considerata per secoli frutto della perversione. Noi siamo stati perseguitati e oppressi. Tutto questo accanimento è valso a qualcosa? »

« È diverso. Noi siamo nati in questo modo. Ma lui lo ha scelto, anche se è una persona per bene. »

« Sì, è una persona per bene. Si sta sbattendo per rimettere le cose a posto senza che nessuno gli mostri un briciolo di comprensione. »

Ero arrabbiata e delusa dal suo comportamento, colpii il tavolo e proseguii con rinnovato ardore: « Da dove vieni? Dalla luna? Sono sicura che anche nel tuo popolo c'erano uomini come Arthur. »

Nahuel strabuzzò gli occhi, disse che i conquistatori spagnoli li avevano costretti alla cultura occidentale. Era piccolo quando sua zia Huilen lo portò via dal villaggio. Da quel momento, scomparvero i malleo e gli sciamani. E rimase solo il ricordo di una divinità affine ai sentimenti di Arthur, Xochipilli, il "principe dei fiori" a cui da bambino portava un fiore per ogni forma di amore riconosciuto dal suo popolo: omosessuale, eterosessuale e bisessuale.

« Non devi ricambiare quello che prova. Ma devi sapere cosa ha fatto per te. »

Lo zio Sam mi richiamò e, prima di andare via, feci un regalo a Nahuel: gli rivelai quanto fosse stato importante l'intervento di Arthur a Volterra. Vide tutto, la supplica di Arthur a Leonard e la lite tra i due fratelli. Avevo ancora quel ricordo vivido del viso di Arthur deformato dalla sofferenza mentre sfiorava le guance fredde di Nahuel. E poi c'era il modo in cui lo aveva adagiato delicatamente sul terreno avendo cura del suo collo, frenando una sete che anch'io in quel momento faticavo a sopportare. Gli accarezzai la fronte con dolcezza, mettendogli una ciocca dietro l'orecchio: « Arthur non ha colpe. Leonard invece ne ha troppe. »

Raggiunsi lo zio Sam che mi aiutò a scavalcare il bancone, « Se mi aiuti, honey, freghiamo tutti quanti in un colpo solo. E quella stronza non può fottersi le mie mance, stavolta... » borbottava felice. Mi prese per mano e mi condusse dentro la botola. Gli scaffali erano ricolmi di bottiglie scure e pochissime bottiglie in vetro trasparenti che svelavano il contenuto alcolico. L'odore di sangue era così forte che la mia sete mi impediva di parlare. Ogni respiro era fuoco per la mia gola.

Lui si rintanò nel sottoscala, dove si mise a rovistare dentro un grande borsone da palestra. Di fianco c'era anche una giacca in pelle rovinata.

« Hai conosciuto il capo? » chiese, intanto che cercava tra le sue cianfrusaglie.

« Sì, conosco Gènevieve. » presi una bottiglia nera dallo scaffale e lessi a mente l'etichetta.

Susie Stewart, 18 anni, Beach Haven, A+.

Aine Castro, 22 anni, Dodge City, 0-.

Hugo Mendoza, 25 anni, Woodcreek, AB-.

Jenson Bass, 29 anni, Pomeroy, B-.

« Queste persone... come avete preso e imbottigliato il loro sangue? »

Si fermò in ginocchio e smise di cercare, « Se ne occupano i trafficanti di sangue. », si grattò il tatuaggio tribale sulla tempia destra e iniziò a fissarmi attentamente.

« Chi sei? »

Ma i miei occhi puntarono dritto verso una valigetta, che sbucava dal vistoso chiodo in pelle. La presi di scatto e la annusai, facendo cadere la bottiglia di sangue sulla camicia dello zio Sam.

Leonard, è il tuo odore. Ti ho trovato.

Tutto avvenne in una manciata di secondi. Lui si fiondò sulla valigetta, ma mi divincolai in fretta. Afferrai il suo collo con il gomito, costringendolo a inginocchiarsi.

« Leonard Winslear. Che ci fai con qualcosa che appartiene a lui? » gli strinsi più forte il collo e aprii la valigetta: c'erano decine e decine di lettere.

Disse con voce sottile: « Abbiamo qualcosa in comune, honey. Un Maestro. »

Lo liberai e alzai lo sguardo in su. Ricurva sulla botola in vetro c'era Gènevieve, le gambe lunghe penzolavano sulla cime delle scale a chiocciola.

« Si vous voulez bien me suivre, Madame Winslear. » e rimasi paralizzata.

Il barman calciò via la valigetta e mi scortò fuori. Gli occhi di ogni cliente del BM erano puntati su di noi. Braccavano Gènevieve e la sua silhouette elegante e poi me, sempre più sconvolti dalla mia scia.

Quattro uomini aprirono un varco da un angolo del locale. Comparve una porta che non avevo visto, nera e lucida, quasi indistinguibile dalle pareti. Lei battè un colpo e si aprì.

« Nick, porta a me e a Mrs. Winslear qualcosa da bere. » ordinò allo zio Sam chiamandolo per nome.

Entrammo in un corridoio stretto, percorribile solo in fila indiana e dalla tappezzeria nera - proprio come tutto il resto. Le due porte successive erano pattugliate sempre da vampiri, maschi, grandi e grossi quanto degli armadi.

E quando mi sembrò di essere un topo in trappola, arrivai alla fine del labirinto. L'ultima porta era quella di ingresso di un appartamento. Si immetteva in un vero e proprio salotto, ben curato e moderno, che accoglieva un bimbo dagli stessi splendidi colori ambrati di Gènevieve e una donna bianca, un'umana che giocava con il piccolo.

Appena il bimbo la vide balzò in piedi, gridando felice « Maman! » e cadde per terra. Non era caduto di proposito, la sua gamba destra era stata amputata. Provò a rialzarsi e la ragazza lo aiutò. Gènevieve rassicurò Loius, sarebbe tornata da lui non appena avrebbe finito di parlare con la sottoscritta, « un'amica della mamma » disse.

Infine mi condusse in uno studio. Tolse la giacca e il corsetto nero sembrava che le fosse stato cucito addosso, una seconda pelle di pizzo e ricami floreali. Mi venne una fitta allo stomaco. Gènevieve era bellissima e io non ero nessuno per essere lì. Non ero nessuno per Leonard.

« È stato molto difficile scovarti. Sebastian ha finto di non conoscerti... ma ogni mezzosangue che ha messo piede in Canada è passato da Leechtown. » posò il mento sui palmi delle mani e con un sorriso divertito proseguì « Suor Mary Jane ha detto che il tuo nome è Renesmee Cullen, che sei una ragazza dolcissima e un ottimo medico. Poi ho parlato con Suor Maddalena... Mary Jane tende a essere troppo buona con quelli della vostra razza. » arricciò il naso e i suoi occhi dorati brillarono, « Ha detto che hai sviluppato un'insana ossessione per Leonard. Che sei maniacale in tutto quello che fai. I tuoi pensieri lo sono. Ne osservi ogni singolo spostamento, ogni movimento, ogni respiro... ha detto che lo hai marchiato come un padrone con il suo schiavo. E hai preteso il "diritto" che ha una moglie su un marito, il possesso, la proprietà esclusiva. »

« Maddalena non ha la più pallida idea di quello che c'è tra me e Leonard. » dissi risentita. La baby-sitter di Louis entrò e lasciò sul tavolo due long-drink.

Gènevieve aveva un sorriso stampato in volto che avrei tanto voluto distruggere. Chiusi istintivamente gli occhi per evitare di colpirla con la telecinesi, e questo le diede modo di proseguire quella spiacevole conversazione « A cosa devo la tua visita? »

« Sono qui per parlarti. »

Di certo non per cercare il testamento di Sebastian che si trova nella cantina del tuo fottuto locale.

Inspirai a fondo, « Sono qui per parlarti di Leonard. » presi il bicchiere e miscelai i petali di rosa al suo interno. Bevvi d'un fiato.

« Anch'io so qualcosa di te. »

Lei mi guardò stupita, come se le avessi dato la notizia del secolo e quando le dissi che lei era la « Guerra dei Trent'anni. » di Leonard, tornò di buonumore.

« Ho sempre apprezzato i suoi giochi di parole. » disse, lisciandosi le unghie laccate di rosso. Il suo atteggiamento mi fece imbestialire. Credeva che quello fosse un gioco, che io fossi lì per divertirla.

« Hai un marito e un figlio. Perché Leonard se non sei la sua compagna? » mi feci più insistente, ma il suo sorriso di disprezzo rimase al suo posto tra le labbra scure e carnose.

« Ci abbiamo provato, ma non eravamo compatibili. A volte ci teniamo compagnia, la solitudine è terribile se è per sempre. »

Si alzò, leggerissima sui tacchi vertiginosamente alti, avanzò verso un carrello portavivande e si riempì nuovamente il bicchiere.

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